Gigliola Venturi partigiana, traduttrice, etc.

di Sara Honegger

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Gigliola Venturi appartiene a quel gruppo di donne, a lungo rimaste nell’ombra della Storia, che presero parte attiva alla Resistenza e ne portarono poi i valori negli anni della Repubblica. Già all’indomani della sua morte, avvenuta nel 1991, Goffredo Fofi aveva sollecitato le femministe e le storiche che si occupano di storia sociale a studiarne il percorso e l’impegno. Lo ha fatto invece, a distanza di quasi trent’anni, lo storico Aldo Agosti in un breve saggio dal titolo Quel mare di locuzioni tempestose. Vita e traduzioni di Gigliola Venturi, pubblicato l’anno scorso sulla rivista online “Tradurre” (https:// rivistatradurre.it/ 2018/05/quel-mare-di-locuzioni-tempestose/). C’è di che essergliene grati e al suo lavoro rimandiamo calorosamente chiunque abbia voglia di ripercorrere pezzi importanti della storia d’Italia attraverso una donna dai molti percorsi: una “vita ricca, straordinaria, intensa, anche tragica, come attesta la decisione assunta di porvi fine di propria volontà”.

Perché ricordarla proprio adesso? Basterebbe forse rispondere con le parole di Jurij Trifonov, uno dei tanti scrittori russi da lei tradotti: “È necessario ricordare? Dio mio, è altrettanto sciocco come dire: è necessario vivere? Ricordare e vivere è tutt’uno, così legato che non si può distinguere l’uno senza distruggere l’altro, e tutto insieme compone un certo qual verbo, che non ha definizione” (Il tempo e il luogo, Editori Riuniti 1983). Questo “qual verbo” è il filo rosso che attraversa il lavoro curato e affettuoso di Agosti, che pur centrato sull’attività più conosciuta di Gigliola, vale a dire la traduzione e il lavoro editoriale, non dimentica gli anni giovanili da partigiana, l’impegno sociale, la relazione amorosa che sempre intrecciò con la poesia, pubblicando due raccolte a fogli liberi, sì che ogni lettore potesse ordinarle secondo la propria sensibilità (Come un albero sono, 1977; Manate di colombi sembravano, 1981. Una terza raccolta uscì postuma, a cura del marito Franco, nel 1991, Paglia a paglia per le edizioni Scheiwiller). Ne esce il ritratto vivo di un’intellettuale complessa, appassionata, immersa nelle ragioni del proprio tempo, tanto più essenziale quanto più il nome di Gigliola ha rischiato di venire inghiottito – non lo si trova, ad esempio, nell’archivio “Donne e uomini della Resistenza” dell’Anpi – dalla fatica di ricordare ciò che realmente avvenne fra la fine di una dittatura e la nascita di una Repubblica, fra la morte di milioni di persone e le speranze che gli uomini e le donne della lotta affidarono alla Carta costituzionale.

Ma non è solo per necessità di memoria che il lavoro di Agosti risulta oggi particolarmente significativo. In tempi in cui è così difficile, per le persone come per i gruppi, ritrovare la possibilità di fare, di agire al di fuori del perimetro della propria individualità, ognuno con le possibilità e il potere di cui dispone, vite come quelle di Gigliola indicano delle strade, un’energia, una caparbia volontà. In altre parole, restituiscono a ognuno la responsabilità dell’azione. Dolcissima e violenta, Gigliola era nata Roma nel 1917. Sorella di Altiero Spinelli, il cui nome è inciso a grandi lettere sul palazzo del Parlamento Europeo a Bruxelles, conobbe Franco Venturi – destinato a diventare uno dei maggiori storici nel ‘900 – durante la Resistenza. Di quel periodo così importante e vitale, parlava poco e con pudore. Come ricostruisce Agosti, è stato soprattutto grazie ai ricordi di altri (Alessandro Galante Garrone, Leo Valiani, Ada Gobetti) che se ne sono potuti comprendere l’audacia, il coraggio temerario, il “gusto del rischio” e della ”beffa”, il “sarcasmo irridente”.

Assai più noti, anche per la mole di documenti lasciati, il suo lavoro editoriale e il suo impegno sociale, fin dal primo dopoguerra. Su entrambi Agosti ha raccolto il materiale necessario a restituire modalità di lavoro costanti: l’attenzione ai dettagli senza mai perdere la visione di insieme; il gusto, e al contempo la pignoleria su ogni singola parola; l’utilizzo di ogni risorsa a sua disposizione per raggiungere risultati eccellenti; la perseveranza, l’ostinazione. Appreso il russo – e la verità sul comunismo reale – a Mosca, dove era andata con Venturi, addetto culturale dal 1946, divenne traduttrice di valore, facendosi carico, nel tempo, di portare autori e visioni editoriali a Einaudi, La Nuova Italia, Mondadori, Editori Riuniti, Adelphi. Una mole di lavoro impressionante – fra i volumi più noti le Antiche fiabe russe raccolte da Afanas’ev (Einaudi), le lettere di Cechov (Vita attraverso le lettere, Einaudi), Cime abissali di Zinov’ev (Adelphi) – che spaziò anche oltre i confini della letteratura russa.

Uno dei contributi più importanti alla cultura pedagogica novecentesca ci arriva infatti grazia alla cura che Gigliola profuse in una nuova edizione dei Quaderni di San Gersolè (Il libro della Natura, Einaudi 1963), che restituisce l’impressionante lavoro educativo basato su una scrupolosa osservazione del reale svolto da Maria Maltoni. Come Agosti segnala fin dalle prime pagine, i bambini hanno occupato sempre uno spazio importante nella sua vita. E con loro le donne. Seppur non risulta partecipasse al femminismo militante (ma nel 1984 pensava di tradurre l’importante Ginecology, della filosofa femminista Mary Daly), diceva di essere diventata femminista all’età di sei anni, forse a causa di vicende familiari che Agosti tratta con estrema delicatezza; e difatti alle donne pensa fin dal primo dopoguerra, come racconta la lettera a Ernesto Rossi (15 settembre 1945) che Agosti riporta per esteso. La “terribile Gigliola” – così si definisce – chiede aiuto per aprire a Torino dei nidi, lasciando così alle donne qualche ora di tempo “per occuparsi del loro sviluppo in tutti i campi”.

Sono i primi segnali di quell’impegno civico che porterà Gigliola a lavorare per molti anni a sostegno del lavoro che Danilo Dolci conduceva in Sicilia. Dapprima diede vita al Comitato amici di Trappeto, un comitato tutto femminile dove era riuscita a raggruppare molte compagne dell’antifascismo; poi fu promotrice e segretaria dell’Associazione per l’iniziativa sociale (Ais), radicata in molte città italiane, il cui scopo sociale si formalizzò davanti al notaio nel 1959: “lo studio e la realizzazione di progetti di sviluppo sociale ed economico delle aree depresse del mezzogiorno d’Italia sollecitando l’iniziativa e le risorse locali”. Vale la pena riportare, per l’estrema attualità, anche quanto Agosti cita rispetto alle motivazioni che separarono poi l’Ais dal lavoro di Danilo Dolci, sempre più preso dal proprio ruolo di testimone: “La denuncia è utile solo se accompagnata da un’opera costruttiva e continuativa”. Non fu un lavoro svolto solo a tavolino pubblicando bollettini e scrivendo lettere, ma un andare su e giù per l’Italia sollecitando, intrecciando, persuadendo della necessità di agire, adoperando tutte le conoscenze e le forze di cui disponeva.

Ho avuto la fortuna di conoscere Gigliola quando ero bambina e di averne avuta, per ragioni che tutt’oggi mi sono misteriose, l’amicizia. Come tanti adolescenti, ero alla ricerca di figure adulte alternative ai genitori. E come tanti adolescenti, scrivevo poesie che lei si prendeva la briga di correggere a matita, suggerendo versioni alternative, cancellature, ripensamenti, riflessioni. Conservo ricordi precisi dei giorni che ho avuto la fortuna di trascorrere con lei, così come le lettere e le cartoline che mi spediva da luoghi lontani – Chicago, soprattutto, da lei molto amata, dove imparò l’inglese – con le quali mi spronava, sempre in quel suo modo canzonatorio e divertito, a prendere poco sul serio me stessa e molto il tanto che c’è da fare. Dei tanti affettuosi e ironici consigli che dava a una adolescente piuttosto confusa, uno mi pare adattissimo ai tempi: “Ricordati che non si fa della propria vita una ‘vita riuscita’. È più che sufficiente farne una vita”.

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