Da Cuba a Mompracem

di Fabian Negrin

Riprendiamo dall’ultimo bellissimo numero di “Hamelin” (Parole d’autore. Voci sul mondo dell’infanzia) il racconto di Fabian Negrin sulla sua infanzia argentina, tra Salgari e Guevara…

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

In quei giorni lontani tutta la mia famiglia era di estrema sinistra, in un modo così furibondo che messo vicino a noi Curcio sarebbe sembrato un agente della Cia. Gli avremmo urlato “Renato, eres un vendido al imperialismo yanky!” chiudendogli la porta in faccia. I miei genitori, le mie zie, i miei zii, gli amici di famiglia si contendevano ogni sottocategoria possibile della lotta armata: guevaristi, leninisti, comunisti ortodossi, trotskisti, peronisti di sinistra, vietcong, e nel mio piccolo anch’io ero marxista, un marxista-salgariano, vivevo per Sandokan e Sandokan viveva in me.

Raúl, mio padre, chiamato dai suoi amici El negro e dai suoi fratelli maggiori Negrito, era un rivoluzionario professionista e ci aveva abbandonato per fare La Revolución. Io sospetto che c’entrasse un’altra donna e conoscendo bene mia madre glielo auguro, ma comunque era andato a Cuba ad addestrarsi come guerrigliero. In quell’epoca non era un viaggio semplice, dall’Argentina bisognava andare fino in Europa, attraversare la cortina di ferro e solo da lì (da Praga, Berlino Est o qualche dogana disponibile a non lasciare sul passaporto il pericoloso timbro che denunciasse il viaggio nel paradiso comunista) mio padre aveva volato verso l’isola di Cuba, Primer territorio libre de América! In qualche punto del tragitto El negro aveva comperato una cartolina e me l’aveva inviata, da un lato c’era la fotografia di un cervo in mezzo al bosco e dall’altro l’annuncio dell’acquisto dell’animale per regalarmelo. Ricordo il misto di gioia e incredulità. Come avrebbe fatto mio padre a trasportare il cornuto animale dall’altro lato del mondo? La menzogna è il modo che noi adulti abbiamo trovato per comunicare con l’infanzia. Fortunatamente, come dice Remy Charlip, il mio animale preferito era la tigre. Il mondo è il posto che i bambini hanno inventato per salvarsi dagli adulti.

Per gli stessi motivi – diciamo di formazione – zio Manolo era andato a Cuba. Un aneddoto che circola in famiglia racconta che lui e altri rivoluzionari argentini avessero avuto un fugace incontro con el Che Guevara in persona e che costui avesse detto loro “Tutti noi che siamo in questa stanza saremo uccisi, ma La Revolución trionferà!”. Quanto intrinsecamente salgariana suona quest’affermazione. Se col senno di poi è facile dire che l’ultima parte della frase era sbagliata, el Che aveva ragione sulla prima, lui morì, zio Manolo morì, molto probabilmente lo stesso successe agli altri presenti e pure al Negro lo uccisero.

Così come io appartengo all’ultima generazione dei suoi lettori voraci, prima Salgari era stato divorato da altre due o tre generazioni dalla Patagonia fino al Messico. Sono incline a pensare che la figura di Sandokan si fosse annidata nelle menti di tanti giovani latinoamericani in modo tale che quando, sul finire degli anni Cinquanta, el Che ha fatto la sua comparsa sulle scene, questi abbiano potuto riconoscere immediatamente il loro capo, come se la Tigre malese fosse stato il Giovanni Battista annunciante l’arrivo del Cristo Che: gli stessi lunghi capelli neri e selvaggi, la stessa determinazione ribelle A vencer o morir! nella lotta contro l’imperialismo, bisognava solo sostituire il basco al turbante, il fucile al kriss, gli inglesi agli americani, la giungla era la stessa, la bandiera sempre rossa.

Mi spingerei a dire che in ogni paese dove Salgari è stato letto con amore prima o poi è nata una guerriglia guevarista, pardon, salgariana. L’Inghilterra e la Francia se la sono persa questa storia, salvate da Conrad e Dumas coi loro eroi in apparenza più ubbidienti e pettinati.

Le copertine argentine dei libri di Salgari che leggevo erano ancora quelle disegnate da Pablo Pereyra negli anni Quaranta-Cinquanta. Erano, sono ancora, meravigliose:

 

In Italia in quegli anni – in realtà un po’ dopo – con il grande Alberto Della Valle e gli altri della sua generazione morti o inattivi, direi che l’unico illustratore a fare di meglio sia stato Carlo Jacono per le Edizioni Accademia Grandi classici:

Oggi la situazione, visibilmente regredita deborda frigidità e sciatteria:

L’interno di quei vecchi Salgari che leggevo erano corredati da disegni al tratto blu o rosso invariabilmente piazzati lontanissimo dal punto narrativo che descrivevano, questa stramba disposizione delle immagini è stata un altro dei misteri della Giungla nera su cui mi arrovellavo: perché il Tremal-Naik disegnato mentre lotta coi Thug è a qualche decina di pagine dal corrispettivo brano di testo?! Oggi anch’io faccio disegni per libri e conosco la risposta, ma ahimè, too late, non trovo più la via per Mompracem.

A comperarmi questi libri erano Carozo e Chela, i miei zii peronisti di sinistra con vaga simpatia maoista. Architetti e cinefili, con Carozo guardai centinaia di film mentre devo a Chela Pink Floyd e Crosby, Stills & Nash. Casa loro era un coagulo della cultura pop dell’epoca, poster di Aubrey Beardsley e Peter Max, le riviste “Domus” e “L’Architecture d’Aujourd’hui”, libri di semiotica e Marcuse, e quando gli squadroni della morte non trovando i miei zii a casa gliela incendiarono, fra la loro camera da letto e il bagno rimase una coltre di romanzi di fantascienza metà carbonizzati dai fascisti e metà bagnati dai pompieri. Spesso il profumo di bruciato mi porta in mente Bradbury, non per il suo romanzo Fahrenheit 451, ma perché era l’autore che stavo iniziando a leggere all’epoca e che l’incendio cancellò in una notte. Si potrebbe dire che anche i fascisti indirizzarono le mie letture.

Nelle riviste italiane e francesi di architettura che sfogliavo (soprattutto per la stravaganza di vedere pagine stampate in altre lingue in un paese dove nessuno sapeva una sola parola straniera) si trovavano i lavori di quei gruppi radicali come Archigram e Superstudio che a un bambino curioso sapevano dire molto. I loro progetti di città che camminavano o che continuavano a vivere nel lusso anche se sommerse dalle acque, non erano tanto lontani dai vecchi fumetti di Flash Gordon o dalla sensazione di mistero che davano le copertine della collana Minotauro (negli anni Settanta la cosa più moderna nelle librerie argentine):

Oggi credo che queste immagini fossero per me pregne di arcani solo perché la gran parte delle immagini in circolazione erano l’opposto, più classiche, figurative, disegnate bene (come minimo alla Pablo Pereyra, ma via, anche una ben più moderna copertina dei Beatles era tratteggiata – da Klaus Voormann – coi fiocchi).

Le copertine salgariane riuscivano a svegliare in me la voglia di imparare a disegnare, mentre quelle della collana Minotauro (più razionaliste, munariane, definiamole come volete) erano capaci d’altro, ma non di quello. Forse per gli eventuali disegnatori di domani sarebbe più proficua la varietà di proposte di allora che non la dittatura moderna di oggi, perché il passaggio di torcia da una generazione di disegnatori all’altra – una sorta di contagio – si è sempre effettuato attraverso l’esempio, prima da imitare, poi da superare, dunque più alti e vari gli esempi, più sfolgorante sarà il fuoco. Come fa un bambino o un ragazzo che ha la mano oggi a educare l’occhio? Guardando cosa?

Oltre alle tigri di Sandokan, gli uccelli erano gli animali che amavo di più, anche se può essere impreciso chiamare amore la perenne smania di intrappolarli, te lunghe passeggiate per la pampa con una fionda e le tasche piene di sassi cercando di colpirli o di rubar loro nidi e nidiate. Ma poi chi sa veramente cos’è l’amore. Frutto di questa passione, nell’anno di grazia di 1973, anno che vide un Gobierno del Pueblo amnistiare i detenuti politici, mio zio Sidel frequentò largamente la nostra casa, dedito a costruire (e a qualcuno potrà sembrare paradossale per uno appena uscito di prigione) una gigantesca voliera. Aveva partecipato alla più grande rapina a mano armata dell’Argentina, lo svuotamento della banca permise al Partido Revolucionario de los Trabajadores di preparare la lunga e sanguinosa guerra de guerrillas che seguì e che lo tenne in cella per diversi anni. Carozo, sempre propenso a romanzare (ma non direi a mentire), mi raccontò che dopo il successo della rapina Sidel fu catturato dalla polizia perché, nonostante sapesse che un suo compagno era stato arrestato e che sotto tortura avrebbe probabilmente denunciato i complici, decise di farsi un bagno. Con lusso di dettagli Carozo ricreava una comica di Charlot (della quale lui non era stato testimone oculare) dove la polizia faceva irruzione mentre il rapinatore si insaponava la schiena seduto nella vasca. O raccontava come la cellula rivoluzionaria preparasse il colpo andando a vedere film polizieschi. O come nell’azione fosse stato invischiato anche El negro, che Sidel non denunciò quando a sua volta fu torturato. Era l’anno in cui mio zio costruì la voliera e mia sorella ne aveva sei ed è lì che successe. Lei cercò di raccontare l’accaduto al compimento del diciottesimo compleanno, ma nostra madre le chiese di stare zitta. Quando finalmente, molti anni dopo, la notizia circolò in famiglia i parenti si divisero fra credenti e increduli. Carozo mi disse di sospettare che Sidel avesse in qualche strano senso recuperato il debito che nostro padre (già morto) aveva con lui per non averlo denunciato. Anni dopo Carozo diventò incredulo: “Tua sorella è sempre stata
una bugiarda”. Solo Salgari insegna a sopravvivere a una famiglia di estrema sinistra.

L’amnistia liberò anche mio zio Manolo e io gli chiesi di farmi entrare nel suo gruppo guerrigliero. “Devi aspettare di compiere quindici anni” rispose. Era l’epoca in cui i miei soldatini erano contaminati dalle manifestazioni e dagli omicidi che facevano dell’Argentina una sudamericana repubblica di Weimar. Disegnavo piccoli striscioni con pugni chiusi e sigle delle organizzazioni guerrigliere che preferivo, di solito le più minoritarie e misteriose: l’Erp (Estrella Roja) oppure le Fuerzas Armadas de Liberación (e anche nella guerra del Vietnam preferivo i compagni del Pathet Lao che non i troppo alla moda vietcong). Comunista sì, ma snob anche.

La mia infanzia finì quando i miei soldatini di plastica si negarono di continuare a parlarmi e Cuba si presentò per l’ultima volta nella mia adolescenza. All’epoca io e mia zia Delis effettuavamo ogni sera una lunga preparazione per andare a dormire e a turno ci scoprivamo l’un l’altra. Col senno di poi trovo nei fatti più gentilezza che malizia, una specie di mutuo soccorso che non riesco a separare dalla mia educazione visiva. Una sera in cui uscivo dal bagno travestito/svestito da Thug, un asciugamano alla vita e uno in testa, mi chiamò: “C’è Fidel alla radio!”. Un miracolo delle onde corte ci portava la sua voce barbuta e accendeva un fuoco sovversivo in mezzo alla stanza mentre i vampiri graffiavano la porta. Mi sedetti ad ascoltare per terra in modo che lei potesse apprezzare da vicino la mia revolución trionfante, forse non proprio quella predetta dal Che, ma che Delis, ipnotizzata, capiva. “Com’è cresciuto suo nipote, compagna!” cantava Fidel ai microfoni di Radio Mompracem.

Quando i militari invasero le Malvinas/Falkland io ero già lontano, appena in tempo schivata la naia, così loro furono, per me, soltanto un altro racconto guerriero e col tempo finirono per raggiungere le altre due isole e diventare una sola, perduta e irraggiungibile, isola che non Che.

***

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240 
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60

Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177

intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini

Conto corrente postale 001003698923

da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini

Carta di credito sul sito http://www.asinoedizioni.it/abbonamenti-2/

Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino

Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/ 

Abbonamento mensile (5 euro al mese con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-mensile/

Scarica il modulo per addebito diretto Sepa e paga a rate il tuo abbonamento 
http://www.asinoedizioni.it/wp-content/uploads/Mandato-per-addebito-diretto-SEPA.pdf

Trackback from your site.

Leave a comment