Cristiani e musulmani: un incontro storico

di Iacopo Scaramuzzi

Nick Walker

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Chi costruisce ponti, anziché muri, porta in contatto persone che erano separate, supera distanze, sfida pregiudizi – e viene solitamente calpestato in entrambi i sensi di marcia. I “pontefici”, nel nostro caso, i costruttori di ponti, sono due, un papa e un imam. Ad Abu Dhabi, Jorge Mario Bergoglio, primo vescovo di Roma a visitare gli Emirati Arabi Uniti (34 febbraio), ha firmato una dichiarazione congiunta sulla “fratellanza umana” con il grande imam dell’università sunnita del Cairo al-Azhar, Ahmad al-Tayyib. La destra cattolica si è scatenata, i lefebvriani sono arrivati a parlare di eresia, e c’è da giurare che anche per l’esponente musulmano le critiche dagli estremisti islamici non tarderanno ad arrivare. Più dell’estraneo, i fondamentalisti di ogni religione non tollerano i correligionari che abbattono le distinzioni, il dialogo per loro è tradimento. Il ponte apre possibilità che li destabilizza, e li accomuna: senza un nemico ignoto stanno male.

Ahmad al-Tayyib in Vaticano è ben noto. Nel dicembre 2010, pochi mesi prima della “primavera araba”, papa Ratzinger condannò l’attentato a una Chiesa copta di Alessandria (che fosse opera di jihadisti o di un’intelligence impegnata a contrastare il vento della protesta è ancora dubbio…) evocando la necessità che le autorità egiziane tutelassero i cristiani. Un’ingerenza intollerabile per il traballante Hosni Mubarak, che richiamò l’ambasciatrice presso la Santa Sede. Per rafforzare il messaggio, Al-Azhar, all’epoca legata a doppio filo con il governo egiziano, interruppe le relazioni istituzionali con il Vaticano. Visto che c’era, il grande imam, al-Tayyib appunto, ricordò che Benedetto xvi era sempre quello del discorso di Ratisbona. Crisi totale, ponti chiusi. Fino all’elezione di Jorge Mario Bergoglio. Che, coadiuvato dal sapiente cardinale francese Jean-Louis Tauran, riallacciò faticosamente i rapporti con al-Azhar, con un capolavoro di diplomazia religiosa sancito dalla visita a Roma del grande imam, pubblicamente abbracciato dal pontefice tra i mal di pancia dei reazionari, dalla visita del papa all’ateneo sunnita nel 2017. E, infine, dalla firma “a sorpresa” del documento congiunto lo scorso febbraio.

A sorpresa, sì, perché, come ha rilevato anche la “Civiltà Cattolica”, “la notizia non era stata diffusa, né il testo era noto in anticipo”. E il povero vaticanista si è ritrovato a sera inoltrata a leggere e sintetizzare un denso testo di diverse cartelle totalmente imprevisto e dal sapore della pietra miliare. Qualcosa di simile era già avvenuto: Francesco accettò di incontrare il patriarca russo Kirill – il primo incontro nella storia tra un papa e un patriarca russo – senza condizioni. I russi decisero che l’incontro sarebbe avvenuto nell’hangar dell’aeroporto dell’Havana, in una tappa di un viaggio che Kirill stava compiendo in America latina, e decisero che i due fratelli riconciliati avrebbero firmato un documento congiunto, una intemerata contro il secolarismo molto poco bergogliana. Ma, pur di raggiungere lo storico traguardo dell’abbraccio impensabile per secoli, sognato da Gıovanni Paolo ii, sperato da Benedetto xvi, Bergoglio accettò. E poi fece distribuire il testo ai giornalisti al seguito in ritardo, minimizzando il suo contenuto letterale.

Ad Abu Dhabi le cose sono andate diversamente. Santa Sede e al-Azhar hanno lavorato riservatamente al documento per mesi. Francesco lo ha fatto poi leggere ai teologi vaticani, per evitare che ci fossero errori dottrinali. Ma oltre a una cerchia ristretta nessuno ha saputo nulla fino all’attimo della firma. Bergoglio e al-Tayyib avevano evidentemente troppa paura, fondatamente, che se avessero allargato le consultazioni, il testo sarebbe stato impallinato da perplessità, prudenze, censure, e non avrebbe mai visto la luce. Meglio forzare la mano – e poi prendersi l’ondata inevitabile di critiche. Costruire il ponte e poi venire calpestati.

Jorge Mario Bergoglio cita spesso una frase che il patriarca Atenagora avrebbe rivolto a Paolo vi quando si incontrarono nel 1967: “Noi andiamo avanti da soli e mettiamo tutti i teologi in un’isola, che pensino”. Che sia con gli ortodossi o con i protestanti, con gli ebrei e i musulmani, il papa argentino non ritiene che tutti i nodi dottrinali e teorici debbano essere sciolti prima di ravvicinarsi. Francesco si fa guidare più dall’obiettivo politico, dalla sintonia personale con altri leader religiosi, che dalle preoccupazioni teologiche. Capace di egemonizzare il frammentario scenario religioso mondiale, convinto che le religioni possano collaborare già oggi sul piano pratico e promuovere il bene comune e la dignità umana, ha trovato nel grande imam di al-Azhar un alleato disposto come lui a creare un po’ di scompiglio nel proprio campo.

La dichiarazione congiunta sulla “fratellanza umana” apre affermando che “la fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare”. Il testo impegna “Al-Azhar al-Sharif – con i musulmani d’Oriente e d’Occidente –, insieme alla Chiesa Cattolica – con i cattolici d’Oriente e d’Occidente –” ad “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Il documento passa in rassegna ciò in cui i due leader religiosi credono “partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea”, dalla crisi morale del mondo moderno alla condanna della guerra e delle ingiustizie economiche all’importanza assegnata da cristianesimo e islam alla famiglia, alla vita e all’educazione. Il testo, infine, prende posizione in modo non scontato su una serie di questioni dirimenti per le religioni e per la società. Si propugnano i valori della pace, della giustizia e del dialogo (che implica anche “evitare le inutili discussioni”).

Si chiarisce – passaggio che ha fatto infuriare la blogsfera reazionaria cattolica – che “il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Viene affermato – per molti osservatori attenti di cose mediorientali una svolta epocale – che “il concetto di cittadinanza si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli”. Si chiarisce – con una coraggiosa opera di bonifica esegetica già avviata da anni da al-Azhar – che “il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza”.

Si chiede il rispetto dei luoghi di culto – templi, chiese, moschee – poiché “ogni tentativo di attaccare i luoghi di culto o di minacciarli attraverso attentati o esplosioni o demolizioni è una deviazione dagli insegnamenti delle religioni, nonché una chiara violazione del diritto internazionale”. Viene richiamato l’impegno delle persone religiose a tutela dei bambini, degli anziani, dei poveri, ma si spendono parole non scontare anche per i diritti delle donne: “Si deve lavorare per liberarla dalle pressioni storiche e sociali contrarie ai principi della propria fede e della propria dignità. È necessario anche proteggerla dallo sfruttamento sessuale e dal trattarla come merce o mezzo di piacere o di guadagno economico. Per questo si devono interrompere tutte le pratiche disumane e i costumi volgari che umiliano la dignità della donna e lavorare per modificare le leggi che impediscono alle donne di godere pienamente dei propri diritti”. Il documento, si legge sul finale, vuole essere “un simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano”.

Il papa che ha scelto il nome di San Francesco ha già visitato altri paesi a maggioranza musulmana (Turchia, Egitto, Bangladesh), ma ha voluto compiere il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, a poca distanza dai luoghi santi dell’islam, Mecca e Medina – e un altro viaggio compie a marzo, questa volta in Occidente, in Marocco – a ottocento anni dal mitico incontro tra San Francesco e il sultano Al-Malik Al-Kamil nipote del saladino. Erano tempi di crociate e quell’incontro fu un segno di contraddizione, un principio di pensiero critico. Che torna oggi con un documento firmato a sorpresa da un papa e un imam. In tempi di nazionalismi e razzismi che risorgono, con un presidente degli Stati Uniti che costruisce un muro al confine col Messico e un principe saudita che fa impunemente squartare un giornalista scomodo, con fondamentalismi che si pensava sopiti e invece sono più vivaci che mai in ogni religione, e mentre dall’Algeria e dal Sudan masse di persone tornano in piazza per chiedere democrazia e giustizia, Francesco e al-Tayyib hanno provato a erigere un ponte che unisce due mondi lontani, ma accomunati dalla fratellanza. Per “raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita”, è la conclusione del documento congiunto. Al costo di essere calpestati in entrambi i sensi di marcia da chi crede di essere un figlio di Dio più figlio degli altri fratelli.

***

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240 
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60

Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177

intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini

Conto corrente postale 001003698923

da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini

Carta di credito sul sito http://www.asinoedizioni.it/abbonamenti-2/

Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino

Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/ 

Abbonamento mensile (5 euro al mese con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-mensile/

Scarica il modulo per addebito diretto Sepa e paga a rate il tuo abbonamento 
http://www.asinoedizioni.it/wp-content/uploads/Mandato-per-addebito-diretto-SEPA.pdf

Trackback from your site.

Leave a comment