Civiltà al declino: la nostra

di Jared Diamond

traduzione di Francesca Leardini

Ericailcane

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Con il suo ampio studio Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere (Einaudi 2005) lo storico e geografo statunitense Jared Diamond ha stimolato alcuni giovani francesi a riportare le sue convinzioni sul mondo contemporaneo. Ci sembra utile riproporre afli “Asini” alcune considerazioni di Diamond dal capitolo finale del suo libro.

La maggior parte dei problemi ambientali presenta aspetti che ancora non conosciamo completamente e di cui è legittimo discutere. Ma c’è chi, a mio avviso per scarsa informazione, tende a liquidare il tutto con obiezioni di principio e frasi lapidarie. Vediamo come rispondere alle più comuni.

– Non si può privilegiare l’ambiente a scapito dell’economia. Quindi le preoccupazioni ambientali sono un lusso, le soluzioni proposte sono una perdita netta da un punto di vista economico, dunque meglio risparmiare soldi. In realtà è l’esatto contrario. Un ambiente danneggiato costa enormi somme di denaro, a breve e a lungo termine; il risanamento o la prevenzione permettono invece di risparmiare molti soldi a lungo andare, e spesso anche nell’immediato. È meno costoso prendersi cura della salute dell’ambiente in cui viviamo, cosí come facciamo con il nostro corpo, ed è preferibile prevenire la malattia invece di cercare di curarla dopo che si è sviluppata. Basti pensare ai danni causati dalle erbe infestanti e dai parassiti come il giacinto acquatico e il mollusco bivalve d’acqua dolce Dreissena polymorpha, a quanto spendiamo ogni anno per sradicare queste specie nocive, al valore del tempo perduto bloccati nel traffico, ai costi finanziari delle malattie dovute all’inquinamento, ai costi di ripristino di ambienti inquinati da agenti chimici tossici, all’impennata dei prezzi del pesce per il grave impoverimento dei mari e al valore del terreno agricolo danneggiato o reso inservibile dall’erosione e dalla salinizzazione. Si tratta di sommare i costi di centinaia e centinaia di problemi diversi. Per esempio, il valore statistico di una vita umana negli Stati Uniti (ovvero il costo sopportato dall’economia del paese quando un cittadino medio, che la società ha allevato e istruito, muore prima di aver dato tutto ciò che può all’economia nazionale) si aggira attorno ai 5 milioni di dollari. Moltiplicando questa cifra per una stima prudenziale di 130mila morti annuali dovute all’inquinamento, il costo complessivo di queste perdite è di circa 650 miliardi. Questo dimostra perché il Clear air act (legge approvata nel 1970) ha fruttato un risparmio netto di circa mille miliardi di dollari all’anno, grazie alle vite umane salvate e alla riduzione della spesa in campo sanitario, nonostante gli alti costi del disinquinamento previsto dalla legge.

La tecnologia risolverà i nostri problemi. Questa fiducia nel futuro si basa sulla convinzione, tutta da dimostrare, che la tecnologia abbia risolto piú problemi di quanti ne abbia creati. Gli ottimisti danno anche per scontato che riusciremo a realizzare tutte quelle invenzioni che sono, al momento, ancora allo stadio progettuale, e che lo faremo cosi in fretta da dare ben presto una svolta alla situazione attuale. Due tra i piú famosi uomini d’affari americani da me intervistati hanno eloquentemente sostenuto questa tesi, parlandomi di nuove tecnologie e strumenti finanziari, profondamente diversi da quelli del passato, che risolveranno a loro avviso i nostri problemi ambientali.

La realtà, però, sembra smentirli. Soltanto alcune delle tecnologie che paiono in un primo momento rivoluzionarie giungono a piena realizzazione, mentre altre non superano lo stadio progettuale. In genere ci vogliono alcuni decenni prima che una nuova tecnologia sia realizzata e resa gradualmente operativa su grande scala: si pensi al riscaldamento a gas, alla luce elettrica, alle automobili e agli aerei, alla televisione, al computer e cosi via. Le nuove tecnologie creano sempre problemi imprevisti, anche se riescono a risolvere quelli per cui sono state progettate. Le soluzioni tecnologiche adottate per risolvere un problema ambientale sono di solito molto piú costose delle misure impiegate per prevenirlo: confrontiamo i miliardi di dollari di danni che accompagnano i naufragi delle petroliere con i costi modesti di pratiche sicure ed efficaci intese a minimizzare i rischi di queste catastrofi ambientali.

Il progresso tecnologico non fa che aumentare la nostra capacità di agire, in meglio o in peggio, e molti nostri problemi attuali sono conseguenze negative e non intenzionali della tecnologia esistente. Il rapido progresso del xx secolo, infatti, ha dato origine a problemi nuovi e complessi molto piú velocemente di quanto non abbia risolto quelli vecchi.

Tra i molti esempi possibili ne ricorderò due: i clorofluorocarburi (Cfc) e i veicoli a motore. I gas refrigeranti un tempo usati nei frigoriferi e nei condizionatori (come l’ammoniaca) erano tossici e potevano causare incidenti mortali in caso di guasto. Per questo la sintesi dei Cfc (o gas freon) fu proclamata a gran voce un progresso essenziale. I Cfc sono inodori, non tossici e molto stabili in condizioni normali sulla superficie terrestre, e perciò all’inizio non è stato notato alcun effetto collaterale negativo. Nel giro di poco tempo, i Cfc incominciarono a essere considerati una sostanza miracolosa e vennero adottati in tutto il mondo come refrigeranti, come agenti espandenti per le schiume isolanti, come solventi e come propellenti in bombolette spray. Nel 1974, però, si scopri che una volta arrivati nella stratosfera questi gas si decompongono a contatto con i raggi ultravioletti e liberano atomi di cloro molto reattivi che distruggono una porzione significativa dello strato di ozono. Questa scoperta provocò una violenta reazione tra i produttori, restii a perdere i 200 miliardi di dollari annui che i Cfc fruttavano. La loro messa al bando alla fine fu approvata, ma lentamente: la DuPont (la piú grande produttrice) ha deciso di interromperne la produzione soltanto nel 1988, nel 1992 i paesi industrializzati hanno sottoscritto un trattato per cessarne la fabbricazione entro il 1995, mentre la Cina e alcuni altri paesi in via di sviluppo continuano ancora a usarli. Purtroppo, anche quando sarà completamente cessata la loro produzione, i Cfc continueranno a costituire un problema per molti decenni, perché sono già nell’atmosfera in grosse quantità e si decompongono molto lentamente.

Veniamo all’invenzione dei veicoli a motore. Negli anni Quaranta, quando ero un bambino, gli insegnanti piú anziani mi parlavano dell’epoca in cui, all’inizio del secolo, le automobili iniziarono a sostituirsi alle carrozze sulle strade delle città statunitensi. Come conseguenza immediata, le città diventarono meravigliosamente pulite e silenziose. Le strade non erano piú insudiciate dalle deiezioni dei cavalli e non s’udiva piú il rumore costante degli zoccoli sul selciato. Oggi, un secolo dopo, ci pare ridicolo o inconcepibile che qualcuno abbia mai potuto considerare l’automobile un mezzo silenzioso e non inquinante. Nessuno auspica un ritorno ai cavalli per far cessare lo smog, ma l’esempio mostra che anche le tecnologie che decidiamo di conservare (a differenza dei Cfc) alla lunga possono avere effetti collaterali nocivi e imprevisti.

Se esauriamo una risorsa, possiamo sempre trovarne un’altra che soddisfi gli stessi bisogni. Chi fa questa affermazione ignora le difficoltà imprevedibili e i lunghi tempi di transizione necessari per passare da una risorsa all’altra. Per esempio, nel settore automobilistico il passaggio a nuove tecnologie non ancora perfezionate è stato pubblicizzato come la soluzione ad alcuni grandi problemi ambientali. Questa speranza è riposta nelle macchine a idrogeno e nelle celle a combustibile, la cui applicazione al trasporto motorizzato è solamente agli esordi. Non esiste, dunque, alcun fatto concreto che possa giustificare la fiducia riposta nell’automobile a idrogeno, considerata la soluzione all’esaurimento dei carburanti fossili. E successo invece che molte nuove tecnologie automobilistiche, ancora allo stato progettuale e reclamizzate come grandi avanzamenti (come nel caso del motore rotativo Wankel e delle automobili elettriche), hanno fatto molto parlare ma, nonostante la vendita di alcuni esemplari di prova, hanno poi perso importanza o sono state del tutto abbandonate per l’insorgere di problemi imprevisti.

Altrettanto significativo è il recente sviluppo delle automobili ibride (che funzionano a benzina e a elettricità), le cui vendite stanno aumentando. Ma allo stesso tempo l’industria automobilistica ha immesso sul mercato i suv e i fuoristrada oggi tanto di moda, che sono venduti in quantità molto maggiori rispetto alle macchine ibride. Il risultato netto è che il consumo di carburante è salito, cosi come è aumentata, invece di diminuire, la produzione di gas di scarico. Non esiste ancora un modo per far sí che la tecnologia porti soltanto a prodotti innocui per l’ambiente (le automobili ibride), senza al tempo stesso progettare prodotti ecologicamente disastrosi (i fuoristrada).

Un altro esempio è dato dalla speranza che le fonti di energia rinnovabili, come quella eolica e quella solare, possano risolvere la crisi energetica. In realtà queste tecnologie già esistono; molti californiani usano oggi l’energia solare per riscaldare le loro piscine, e i generatori eolici già soddisfano circa un sesto del fabbisogno energetico della Danimarca. Tuttavia queste fonti hanno limitazioni geografiche, perché si possono utilizzare solo in località abbastanza soleggiate o ventose. Inoltre, la storia recente mostra che ci vogliono decenni per passare da una tecnologia vecchia a una nuova (per esempio, dalle candele alle lampade a olio, e poi dalle lampade a gas alle lampadine elettriche per l’illuminazione, oppure dal legno al carbone, e poi dal carbone al petrolio per la produzione di energia termoelettrica), perché devono essere modificate molte strutture e tecnologie secondarie associate alla vecchia tecnologia. È del tutto possibile che fonti di energia diverse dai carburanti fossili possano alimentare sempre piú macchine e accendere sempre più lampadine, ma si tratta di un processo dai tempi molto lunghi. Nei prossimi decenni dovremo comunque risolvere i nostri problemi energetici, nell’attesa che si diffondano le nuove tecnologie. Fin troppo spesso, i politici o le imprese promettono un futuro di automobili a idrogeno ed energia eolica, distogliendo così l’attenzione dell’opinione pubblica da tutti quei provvedimenti che sarebbero, invece, necessari nell’immediato per far diminuire l’uso dei veicoli a motore, il consumo delle automobili già in circolazione e quello dei carburanti fossili nell’industria.

In realtà, la fame nel mondo non esiste: c’è da mangiare per tutti, dobbiamo soltanto risolvere il problema del trasporto e della distribuzione del cibo in quei paesi che ne hanno bisogno (la stessa cosa potrebbe essere detta a proposito dell’energia). Oppure: – Il problema della fame nel mondo è già stato risolto dalla scienza, dalle nuove varietà di riso e altre colture che danno raccolti molto abbondanti, oppure sarà risolta dalle colture geneticamente modificate. Questo ragionamento mette in evidenza due cose: che i cittadini del Primo Mondo consumano in media una quantità di cibo pro capite maggiore rispetto a quella dei cittadini del Terzo Mondo, e che alcuni paesi del Primo Mondo, come gli Stati Uniti, riescono a produrre piú cibo di quello che i loro cittadini consumano. Se si potessero livellare i consumi nel mondo, o se l’eccedenza alimentare dei paesi potesse essere esportata in quelli poveri, si riuscirebbe a sconfiggere la fame.

C’è un evidente punto debole: gli abitanti del Primo Mondo non sembrano intenzionati a mangiare di meno per sfamare quelli del Terzo. Inoltre, anche se i paesi ricchi sono talvolta disposti a donare cibo a quelli poveri in situazioni di crisi (quali siccità o guerre), non intendono, però, sborsare regolarmente somme di denaro (attraverso le tasse che sovvenzionano gli aiuti umanitari ad altri paesi e da cui derivano anche i sussidi dati agli agricoltori) per risolvere l’emergenza quotidiana e ordinaria della fame. Anche se ciò accadesse, senza programmi efficaci per la pianificazione familiare nei paesi del Terzo Mondo (misura a cui il governo degli Stati Uniti si oppone per principio) il risultato sarebbe soltanto un aumento demografico proporzionale all’aumento della disponibilità delle risorse alimentari. L’incremento demografico aiuta anche a spiegare perché, dopo decenni di speranze e di soldi investiti nella ricerca di colture agricole piú efficienti, la fame è ancora cosí diffusa nel mondo. Allo stesso modo, è improbabile che lo sviluppo delle colture geneticamente modificate (Ogm) possa da solo risolvere il problema della carenza alimentare nel mondo (e si pensa forse che la popolazione mondiale rimanga, nel frattempo, stazionaria?). Inoltre, tutta la produzione Ogm consiste oggi soltanto di quattro colture (soia, mais, ravizzone e cotone), non destinate direttamente all’alimentazione degli esseri umani, e coltivate solo in sei regioni della zona temperata. Questo avviene perché i consumatori oppongono resistenza agli alimenti Ogm e perché le imprese che sviluppano gli Ogm possono arricchirsi soltanto vendendo i loro prodotti agli agricoltori benestanti dei paesi ricchi della zona temperata, non ai poveri contadini dei paesi tropicali in via di sviluppo. Le imprese non hanno, dunque, alcun interesse a investire grossi capitali per lo sviluppo di manioca, miglio e sorgo geneticamente modificati.

Come si deduce da alcuni indicatori, quali la durata media della vita umana, la salute e il PIL pro capite, le condizioni di vita sono andate, in realtà, migliorando negli ultimi decenni’. Oppure: ‘Basta guardarsi intorno: l’erba è ancora verde, i supermercati abbondano di beni alimentari, dai rubinetti scorre ancora acqua pulita e non c’è assolutamente alcun segno di crollo imminente’. Per i cittadini benestanti del Primo Mondo, le condizioni sono effettivamente andate migliorando, e i progressi nel settore della salute pubblica hanno in media allungato la durata della vita anche nei paesi meno ricchi. Ma la vita media non è, di per sé, un indicatore sufficiente: miliardi di cittadini del Terzo Mondo, che rappresentano l’8o per cento della popolazione mondiale, vivono ancora in povertà e muoiono di fame. Anche negli Stati Uniti, una porzione crescente della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà ed è priva di assistenza medica, e tutte le proposte per cambiare la situazione (come l’introduzione di un servizio sanitario nazionale) sono state ritenute politicamente inaccettabili.

Inoltre tutti sappiamo che, a livello individuale, non giudichiamo il nostro benessere solo dall’ammontare del conto in banca, ma prendiamo anche in considerazione l’andamento delle spese. Se abbiamo 5mila dollari in cassa ma ci accorgiamo che ogni mese ne perdiamo 200, faremo bancarotta nel giro di due anni. Lo stesso principio vale anche per l’economia nazionale, l’andamento demografico e lo sfruttamento delle risorse. La prosperità di cui gode oggi il Primo Mondo si basa sullo sperpero di tutto il nostro “capitale ambientale” (di fonti di energia non rinnovabili, di pesce, di terre, di foreste e cosí via). Lo spendere non dovrebbe essere confuso con l’arricchirsi. Non ha senso essere soddisfatti della nostra esistenza piena di agi quando è evidente che questo andazzo non può continuare.

Una delle lezioni piú importanti che si possono trarre dalle storie dei maya, degli anasazi, dell’isola di Pasqua e di altre civiltà scomparse (cosí come dal recente tracollo dell’Unione Sovietica) è che un rapido declino può seguire di pochi anni il culmine in ricchezza, potere e popolosità. Da questo punto di vista, le traiettorie di queste società non sono simili alla vita di un singolo individuo, il cui declino si manifesta in genere gradualmente attraverso un periodo di senescenza prolungata. La ragione è semplice: un picco massimo di popolazione, di ricchezza, di consumo delle risorse e di produzione di rifiuti coincide con l’apice dell’impatto ambientale, fino al punto in cui le risorse disponibili non riescono piú a tenere il passo del nostro sfruttamento. Dopo averci riflettuto, non sorprende affatto che le civiltà tendano a declinare rapidamente subito dopo aver raggiunto il loro apogeo.

copyright dell’editore Einaudi che ringraziamo 

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