Qualcosa di nostrum nel mare vuoto e ostile

di Gianfranco Bettin

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 63-64 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Sarà ricordata come una delle infamie peggiori del nostro tempo, la campagna di criminalizzazione delle ONG avviata sul finire della scorsa legislatura, con la partecipazione attiva di almeno una parte del centrosinistra allora al governo ma di cui memorabile soprattutto resterà la fetida battuta made in 5 Stelle sui “taxi dei trafficanti” (detta da chi si è ritrovato a fare – ma davvero! – da taxi ai fascisti).

Quella campagna ha fatto da preludio al concreto boicottaggio e, di fatto, all’impedimento generalizzato al soccorso in mare da parte delle ONG, che quando hanno potuto, quando hanno disobbedito al diktat, hanno dovuto affrontare una vera e propria guerriglia operativa nonché una successiva persecuzione giudiziaria scatenatagli contro dal nuovo governo Lega-M5S.

Nel frattempo, nei lager libici si torturava, stuprava, affliggeva in ogni modo l’umanità che vi era finita prigioniera. E chi riusciva a sfuggire, o a eludere il bracconaggio e i rastrellamenti di esseri umani, veniva lasciato naufragare e annegare nel fu mare nostrum. Il tutto, va ricordato, tra diffusi e spesso scroscianti applausi del popolo elettore o consultato dai sondaggi.

L’infamia consapevole di una discreta parte di questo cosiddetto popolo sarà ricordata, nel tempo, come l’infamia delle folle plaudenti al duce che proclama l’Impero, che trascina il paese (e da esso si fa trascinare osannato) alla guerra, che approva le leggi razziali (razziste). Solo che quel popolo, ancorché bue la sua parte, ne sapeva delle trame del fascio molto meno di quanto chiunque oggi, appena volendo, può sapere sulla realtà effettiva delle migrazioni e, in particolare, di quanto succede di orrendo in Libia e di tragico nel Mediterraneo. Le sanno, costoro, queste cose, e gli va bene così.

Dobbiamo prenderne atto. E costruire una politica alternativa, anzi antagonista, combattivamente antagonista a quella prevalente. Con argomenti precisi, certo; e ce ne sono numerosi che immagino troppo noti ai lettori, per doverli ricordare qui. Peraltro, vengono continuamente ricordati nei dibattiti che su ogni rete televisiva, o sui social, si programmano o si accendono spontanei. Non c’è forse argomento più discusso e per fortuna, da qualche tempo, la scena non è più soltanto dominata dai fan di Salvini. Una parte, almeno, di chi ne contesta la politica ha alzato la testa e ha cominciato a ribattere colpo su colpo. Con non troppa fortuna, sicuramente, almeno a giudicare dai sondaggi (e dalle elezioni tenutesi fin qui, su scala locale e regionale, in attesa delle europee), ma le voci contrarie si sentono più spesso e più forte che in passato. Segno che un limite è stato varcato, che l’allarme e il disgusto, la vergogna, sono a livelli mai toccati prima. Potrebbero essere la materia prima emotiva e il complesso di ragioni lucide e argomentate da porre alla base di una visione diversa, di una possibile politica da opporre a questo governo, a questo senso comune raccapricciante. A cominciare dalla decostruzione del pacchetto di leggi e provvedimenti approvato dal governo finora, che al suo centro pone la restrizione dei diritti e l’occlusione dei percorsi di accoglienza e integrazione, con l’indecente abolizione del diritto d’asilo per motivi umanitari, l’irresponsabile chiusura degli Sprar e la trasformazione di decine e presto di centinaia di migliaia di immigrati finora censiti e tutelati in altrettanti irregolari alla mercé della sorte.

Del resto, su questi temi, la destra ha sempre due carte da giocarsi: quella di risolvere il problema, e quella di aggravarlo. Se risolve il problema – ma non ce la fa – lo ha appunto risolto. Se invece, come in realtà accade, lo aggrava con le sue politiche, di questo aggravarsi si giova lo stesso. Ne fa denuncia, accusa i governi precedenti, i buonisti, l’Europa, papa Francesco e chi e quant’altro. Ha buone possibilità di non perdere troppi voti comunque, su questo.

Vale la pena, perciò, di non avere molte remore ad attaccare frontalmente su questo versante, remore – e pavidità, e miopi opportunismi – che spesso hanno frenato non solo sacrosante iniziative di legge, come lo ius soli ad esempio, ma sui diritti hanno fatto appena balbettare a fronte dell’aggressività e della volgarità imperanti e promosse direttamente dalla maggioranza parlamentare e dal governo (per non dire di ampia parte della stampa di destra e di centro e dei loro megafoni nelle tv, nelle radio, sui social e in rete).

Tra le risposte a viso aperto a questa canea spesso schifosamente in malafede e beceramente sguaiata nel diffondere falsità, bufale, nell’involgarire il linguaggio oltre ogni limite, è stata felicemente sorprendente per la sua coraggiosa concretezza e per il carattere anche simbolico, evocativo, del suo progetto, comunque strenuamente operativo e pratico, l’iniziativa dell’associazione Mediterranea che ha messo in mare una nave, la “Mare Jonio” – un rimorchiatore ristrutturato – ed è andata in cerca di naufraghi da salvare, come la “Rachele” in cerca degli Ismaele alla deriva.

Solo che non si trattava, qui, di scampati alla furia naturale di Moby Dick paranoicamente braccata da Achab, ma di poveri cristi naufragati senza colpa e abbandonati da chi avrebbe dovuto recargli soccorso. Nel Mediterraneo degli infami giorni nostri, desertificato di soccorritori, mai stato quindi così per niente nostrum e divenuto perciò ostile agli esuli, ai profughi, come mai era stato fin dai tempi dei tempi, questo gesto di diventare “armatori” di una nave di salvataggio è stato dirompente, una delle sferzate più forti al conformismo, al cinismo e alla rassegnazione di questi anni.

Ho visto nascere e ho potuto seguire abbastanza da vicino il farsi del progetto, tra Venezia e Palermo. L’idea di Beppe Caccia, Alessandro Metz, Luca Casarini e Alessandra Sciurba in particolare e dei loro sodali (divenuti infine migliaia, ormai), sviluppatasi tra l’estate e l’autunno scorsi, è passata progressivamente dallo stadio di “visione”, il sogno di una cosa giusta ma impervia da fare, a quello di progetto solido, attraverso il tenace perseguimento delle tante, tantissime cose da fare, degli innumerevoli problemi da sbrogliare, per tradurre in realtà un piano del genere. Impratichirsi delle norme e dei regolamenti interni e internazionali, del diritto marittimo; farsi un’idea concreta dei costi; avviare una raccolta fondi sia informale che attraverso le banche disponibili (fondamentale Banca Etica); cercare se vi fossero imbarcazioni utilizzabili o adattabili; cercare un equipaggio, un comandante, un pilota, o più; dotarsi di consulenti legali, di esperti della navigazione; costruirsi una rete di sostenitori. Investire, cioé, moltissimo tempo a fare cose complicate ma ineludibili pe raggiungere il fine prefisso, rischiando continuamente di finire impaludati, incasinati. Mettere in campo, in proprio, delle risorse, a parte il tempo e la disponibilità a rischiare di subire azioni giudiziarie (e non solo in caso di soccorsi prestati e contestati, come infatti è poi avvenuto); mettere in conto gli attacchi su ogni piano, compreso quello personale.

Ci sono voluti almeno sei mesi così, con un massimo di tensione e disponibilità militante e un massimo di concentrazione sugli aspetti formali, burocratici, economico-finanziari e organizzativi, ma poi la “Mare Jonio”, poi l’avventura di Mediterranea è salpata.

Solo nel primo viaggio ha salvato 49 vite e ha reso isterico Salvini e i suoi reggicoda, nonché scatenato i megafoni del governo e della maggioranza livorosa che sui migranti ancora prevale sulla scena. Ma quei 49 sono stati salvati. E il confronto con il governo è stato a viso aperto, con la capacità di farsi sentire, di prendere la scena, di mettere le cose esattamente come stanno: ci sono in mare dei naufraghi, continuamente, e vengono abbandonati. Se non ci siamo noi, e le altre ONG, non c’è nessuno. Non potete dire che non sapete, Non potete dire che non si può fare, potete solo dire che non volete che si faccia. Ma noi lo facciamo lo stesso.

E’ stato dunque fatto, è stato rotto il velo della rassegnazione e dell’impotenza. Si può dunque rifare, a patto che ci si impegni davvero, con passione, audacia politica, determinazione, compresa l’acribia nell’affrontare i nodi formali e sostanziali. Qualcosa di nostrum è tornato sul mare vuoto e ostile.

 

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