Politica e formiche. Una lettera dalla Puglia

di Fulvio Colucci

Mario Nardulli

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il rombo delle ruspe a Borgo Mezzanone copre le parole. Accade mentre riavvolgiamo il nastro delle riflessioni sulla politica pugliese, maturate nel seminario degli “Asini” di Lamezia Terme a gennaio. È inevitabile quel rombo sovrasti l’analisi politica sul futuro della regione, ingoiando la storia, la cronaca, i destini.

Proprio a Lamezia, affrontando il tema di una Puglia che rischiava di cambiar pelle scartando, nella sua mutazione, le spoglie della Primavera vendoliana per vestire le nuove bluse military style care a Salvini, preannunciavamo i pericoli politici alimentati dalla pulsione leghista locale. L’intervento delle ruspe alla baraccopoli in provincia di Foggia è stato invocato dai dirigenti pugliesi del partito al governo col Movimento 5 Stelle. Le ruspe sono arrivate.

Non si discute l’esigenza di legalità nella Capitanata “rossa” di schiavitù del pomodoro. Il dubbio è che si potesse arrivare, prima dello schianto, per altra via. Spuntando ogni arma razzista. E si poteva. La notizia di Borgo Mezzanone apre di fatto la campagna elettorale per le regionali in Puglia del 2020. Un centrodestra arrembante vuol vincere e chiudere l’esperienza di governo del centrosinistra durata quindici anni (prima con Vendola, poi con Emiliano). Tutto “serve”, a partire dalle ronde di Fratelli d’Italia. Sempre a Borgo Mezzanone, gli iscritti accompagnano donne, ragazze e bambine a casa nei luoghi dov’è scarsa o assente la pubblica illuminazione, agitando la paura dell’“uomo nero” incarnato nel buio.

Si preannuncia una campagna elettorale aggressiva. La destra tiene in scacco il suo centro: vecchi dominus come Raffaele Fitto costretti a federarsi con Fratelli d’Italia, i giovani azzurri al congresso nazionale orfani del loro coordinatore regionale passato armi e bagagli con Salvini. Nel centro-sinistra il governatore uscente Emiliano “flirta” con i moderati ed è distante anni luce dalla sinistra che promuove le “primarie delle idee”.

Nei dieci anni del governo Vendola (20052015) la Regione Puglia ha speso oltre 200 milioni per i master post-laurea, ma la maggioranza dei ragazzi impegnati nell’attività formativa non è tornata a casa smentendo le attese di chi riteneva vincente la scelta politica del centrosinistra di contrastare così la “fuga” delle giovani generazioni. Certo, l’impegno della Regione è indiscutibile, ma i numeri appaiono inesorabili. Nel rapporto Svimez del 2018 si parla di calo demografico in Puglia facendo riferimento alla differenza tra saldo naturale (i nati vivi e i morti) e saldo migratorio. Secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno la tendenza produrrà, nel 2065, un milione di abitanti in meno (la regione passerà da quattro a tre milioni). La conferma di una progressione negativa inesorabile per tutto il sud.

Di fronte alle ronde anti-immigrati a Borgo Mezzanone, di fronte alle ruspe, di fronte alla marea montante del leghismo, di fronte alla fine della “stagione delle idee” e all’avvento del contraddittorio duopolio reddito di cittadinanza-startup innovative (ma nell’accezione di destra che si dà alla cultura d’impresa), chi resta in Puglia cosa deve fare? Che fare? L’interrogativo di Cernyševskij, risuonato a Lamezia, ha una risposta nella resistenza politica suggerita da Gaetano Salvemini: “Fai ciò che devi, accada quel che può”. Chi resta in Puglia deve resistere. Anzitutto al trasformismo, vecchia piaga sempre nuova che Tommaso Fiore definiva così: “È come a carnevale vestirsi da cinesi”. In Puglia il trasformismo è da sempre una centrifuga nucleare e tende a ricavare materiale instabile dalla politica a vantaggio delle pratiche di potere. Coinvolge tutte le forze partitiche, nessuna esclusa. A marzo dello scorso anno il presidente della Regione, Michele Emiliano, eletto governatore nel 2015 da candidato di uno schieramento di centro-sinistra, ha nominato alla presidenza dell’Acquedotto Pugliese Simeone Di Cagno Abbrescia, ex sindaco forzista di Bari. La centrifuga gira sempre più vorticosamente, lo dimostra il duello di parole tra l’ex presidente della Regione Nichi Vendola e l’attuale governatore Michele Emiliano. Parole che imbarazzano il centrosinistra e che alla matrice del trasformismo vanno ascritte in pieno. Emiliano ha accusato Vendola di allearsi con l’ormai arcinemico Matteo Renzi. Obiettivo: creare il terzo polo erodendo consensi nel bacino elettorale del governatore uscente. Una manovra senza prospettive di successo, a detta di Emiliano, e che anzi “consegnerebbe la Puglia a Salvini”. Dal canto suo Vendola ha replicato con durezza: “Mi accusa di complottare un giorno con Renzi e il giorno dopo addirittura con Salvini. Mi lancia addosso addirittura l’insinuazione calunniosa che possa agire per conto della lobby dei rifiuti. Mi rammarico di aver sostenuto chi sta tradendo le ragioni del sud”.

Con un centro-sinistra a rischio entropia, alimentata dallo sfinente dibattito sulle primarie, sussiste il rischio che la Puglia, nel 2020, sia elettoralmente una regione “contesa”, come uno “swing state” americano durante il voto presidenziale. Contesa sì, ma da chi? Le divisioni nel centrosinistra si approfondiscono, Emiliano “occhieggia” da sempre ai moderati e, da sempre, al Movimento cinque stelle: “Salvate il soldato M5S da Salvini” ha dichiarato di recente con la citazione cinematografica del film di Spielberg Salvate il soldato Ryan. Così, senza un discrimine preciso, netto, tra sinistra (dove si rivendicano le “primarie delle idee”) e destra (dove si attende l’incarnazione del messianico verbo salvinista), la Puglia potrebbe andare al voto in una situazione inedita: una sfida assai simile a quella delle elezioni francesi del 2017 quando la destra di Le Pen si trovò di fronte il “neocentrismo” di Macron. Emiliano ricalcherebbe le orme di Macron se venisse confermata la tendenza della sinistra di lasciare il governatore uscente in balia degli “accordi di vertice” (leggi trasformismo) di cui lo accusa.

Spira sui lungomari pugliesi un vento populista. I gilet arancioni (agricoltori, olivicoltori) hanno invaso Bari e, pur non paragonabili ai gilet gialli francesi, hanno spinto il presidente Emiliano, dopo l’incontro con una delegazione, a ringraziare “queste meravigliose persone” che hanno “con la loro manifestazione (l’imponente sfilata di trattori a Bari lo scorso gennaio, ndr) indotto il governo a prendere le decisioni importanti che il Ministro ha annunciato”. Un Emiliano di lotta e di governo non ripudierebbe, al contrario di Macron i gilet, anche se arancioni e non gialli.

Che fare, quindi? Che fare se il decennio vendoliano sfuma all’orizzonte? Cosa trattenere di quella eredità importante nelle sue luci e nelle sue ombre (il caso Ilva, una drammatica lezione da non dimenticare)? Anzitutto le politiche giovanili. Poi quelle sulla migrazione. Il dato Svimez del 2018 sull’occupazione (negativo per tutto il sud) traccia, nel settore dell’agricoltura, il perimetro del terreno d’incontro tra giovani e immigrati se si vuole ricostruire una Puglia migliore. Il 6 per cento di occupati in più negli ultimi cinque anni, soprattutto tra i giovani, spiega dov’è la prospettiva, dove l’opportunità. Un passo indietro ci racconta di politiche giovanili, durante il governo Vendola, da recuperare nello spirito più che nei milioni investiti (sussiste una sostanziale continuità nella spesa con Emiliano). Vendola guardava ai giovani come portatori di idee. Con Emiliano invece sono predilette le iniziative imprenditoriali. Eppure idee servirebbero, ad esempio, per curare definitivamente la piaga del caporalato, liberando energie nella saldatura tra giovani e migranti se si vuol rompere l’assedio ideologico di ruspe e ronde; se si vuol ridare fiato a un’economia agricola strozzata dai 600 milioni di euro all’anno di evasione fiscale prodotti dalla filiera del pomodoro.

La Puglia produce da sempre anticorpi progressisti alle tendenze reazionarie, alla illegalità, agli abusi. Urge continuare in vista delle elezioni regionali. Il fascismo pugliese è stato pilastro importante nell’ascesa di Mussolini, ricordava Tommaso Fiore a Piero Gobetti nelle Lettere dalla Puglia apparse sulla “Rivoluzione liberale”. La destra pugliese è stata, in tempi moderni, pilastro del berlusconismo. Due nomi, tra passato e presente: Araldo di Crollalanza e Giuseppe Tatarella. Ma la Puglia ha espresso altro, tornando agli anticorpi: Guglielmo Minervini, sindaco di Molfetta, consigliere regionale e assessore nelle giunte guidate da Nichi Vendola. Padre delle politiche giovanili, quelle che hanno permesso di sviluppare idee innovative sul territorio al di là del loro esito circa la permanenza dei ragazzi pugliesi nella propria terra. In un discorso elettorale del 2015, un anno prima della morte, Minervini sottolineò una differenza fondamentale tra la Puglia e il resto del Mezzogiorno: “Se”, affermava, “siamo diversi è perché c’è un tessuto vitale che non è istituzione, ma comunità, popolo. Che ha scelto di essere popolo”. Minervini ha pensato in prospettiva all’urgenza di riconoscere ai giovani il valore di linfa della propria regione per continuare a veder scorrere, nella modernità, il brulicante “popolo di formiche” caro a Tommaso Fiore. Popolo, comunità, laboriosi, pazienti, abituati a scavare la pietra cercando l’acqua, facendola emergere dalle sue rotte carsiche, quasi emblema di trasparenza; abituati ad allinearla, la pietra, quasi simbolo, immaginario e concreto, di una difesa di terra, lavoro, comunità, conquiste democratiche.

In Puglia si vive una stagione difficile. Un momento nel quale serve “immaginare una difesa” come scrisse Aldo Moro dalla prigione delle Brigate rosse. Immaginare una difesa – gli anticorpi ci sono – tornando a spingere la politica a far quello che diceva ancora Fiore: essere “padrona dei problemi” essendo mossa “dalla passione di risolverli”. Affermazione retorica? Se c’è un tessuto popolare no. Oggi ai giovani pugliesi va riaffidato il ruolo di propulsori di idee e non d’imprese. Sì, possono registrarsi risultati economici significativi, ma servono pensieri lunghi (oltre alla cultura della legalità) se si vuol contrastare e sradicare fenomeni endemici come il caporalato, di cui Alessandro Leogrande, nei suoi appassionati scritti civili, aveva messo a fuoco con cruda luce il carattere innato nelle piane pugliesi. A Bruxelles, ricordano alcuni dirigenti regionali, la parola caporalato non esiste. L’Unione Europea non la conosce e la Puglia sta lavorando per dirottare fondi destinati alle emergenze verso iniziative di contrasto al reclutamento illegale di lavoratori nelle campagne. Decisiva perciò appare l’alleanza tra giovani e immigrati, quell’idea di immaginare insieme una difesa, ripercorrendo il cammino dei “formiconi” di Fiore. Altrimenti continueremo a rileggere Una stagione all’inferno, il dossier del 2008 di Medici senza frontiere sul ghetto di Rignano Garganico (sgomberato e poi rinato con le sue roulotte) sorprendendoci della sua attualità e del filo rosso con il passato.

Una stagione all’inferno era già una nuova versione del Cafone all’inferno di Tommaso Fiore con i contadini pugliesi tenuti come ostaggio e “presi a schiaffi per un nonnulla”. Alla fine l’immagine degli immigrati nei campi coincide con quella del cafone di Fiore: rispetto al lavoro in Capitanata, anche un immigrato troverebbe migliore l’inferno, come l’antico contadino pugliese ieri, direbbe oggi: “All’inferno si gode”. Perché anche i diavoli contemporanei, insomma, scapperebbero da un’area che produce il 40 per cento del pomodoro italiano, ma in condizioni di vita e lavoro disumane.

Dal 2014 le imprese pugliesi non riescono a realizzare il distretto del pomodoro: le aziende campane, lo scrive un rapporto della Regione, non vogliono accorciare la filiera. E pesa, come dicevamo, un’evasione fiscale da 600 milioni l’anno. Il vero grande vulnus la cui piaga purulenta rilascia sfruttamento delle braccia e dei corpi: l’inferno di baraccopoli, incendi, spaccio di droga, prostituzione.

In Puglia non possiamo dimenticare il filo rosso al quale sono legati uomini e alberi, uomini e ulivi. Oltre i campi di raccolta e dentro la storia e la cronaca: i 40 mila ulivi abbattuti per far posto all’Italsider a Taranto alla fine degli anni ‘50; quelli “spostati” dall’area di Melendugno, in provincia di Lecce, per far posto al gasdotto Tap. Le forbici che hanno reciso e continuano a recidere il legame tra uomini e ulivi sono madri della discriminazione ambientale, ultima frontiera, l’eco-razzismo. Ancora un “ghetto”, ancora un luogo simbolo: Taranto.

I primi ad accorgersi dell’emergenza sono stati proprio i migranti al porto, al terminal container dov’è stato costruito l’hotspot (centro di identificazione) dopo il trasferimento della multinazionale Evergreen e la fine – si spera temporanea – del sogno economico alternativo all’industria siderurgica. Nell’immenso deserto al cospetto del mare, occupato dall’hotspot (e a Taranto ci si intende di desertificazione industriale), lo scenario surreale dei migranti allarmati dal cambiamento di colore delle tende nelle quali erano ospitati: da bianche a rosse, da bianche a nere. La loro protesta si salda a quella dei cittadini del quartiere Tamburi, a ridosso del quale fu costruito lo stabilimento siderurgico. Una discriminazione ambientale e razziale (un razzismo nord-sud al di là del colore della pelle e al di qua del colore delle polveri minerali così nocive alla salute, così indispensabili per produrre ghisa) dentro un quartiere dove furono ospitati migranti, a partire dai profughi istriani dagli anni ’50.

Questa discriminazione: non poter uscire, non poter giocare, non mandare i figli a scuola per paura, la paura delle polveri, lascia aperta la grande emergenza i cui connotati eco-razzisti sono stati definiti dalla Corte Europea di Strasburgo nella recente condanna inflitta all’Italia perché ha violato i diritti umani dei cittadini di Taranto. I diritti umani (il diritto all’ambiente e alla salute sono l’altra faccia del diritto a non essere discriminati per il colore della pelle) sembrano in Puglia, parafrasando Simone Weil e il suo riferimento alla giustizia, eterni fuggiaschi dal campo dove politica e società dovrebbero garantirne il rispetto. A proposito di Weil e di giustizia, nel processo “Ambiente svenduto”, è alla sbarra l’ex presidente della Regione Vendola. La sua recentissima difesa in aula rimanda al deserto (ancora una volta), quello però legislativo in materia ambientale prima del suo avvento. La controprova di un eco-razzismo antico che la Puglia cercò di contrastare partendo dalla legge sulle emissioni di diossina (2009, coeva alla legge sull’accoglienza ai migranti).

Anche la questione ambientale va declinata, come il caporalato, sul terreno emergenziale della discriminazione. Anche qui è fondamentale immaginare una spinta delle giovani generazioni e degli immigrati. Alle minoranze tocca il lavoro di saldatura nel segno del pensiero di Guglielmo Minervini e di Tommaso Fiore, difendendo le conquiste recenti, gettando le basi per nuove sfide. Utile insistere su una rilettura di Fiore, infine, delle sue inchieste così attuali a quasi un secolo di distanza. Ricavare ancora acqua dalla pietra, scavando nelle sue pagine così lontane, così vicine. Su quel suo senso di appartenenza a una minoranza antifascista le cui affermazioni erano “più paradossali” e “più vicine al vero”. Come il don Chisciotte di Hikmet, il vero eroe destinato a rialzarsi e battersi dopo ogni sconfitta, spinto dal dovere morale nell’ora in cui, inevitabilmente, “è necessario battersi contro i mulini a vento”.

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