Perché abbiamo bisogno di una sinistra

di Oreste Pivetta

quadro di Silvano Spaccesi

 

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Non mi sarei mai immaginato che sarebbe finita così, inseguendo la sinistra o qualcosa che ci lasci credere che la sinistra esista, senza aver più idea di che cosa sia la sinistra, malgrado le rassicurazioni di molti dei suoi non sempre convinti o sinceri sbandieratori, ex o recenti, malgrado i suggerimenti, i consigli, le proposte di tanti altri, un drappello di leader politici in concorrenza l’uno con l’altro, con le soluzioni pronte, una folla di voci. Le speranze sono deboli e confuse, malgrado la fatica, l’orgoglio o la sicumera e magari semplicemente la buona volontà e l’onestà di chi le propone. Sarebbe però semplice e inutile rassegnarsi e liquidare come “inesistente” o immaginaria la sinistra. C’è pur bisogno che qualcuno ci governi e che ci governi meno peggio di altri.

Mi sono trovato su un tram a Milano quando un immigrato nero è salito e ha cominciato a chiedere qualche soldo. Lamentoso, non disturbava nessuno. Una signora malmessa s’è alzata e ha cominciato a inveire contro di lui, mostrando la bocca sdentata e un’espressione che mi ha ricordato le vecchie streghe di Dickens. Poi s’è rivolta agli altri viaggiatori, urlando gongolante: “Vada a chiedere al Pd”. A quel punto è diventato chiaro, forse non solo a me, quanto il Pd, la sinistra, l’arcipelago semisommerso di una sinistra o di un centrosinistra, siano necessari non solo per me ma anche per quella donna, per liberarla da un clamoroso equivoco. Penso a una “sinistra”, che è di partiti, ma è soprattutto di gruppi, di persone, di coscienze, di sentimenti, di quanti ancora, tra compromessi, errori, nefandezze varie, si riflettono in certi princìpi, mostrano una certa coscienza del proprio impegno disinteressato, possono rappresentare qualche cosa di buono in questo paese, che per lo più vegeta grigio nelle sue miserie morali, ogni tanto si scuote, rialza la testa, riscopre il senso dello stare assieme. Giorgio Bocca sosteneva come tutto questo fosse accaduto una sola volta, durante la lotta di Liberazione dai nazifascisti, quando forze diverse si ritrovarono vicine verso un traguardo comune di libertà. Forse era ingeneroso nei confronti degli anni e degli avvenimenti che si sarebbero succeduti. C’è stato dell’altro…

Ero convinto che al principio della sinistra ci fossero alcuni valori. Lo credo ancora: eguaglianza, solidarietà, giustizia, libertà… Resto convinto che tutto debba ricominciare così. Ma come tradurre in politica quei termini, come reintrodurli nella lingua quotidiana della nostra società e delle sue maggioranze?

Si dovrebbe intanto coltivare la certezza che “non tutto è perduto”, perché è vero che il fascioconsumismo ha preso epidermicamente il sopravvento, in virtù anche della dilagante presenza mediatica dei suoi capi e capetti, che hanno invaso ogni angolo della tv pubblica (a mie spese) e della tv privata, della propaganda più smaccata, degli slogan più assordanti e accattivanti per un certo tipo di pubblico, affascinato dalle divise e dalle semplificazioni, ma è altrettanto vero che una opposizione diffusa ha ripreso cuore e si conta nelle piazze, in dimensioni che è difficile misurare, perché non è semplice sommare tutto e perché un’altra volta capita che sia in difetto e complice il sistema dell’informazione. Come è possibile che migliaia di lavoratori in corteo a Roma non abbiano meritato neppure un richiamo sulla prima pagina del “Corriere”?

Qualche cosa si muove, in questo paese allucinato dalla tv, dal conformismo, dai miraggi scontati di Amazon, piegato dalle paure e dall’indifferenza, quando s’abbassa il senso comune e il senso morale, quando si spegne la luce dell’umanità e un ministro raccatta voti chiudendo porti, promettendo armi a tutti, immunità a chi spara… Mi ripeto: quante proteste antirazziste si sono contate in questi ultimi mesi, in tutta Italia, da Milano a Riace, a Milano ancora, pochi giorni fa, in una straordinaria festa di duecentomila o duecentocinquanta mila persone (ridotte dai tg nazionali a “migliaia di persone”).

Sarebbe insensato per quanto confortevole accusare di tanto degrado la sinistra “partitica”, il Pd avanti a tutti e poi quanti, partiti e partitini, si raccolgono in modo più o meno motivato e litigioso sotto l’insegna della sinistra. Il degrado viene da lontano, le cause e i colpevoli sono tanti, ieri e oggi. Se così non fosse, se tutto il male si potesse addebitare al protervo Renzi, al fragile Bersani, ad altri opachi contendenti, si dovrebbe concludere che il buon risultato del Pd e della sinistra alle elezioni sarde segnerebbe il cambio di marcia.

La corruzione dei costumi e della cultura non è un vanto solo italiano, rimanda ad altro, alle logiche e alle regole del capitalismo e ai suoi strumenti. Neppure la storia gioca a nostro favore. Non siamo innocenti e se molti italiani sono diventati razzisti, egoisti, individualisti è perché lo sono già stati in passato. In un libro di parecchi anni fa, al primo rivelarsi del fenomeno dell’immigrazione, Laura Balbo e Luigi Manconi ci ricordarono la nostra “disponibilità” al razzismo, ricordandoci le nostre leggi razziali, il passato colonialista, il nostro maschilismo, la nostra banale insofferenza nei confronti dei portatori di handicap. Scrivevano che al risorgere del nostro razzismo mancava solo un imprenditore politico. L’imprenditore politico si è materializzato, neppure all’improvviso, e le incerte politiche degli anni passati non sono state sufficienti a impedirgli le mosse, a sventare le conseguenze di slogan tanto facili quanto efficaci e seduttivi, prodotti in un linguaggio volgare e violento e rozzo e in una gestualità altrettanto volgare e rozza, evidentemente condivisa e praticata dai più. Basta aprir bocca ed evocare odio e sicurezza, irrisione e prepotenza per guadagnare voti. Salvini che visita in carcere lo sparatore-giustiziere condannato in Cassazione per tentato omicidio, che ridicolizza con una battuta su caffè e brioche il caso del tunisino morto in manette durante un fermo di polizia o che comunica “la pacchia è finita” ai migranti che vivono in baracche di latta senza acqua, senza gas, e che pure contribuiscono al nostro pil raccogliendo pomodori, Salvini in divisa di poliziotto, di finanziere, di non so che, guadagna voti, a prescindere da una realtà cruda che colpisce il lavoro, l’economia, il risparmio, eccetera eccetera (a compensare soccorre la demagogia della sua “spalla”, l’altro vice-ministro, con i suoi buoni premio). L’uomo forte già in una occasione ha sedotto gli italiani, che non ne hanno saputo evidentemente leggere il lato pericoloso (e criminale), quello ipocrita e neppure quello comico.

Una delle ultime di Salvini è stata la “proposta” di cancellare la legge Merlin, di riaprire cioè le cosiddette “case chiuse” (solo pochi mesi fa aveva detto che voleva riaprire i manicomi): la prostituzione resiste, ma se ce la togliamo dagli occhi, siamo tutti più sereni. È in fondo questa l’aspirazione di molti connazionali che sostengono Salvini e di conseguenza i suoi alleati: lo “sporco” sotto il tappeto, l’immigrato nelle bidonville perse nelle campagne, le prostitute recluse, ladri e ladruncoli, a caso, ammazzati appena si affacciano in giardino. Si svela la natura di un popolo che non intende il senso della comunità, ma che pretende ordine dagli altri, vittima di una amnesia rispetto al passato e di incoscienza di fronte al presente. Un altro popolo per fortuna lo respinge come può.

A invertire il trend, a ribaltare questa originale “rivoluzione dei poveri a favore dei ricchi” (di una promessa d’autentica rivoluzione s’erano sempre gloriati i grillini) forse provvederà l’economia: la crisi si farà sentire, è già successo con Berlusconi, e altri dovranno raccogliere il peso di deficit, disoccupazione, sommerso… Ma a rivitalizzare quei valori cui ci sentiamo legati, a cambiare il linguaggio, a modificare i comportamenti, occorrerà altro. Fosse per me comincerei dalla scuola ed è singolare e significativo che ai tempi del governo in corso si sia parlato di scuola solo a proposito della querelle “storia sì, storia no”. Non si è parlato delle elementari e neppure dell’università. Eppure è nella scuola che si dovrebbero impegnare grandi risorse, intellettuali e finanziarie, investire per la cultura e per il lavoro. Come si dice: rimetterla al centro, perché non sia vissuta dai suoi utenti e dai loro familiari come un fastidioso ingombro o come un costoso ma deresponsabilizzato parcheggio.

Se la scuola rappresentasse il primo passo, molti ne dovrebbero seguire, per rilanciare il dibattito sui diritti civili, sull’eguaglianza dei cittadini, sul rispetto delle differenze, sulla modernità della nostra Costituzione al riguardo (magari invitando a un ripasso dei suoi articoli Salvini e Di Maio in compagnia). Vogliamo discutere della Rai, servizio civile, delle sue responsabilità oltre la distribuzione di poltrone e mance, del sistema dei media, del ruolo dell’informazione. Tornare a fare politica culturale. Adoperarsi a invertire le tendenze del presente, a frenare la volgarità, le aggressioni via social, l’esercizio dell’odio, il fascismo che riemerge. Chiarendo che lo si fa a vantaggio di tutti, per la sicurezza di tutti, per non lasciare indietro nessuno. C’è un campo aperto per la sinistra su questi fronti.

Altro proporrei: che tutti paghino le tasse, per una ragione di equità e di giustizia, per gli investimenti, per il futuro welfare. Investire (con i soldi sottratti all’evasione fiscale) in infrastrutture: le grandi opere possono essere opere utili, ma sanno tutti che l’Italia ha bisogno anche di piccole opere per la salvaguardia del territorio contro il dissesto idrogeologico, per la sicurezza nelle scuole, per la viabilità minore, per i trasporti locali su ferro. Un grande piano di investimenti pubblici servirebbe a rilanciare l’occupazione, a ridare spinta all’industria privata, a riportare il paese sulla soglia della modernità. O si è capaci di spiegare che l’evasione fiscale è un crimine perché la mancanza di risorse è la prima responsabile, se la sanità funziona male, se le strade sono disseminate di buche, se i ponti crollano, oppure si lasci stare di fare politica.

Poi ancora tornare a parlare di giustizia sociale, di pari opportunità, di progressione delle imposte, di valorizzazione del merito. Ribaltare gli oneri impositivi che oggi gravano più sul lavoro che sulla rendita. Rendere trasparenti e socialmente accettabili i processi di salvataggio pubblico di banche e grandi aziende private. Colpire l’incapacità gestionale e la malversazione prima che si scateni la rivolta dei correntisti e degli utenti. Ristabilire una relazione tra i bonus milionari dei grandi manager pubblici e lo stato di salute delle aziende da loro amministrate. Stanare i paradisi fiscali. Incoraggiare la cooperazione tra le polizie finanziarie investigative…

Cambiare l’Unione Europea, promuovendo un grande dibattito, costruendo alleanze (innanzitutto con i partner storici) per immaginare un futuro all’idea di Europa, sottraendola al destino di apparire solo come una istituzione paralizzata da costose burocrazie, capace solo di insegnare pessima finanza e di imporre astruse compatibilità di bilancio, senza democrazia, senza finalità sociali.

Resto nel campo delle aspirazioni personali e confesso di aver attinto qui e là. Non è sempre farina del mio sacco, sono cose che si sono dette e stradette, niente di originale, a dimostrazione che un progetto può esistere… Fossi il leader di un partito, che potrebbe diventare il capo di un governo vorrei fare così, vorrei proporre questo programma, stabilendo priorità e tagliando dove è necessario: il peggio è illudere…

Basta per ricandidarsi alla guida del paese?

Il centrosinistra, la sinistra, cioè quanto resta al di qua di Berlusconi, Meloni, Di Maio, Salvini, non sono elettoralmente morti, come ha dimostrato la Sardegna (il Pd è risultato addirittura il primo partito dell’isola). La crisi tocca la destra e il grillismo quanto la sinistra, travolti la destra berlusconiana dai suoi tatticismi, dalla modestia dei progetti, dall’asservimento al capo-fondadore, e il grillismo dalla sua insipienza, dai suoi tradimenti (sempre sui soldi si cade, come dimostra la vicenda dell’onorevole Sarti), dall’incoerenza totale al servizio delle pretese leghiste. Anche dalle promesse eclatanti e non mantenute.

La sinistra (usiamo questo termine in modo generico, per semplificare) per vivere dopo essere sopravvissuta dovrebbe intanto non ripetere gli errori (le porcherie?) del passato: tornare tra la gente, lasciare i salotti, smetterla di inseguire chimere neoliberiste e di corteggiare i cosiddetti poteri forti, non tradire il tradizionale rapporto con i corpi intermedi (i sindacati), dialogare con quella parte della “società civile” (senza abusarne) che è stata l’anima dell’opposizione di questi mesi, riprendere l’iniziativa politica fuori e non solo dentro le aule parlamentari, riproporre una propria lettura di quanto succede nel mondo, tornare a esercitare la critica (anche là dove qualsiasi forma di critica, anche la più imbelle e ininfluente, è andata smarrita: penso al conformismo dilagante in ogni campo culturale). Non tradire quelli che ti votano. Esercitare “egemonia culturale”, proponendo cambiamenti radicali, immaginando e sperando che siano all’altezza della crisi che stiamo vivendo e che vivremo. Il sol dell’avvenire poteva rappresentare una bufala clamorosa, una fake news, ma un orizzonte è necessario, qualcosa che aiuti a considerare il presente con uno sguardo al domani, a costruire un modello che non sia a imitazione dei modelli proposti dalla globalizzazione capitalistica.

Non so che cosa sarà del Pd con Zingaretti dopo le primarie, quanto peserà Renzi, quanto peseranno vecchie amicizie e vecchie gelosie. Non so se nascerà formalmente qualche cosa di nuovo, magari con un nome nuovo. Ma credo ci si debba soprattutto rivolgere a quel continente (prima ho usato l’espressione “arcipelago”), che si può riconoscere in una visione comune o almeno in particelle comuni di una visione generale. L’unità non significa unicità, significa disponibilità a ritrovarsi vicini rispetto ad alcuni obiettivi. E in un modo di confrontarsi attorno a quegli obiettivi. Da qualche parte ho letto, più che di un partito, di “un contenitore ampio, plurale, non lottizzato, non paralizzato dalle risse interne, composto in buona misura da uomini nuovi capaci di passione e disinteresse”. Non mi piace l’idea del contenitore, che sa tanto di vaschetta in plastica per la verdura del supermercato. Qualcosa che esemplifichi e raccolga però un pensiero condiviso credo sia indispensabile.

I duecentomila di Milano contro il razzismo si dichiaravano orfani di un interlocutore politico e lo reclamavano, perché da soli non si può… Non penso a unioni forzose, occasionali, contro natura talvolta. Ma ad alleanze di identità talmente forti da riconoscere la possibilità di lasciare indietro qualche cosa di sé, pur di condividere un cammino in una situazione di rottura sociale come quella che stiamo vivendo.

 

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Comments (2)

  • Sergio Falcone

    |

    Abbiamo bisogno di un’altra società, non di burocrati.

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  • Engy

    |

    O mamma, che articolo! Sempre sull’anedottica stiamo?
    Fa il paio con quelli che si leggono su minima & moralia e, anche se ultimamente è un po’ abusato, varrebbe la pena di ri-citare Rampini e il suo ultimo libro:
    ” ..È una sinistra che abbraccia la religione dei parametri e delle tecnocrazie. Venera i miliardari radical chic della Silicon Valley, nuovi padroni delle nostre coscienze e manipolatori dell’informazione. Tra i guru «progressisti» vengono cooptate le star di Hollywood e gli influencer sui social media, purché pronuncino le filastrocche giuste sul cambiamento climatico o sugli immigrati. Non importa che abbiano conti in banca milionari, i media di sinistra venerano queste celebrity. Mentre trattano con disgusto quei bifolchi delle periferie che osano dubitare dei benefici promessi dal globalismo. Non rispondetemi che «quegli altri» sono peggio – scrive Federico Rampini -, non ditemi che è l’ora di fare quadrato, di arroccarsi tra noi, a contemplare con orgoglio tutte le nostre sacrosante ragioni, a dirci che siamo moralmente superiori e che là fuori ci assedia un’orda fascista. Quand’anche fosse vero che «quelli» sono la peste nera, allora dobbiamo chiederci: com’è stato possibile? …”
    Ma a parte poi l’ossessione – non solo di Salvini evidentemente – per il tema immigrati e razzismo, viene mai in mente da quanti anni la sinistra, in tema di diritti del lavoro – reso precario prima di tutti grazie a Treu – di scuola, di sanità…, ha smesso di essere sinistra? Da quanto tempo è sempre piu’ somigliante al partito radicale, con accelerazione massima sui diritti (presunti in molti casi) e sprezzo totale per i diritti sociali???
    Per non parlare poi dello sconcio liberismo che buona parte della sedicente sinistra ha sposato da tempo, ad esempio in tema di presunti diritti: il SI’ all’utero in affitto di moltissimi esponenti, anche donne, quelli del “fascista carogna” e del “restiamo umani” (!!!), ne è una prova schiacciante, ed è orrore puro, razzismo, sfruttamento delle classi più povere, riduzione del bambino a oggetto di compravendita, ecc ecc.

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