Overload. Storia di uno spettacolo

di Daniele Villa (Sotterraneo)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il teatro, si sa, fatica sempre di più a girare. Che in gergo vuol dire: fatica a fare repliche in diverse città per un periodo prolungato. Che in parole povere significa: fatica a produrre economie di sostentamento sufficienti per i teatranti. Ma significa anche (ed è il problema più profondo): fatica a incontrare il pubblico, i pubblici, persone diverse per età, estrazione sociale, background e consumi culturali. Diciamocelo: il teatro è economicamente oneroso – persone fisiche che si spostano lungo centinaia di chilometri e allestiscono un palco per eseguire un pezzo di 6090 minuti davanti a poche centinaia di spettatori –, e per questo non sempre è possibile farlo accadere. L’era digitale però ci offre strumenti per far sì che gli spettacoli possano arrivare in ogni angolo del continente almeno sotto forma di eco: foto di scena, trailer video e/o video integrali, recensioni della critica con tanto di commenti degli spettatori, dirette streaming eccetera.

Qui proviamo a farlo con un medium antico come la scrittura.

Ma andiamo per gradi. Anzitutto: cos’è Overload?

Uno spettacolo di teatro di ricerca di una compagnia indipendente che si chiama Sotterraneo.

Il tema dello spettacolo è essenzialmente l’ATTENZIONE.

Per introdurre le opere in teatro si usa il cosiddetto “programma di sala”, che in qualche modo anticipa al pubblico temi e forme toccati dallo spettacolo.

Noi Sotterraneo di solito facciamo due programmi di sala. Vediamoli.

Programma di sala “artistico” (ovvero quello che non si capisce bene di cosa parla lo spettacolo ma deve farlo sembrare interessante):

1 paragrafo. 199 parole. 1282 caratteri. Tempo previsto 110’’. Riesci a leggere questo testo senza interruzioni? L’attenzione è una forma d’alienazione: il punto è saper scegliere in cosa alienarsi. Per questo sembriamo sempre tutti persi a cercare qualcosa, anche quando compiamo solo pochi gesti impercettibili attaccati a piccole bolle luminose e non si capisce chi ascolta e chi parla, chi lavora e chi si diverte, chi trova davvero qualcosa e chi è solo confuso. Sei arrivato fin qui senza spostare lo sguardo? Davvero? E non è insopportabile questo sforzo di fare una cosa soltanto alla volta? Guardati attorno: quante altre cose attirano la tua attenzione? Ora guardati dall’alto: riesci a vederti? Le superfici dei territori più densamente abitati della Terra sono coperte da una fitta nebbia di messaggi, immagini e suoni in cui le persone si muovono, interagiscono, dormono. A volte si alzano rumori più intensi, che la nebbia riassorbe subito mentre lampeggia e risuona. Visto da qui il pianeta sembra semplicemente troppo rumoroso e distratto per riuscire a sopravvivere – persino i ghiacciai si sciolgono troppo lentamente perché qualcuno presti attenzione alla cosa. Torniamo al suolo e guardiamoci da vicino: stiamo tutti mutando… in qualcosa di molto, molto veloce.

Si capiva? A noi piace che a comunicare prima dello spettacolo sia una suggestione, invece che una spiegazione. Però, per quelli un po’ più pragmatici di noi prepariamo anche il secondo programma:

Programma di sala “analitico” (una sorta di comunicato stampa):

Fra distrazioni di massa e mutazioni digitali, ci muoviamo immersi in un ambiente aumentato dai media. Sovrastimolati dalle informazioni, viviamo in uno stato di allerta continua che gli antichi conoscevano solo in battaglia. Il rumore di fondo cresce in tutto il pianeta. Non dovremmo forse fare più silenzio e prestare più attenzione? Overload mette in scena lo scrittore americano David Foster Wallace nell’atto di pronunciare un discorso, che assume presto la struttura di un ipertesto dove link improvvisi innescano possibili azioni e immagini, creando una rincorsa continua a contenuti extra che solo il pubblico decide se attivare o meno. Il discorso di Wallace rischia di non compiersi mai, frantumato da un sistema di salti superficiali e interruzioni molto simile alla nostra esperienza quotidiana: è possibile usare questo stato confusionale per una riflessione sull’ecologia dell’attenzione?

Bene.

Ora dovreste sapere almeno di cosa parla Overload. Il passo successivo è provare a raccontarlo…

A te che non hai visto Overload ma che vorresti vederlo e forse un giorno ci riuscirai: allarme spoiler. Nel testo che segue molti dei passaggi dello spettacolo sono rivelati in modo esplicito.

A te che non hai visto Overload e però pensi che non riuscirai mai a vederlo: questo racconto, sommato a quanto trovi online, rappresenta forse un surrogato accettabile della visione.

A te che hai già visto Overload: questi sono appunti con cui ripercorrerlo (se ti va) e aiutarti a conservarne il ricordo (sempre se ti va).

A te che non hai visto Overload e che neanche ti interessa vederlo in futuro: questo riassunto potrebbe tornarti utile per mostrarti competente in materia pur senza aver visto lo spettacolo nel caso (improbabile) in cui ti venissi a trovare in una conversazione un po’ intellettuale che ha per oggetto gli spettacoli di ricerca della nuova scena teatrale italiana.

Partiamo.

Overload comincia così: un performer entra in scena con addosso una felpa blu e dei calzoncini corti e dice…

Io sono uno scrittore. Sono americano. Nordamericano. Stati Uniti. Porto gli occhiali. Ho giocato a tennis e ho scritto di tennis. Forse però queste informazioni non sono sufficienti. Sono morto nel 2008 – il che ovviamente vuol dire che io non sono davvero chi dico di essere ma vi chiedo di fare tutti finta che io lo sia… è anche per questo che parlo in italiano, così possiamo capirci meglio. Per la precisione sono morto suicida… anche se questo fra gli scrittori non restringe molto il campo. Un’altra informazione: indosso quasi sempre una bandana. Mi piace dire che la indosso perché ho la sensazione che i troppi pensieri mi facciano esplodere la testa, ma in realtà è perché sudo continuamente. Alcuni pensano che sia una trovata di marketing, per risultare più iconografico… ma se fosse vero forse a questo punto qualcuno di voi avrebbe capito chi sono… Se qualcuno pensa di aver capito chi sono può dire il mio nome a voce alta? Va bene, direi che è il momento di uscire da questo silenzio imbarazzante: sono David Foster Wallace… e magari non mi avete neanche mai sentito nominare. In effetti non sono così famoso… anzi, come vedete è solo l’insieme delle informazioni di cui disponiamo che definisce la nostra percezione della realtà. Ed è proprio di questo che vorrei parlarvi stasera, vorrei parlarvi della possibilità di una vita reale nell’era della saturazione delle informazioni… O più semplicemente vorrei raccontarvi di una giornata di settembre di qualche anno fa, in cui mi sveglio e ho in testa questa storiella: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano…” – tra l’altro non so se sapevate che i pesci rossi hanno una soglia d’attenzione di 10 secondi, ma studi recenti dimostrano che le nuove tecnologie hanno ridotto la soglia d’attenzione umana a 9 secondi… cosa stavo dicendo?

A questo punto del discorso, un secondo performer entra in scena e illustra il meccanismo di base dello spettacolo:

Benvenuti a Overload. Nel corso dello spettacolo vedrete comparire dei segnali come questo (espone un cartello con sopra una freccia): si tratta di collegamenti che attivano dei contenuti nascosti, che verranno sempre introdotti da questo suono (suono reverse). Ogni volta che vedrete uno di questi segnali avrete dieci secondi di tempo per decidere se continuare ad ascoltare David Foster Wallace oppure visualizzare altri contenuti. Per attivarli basterà che uno solo di voi si alzi in piedi, per non attivarli basterà che restiate tutti seduti. Cominciamo con un esempio semplice…

Wallace ricomincia a parlare, introducendo il suo celebre discorso Questa è l’acqua, che costituisce un riferimento metaforico costante di tutto lo spettacolo.

Dunque, dicevo: “Ci sono due giovani pesci rossi che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che li saluta e poi dice: Buongiorno ragazzi. Com’è oggi l’acqua? I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede: ma che diavolo è l’acqua?”

Sulla parola “acqua”, il performer con in mano il cartello offre una “catena” di contenuti nascosti. Se anche un solo spettatore si alza, altri due performer irrompono sulla scena: una reporter che descrive lo scenario di un’alluvione con un forte rumore di temporale; un pescatore che attraversa lo spazio con una canna in tensione sotto un suono scrosciante di fiume. Queste immagini si disattivano dopo pochi secondi e noi torniamo ad ascoltare Wallace, che nel frattempo ha continuato a raccontarci della sua giornata di settembre: naturalmente ci siamo persi tutto quello che ha detto…

un discorso po’ retorico forse ma che ho fatto in modo sincero. Il fatto è che senza che io lo sapessi qualcuno ha registrato il mio intervento e l’ha messo online e così questo discorso di appena 20 minuti è diventato una delle mie cose più famose e citate, tanto da farmi sembrare una specie di guru che vuole illuminare dei neolaureati sul loro futuro – io: un ex-alcolizzato, depresso cronico, con tendenze ossessivo-compulsive e dipendenza da psicofarmaci. Farmaci, appunto: mi sveglio e prendo la mia pasticche di Nardil. Nell’ultimo periodo avevo provato a sospendere gli antidepressivi. Mia moglie non era d’accordo e l’aveva chiarito dicendomi: vabbè, male che vada se ti ammazzi divento la Yoko Ono della letteratura… Poi ho ricominciato. E insomma mi alzo dal letto, mentre lei si rigira ancora nelle coperte – Karen, si chiama mia moglie – e mi metto a fare meditazione. È una cosa che faccio da diverso tempo ormai, da quando mi hanno detto che nel mio discorso al college sui pesci e l’acqua c’era dentro molto Zen senza che io ne sapessi nulla di Zen… quindi mi sono un po’ informato, perché la meditazione in teoria potrebbe aiutarmi a rallentare il lavorio della mia testa. Il problema è che non ricordo bene i mantra da pronunciare: garaom, faraom, raom… e oltretutto lo faccio seduto sulla tazza del cesso perché è l’unico posto in cui riesco ad assumere la corretta postura spinale, ma al tempo stesso avverto che c’è qualcosa di simbolicamente sbagliato che mi impedisce di silenziare davvero la mente… – il punto è: quello che avviene dentro è troppo veloce, immenso e interconnesso, e la scrittura può al massimo tratteggiarne una piccolissima parte e io non riesco a stare dietro a tutta questa velocità. Mentre credo che se uno riuscisse a prestare attenzione alla cosa più mortalmente noiosa e poi a superare la noia, allora arriverebbero delle vere e proprie ondate di beatitudine, come acqua dopo giorni nel deserto. Mentre sono in bagno mia moglie si alza e dice che dobbiamo andare al mare, dice che mi farà bene e praticamente mi impone di andare a vestirmi. E io mi vesto, così come mi vedete ora – cioè come sempre… i miei studenti del Pomona College hanno persino istituito la giornata “Tutti vestiti come il Professor Wallace” e una volta al mese si presentano in aula vestiti così, che è una presa per il culo, ma anche una cosa tenera, no? Mia moglie mi trascina in macchina e si mette alla guida, capisco chiaramente che vuole allontanarmi per qualche ora da casa e dal lavoro. Sto scrivendo il nuovo libro. È un libro sulla noia, appunto. Si chiama Il re pallido e voglio che sia profondissimo e difficilissimo e ci dev’essere qualcosa di grande che minaccia di avverarsi tutto il tempo ma non si avvera mai… la verità è che non riesco ad andare avanti, tutto quello che scrivo mi fa schifo e ho paura di scrivere qualcosa che si discosti anche solo un po’ dalla perfezione… – il problema col perfezionismo però è che se vuoi essere davvero fedele alla tua idea di perfezione non farai mai nulla, perché qualunque cosa farai significherà sacrificare l’idea meravigliosa che hai nella tua testa, al cospetto della merda inaccettabile che ti è venuta fuori…

In questo preciso momento un performer offre una nuova catena di contenuti. Se anche un solo spettatore si alza in piedi, questi sono i contenuti che vengono attivati: un performer “vestito da Re di Svezia” entra in scena e premia Wallace col Nobel; una performer entra indossando un abito e una fascia da Miss Universe; un altro performer entra vestito da pilota di Formula 1 e festeggia la vittoria di un Gran Premio; un performer vestito da motociclista irrompe sul parco sbattendo al suolo come se si fosse verificato un incidente stradale. Non abbiamo idea di cosa Wallace abbia detto nel frattempo, ma ora non possiamo non tornare ad ascoltarlo…

Ecco, non ho mai detto questa cosa così, a un pubblico, ma mi piace come avete reagito nel sentirla, quindi grazie. Dov’ero rimasto? Karen capisce subito la situazione e dice che è ok, nessun problema, non andiamo al mare e propone di andare almeno a pranzo fuori. Siamo dalle parti della sua galleria d’arte – ah, scusate, forse non ve l’ho detto: mia moglie è una pittrice, una splendida pittrice. La sua galleria si chiama Beautiful Crap, Bella Merda, nome che ho sempre amato e che mi ha anche ispirato un racconto su un artista visivo geniale, dotato di una tale capacità di produrre capolavori da arrivare a defecarli. Il racconto si chiama Il canale del dolore – non perché voglio che lo leggiate, solo come informazione. A un certo punto Karen entra nel parcheggio di un centro commerciale, dice che vuole farmi un regalo e mi chiede di aspettarla lì fuori. E quindi io sto lì, fermo, nel parcheggio. La gente entra e esce coi carrelli. C’è una musichetta terribile nella filodiffusione. C’è un agente della sicurezza che mi guarda e temo venga a chiedermi che cazzo sto facendo. Che cazzo sto facendo? Sto pensando. Sto pensando che in questo momento dovrei essere a lavorare su Il re pallido, voglio che sia un libro che si leggerà anche fra mille anni, un libro che faccia palpitare le teste come i cuori. Qualcosa che metterebbero sulle sonde Voyager, avete presente?

Ricordate il motociclista che si era schiantato al suolo? Mentre gli altri uscivano, lui è rimasto lì, steso a terra, durante le parole dello scrittore. In questo momento si rialza e… sicuramente avete capito cosa fa. Se anche un solo spettatore si alza, tutto il cast irrompe in una danza hip-hop accompagnata da Still DRE, un bellissimo pezzo rap di Dr. Dre e Snoop Doggy Dogg. Di nuovo perdiamo Wallace… questo meccanismo governa più o meno tutto lo spettacolo e raccontarlo integralmente richiederebbe molto testo, più testo di quello che effettivamente è stato scritto per lo spettacolo. Le cose che succedono (o che possono succedere) sono le più disparate: un giocatore di football che travolge Wallace, due tenniste che giocano una partita, un Babbo Natale che attraversa il palco, un uomo-pesce che balla un lento con una spettatrice, due polli giganti che combattono, un talk-show con lo stesso Wallace protagonista, un lancio di verdure dal pubblico contro gli attori, a un certo punto compare persino Stephen King, un graffito di Banksy, una donna incinta cui si rompono la acque… insomma, di tutto. C’è solo una “pancia” più o meno a metà spettacolo in cui abbiamo lasciato un po’ di tempo a Wallace per dilungarsi senza interruzioni nei suoi pensieri e nel racconto della sua giornata, e quello che dice è più o meno questo…

Karen dice che ha pensato a un posto dove andare a mangiare, è un po’ lontano ma è ancora presto e potremmo andarci a piedi. E quindi eccoci a braccetto lungo un viale alberato californiano. Camminiamo in silenzio per un po’. A un certo punto lei mi chiede a cosa penso. A tutto, dico. Allora mi propone di pensare insieme. E insieme pensiamo a dove potremmo arrivare camminando, a quanto ci vorrebbe ad attraversare l’intero stato a piedi fino al confine. Così ci viene da pensare insieme alle storie di lunghi cammini e pellegrinaggi: Malcolm X alla Mecca, Marina Abramovic e Ulay che si incontrano sulla muraglia cinese o Werner Herzog che quando gli dicono che la sua amica Lotte Eisner sta morendo cammina da Monaco a Parigi per allungarle la vita. Si mette uno zaino in spalla, un videocamera per filmare tutto, e parte. Attraversa il centro Europa, mangia pochissimo e male, dorme pochissimo e male. È uno degli inverni più rigidi del secolo. La natura è del tutto indifferente al suo cammino, che procede tra paesaggi industriali e campi remoti, finché arriva nella stanza di Lotte. Posa lo zaino. Si distende accanto a lei e le dice: tu non puoi morire. E Lotte non muore: vivrà per altri nove anni, lavorando fino all’ultimo giorno… Ah: la storia sulla soglia d’attenzione di 10 secondi dei pesci rossi è una stronzata che gira su internet: è impossibile misurare l’attenzione di un pesce rosso così come è ovviamente impossibile che un pesce rosso si domandi cos’è l’acqua…

Per la verità, qui, una performer ricompare a offrire un contenuto nascosto ma Wallace la ferma – nell’unico momento di contrapposizione diretta fra lo scrittore e il meccanismo. E dice queste parole, che sono prese in parte dal suo capolavoro Infinite Jest

No, aspetta un momento, fammi finire questo punto: cos’è l’acqua è una domanda umana. Ma voi saprete la risposta solo quando sarete morti e lascerete il guscio del vostro corpo e verrete catapultati oltre i ventilatori e gli annaffiatoi e le palizzate di vetro della Convessità Terrestre a una velocità disperata e tutti i mondi infinitamente densi e mutevoli dentro di voi diventeranno esprimibili e griderete un richiamo alle armi chiaro e cristallino in tutte le lingue del mondo perché finalmente capirete cosa cazzo è l’acqua… ora puoi offrire il contenuto nascosto.

E di solito lo perdiamo di nuovo, per poi ritrovarlo e riperderlo più volte, fino alla sua ultima apparizione in cui dialoga con un’altra performer:

Performer Ti faccio un’ultima domanda David: la tua giornata di settembre come finisce?

Wallace Riordino i materiali del nuovo libro e li lascio su un tavolo. Scrivo una lettera di due pagine a mia moglie. Scendo in garage e mi impicco.

BUIO.

Lo spettacolo sembra finito. E invece torniamo in luce: i cinque performer (sì, in tutto erano in 5 e sudano parecchio per coprire tutti i ruoli possibili dello spettacolo), spogliati di ogni filtro, costume, posa, raccontano cosa accade dopo la replica: salgono in auto per tornare a casa, parlano fra di loro, mettono una musica, cercano il tragitto sul navigatore, che indica un viaggio di 5 ore. È molto tardi, come capita di solito quando si fa spettacolo la sera, poi si smontano le scene, si impacchettano tutti – proprio tutti – i props e si carica il furgone. Sono tutti molto stanchi. Piove. Ci sono banchi di nebbia lungo l’autostrada. C’è chi pensa a vuoto, chi dorme, chi cerca una musica con l’autoradio per tenersi sveglio. È stata una lunga giornata. Ci sta, un momento di DISATTENZIONE.

Ghost track.

A te che davvero non hai intuito il finale oppure a te che forse adesso hai un po’ voglia di vedere Overload, nei prossimi mesi saremo a Napoli, Parma, Arzignano (VI), Rimini, Cecina (LI), Brescia, Urbino, Asti, Milano… nonostante le difficoltà, i teatranti ce la mettono tutta per continuare a girare. Che in gergo vuol dire: senza l’attenzione del pubblico non si dà teatro.

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