L’Italia non è un paese povero

di Andrea Toma

Zocar

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L’Italia non è un paese povero e gli italiani, se parliamo di ricchezza materiale, reale e finanziaria, sono fra i più ricchi del mondo. L’Italia è un paese impoverito da dieci anni di crisi e dalla quale non ne è per nulla uscita, e gli italiani hanno scontato più di altri – per colpe proprie o per colpe altrui – l’assenza di efficaci politiche di ripresa. L’Italia è un paese povero – e gli italiani si percepiscono poveri – se guardiamo le cose dal punto di vista delle opportunità e delle disuguaglianze che la selezione e la concentrazione non trasparente delle opportunità producono su vari livelli, creando vere e proprie classi di rentiers che contrastano la possibilità di fare redistribuzione della ricchezza e che aumentano la sfiducia di chi si sente bloccato in un circolo vizioso di aspettative declinanti.

Ma l’Italia è un paese opportunista – e gli italiani sono maestri nell’arte dell’opportunismo – che sceglie spesso di utilizzare scappatoie, deroghe, proroghe, espedienti che sembra risolvano i problemi nel breve, ma che scaricano le conseguenze e i costi a distanza di tempo, creando diritti acquisiti per pochi e costi sopportati da molti. E’ anche un paese che ha fatto dell’adattamento “furbo” la sua strategia principale, con una grande capacità di piegare regole, norme e comportamenti a egoismi individuali o a diretto vantaggio di ristrette cerchi di privilegiati, spacciando questa furbizia per interesse generale.

Nel 2017 la ricchezza lorda delle famiglie italiane ammontava a 10mila 700 miliardi di euro, di cui 6mila 300 in ricchezza reale (fatta prevalentemente di case e terreni di proprietà, per un importo di 5.300 miliardi) e 4mila 400 miliardi in ricchezza finanziaria (1.200 miliardi in depositi, 1.000 in azioni e partecipazioni, altri 1.500 miliardi in assicurazioni, fondi comuni e fondi pensione, e oltre 160 miliardi in cash, biglietti e monete; dati Banca d’Italia, 2018).

Se al totale della ricchezza lorda si sottrae l’ammontare dei debiti contratti dalle famiglie, si ottiene la ricchezza netta, pari a 9mila 800 miliardi e cioè 5,7 volte il prodotto interno lordo realizzato dall’Italia nel corso del 2017 (1.725 miliardi).

Se si confronta la ricchezza con il reddito disponibile delle famiglie italiane – cioè quanto guadagnano nel corso dell’anno lavorando, producendo, ricavando entrate da affitti, da dividendi, ecc., un valore che, nel 2017, è di 1.156 miliardi di euro – la ricchezza netta è di 8,5 volte superiore, mentre la ricchezza lorda è 9,3 volte superiore.

 

Fra questi, il dato più rilevante è rappresentato dall’ammontare di liquidità e del livello di ricchezza “ferma” nei conti correnti, non utilizzata per investimenti o consumi di qualsiasi tipo, e che assolve unicamente il ruolo di risorsa cautelativa e precauzionale. Cash e depositi coprono insieme il 30% della ricchezza finanziaria e superano abbondantemente il livello del reddito disponibile già da diversi anni, con un progressivo incremento registrato proprio a partire dai primi anni di crisi.

Fra il 1950 e il 2017, fra i fenomeni più importanti che hanno interessato l’accumulazione di ricchezza degli italiani, c’è senz’altro quello della casa di proprietà, che, in circa vent’anni, dalla metà degli anni 80 fino a poco prima della crisi del 2008, ha portato il patrimonio posseduto in questa forma da due volte il reddito disponibile a quattro volte. Nello stesso tempo l’indebitamento delle famiglie è rimasto sempre molto contenuto, crescendo in parte dagli anni 90 in poi e raggiungendo solo in quest’ultima fase un valore vicino al reddito disponibile.

Questi due aspetti – la ricchezza reale (e in particolare la proprietà della casa) e il basso livello di indebitamento – differenziano l’Italia dagli altri paesi più avanzati.

Se la ricchezza reale prevale su quella finanziaria, come avviene in Italia, anche in paesi come la Francia e la Spagna, negli Stati Uniti, in Canada, Germania e Giappone il rapporto si inverte: la situazione è in parte dovuta al livello di sviluppo dei mercati finanziari e dell’importanza della Borsa (Stati Uniti e Canada, soprattutto), in parte alla diversa diffusione della casa di proprietà (in Germania in particolare dove le famiglie proprietarie di case sono in percentuale inferiore, grazie anche allo sviluppo dell’edilizia sociale e, quindi, a un più esteso mercato degli affitti).

Gli italiani sono anche il popolo meno indebitato, rispetto agli altri paesi, anche se il rapporto fra passività e reddito disponibile è senz’altro cresciuto negli ultimi 20 anni. Nel 1995 questo dato per l’Italia si fermava al 36%, mentre oggi ha raggiunto l’80%. In Francia si è passati dal 60% al 100% attuale, mentre la Spagna, pur registrando nel 1995 una percentuale di poco superiore a quella italiana, ha toccato prima della crisi un valore del 140% per poi assestarsi negli ultimi anni comunque intorno al 110%. Le famiglie più indebitate in assoluto sono oggi quelle canadesi (con passività superiori al 160% del reddito disponibile) e quelle del Regno Unito (oltre il 140%).

Se è vero che gli italiani “possiedono” molto, è anche vero che guadagnano poco; o forse sarebbe meglio dire che realizzano poco dal proprio lavoro.

Il prodotto interno lordo pro capite, che in Italia è oggi di 26mila 700 euro, è cresciuto dal 1995 al 2014 solo dell’1,9%. Nello stesso periodo, in Germania si è verificato un incremento del 28,7% e in Francia del 20,7%, mentre nel Regno Unito la crescita è stata del 33,8% e in Svezia e Finlandia del 41%; in Irlanda l’aumento cumulato ha raggiunto l’86%. Grecia e Portogallo mostrano un aumento, rispettivamente, del 13,5% e del 19,1%; la Spagna del 23,9%. Attualmente, fatto 100 il pil pro capite dell’Unione Europea a 28 paesi, l’Italia si ferma a 97 (quindi sotto la media), mentre la Germania raggiunge quota 123, l’Olanda 128, la Francia 104, l’Irlanda 183.

Sempre sulla base del pil pro capite, la situazione nelle diverse parti dell’Italia è fortemente polarizzata: in Lombardia l’indicatore raggiunge i 35mila 234 euro e a Bolzano sfiora i 38mila 500 euro. Di contro in Campania si ferma a 16mila 935 e in Calabria resta poco sopra ai 15mila 500, cioè meno della metà di quanto si ottiene nelle aree più ricche del Nord.

La percezione dell’impoverimento progressivo, che si è diffusa fra gli italiani negli ultimi anni, trova invece una sostanziale conferma nel livello del salario medio del lavoro dipendente. Nel 2000 in Italia il livello retributivo medio era di 28mila 796 euro. Quindici anni più tardi era cresciuto di appena 418 euro, portandosi a 29mila 214 euro. Nello stesso periodo in Germania la differenza era pari a 4mila 735 euro (+ 13,6%) e in Francia di 6mila 375 euro (oltre il 20% in più).

La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è, di conseguenza, cresciuta in Italia di 2,5 punti, favorendo chi già guadagnava di più, mentre in Germania e in Francia il livello di disuguaglianza è rimasto pressoché uguale e comunque di molto inferiore a quello italiano (circa tre punti in meno in Francia e quasi quattro punti in meno nel confronto con la Germania).

E’ evidente che una disponibilità concentrata di patrimonio (fra l’altro poco produttivo, visto che si tratta di capitale “fermo” e, in molti casi come la seconda abitazione, è assimilabile a un capitale “inerte” con costi elevati di manutenzione) correlata ad una sorta di idiosincrasia nel remunerare il valore del lavoro e a una crescente concentrazione di reddito e di capitale (fra classi sociali, territori, fra centro e periferie, fra garantiti e non garantiti) avrebbero già dovuto portare a un collasso del sistema. Finora non è accaduto, segno che da qualche parte quest’equilibrio instabile trova i suoi puntelli scongiurando il momento di rottura.

La sofisticata impalcatura su cui abbiamo costruito la nostra ricchezza e via via stratificato privilegi e rendite di posizione, favori e favoritismi, protezioni e clientelismi, riesce ancora oggi a reggersi per l’evidente persistenza di almeno tre fattori fondamentali.

Il primo è dato dal debito pubblico, che non a caso è cresciuto proprio a partire dagli anni 80, portandosi dal 55% del pil al 105% del 1992. Nello stesso periodo è aumentata, in maniera incontrollata, la spesa per pensioni, assistenza, trasferimenti e, in una spirale senza freni, la spesa per interessi sul debito, con i BOT collocati sul mercato con rendimenti a due cifre, tanto da diventare la principale destinazione del risparmio degli italiani.

Ma nel tempo è esplosa anche la spesa pubblica corrente, incalzata dall’espansione della pubblica amministrazione, soprattutto nelle regioni del Sud dove l’aumento del lavoro pubblico negli enti locali si è tradotto in un vero e proprio risarcimento del fallimento delle politiche di riequilibrio e di sviluppo dell’occupazione perseguite fino alla fine degli anni 70. Dal 1992 ad oggi, la sostanziale stagnazione che ha contraddistinto l’economia italiana per tutti questi anni, ha mantenuto il rapporto debito/pil su cifre superiori al 105% (a eccezione del 2004 e del 2007, anni in cui è scesa di poco, ma restando comunque sopra il livello 100) e oggi si attesta al 131%, risentendo ancora dell’impatto della crisi finanziaria iniziata nel 2008.

Il secondo fattore è invece legato alla “genetica” dell’economia italiana, dove l’elemento del sommerso, del lavoro e dell’impresa irregolare persiste tenacemente, quasi fosse una riproposizione postmoderna dell’economia curtense, basata su sussistenza e autoconsumo e dove l’aspetto informale, non tracciabile delle transazioni economiche, assolve sia il ruolo di garante della sopravvivenza di attività altrimenti non sostenibili, sia la funzione di vantaggio competitivo rispetto ad altri concorrenti, spesso imponendo condizioni di sfruttamento del lavoro e, in ogni caso, alimentando l’evasione fiscale.

Oggi più di tre milioni di lavoratori (oltre la metà nel Mezzogiorno) prestano la propria attività non coperti da diritti e protezione, mentre l’evasione fiscale ha raggiunto i 110 miliardi di euro. In totale l’economia sommersa – sottodichiarazioni delle imprese, lavoro nero, affitti in nero, ma anche economia illegale come droga, prostituzione, contrabbando – supera i 210 miliardi di euro, oltre il 12% del pil.

Il terzo fattore, trattandosi di costi ambientali, è palesemente percepibile, ma più difficile da quantificare in termini di aggregati. Fra i diversi indicatori legati all’inquinamento, allo sfruttamento e al dissesto dell’ambiente, il consumo di suolo riesce in parte a rappresentare la deriva di aggressione continuata del territorio che ha caratterizzato la crescita economica in Italia. La definizione utilizzata da Ispra risulta molto efficace, e cioè il consumo di suolo è “la progressiva artificializzazione del territorio che copre irreversibilmente aree naturali e agricole con asfalto e cemento, edifici e fabbricati, strade e altre infrastrutture, insediamenti commerciali, produttivi e di servizio, anche attraverso l’espansione di aree urbane” (ISPRA, Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici, 2018).

Fra il 2016 e il 2017 si sono persi circa 52 chilometri quadrati di territorio, pari a 15 ettari al giorno. In totale il consumo di suolo è pari al 7,65% del territorio nazionale. Negli anni 50, la quota stimata era del 2,7%. Le regioni a maggior consumo sono, nell’ordine, la Lombardia (13% delle superficie), il Veneto (12,3%), la Campania (10,4%), l’Emilia Romagna (10%). Il maggior incremento di consumo, fra il 2016 e il 2017, si è registrato in Veneto, con 1.134 ettari aggiuntivi coperti artificialmente, e in Lombardia (603 ettari).

L’Italia e gli italiani sono diventati, velocemente, un paese ricco, ma pagando un prezzo altissimo. L’accumulazione di ricchezza non ha creato qualità condivisa della crescita economica e oggi scontiamo gli effetti di un modello dissipativo e opportunista che ci ha portato all’attuale fase di immobilismo; una fase da cui non sappiamo come uscire e che sta producendo rinserramento e chiusura. Complici – chi più, chi meno – di questa situazione, scegliamo di galleggiare, nella speranza miope che i puntelli del nostro modello riescano a reggere, ancora per un po’.

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