Le ragioni e la lotta dei pastori sardi

di Domenica Farinella

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 62 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

6 febbraio 2019: in Sardegna il prezzo del latte ovino oscilla ormai da giorni tra i 60 e 50 centesimi. Per rientrare almeno dei costi di produzione, gli allevatori necessitano di una remunerazione del latte almeno doppia. Non è la prima volta che i pastori affrontano una crisi di prezzo, che ciclicamente arriva ogni 5-6 anni. Questa volta è diverso: è ancora vicino il 2 agosto 2017, quando il Movimento Pastori Sardi (MPS), con una partecipata manifestazione a Cagliari, chiedeva alla regione simbolicamente un quintale di mangime a capo, per sostenere il bestiame di fronte ad un prezzo del latte tra i 50 e 60 cent. Le misure emergenziali che ne scaturirono (tra cui l’acquisto di eccedenze di Pecorino Romano) si sono esaurite nell’arco di un anno e mezzo. In un clima di rassegnazione e sfiducia, la protesta si infiamma nuovamente in modo inaspettato ed epocale: un pastore si riprende mentre apre il rubinetto del refrigeratore nel suo ovile, un piccolo fiume di latte corre via su pavimento, fin fuori la porta. Nello stesso momento in un altro punto della Sardegna un camion del latte è fermato, i rubinetti aperti: fiumi di latte colorano di bianco il prato. In poche ore, video analoghi invadono i telefonini dei pastori, connessi tra loro da una fitta rete di gruppi whatsapp e facebook. La protesta si diffonde spontaneamente sui social: ogni allevatore contribuisce con un proprio video in cui, dopo un breve messaggio, religiosamente esegue il rituale dell’apertura del rubinetto che getta a terra i sacrifici del proprio lavoro. Chi non riesce in questo gesto estremo, si filma mentre dà il proprio latte ai maiali in azienda o lo trasforma in formaggio, riappropriandosi del prodotto del proprio lavoro, in quella che sembra configurarsi come una lotta di classe (allevatori-lavoratori contro industriali).

La protesta si struttura attraverso il passaparola: a gruppi si riuniscono in punti strategici, bidoni argentati alla mano, divisa informale da pastore, e al via inondano di latte strade e videocamere dei telefoni. Si organizzano presidi spontanei davanti ai principali caseifici industriali e snodi stradali: nessun camion del latte o partita di formaggio deve circolare nell’isola, la produzione deve fermarsi. La protesta diventa permanente, un’intera isola in mobilitazione continua. Manifestare direttamente nei propri paesi, in aree vicino agli ovili, d’altronde, ha questo vantaggio: poter accudire il gregge e, una volta finito il lavoro, continuare a protestare, dare il cambio ai colleghi ai presidi, scambiando due chiacchiere, sostenendosi a vicenda davanti a un bicchiere di birra, qualche pezzo di formaggio, un fuoco improvvisato per arrostire un po’ di carne. Si organizzano poi nelle piazze dei paesi comitati spontanei dove i pastori e le loro famiglie fanno il formaggio e lo regalano alla popolazione.

Quali sono le “ragioni dei pastori” (come titolava un documentario del 2013)? E perché questa battaglia è parte di una più generale lotta per un’agricoltura più equa e più giusta?

La pastorizia e il settore lattiero-caseario sono in Sardegna una realtà economica importantissima: tra aziende agricole e indotto è possibile stimare circa 40.000 lavoratori. Nel 2016, l’Istat ha censito 13.004 aziende ovine (il 27% delle aziende agricole), con più di 3,3 milioni di capi (259 in media ad allevamento), che rappresentano il 48% del totale nazionale e contribuiscono al 25% del fatturato agricolo regionale. Nel 2017 la Sardegna ha prodotto il 67% del latte ovino nazionale ed il 14% di quello dell’EU a 28 paesi (in cui l’Italia è terzo produttore, dopo Grecia e Spagna, con una quota del 21%).

Nonostante questi numeri, l’organizzazione aziendale è a base familiare, anche se lavoratori migranti, in prevalenza romeni, ma anche pakistani e nord-africani, sono impiegati nelle attività di cura del gregge. L’allevamento è estensivo e il pascolo resta la risorsa primaria per l’alimentazione del bestiame: oltre il 60% della superficie agraria utilizzata è destinata a pascoli e prati permanenti; a questa si aggiunge la superficie adibita ad agricoltura per la zootecnia (spesso in rotazione con i pascoli, come prevede la difesa del suolo nella PAC), con la coltivazione di erbai e granelle per la produzione di scorte. È un settore poco tecnologico, in cui le attività di gestione del gregge (pascolamento, mungitura e cura) sono manuali. Nelle zone più interne poi, l’allevamento ovino è sempre affiancato da attività complementari (raccolta della legna per l’inverno, produzione di vino, olio, formaggi ed insaccati vari, allevamento di mucche da carne, maiali, capre, cavalli).

La quasi totalità degli allevatori conferisce il latte ad uno stabilimento industriale (privato o cooperativa), nonostante siano in aumento gli allevatori che decidono di trasformare in azienda con minicaseifici rurali, producendo formaggi artigianali a latte crudo.

Il Pecorino Romano è la lavorazione industriale in cui viene trasformato poco più della metà del latte sardo. Il resto diventa Pecorino Sardo e Fiore Sardo (le altre due Dop regionali) o pecorini e misti più o meno stagionati. Stando ai dati del Consorzio Pecorino Romano Dop, questa regione detiene il 95% della produzione nazionale di questo prodotto, terza Dop italiana di formaggi per valore dell’export, preceduta solo da Grana Padano e Parmigiano Reggiano. Tuttavia il Pecorino Romano è un formaggio standardizzato da export, facilmente imitabile, a basso costo di produzione e scarsa tecnologia, fortemente salato. Esso è venduto per il 70% nel mercato nord-americano, dove arriva per lo più non come prodotto finale e identificabile, ma per insaporire il cibo industriale. Non è un caso quindi che nel 2017 il lattiero-caseario è stato il terzo settore regionale per export. Siamo di fronte al paradosso di una Dop che diventa una commodity, sostituibile persino da prodotti vaccini e dipendente dal monomercato nord-americano, peraltro controllato da pochi intermediari.

Queste dinamiche sono aggravate dal funzionamento della filiera a livello locale, con un basso grado di trasparenza e una struttura oligopolistica che avvantaggia la fase di trasformazione e distribuzione a scapito di quella della produzione (allevatori e loro cooperative). Vediamo perché. Gli allevatori possono scegliere se conferire il latte ad una cooperativa di cui spesso sono soci, oppure agli industriali privati. Questi ultimi impongono contratti aperti, in cui il prezzo del latte non è fissato, ma varia (in genere al ribasso) in base all’andamento del mercato, in cui il benchmark è il prezzo del Pecorino Romano, e può scendere sotto i costi di produzione. Qui emergono le prime strozzature nella filiera: tutti gli industriali pagano il latte sulla base del prezzo ricavato dalle quotazioni mensili del Pecorino Romano, anche quando ne producono in minima quantità o affatto, avendo scelto la strada della diversificazione produttiva; gli industriali, poi, possono decidere in qualsiasi momento di non ritirare più il latte. Inoltre gli allevatori soffrono spesso di crisi di liquidità nei periodi in cui la produzione di latte (che è stagionale) è ferma e devono anticipare i costi della nuova campagna, con pecore gravide da sostenere sul piano dell’alimentazione. In questi casi gli industriali offrono liquidità come acconto delle vendite future di latte, vincolando così la produzione di quell’allevatore per tutto l’anno. A questo si aggiunga la debolezza contrattuale dei pastori, costretti a vendere velocemente un prodotto deperibile a industriali che hanno un ampio bacino da cui attingere: un industriale di grandi dimensioni arriva ad acquistare il latte da 1500 allevatori, uno di medie dimensioni da 500.

Non hanno una vita migliore gli allevatori che versano il latte alle cooperative. Nate agli inizi del novecento per contrastare lo strapotere degli industriali privati, si sono da subito specializzate nella lavorazione del Pecorino Romano, senza tuttavia riuscire a entrare in quei canali di vendita internazionali che sono saldamente in mano ai trasformatori storici. Ancora oggi, nonostante i tentativi di diversificare la produzione, troppe cooperative sono subalterne ai grandi gruppi industriali (tra cui la locale Fratelli Pinna Spa, ma anche Granarolo e Auricchio, che hanno stabilimenti in loco), per la distribuzione sul mercato nord-americano. Oppure finiscono per fare da conterzisti per marchi nazionali più e meno conosciuti (Colla, Biraghi, Zarpellon, Ferrari, Trentin, Zanetti, ecc.).

Le cooperative soffrono di scarsa capitalizzazione e indebitamento bancario, devono sempre ritirare il latte dei propri soci, anche quando vi è un eccesso di produzione, pagando mensilmente i soci attraverso i guadagni ottenuti dalla vendita. Quando iniziano a circolare voci sulla caduta del prezzo del Romano, si genera un allarmismo che finisce per tradursi in una sfrenata concorrenza al ribasso, che mina la fiducia che sta alla base di relazioni cooperative virtuose. Di recente molte cooperative hanno tentato la strada della vendita alle catene di supermercati, dove però agli altri problemi si aggiungono gli elevati costi per l’ingresso e la permanenza sugli scaffali: acquisizione di certificazioni, adeguamento agli standard, garanzie di grossi volumi, maggiori oneri all’atto dei rinnovi, con ribassi di prezzo e scontistiche per vendite promozionali.

Un’ulteriore debolezza è legata al cattivo funzionamento del sistema regolativo, che non riesce a costruire un set di regole e strumenti che aiutino l’aggregazione degli allevatori e la trasparenza della filiera, come dimostrano il cattivo funzionamento delle organizzazioni di produttori e del neonato organismo interprofessionale Oilos. I consorzi di tutela delle tre Dop sarde non sono stati efficaci nel tutelare adeguatamente questi formaggi. Il Consorzio del Pecorino Romano non è stato in grado di far rispettare i tetti di produzione, di denunciare i casi di imitazione e contraffazione, di promuovere politiche basate sulla qualità. Il Consorzio Fiore Sardo Dop ha fatto perdere le specificità della tradizionale lavorazione artigianale, permettendo l’ingresso della produzione industriale, mettendo in crisi gli allevatori-trasformatori.

Il peso della produzione sarda sul comparto ovino nazionale trascina verso il basso il prezzo del latte anche nelle altre regioni, dove i problemi sono gli stessi. Occuparsi di pastori sardi significa affrontare le problematiche di un intero settore agricolo.

I pastori sardi hanno imparato nel corso del tempo a “resistere” alle ondate ricorrenti di calo dei prezzi. Dagli inizi del 2000 il prezzo del latte è diventato sempre più instabile, intrappolando gli allevatori in un circolo vizioso ciclico con cadenza quinquennale: un aumento del prezzo del Pecorino stimolava la produzione, gli allevatori facevano più latte per capo, sostenendo gli animali con mangimi costosi e incrementando il gregge; gli industriali intensificavano la lavorazione del Romano a scapito delle altre. Si arrivava così ad un punto di saturazione, in cui l’eccesso di produzione faceva calare drasticamente il prezzo del formaggio e di conseguenza del latte. Gli allevatori mettevano allora in campo strategie di difesa per contenere le perdite, ad esempio ridurre il gregge, riportarlo ad un’alimentazione più naturale che faceva abbassare anche le produzioni per capo; gli industriali facevano la loro parte, riprendendo a diversificare rispetto al Pecorino Romano. Nel giro di qualche tempo la minore quantità circolante di latte e di Romano rispetto alle richieste faceva risalire il prezzo, riavviando il ciclo. Nelle fasi più acute di ribasso, le difficoltà dei pastori venivano portate all’attenzione politica dalle mobilitazioni del MPS che, dalla fine degli anni novanta, è stato protagonista di queste lotte. Tuttavia, le misure ottenute dai pastori all’indomani delle manifestazioni si sono rivelate sempre emergenziali, destinate a sostenere nel momento di crisi i pastori e la produzione industriale (spesso con lo stanziamento di fondi per il ritiro delle eccedenze dal mercato). Sono invece mancate misure strutturali capaci di stimolare una ristrutturazione della filiera nel suo complesso, nonostante diverse proposte del MPS. Questo è avvenuto perché gli effetti positivi immediati delle misure emergenziali, uniti alla naturale riduzione della produzione prodotta dalla crisi, determinavano a stretto giro quell’innalzamento del prezzo del latte che aveva l’effetto paradossale di indebolire il fronte dei pastori, che preferivano curare i sintomi della malattia (il prezzo del latte), senza preoccuparsi di affrontare le cause strutturali (lo squilibrio nei rapporti di potere nella filiera).

Che cosa è cambiato adesso? Il riproporsi di una crisi così forte e ravvicinata rispetto all’ultima (agosto 2017) ha reso consapevoli gli allevatori che si è di fronte ad un meccanismo strutturale, non risolvibile con provvedimenti emergenziali. Ha poi generato un paradossale rifiuto di sigle da apporre a cappello della protesta: Coldiretti, MPS, sindacati, Consorzi o peggio ancora Oilos, al cui tavolo siedono anche gli industriali. Chi più, chi meno è accusato, di non aver tutelato i pastori, in un clima di sfiducia generale che ha travolto le forme di rappresentanza classiche.

Durante le prime fasi della protesta, i pastori, pur organizzando una rivolta permanente e diffusa, pretendevano di essere ascoltati dal governo nazionale con l’ambizione al contempo assurda e dirompente che ognuno si rappresentasse da sé. La più partecipata e continuativa manifestazione collettiva della storia dei pastori sardi ha tratto la sua forza inziale dal paradosso di un individualismo di fondo: ciascuno faccia per sé, dal piccolo posto in cui si trova, la somma farà per tutti.

In quei giorni però si fa sempre più strada il rischio di una protesta che, senza una guida, sembra incapace di incanalarsi in una piattaforma rivendicativa di lungo periodo. Questo paradosso emerge con forza nel primo incontro fallimentare in Regione, il 13 febbraio, in cui viene proposto un prezzo di 0,67 al litro. Nonostante il buco nell’acqua la protesta continua e molti del MPS sono in prima linea, senza bandiere, ma con il portato della propria esperienza di lotta, così come vi sono molti altri pastori, provenienti da esperienze differenti. Sul campo alcuni si guadagnano una sorta di investitura ufficiale che si legittima nel corso delle trattative.

Si è in piena campagna elettorale (le elezioni regionali sono previste il 24 febbraio). Un governo nazionale che si dice dalla parte del “popolo” e dell’agricoltura “italiana” non può più ignorare una protesta che dura da oltre una settimana. Il tavolo è convocato a Roma d’urgenza, il 14 febbraio, il Ministro Salvini promette una soluzione entro 48 ore. Ma dopo sei ore di tavolo è tutto nuovamente rinviato al 16 febbraio, questa volta a Cagliari. In questa sede, Regione e Governo mettono sul piatto della trattativa 50 milioni per l’acquisto delle eccedenze di Pecorino Romano; nonostante ciò gli industriali non si dimostrano disponibili ad andare oltre i 72 cent al litro, né si prevedono misure strutturali per il settore. Il documento che esce fuori a tarda sera sembra un ultimatum sul quale i pastori devono decidere a stretto giro, entro il 21 febbraio, giorno della nuova riunione prevista al Ministero, a Roma. Dopo uno spiazzamento iniziale, i pastori si ricompattano e preparano una controproposta, precisando che non possono più accettare misure emergenziali, come l’acquisto di eccedenze (che avvantaggia solo il comparto industriale). Pretendono riforme strutturali di settore, chiedono che il prezzo del latte sia ancorato ad una griglia di calcolo trasparente (che non possa andare al di sotto di una certa soglia); che rientrino nel calcolo anche i prezzi degli altri formaggi e non solo quello del Pecorino Romano; che i contratti di acquisto da parte dei trasformatori e della GDO siano più trasparenti e leali; che vi sia una maggiore trasparenza nelle quantità prodotte; che si rivedano il funzionamento delle Dop e i loro strumenti di sanzione; che si riformi la filiera nella direzione di una maggiore partecipazione diretta degli allevatori. Tuttavia, il 21 a Roma gli industriali non si presentano al tavolo.

Tutto nuovamente rinviato al dopo elezioni, in Sardegna. La politica si rivela per l’ennesima volta inadeguata ad ascoltare le esigenze dei pastori e sembra scegliere la strada dell’indifferenza, come se chiudere i riflettori della vicenda possa cancellarla. D’altronde quanto ancora potranno resistere questi pastori, ormai da settimane in lotta e senza introiti economici? Seppure è vero che i pastori rappresentano una agricoltura parsimoniosa, un mondo contadino che nei momenti di difficoltà riesce a galleggiare, sfruttando risorse resilienti interne (il pascolo naturale, il lavoro familiare, la produzione per autoconsumo), fino a che punto si può “tirare” la corda? Un intero comparto rischia di scomparire nell’indifferenza generale, pezzi di agricoltura persi per sempre, ancora una volta.

La partita è ancora aperta e dagli sviluppi incerti. La paura è di una progressiva criminalizzazione dei pastori, come sembrano dimostrare le numerose denunce che stanno emergendo nelle ultime ore. Di fronte a questa prospettiva sono molte le ragioni per stare sempre e comunque dalla parte dei pastori.

La “guerra” del latte è l’emblema di un mondo, quello agricolo, fatto di fatica e bassi guadagni, spesso esaltato dalla retorica dello sviluppo rurale, ma dimenticato nei fatti. I pastori sardi non vogliono assistenzialismo. Dietro la richiesta di un prezzo del latte più equo e sostenibile, c’è la denuncia verso un sistema economico in cui le grandi multinazionali del cibo operano indisturbate nella filiera agroalimentare globale, muovendosi al di sopra di qualsiasi regolamentazione, sfruttando le proprie posizioni monopolistiche e schiacciando il reddito dei produttori agricoli (e dei loro lavoratori). I pastori quindi denunciano quella trappola mortale che attanaglia molti agricoltori e che produce la progressiva depauperizzazione delle aree rurali.

I pastori rivendicano in modo consapevole l’inestimabile valore ecologico e culturale della pastorizia estensiva, che va oltre quello prettamente economico, perché produce biodiversità e beni ambientali. Questa modalità di allevamento, con i suoi pascoli permanenti, riduce le emissioni di anidride carbonica, migliora il filtraggio delle acque, stimola la presenza di insetti impollinatori (gli apicoltori portano non a caso le loro arnie a pascolare nei prati dei pastori). Il pastore con la sua presenza presidia il territorio soprattutto nelle zone più interne e marginali, dove con la sua opera contribuisce al mantenimento delle strade rurali, alla pulizia del sottobosco e dei canali per il passaggio dell’acqua, alla prevenzione degli incendi e al contenimento del dissesto idrogeologico provocato da una campagna sempre meno lavorata. Contribuisce a contrastare lo spopolamento delle aree rurali e alla preservazione di una cultura millenaria, quella agro-pastorale, che esprime le specificità culturali del paesaggio agrario italiano di fronte alla massificazione della produzione industriale e alla banalizzazione del paesaggio che produce.

Inoltre, per la prima volta, in modo consapevole i pastori rivendicano una piattaforma programmatica e di lungo periodo che potrebbe essere da stimolo per l’intero settore e allargarsi ad altre problematiche come le contradditorie politiche europee che sostengono grande industria e distribuzione organizzata, sfavorendo i piccoli allevatori e i produttori indipendenti, soggetti a vincoli crescenti che li spingono fuori mercato.

Ecco quindi le ragioni per cui prendere sul serio i pastori e lottare per un’agricoltura più equa.

 

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