Da Kiev a Macerata, tra badanti e professori

di Sara Honegger

Osvaldo Licini

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Si svolge in due luoghi e più tempi, La lettrice di Čechov (Nottetempo 2018), grazie al quale incontriamo Nina e la sua creatrice, Giulia Corsalini: un romanzo molto bello di cui si fa fatica a parlare, tanto si caratterizza per la misura. Misura nelle parole, nella trama, nei personaggi. Dell’autrice sappiamo essere una docente, studiosa di Leopardi, al suo primo romanzo pubblicato. Ma va da sé che altro, e tanto, deve aver scritto: non sarebbe altrimenti possibile attraversare il tempo con questa sicurezza, restituendo, in uno stile pudico quanto la sua protagonista, i pensieri e le scelte di una donna come lei appassionata di letteratura, diversamente da lei badante e migrante.

Misura e pudore sono modi che in tempi di urla, di messe in scena, di chiasso continuo, hanno vita assai grama. Così, chiunque abbia desiderio di ritrovarne il senso e il gusto non ha che da aprire il libro e lasciarsi condurre dal passo sicuro di due donne (il personaggio e la scrittrice) che hanno raggiunto l’intesa necessaria a trasportare il lettore in una vicenda di ordinaria quotidianità, svelandone la melanconica ricchezza. L’intesa fra le due è così forte che a dirci della qualità della scrittura a cui Giulia Corsalini ha ambito – o della qualità che che dovrebbe avere il discorso critico sulla letteratura – è Nina, il personaggio: “Il narratore che aspira a una prosa čechoviana cerca di trovare il ritmo e la modulazione di una scrittura malinconica e interiore, di cui in Italia non si hanno modelli ottocenteschi nella prosa, ma solo in poesia”; “c’è un nucleo vitale nel discorso sulla letteratura; tutto sta a non impantanarsi in argomentazioni sofisticate; cogliere, e far cogliere, quanto un libro sa dire della vita di ognuno e quanto può aggiungervi, attingendo alle infinite possibilità e configurazioni dell’esistenza umana”. Il dialogo che entrambe instaurano con Čechov – attenzione: mai accademico, mai pesante, mai respingente – è continuo e manifesto. Al di là di Storia noiosa e Tre anni, i racconti a cui il lettore è invitato a confrontarsi in modo diretto, il legame si stringe soprattutto nella decisione di stare dalla parte di quella narrativa che non ha a cuore le grandi trame, i personaggi in grassetto e i finali a sorpresa, tesa com’è a cogliere la tinta azzurrina che accompagna i desideri di cambiamento, di riscatto, infine di vita. E tuttavia, quella malinconia che in Čechov a volte diviene insopportabile – dopo quanti racconti si inizia a sentire freddo? – qui è stemperata da qualcosa che non sono riuscita a decifrare del tutto. In una bella intervista rilasciata ad Alessandra Montesanto (https://www.edizioninottetempo.it/media/news/files/18/le-donne-dell-ucraina-intervista-a-giulia-corsalini-d3079.pdf) Giulia Corsalini chiama questo “qualcosa” la “predisposizione alla fiducia” che caratterizza, nonostante tutto, il suo personaggio. Mi piace pensare che sia una predisposizione necessaria alle donne.

Come spesso faccio quando alla fine di un libro provo gratitudine verso chi l’ha scritto, l’ho regalato e ne ho consigliata la lettura ad altri. Sono rimasta colpita dalla diversa percezione che i diversi lettori/lettrici ne hanno tratto, in particolare l’aggettivo “straziante” usato da una giovane amica. Perché a me lo strazio, che pure c’è, è sembrato mitigato o addirittura combattuto grazie a una capacità di resistenza e di opposizione allo squallore e all’essere morituri tutta femminile. Nina, che lascia Kiev, la sua città, per venire a Macerata come badante di una anziana piuttosto sola; Nina, che si attende dalla vita “una qualche forma di riscatto”, una pausa “dal bisogno e dalla fatica” in cui è stata sempre “immersa fino al collo”; Nina, che ama disperatamente una figlia con cui non riesce a parlare, ci sorprende a ogni pagina per la capacità intatta di pensare, di leggere le situazioni, di scovare bellezza e significato. Laureatasi quando già madre – ci pare di vederla studiare la notte, nel piccolo appartamento di via Anna Achmatova, l’orecchio teso al pianto improvviso della bambina – ormai quarantenne decide, in accordo con il marito molto malato, di venire in Italia per sostenere gli studi universitari della figlia.

Come si sa, i viaggi non sono mai quel che sembrano, le ragioni che ci spingono a partire più sottili e intricate delle apparenti. Macerata le offre inaspettatamente un’occasione – insegnare Lingua e Letteratura russa all’Università – e un incontro – Giulio De Felice, il professore a cui deve l’incarico. Un’altra penna e il romanzo sarebbe stato un disastro. Ci voleva misura – e tanta sapienza dell’animo umano – per rendere credibile il desiderio, e al contempo l’impossibilità, di Nina di afferrare ciò che la sorte – fosse anche solo una “felicità crepuscolare” – sembra srotolare finalmente ai suoi piedi; ci voleva misura per stare nella mente e nella vita di una donna colta nel momento forse più difficile, quando il passato diviene più profondo del futuro e il ventaglio delle possibilità si riduce senza pietà; ci voleva misura per cogliere i silenzi e la lingua – ora bloccata dalla paura, ora sciolta da un sospirato pezzo di carta – di una giovane badante giunta da poco in Italia; e ci voleva misura per chiudere il racconto lasciando al lettore decidere quali siano le questioni capitali alle quali siamo chiamati a rispondere.

Al di là della qualità narrativa, La lettrice di Čechov è un libro importante anche per come tratta un tema piuttosto attuale, ovvero sia la vita che conducono nel nostro paese le donne che dal 2002 (così afferma l’Accademia della Crusca) chiamiamo badanti. Il rischio di cadere in una trappola ideologica era altissimo e, ancora una volta, non si può che ammirare la misura con cui Corsalini lo ha affrontato nell’ultima parte del romanzo. Su invito del professore conosciuto anni prima, Nina torna a Macerata per partecipare a un convegno su Čechov. Il viaggio la sorprende ancora. È una nuova occasione, un lampo di luce; e invece, quasi non volendo, di controvoglia, invece di andare al convegno Nina decide di aiutare Lyzaveta, la nuova badante della vecchia di cui si era occupata, a districarsi nel ginepraio dei documenti necessari a ottenere un permesso di soggiorno. Sono pagine belle e importanti perché ci aiutano, senza manifesti, senza grida, a dare un nome, un volto e dei sentimenti a quel mondo di donne che popolano il nostro paese (1 milione e 650 mila, dati Censis http://www.retecaad.it/news/274), uscite talvolta da una clandestinità che non ha mai riempito il vociare dei media, grazie alle cosiddette “sanatorie”. Donne ombra, la cui presenza esprime una decisa contro tendenza rispetto al crollo del lavoro (53% in più di posti in dieci anni, 500 mila posti in più nei prossimi dieci) di cui non si sa e non si vuole sapere purché portino avanti quel welfare parallelo che fa comodo a tutti – compresa la scrivente – e che forse proprio per questo non riempie di sdegno né i paladini della giustizia né i feroci combattenti del nuovo ordine italico.

L’accettazione di ciò che è fa di Nina – obstinata mente, la chiama uno studente – una figura drammatica e insieme luminosa. La sua scelta ci appare libera e ineluttabile: una badante a un convegno? Quando, come si è infine integrati? E dove? Verranno altri rimpianti, ma un’appassionata di Čechov lo ha già messo in conto, come il lettore ormai sa che i rimpianti potranno sempre essere mitigati dalla possibilità, di ognuno e in ogni luogo, di soffermarsi su ciò che è, svelandone una qualche triste bellezza. Il duplice viaggio di Nina ci parla anche della capacità che ha la letteratura di svolgere un’educazione sentimentale. E di questo abbiamo tutti molto bisogno. Abbiamo bisogno di scrittori che siano capaci di farci fermare, di restituisci la capacità di comprendere l’animo di una donna, la natura di un uomo, lo strazio di una giovane madre separata dal figlio, la sottile richiesta di una figlia chiusa in un ostile mutismo, il silenzio di un marito che non c’è più, riportando alla memoria fatti quotidiani, fra cui anche la morte, e ciò che li ha accompagnati.

***************************
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

Trackback from your site.

Leave a comment