Il Demone e altre Poesie

 

 

 

di Aleksandr Puškin

nella traduzione di Annelisa Alleva

Offriamo ai nostri lettori quattro poesie di Aleksandr Puškin (17991837), uno dei massimi poeti dell’Ottocento, nella salda e partecipe traduzione di Annelisa Alleva. Vengono dalla raccolta di Poesie d’amore e epigrammi pubblicata di recente in Russia, a Tomsk, testo russo e traduzione italiana a fronte. Alleva si è occupata di Puskin da molti anni e questo bellissimo volume è il coronamento di un lungo e paziente lavoro. Proprio d’amore trattano i testi della raccolta spesso dei frammenti, oltre che di conflitti e miserie dell’uomo e di grandiosità della natura, nel modo selvaggio ma insieme armonioso che fu di Puskin. Come dice Alleva, le poesie di Puskin permetto di “attraversare uno – tutto”, sono strumenti preziosi da condividere con i nostri lettori per legger meglio il passato e valutar meglio il presente. (Gli asini)

 

Queste poesie sono state pubblicate sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Il demone

Nei giorni in cui erano nuove per me

Tutte le impressioni vitali –

Gli sguardi delle fanciulle, del bosco lo stormire,

E di notte il canto degli usignoli, –

Quando sentimenti elevati,

Libertà, gloria e amore

E arti ispirate

Mi agitavano il sangue con vigore,

Le ore di speranza e piacere

Velando con un’angoscia improvvisa,

Un genio maligno allora

Prese in segreto a farmi visita.

Erano tristi i nostri incontri:

Il suo sorriso, il suo sguardo incantevole,

I suoi sarcastici discorsi

Mi versavano nell’anima freddo veleno.

Con una calunnia inesauribile

Le provvidenza sfidava;

Chiamava sogno quel che è bello;

L’ispirazione disprezzava;

Non credeva alla libertà, all’amore;

La vita con sprezzo vedeva –

E niente in tutta la natura

Benedire voleva.

(1823)

***

Non farmi, Dio, diventare pazzo.

No, più leggero è il bordone e il sacco;

No, più leggero è il lavoro e lo stento.

Non che la mia ragione abbia cara;

Non che al pensiero

Di separarmi da lei non sarei contento:

Se fossi lasciato in libertà,

A quale velocità

Mi avventurerei nel bosco tenebroso!

Canterei in un infiammato vaneggiamento,

Mi abbandonerei all’offuscamento

Di slegate fantasie meravigliose.

E alle onde ascolto presterei,

E, pieno di felicità, fisserei

I cieli vuoti;

E sarei libero, forte,

Come il turbine che i campi sconvolge,

Che le foreste scuote.

Ma questo è il guaio: esci di senno,

E come la peste ti temeranno,

Subito ti rinchiuderanno,

Metteranno alla catena l’uomo senza sale

E attraverso le sbarre come un animale

A sbeffeggiarti verranno.

E la notte io starò ad ascoltare

Non dell’usignolo la voce chiara,

Non lo stormire sordo dei querceti,

Ma il grido dei miei compagni

L’insulto dei sorveglianti

E lo stridere, il tinnire dei ceppi.

(1833)

 

Pellegrino

I

Un giorno girovagando in mezzo a una valle remota,

A un tratto da grande afflizione fui afferrato,

E da un pesante fardello schiacciato e ingobbito,

Come colui che a un processo sia accusato di omicidio.

Abbassando la testa, dall’angoscia torcendomi le mani,

Io sfogavo gridando dell’anima trafitta i tormenti,

E ripetevo amaramente, dimenandomi come un malato:

Che cosa farò? A che cosa sono destinato?”

II

E così lamentandomi, a casa tornai indietro.

Era incomprensibile a tutti il mio umore tetro.

Davanti a figli e moglie dapprima apparivo sereno

E volevo nascondere a loro i miei cupi pensieri:

Ma l’afflizione d’ora in ora si faceva sempre più stretta,

E ad aprire il cuore infine fui costretto.

Oh sciagura, sciagura è su di noi! Voi, bambini, tu, moglie! –

Dissi io – sappiate: la mia anima ribolle

Di angoscia e di terrore, un pesante tormento

Mi opprime. Arriva! È già vicino, vicino il momento.

La nostra città alla fiamma e ai venti è destinata;

In cenere e carbone sarà a un tratto trasformata,

E noi periremo tutti, se non faremo in fretta

A correre ai ripari; ma dove? Oh, disdetta, disdetta!”

III

I miei di casa furono turbati

E ritennero sana la mia mente in me scombussolato.

Ma pensavano che la notte e la pace salutare del sonno

Avrebbero freddato in me il fuoco avverso del malanno.

Mi coricai, ma tutta la notte sospirai e piansi

E neanche un istante chiusi gli occhi pesanti.

La mattina sedevo solo, abbandonato il letto.

Vennero da me; alle loro domande quel che avevo detto

Prima ripetei. A questo punto, non fidandosi di me, i miei cari

Convennero di dover ricorrere al rigore.

Tentarono inaspriti d’indirizzarmi sulla retta

Via con l’ingiuria e il disprezzo, ma io, senza dargli retta,

Continuavo a piangere e a sospirare, stretto dall’afflizione.

E delle grida furono stanchi infine,

E da me, facendo un gesto di diniego,

Da me, si fecero indietro,

Come da un folle, del quale parole e pianto senza criterio

Sono molesti, al quale serve un dottore serio.

IV

Andai di nuovo in giro, dallo sconforto tormentato

E sguardi intorno a me volgendo con terrore, come un carcerato,

Che dalla prigione mediti una fuga,

O un viandante, che prima della pioggia s’affretti al suo rifugio.

Trascinandomi la catena, dello spirito indagatore,

Incontrai con un libro un giovane lettore.

Mi domandò, dopo aver sollevato lo sguardo lentamente

Perché, vagando solo, piangessi così amaramente?

E io a lui in risposta: “Sappi pure la mia cattiva sorte:

Sono condannato a morte e chiamato a un giudizio d’oltretomba –

Ed ecco perché mi struggo: per il giudizio non sono pronto,

E mi fa paura la morte.”

Se la tua sorte è quella che racconti, –

Obiettò – e tu in effetti così degno di pietà,

Davvero, che aspetti? Perché non scappi via di qua?”

E io “Ma dove scappare? Quale strada

Imboccare?” E lui “Qualcosa, di’, non vedi?” –

Il giovane, indicando lontano con un dito, mi disse.

Io tenni morbosamente aperto l’occhio fisso,

Come un cieco che il medico abbia liberato da un leucoma.

Dissi infine: “Vedo una certa luce”.

Va’ allora!, – quello continuò: – questa luce tieni a mente;

Che questo sia per te l’unico riferimento,

Finché le porte strette della salvezza tu non abbia raggiunto,

Va’!” E io mi misi a correre in quell’istante.

V

La mia fuga gettò nello scompiglio la mia famiglia,

E figli e moglie mi strillavano dalla soglia,

Affinché tornassi presto. I loro schiamazzi

Richiamarono i miei amici sulla piazza;

Uno m’insultava, un altro mia moglie consigliava,

Un altro ancora l’amico commiserava,

Chi m’insultava, chi mi canzonava,

Chi i vicini a farmi tornare con la forza spronava;

Altri m’inseguivano; ma io ancora più in fretta

Correvo attraverso le piazze della città,

Per scorgere quanto prima – lasciando quei posti,

La via sicura della salvezza e le sue strette porte.

(1835)

***

 

Exegi monumentum

Un monumento non fatto con le mani mi sono innalzato.

Per raggiungerlo non crescerà l’erba dove corre il sentiero.

Con la testa indomita più in alto s’è levato

Della colonna di Alessandro.

No, io tutto non morrò – l’anima nell’anelata lira

Alle mie ceneri sopravviverà e la corruzione eviterà, –

E io sarò glorioso, finché nel mondo sublunare

Sarà vivo anche un solo vate.

La fama di me tutta la grande Russia attraverserà,

E chiamerà il mio nome ogni sua stirpe,

Il fiero nipote degli slavi, e il finno, e l’ora

Selvaggio tunguso, e il calmucco amico delle steppe.

E a lungo sarò per questo dal mio popolo amaro,

Perché destavo con la lira sentimenti elevati,

Perché nella mia epoca crudele la Libertà ho celebrato,

E invocato la grazia per i caduti.

Alla volontà di Dio, o musa, sii ubbidiente,

Non temere offesa, né corona pretendere,

La lode e la calunnia accogli indifferente

E con lo sciocco non contendere.

(1836)

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