Houellebecq 3: Florent-Claude nell’Europa del 2019

di Nicola Lagioia

JonOne

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Di Serotonina, settimo romanzo di Michel Houellebecq, si è molto parlato prima ancora che venisse pubblicato. Contagiati dall’ansia anticipatoria che governa la stampa quotidiana, molti giornalisti culturali hanno posto con faciloneria l’accento sulle facoltà divinatorie dello scrittore francese: così come Sottomissione aveva avuto la ventura di uscire nel giorno della strage di “Charlie Hebdo”, quest’ultimo romanzo (“naturalmente scritto prima che la rivolta dei gilet gialli esplodesse!”, notavano molti recensori con logica ferrea) arriverebbe in perfetto tempismo rispetto ai recenti fatti di cronaca. In Serotonina si parla a un certo punto di una rivolta di agricoltori contro le politiche UE, ma è solo l’occasione narrativa di un discorso più vasto. In caso contrario sarebbero guai: se si dovessero giudicare gli scrittori in base alla loro capacità di fotografare in anticipo il paesaggio sociale, Philip K. Dick, George Orwell e Aldous Huxley chiuderebbero per tutti la partita prima ancora del fischio di inizio.

Serotonina è la storia di Florent-Claude Labrouste e della sua battaglia persa con la vita. Quarantasei anni, un buon impiego al Ministero dell’Agricoltura, Florent-Claude si autoesilia in provincia dopo l’ennesimo rovescio sentimentale. Qui, incapace di trarre ogni residuo beneficio dal rapporto coi suoi simili, rischia letteralmente di morire di tristezza. Il racconto della sua vita, nelle mani di Houellebecq, è in realtà un inno compassionevole (tanto più compassionevole quanto più libero da orpelli e illusioni) all’incapacità dell’uomo medio di 30non restare orribilmente schiacciato dal mondo che lo sovrasta, un mondo pulito, decoroso, liberale, privo di troppi spargimenti di sangue, ancora sufficientemente opulento, relativamente ben amministrato, in tutto simile a un incubo.

Prossimo a certi eroi imbelli della letteratura tra Otto e Novecento, a Florent-Claude manca la vita, con la differenza che il nostro universo emotivo e sociale, all’inizio del XXI secolo, è del tutto cambiato. Provo a offrire qualche spunto di riflessione, consapevole che – come per ogni bel romanzo – Serotonina contiene molte più sfumature di quelle che un piccolo testo critico può provare con successo a fissare.

1. L società in cui viviamo è brutale con chi sta ai margini. Ma tanto più si mostra inclusiva, umana, tollerante con gli integrati medi, tanto più li mette in competizione in nome di un ideale di successo irraggiungibile, pronta a divorare in questo modo le loro anime come un vampiro o un nume degno di un racconto di Lovecraft (non a caso tra gli autori preferiti di Houellebecq). Che ne è del confronto tra individuo e mondo quando il secondo ha minato in modo irreversibile il concetto di comunità e chiede ai singoli l’impossibile? È da questo che viene annichilito il protagonista di Serotonina. Per quanto Florent-Claude sia abbiente, di intelligenza e cultura lievemente superiori alla media, privo di handicap fisici o estetici, non è comunque sufficientemente ricco, bello, profondo, intelligente perché la sua epoca non lo condanni all’infelicità. La differenza rispetto al passato è l’aumento del coefficiente di difficoltà nella lotta per l’accesso a quei piaceri effimeri necessari a farci sentire, sia pure in modo falso, realizzati. Nella seconda metà del Novecento l’emancipazione economica, quella sociale, nonché la possibilità di un godimento negato alle generazioni precedenti, erano strutturati in modo da illudere i più di essere ancora spiritualmente vivi, o realizzati, o socialmente utili, o perlomeno non dei totali falliti. Dell’inganno si rendevano conto in pieno solo certi uomini eccezionali – il Roquentin di Sartre, gli arrabbiati di Osborne, gli emarginati di Burroughs e di Genet, i tanti eroi dell’esistenzialismo o del ribellismo letterario e cinematografico capaci di rendere epico il proprio fallimento, la propria sconfitta valorosa nella lotta contro l’orrore della vita moderna.

Nel XXI secolo, complice la crisi economica, ci è negata qualunque ubriacante salita nell’ascensore sociale, e – vista la distanza sempre più grande che separa il vertice della piramide da tutto il resto – il raggiungimento dei traguardi che potrebbero illuderci di essere dei privilegiati si è fatto proibitivo. Per quanti sforzi possiamo fare, non saremo mai ricchi quanto Steve Jobs, popolari quanto Cristiano Ronaldo, geniali quanto Bob Dylan, intelligenti quanto Stephen Hawking, affascinanti quanto Louis Garrel. Il problema è però che il mondo ormai, per darci l’illusione di essere felici e realizzati, ci chiede proprio questo, l’impossibile: non “semplicemente” di guadagnare il doppio del nostro vicino di casa, ma di fondare cioè come minimo la Apple, di vincere la Champions League, di avere scritto Blonde on Blonde, di avere venti milioni di follower, di spezzare centinaia di migliaia di cuori con uno sguardo o un click.

La consapevolezza dell’inganno è arrivata in definitiva all’altezza dell’uomo medio, o giusto un po’ più in su. Con la differenza che l’uomo medio (Florent-Claude, e noi lettori con lui) non ha certo la sprezzatura di un Roquentin, o l’energia selvaggia degli ragazzi di Genet. Non ha spalle sufficientemente larghe. Non è eccezionale, è normale. Concentrandosi compassionevolmente su di lui – sul genocidio della vita emotiva dell’intera classe media contemporanea – Houellebecq, campione di misantropia, presunto reazionario, si dimostra ben più democratico di tanti suoi colleghi.

2. Poco prima dell’uscita di Serotonina, Michel Houellebecq ha sollevato un piccolo vespaio scrivendo su “Harper’s Magazine” un articolo in cui, giocando molto sul paradosso, si rivolgeva al pubblico statunitense dichiarandosi un sostenitore di Donald Trump. Chi da sinistra e ancor di più dal centro ha gridato allo scandalo non ha colto il registro perfidamente semiserio di tanti passaggi (“con Trump sarete un po’ meno competitivi, ma almeno riscoprirete la gioia di vivere dentro i confini del vostro meraviglioso paese, praticando la virtù e l’onestà, condita con un po’ di infedeltà matrimoniale. Nessuno è perfetto”, per non parlare di certi lievi superamenti della linea di galleggiamento dove la presa per il culo inizia a farsi palese: “dovete accettare l’idea, cari americani: alla fine dei conti forse Donald Trump per voi è stato un male necessario. E sarete sempre benvenuti come turisti”), ma soprattutto non si è reso conto – fermandosi alla letteralità dell’intervento giornalistico, incapace di riconoscere il valore letterario di tanti suoi romanzi – che Michel Houellebecq è il più marxiano degli scrittori contemporanei. Non c’è scena, snodo narrativo, descrizione dei rapporti tra i personaggi di Serotonina che non tenga conto del rapporto tra struttura e sovrastruttura. La vicenda umana di Florent-Claude è legata a doppio filo (un filo non più invisibile di quello di un aquilone che ondeggi sotto il sole) al continuo gioco di rapporti economici che ne determinano, attraverso ogni momento di vita quotidiana, l’intera biografia.

D’accordo essere marxiani. Naturalmente però Michel Houellebecq, nato nel 1956, lo stesso anno dei “fatti d’Ungheria”, è anche un anticomunista.

3. Nello stesso articolo citato di “Harper’s Magazine”, Houellebecq si diceva fieramente contrario all’UE (“credo che noi, in Europa, non abbiamo né una lingua comune, né valori comuni, né interessi comuni; credo che, in poche parole, l’Europa non esista”), arrivando, qualche riga dopo, a definirsi addirittura nazionalista. Serotonina è piena di tipi-umani-europei da barzelletta continuamente derisi (i francesi depressi, i belgi inconsistenti, gli olandesi infidi e materialisti, gli spagnoli inutilmente vitali, i tedeschi pedofili), i quali tuttavia, messi in fila uno dietro l’altro, si rivelano pian piano i tasselli di una storia della cultura europea degli ultimi tre secoli ben più drammatica, sofferta e complessa di quanto potrebbe sembrare. A leggerla nemmeno troppo tra le righe si capisce come Houellebecq detesti la dabbenaggine del secolo dei lumi, consideri il romanticismo la vera occasione mancata del continente, il Novecento il punto di non ritorno, fino a una meravigliosa impennata sui massimi talenti letterari dei due paesi più progrediti e brillanti del nostro continente (Marcel Proust per la Francia, Thomas Mann per la Germania) i quali al tempo stesso sarebbero i vertici insuperabili della loro specialità (il romanzo) e i traditori di un pensiero ormai al collasso. Se per due geni di quella statura il massimo a cui si può aspirare è il brivido di una scopata vera o mancata (e forse meglio il suo ricordo, il ricordo di una scopata mancata) purché con un fanciullo o una fanciulla in fiore, be’, è chiaro che qualcosa è andato storto e stiamo messi male già sulla strada di Swann.

L’Europa è un continente freddo e amministrativo, una civiltà in cui ci si può riorganizzare da cima a fondo la vita in meno di una giornata, non si può più fumare in pubblico, si è così formalmente pieni di diritti (lo strombazzamento dei diritti genera un esercito di prescrizioni) da non essere più liberi di fare niente, una landa piena di istituti di credito dove i ristoranti biologici e il politicamente corretto sono la maschera sempre meno credibile per il più feroce darwinismo dello spirito che si riesca a immaginare.

4. Scriveva William Burroughs negli anni Cinquanta del Novecento che essere molto paranoici poteva semplicemente voler dire essere realisti, guardare le cose con la dovuta lucidità. Oggi – che anche la paranoia è utilizzata dal potere come strumento di consenso – si può forse dire la stessa cosa della depressione. In certi casi essere molto depressi significa essere realisti. Oppure essere depressi come Florent-Claude (essere depressi in un mondo inumano) significa essere ancora, tutto sommato, pienamente umani.

5. Dopo la tragedia, come una conseguenza, inizia il tempo del comico. Serotonina è anche un romanzo comico. Lo è al modo di Bouvard e Pécuchet, con l’infinito catalogo di You Porn al posto dell’Enciclopedia. Ma sotto la comicità da fine di un mondo, sotto il suicidio della cultura continentale, qualcosa brucia ancora. Per Michel Houellebecq il comunismo non avrebbe mai potuto salvarci spiritualmente, e cosa c’è di peggio della morte spirituale? Non può certo salvarci il capitalismo (che Houellebecq detesta più di ogni bravo socialdemocratico respirante sulla terra), e chi forse avrebbe potuto riscattarci simbolicamente in tempi relativamente recenti (i Pound? gli Eliot? gli Hamsun?) ha lasciato che il mondo scivolasse verso un altro tipo di follia.

Ma perché contemplare ancora una volta le ceneri del Novecento? Se scaviamo più a fondo (“scavare meglio” come il “fallire meglio” di Beckett) alla ricerca delle radici della cultura europea e occidentale, possiamo trovare qualcosa di ancora credibile al di là del comunismo e del fascismo, del nazionalismo e del capitalismo, qualcosa che sta prima di Freud e di Darwin, di Nietzsche e di Wagner, di Marx e, naturalmente, dell’odiato Voltaire. La prima radice. Ancora intatta, la possibilità di un’isola. Nell’ultima pagina di Serotonina c’è la più vertiginosa torsione della dottrina di un romanzo nel suo opposto che la letteratura degli ultimi anni riesca a offrire. La cosiddetta lucidità lenticolare cede il passo al mistero. L’autopsia diventa rivelazione. L’ombra del Figlio, un’altra volta ancora, si allunga oltre una porta chiusa.

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