Houellebecq 2: Un romanzo depresso

di Piergiorgio Giacché

JonOne

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La Francia sembra messa meglio dell’Italia quanto a letteratura contemporanea. Forse è sempre stato così, o forse è la nostra esterofilia che è più aperta del loro sciovinismo che fa concessioni – troppe – soltanto agli americani “a Parigi”… Sta di fatto che loro pubblicano poco e scelgono male gli scrittori italiani, mentre i loro best-seller vengono e vendono bene anche da noi: in particolare i nomi e i libri di Emmanuel Carrère e di Michel Houellebecq sono anche in Italia di casa e bottega, e capita spesso di leggerli in contemporaneità per la coincidenza delle loro date di edizione. Questo, ma anche molto altro, dà l’occasione di un confronto e, ferma restando l’ammirazione per entrambi, anche di maturare una preferenza “da lettore”: questione di gusti o c’è anche una questione “morale”?

Qualche anno fa, al tempo de Il Regno e di Sottomissione, mi sono trovato a preferire l’islam fantapolitico di Houellebecq per la sua scelta morale, laica e cinica e però limpida, rispetto alla dotta lezione e contorta conversione di un Carrère che – malgrado tutto il libro – “non poteva davvero non dirsi cattolico”. La differenza e la divisione non era però una faccenda di fede ma di libertà, anzi di fantasia, perché infine Houellebecq descrivendo una Francia felicemente mussulmana non solo ha rischiato la profezia (appena uscito il suo libro, si ricorderà, sono arrivati gli attentati dell’islamismo cattivo), ma ha anteposto l’immaginazione alla dea ragione, mentre Carrère preferisce sempre il documento o il documentario all’invenzione e alla provocazione, restando prigioniero della sua intelligente riflessione da philosophe – un habitus o peggio un’abitudine che comincia a essere un insopportabile mal francese. Una seconda distinzione è quella del rapporto fra letteratura e autobiografia: troppa autobiografia prima convince ma alla fine stucca, come capita anche nel leggere e rileggere i corsi e ricorsi dei romanzi generazionali di Annie Ernaux (altra scrittrice da leggere e amare, s’intende). Così, mentre Carrère spesso si racconta e troppo spesso si confessa, Houellebecq si regala e ci regala un personaggio ogni volta diverso, da mettere in mezzo – fra l’autore e il lettore – costruito con competenza e indossato con ironia e disincanto: magari è sicuramente in linea con la sua biografia, ma il suo “io” – come gli è venuto da spiegare – resta pur sempre “un argomento”.

La spiega la si trova a metà del suo ultimo romanzo, Serotonina, in mezzo al cammino di un’ennesima nostra vita: quella di un ignavo impotente in cui di questi tempi ogni lettore onesto potrebbe davvero identificarsi, se guardasse al proprio io o argomento che – per dirla con Houellebecq – “non è mai particolarmente interessante”. Dalla stessa pagina dello stesso romanzo – ma è una coincidenza e non per pigrizia – si può rubare una citazione che riguarda e spiega anche il tema della fede ovvero della morale del personaggio e dunque dell’autore e infine di ogni onesto ignavo lettore: “Dio è uno sceneggiatore mediocre, è questa la convinzione che quasi cinquant’anni di esistenza mi hanno portato a maturare, e più in generale Dio è un mediocre, nella sua creazione non c’è niente che non abbia il segno dell’approssimazione e dell’insuccesso, quando non quello della cattiveria pura e semplice…”. Ovviamente ci sono eccezioni -si aggiunge subito dopo- e c’è anche la felicità, e capita perfino di viverla per un po’, ma è ancora peggio perché diventa un ricordo malato, un peso morto nella vita morta del protagonista di un intero romanzo “depresso”.

La “serotonina” è una pillola antidepressiva, che chiaramente non funziona. Fa da titolo al libro ma non se ne parla molto, al punto da sembrare una scusa… Poi, andando avanti a fatica fra le pagine di una non-storia, si capisce a cosa serve e soprattutto a chi serve: al lettore. Il Captorix non so se è un medicinale che davvero esiste, ma è vero che cattura: lentamente e inesorabilmente lo si respira pagina dietro pagina e contamina il lettore molto di più di quanto non funzioni con il personaggio. Il trucco o il merito di Serotonina è forse tutto qui: il romanzo va assunto poco per volta per poi scoprire che non è poco, ma un’overdose che ci fa “morire di tristezza” molto prima che questa diagnosi sia svelata al protagonista; anche lui – proprio come il lettore – sempre in attesa di una soluzione che lo salvi dalla dissoluzione e che non arriva mai.

Ecco, l’ultima opera di Houellebecq non tradisce le attese ma le esaspera e ci spinge in ogni senso sino in fondo. Il filo della scrittura è meno forte del solito, ma forse questo stimola la tenacia del lettore che dunque, a corda doppia, si arrampica per pagine e pagine di impotenze sia sociali che sessuali (ma c’è differenza?), inseguendo un personaggio che, in continua e pigra fuga, alla lettera e per tutto il romanzo “non sa dove andare a nascondersi”.

Non si sa nemmeno bene da dove viene, ma solo che si occupava di formaggi e ha già smesso di lavorare: un pensionato a vita o dalla vita, ma è meglio chiamarlo retraité, (in Francia – sia detto tra parentesi – la “ritirata” non è una festa come da noi la quota cento, perché lì si festeggia piuttosto la rentrée del primo settembre, almeno quanto da noi si celebra il ferragosto), cioè un tizio che, appena alla mezza età, si è già ritirato da tutto e da tutti, e finge o addirittura spera di essere deluso. Non ha problemi economici: vive di rendita in tutti i sensi e costringe anche il lettore a fargli credito per tutta una non-storia, a tratti condita da un erotismo tanto più spinto quanto più spento.

Lo stesso Houellebecq – si suppone – aspetta che succeda qualcosa e, dopo pagine di inutili stimoli porno-postumi, gli rimette in testa il ricordo di un vero amore, lo fa andare alla ricerca di un quasi amico in costante solitario fallimento, lo rende testimone di una lotta di contadini allevatori che finisce in scontri con la polizia (una strana jacquerie armata che ancora una volta la dice lunga sull’intuito profetico di Houellebecq, visto che, all’uscita del romanzo, non erano ancora calzati e vestiti i gilet gialli!). Alla lunga, sembra che anche l’autore non sappia bene che farsene né come disfarsene, e noi lettori con lui, giacché l’inconcludenza e l’impotenza ci si appiccica come una penitenza da scontare, “senza ridere e senza piangere”.

Lo strano è che non avviene nessuna identificazione ma si diventa per così dire deuteragonisti di uno stesso annientamento, che è nell’aria come la serotonina, che non è esistenziale ma ambientale, che non è individuale ma universale o almeno occidentale. Un annichilimento che è il contrario del nichilismo, che è sempre un po’ incazzato e infine fallico. No, niente filosofia per favore, neanche quando Houellebecq tira le conclusioni per sé e per tutti, o almeno ci prova: “ecco come muore una civiltà, senza seccature, senza pericoli né drammi e con pochissimo spargimento di sangue, una civiltà muore semplicemente per stanchezza, per disgusto di sé, cosa mai poteva propormi la socialdemocrazia, evidentemente niente, solo una perpetuazione della mancanza, un invito all’oblìo.”

Infine, ma veramente all’ultima pagina, si trova qualcosa di più e forse di meglio. Non lo riveliamo a chi non l’ha letto o a chi non c’è arrivato, ma non è un lieto fine ma appena un fine che giustifica tutto quello che c’è stato in mezzo. Non una assoluzione ma appena un’accettazione della “vita morta”, che è pur sempre una vita.

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