Houellebecq 1: Come restare soli, nonostante tutto di Marco Gatto

di Marco Gatto

JonOne

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 Meno riuscito di Sottomissione, di non all’altezza del romanzo-saggio messo in campo da Estensione del dominio della lotta e da Le particelle elementari, quasi privo della capacità narrativa di Piattaforma – col quale però intrattiene un dialogo sotterraneo –, un romanzo probabilmente transitorio o indecidibile, forse non impeccabile per molti, troppi aspetti: eppure, Serotonina (traduzione di Vincenzo Vega, La nave di Teseo), al netto delle sue discutibili imperfezioni, è un ulteriore tassello di quell’analisi spietata e lucida che Michel Houellebecq va compiendo da sempre sui costi emotivi e sociali del mondo individualista e globalizzato, e che lo designa – con buona pace dei detrattori – come uno degli osservatori più profondi della civiltà occidentale e del suo irreversibile declino.

Il lettore non troverà, in Serotonina, un affresco delle più aggiornate dinamiche geopolitiche e sarà forse deluso dalla quasi totale assenza di rimandi allo scontro fra identità sociali. Chi ha voluto vedere nel testo una sibillina prefigurazione delle rivolte in atto in Francia ha peccato di fantasia. Del resto, l’immagine di Houellebecq come visionario profeta della dissoluzione occidentale è assai trascurabile e rientra nel novero della pubblicistica a buon mercato. Piuttosto, il realismo dello scrittore francese consiste in un esibito tentativo di comprensione della radicale mercificazione dell’individuo – fino alla distorsione della sua biologia e del suo corpo emozionale – in un mondo che, rendendo i rapporti sociali alla stregua di mere economie del piacere, dissolve qualsivoglia pretesa di reale e genuino benessere. Serotonina è un romanzo sulla felicità impossibile, sulla necessaria resa di fronte a un “mondo sociale” che è anzitutto macchina per distruggere l’amore, sulla fallibilità dell’ingannevole pretesa di trasformare la vita in destino. È un romanzo sul “come sparire”, come ritirarsi da tutto il resto, nel momento in cui il corpo si è ridotto a una macchina poco funzionante, che ha bisogno dei farmaci per poter obbedire a un principio di prestazione socialmente accettabile. Ma è anche un romanzo sul “come reagire”. Florent, il protagonista, è sì un uomo senza qualità, che non crede nel suo lavoro, che si dimostra consapevole di una sconfitta prima di tutto individuale, che medita il suicidio come unica alternativa a un’esistenza che è solo e soltanto sopravvivenza, ma è pure un uomo ampiamente consapevole della realtà che lo ha reso inerme e lo ha costretto all’estraneità sociale (non avendo più fratello, altro prossimo, altro amico, altra società che me stesso, o al crollo di una speranza condivisa.

Houellebecq è un maestro nel mostrare fino a che punto possa giungere l’annichilimento imposto dalla scomparsa dei legami sociali. Da sempre, per lo scrittore francese, manifestazione di tale dissolvimento è la gestione, diremmo capitalistica, del rapporto sessuale, dal quale è espunta la capacità di comune godimento, e nel quale traspare in modo chiaro la logica del profitto che anima le relazioni tra individui (Yuzu, l’amante giapponese di Florent, è un ritratto indimenticabile di questa degradazione plastica del sesso – una donna lontana mille miglia dalla Valérie di Piattaforma, ancora obbediente a una moderna nozione di dépense). Serotonina conferma questa diagnosi, ma sposta il punto di vista: l’osservazione non è più diretta verso i rapporti di dominio e sottomissione inscenati da un atto sessuale mercificato, bensì ha come oggetto di analisi la resa, la corsa verso l’annientamento, che promana dall’impotenza, dalla perdita di qualsiasi desiderio. Ed è qui che il romanzo – soltanto dopo trecento pagine, con un balzo di tigre al quale Houellebecq ci aveva abituato sin da La carta e il territorio – ci consegna una neppure tanto imprevedibile impennata: Florent è uno scomparso volontario che, sul punto di non esistere, persiste; si abbandona a una notte senza fine, si arrende a sperare contro ogni speranza. Perché, nonostante tutto, e per via contraddittoria, ambivalente, si dà, in una condizione di consapevole anomia e di rassegnata dissoluzione, un momento in cui vengono a presentarsi zone della psiche umana che restano pressoché ignote, perché sono state poco esplorale, perché fortunatamente poche persone si sono trovate nella situazione di doverlo fare. A dire, cioè, che un’alienazione completa tardi a realizzarsi non tanto perché il sistema di annientamento non sia perfetto, quanto perché esso ambisca a fondarsi sulla meccanica e semplicistica illusione di una piena libertà individuale – che prevede persino il completo azzeramento della vita o una sua manutenzione solo e soltanto farmacologica –, la quale si svela comunque irrealizzabile, comunque incapace di obbedire a una complessità che resta ancora da sondare.

C’è un noi oltre l’io che non è facilmente cancellabile. Ed è il sentimento della resa, o forse della pietà, a inscenare questo dato di fatto. Bisogna cioè giungere a un profondissimo carotaggio degli anfratti più scuri dell’umano per rendersi conto di questo grado zero, che consiste in uno slancio d’amore o persino di carità. Non vedrei una metafisica o una teologia in tutto ciò – il richiamo al Cristo, pure poeticissimo, che chiude Serotonina, non va letto nel senso di un abbraccio religioso –, bensì solo la necessità di segnalare una faglia, uno spiraglio, una possibilità ulteriore, uno sguardo rivolto all’insensibilità dei cuori, al netto di un orizzonte complessivo che resta, per Houellebecq, infestato dal nichilismo di una civiltà occidentale ormai sul punto di collassare.

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