Dal dio Po all’“autonomia differenziata”

di Rinaldo Gianola

Andreco

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Mentre leggete queste righe nessuno ancora sa bene come finirà la partita politica della cosiddetta “autonomia differenziata”, una diavoleria partorita nelle pieghe dello sciagurato “contratto di governo” tra Lega e Movimento 5 Stelle. Un progetto politico finalizzato a garantire a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le prime tre regioni che l’hanno chiesta ma altre stanno seguendo, una strisciante secessione all’interno dello Stato nazionale, resa possibile da una deriva culturale e istituzionale che mette in discussione non solo l’unità del Paese, ma distrugge il principio costituzionale di eguaglianza e taglia le radici del nostro stato sociale.

A ben vedere questa “autonomia differenziata” raggiunge l’obiettivo della “secessione”, della “devoluzione”, dell’“indipendenza” delle regioni più ricche, la separazione del Nord opulento e produttivo diventa una conquista a portata di mano per gli eredi di Umberto Bossi: niente più ridicoli riti con le ampolle dell’acqua del Po, niente comitive sul Monviso o sul prato di Pontida a implorare l’indipendenza come in Braveheart, ma una vera manovra di potere, politica, con tanto di sostegno dei referendum consultivi (Lombardia e Veneto) perché è “il popolo” che vuole scegliere e “il popolo”, con i suoi rappresentanti in parlamento, preferisce l’egoismo alla solidarietà, quando si tratta dei propri interessi e privilegi.

È davvero scandaloso anche solo pensare che regioni ricche ed efficienti come Lombardia,Veneto ed Emilia Romagna stiano procedendo spedite verso questo processo di disgregazione nazionale, scatenando una faida tra i territori, un festival degli egoismi locali. Ma non c’è nulla di casuale. Sono trent’anni che l’organizzazione dello Stato, il governo, i suoi poteri vengono discussi e minacciati, senza che si sia potuto realizzare una qualche riforma che accompagnasse l’evoluzione, anche economica, sociale, del Paese. Oggi il nuovo triangolo industriale è quello tra Milano-Treviso-Bologna, un’area ricca, industrializzata, innovativa, con scuole, università, centri di ricerca, in particolare Milano, riconosciuta ormai in Europa come una delle capitali dell’economia della conoscenza.

In questi territori – Lombardia e Veneto governate dalla Lega e dalla destra, ma Emilia Romagna sempre dalla sinistra e dai suoi cascami – matura la voglia di andarsene, di fare da sé, di cercare e garantirsi nuove efficienze e nuovi privilegi, di rendersi autonomi e indipendenti pur nel contesto di un simulacro di unità nazionale. Il delirio sembra generalizzato. Anche le regioni del Sud, Campania e Puglia in testa con i loro esagerati governatori, si sono aggregate a questa carovana che porta dritti allo schianto. Forse qualcuno ci ripenserà, speriamo, ma la realtà è davvero deprimente. Ci sono 13 regioni su 15 che hanno avviato l’iter per ottenere maggiori poteri e competenze, come le 5 regioni a statuto speciale.

Le competenze richieste dalle regioni sono varie ma importanti, Lombardia e Veneto sono le regioni che giocano pesante: vogliono il controllo totale del personale sanitario sul territorio, compresa la regolamentazione dell’attività libero-professionale, oltre alle competenze già esistenti in materia di sanità, la voce più rilevante del bilancio delle regioni. Attorno alla sanità, e ai suoi scandali che hanno portato in carcere Roberto Formigoni per diciotto anni alla guida della Lombardia, si giocano interessi enormi ed è uno di quei settori dove la teoria dell’efficienza e della concorrenza ha preso il dominio sui trattamenti, l’assistenza, la solidarietà. Il malato deve fare i conti col mercato e se vive nella regione sbagliata si deve arrangiare.

La secessione della sanità ha il peso di una grande industria nazionale. In Lombardia, per fare un esempio, la sanità vale 18,5 miliardi di euro (pari all’85% del bilancio regionale). Il modello lombardo, che parifica i privati al pubblico, ha determinato uno spostamento di risorse verso imprenditori come Gianfelice Rocca (Humanitas), Giuseppe Rotelli (Gruppo San Donato), Umberto Veronesi (Ieo), Daniele Schwarz (Multimedica) che hanno realizzato un vero boom economico tanto da modificare gli equilibri del sistema sanitario. In Lombardia ogni anno su un totale di 1,4 milioni di ricoveri, quasi 500mila sono garantiti dalle strutture private che realizzano un fatturato superiore ai 2 miliardi. Il sistema, al netto degli scandali, crea valore e soldi per i privati che incassano i soldi pubblici e assorbe i malati di altre regioni meno fortunate (oltre 150mila cittadini vengono ogni anno a farsi curare in Lombardia).

Sulla scuola le richieste sono destabilizzanti. Lombardia e Veneto vogliono partecipare, coordinare l’organizzazione didattica, occuparsi della valutazione e dell’alternanza scuola-lavoro, bandire concorsi su base regionale, gestire le graduatorie dei precari. I docenti delle “scuole regionali” avrebbero stipendi più alti, con tanti saluti ai colleghi di regioni meno fortunate. Le regioni del Nord vorrebbero anche gestire direttamente i musei che per la Lombardia vorrebbe dire, ad esempio, mettere le mani sulla Pinacoteca di Brera e il Cenacolo Vinciano. Inoltre chiedono il controllo delle soprintendenze e una quota fissa del Fondo unico dello spettacolo.

Non basta: le regioni del Nord vogliono competenze più ampie sui controlli dell’ambiente, in particolare sulle procedure di Valutazione di impatto ambientale (Via) per la realizzazione di opere strategiche. Da questo campo si tracima nell’area delle infrastrutture: Lombardia e Veneto chiedono il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti, piena libertà sulle concessioni e la determinazione delle tariffe. Insomma, lo Stato verrebbe espropriato di poteri rilevantissimi. Ma non è finita, c’è qualche cosa di più, il grimaldello che fa saltare lo Stato italiano e che amplia le diseguaglianze.

La perla di tutta la filosofia che alimenta l’“autonomia differenziata” è quella, banalmente e ovviamente, dei soldi. La magnifica preda di tutta questa manovra politica è il cosiddetto “residuo fiscale”, cioè la differenza tra le tasse pagate e i fondi ricevuti dalle regioni. Lombardia e Veneto versano alle casse dello Stato più di quanto ricevono, adesso chiedono di tenersi la differenza in tasca. Questa è un’autentica bomba piazzata sotto il nostro Paese, le nostre regioni, il nostro sistema di welfare. Se le regioni più ricche si tengono i soldi finora destinati anche, non solo, a sostenere quelle più deboli, allora salta tutto, in primo luogo il principio dell’unità del Paese, della solidarietà, viene scardinata la Costituzione. Questa presunta nuova frontiera dell’autonomia regionale è una partita politica di interessi enormi che non hanno alcun rispetto per l’unità del Paese e per gli assetti democratici. Naturalmente Luca Zaia e Attilio Fontana, presidenti di Veneto e Lombardia, ma anche quelli del Pd come Sergio Chiamparino (Piemonte) e Stefano Bonaccini (Emilia Romagna) assicurano pubblicamente che non si tratta del portafoglio, che non vogliono abbandonare le regioni più deboli, che non c’è nessuna fuga. Ma il percorso avviato è pericolosissimo e porta alla creazione di piccole repubbliche dell’egoismo che sfasciano le nostre istituzioni e il Paese.

C’è, infine, una considerazione che andrebbe fatta. In questa baraonda volgare e propagantistica, che si sintetizza in uno scambio di potere tra Lega e grillini (a Salvini l’autonomia, a Di Maio il reddito di cittadinanza), non si sente parlare di federalismo. La parola è quasi scomparsa. Meglio così. Infatti il federalismo, italiano ed europeo, è un progetto serio, una filosofia di organizzazione democratica, dal basso, di governo dei territori con la partecipazione diretta dei cittadini, in un contesto solidale, civile, laico. Se la sinistra italiana, o quello che resta, si aprisse a questa fonte di ispirazione che ha solide radici storiche e politiche (da Carlo Cattaneo all’anarchico Berneri e a Spinelli, da Giustizia e libertà alle diverse scuole socialiste) invece di inseguire scorciatoie leghiste, potrebbe forse recuperare credibilità e pensiero per contrastare l’onda xenofoba, violenta ed egoista che travolge questo malmesso Paese.

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