Minoranze in Comelico

di Lucio Eicher Clere e Samuele De Bettin

a cura di Nicola De Cilia

Andreco

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Lucio è uno scrittore e poeta di Costalta, paese del Comelico, tra i fondatori del Gruppo musicale di Costalta mentre Samuele è responsabile del circolo culturale “La stua Giovanni De Bettin”, due realtà che tengono vive le tradizioni culturali ladine. A dicembre, la Magnifica comunità del Cadore ha riconosciuto con un premio il loro impegno sociale e civile verso una nuova cultura in primis antimilitarista e non autoritaria, all’interno delle tradizioni popolari: in questo momento di chiusure e rigetti, un segnale positivo.

 

Lucio Eicher Clere è istitutore a Longarone e Samuele De Bettin è insegnante di italiano e filosofia. Da poco, insieme a don Pierluigi Di Piazza, hanno portato sulle scene uno spettacolo teatrale e musicale ispirato a don Milani, L’obbedienza non è più una virtù. Lucio Eicher-Clere, è doveroso ricordarlo, è stato uno dei primi obiettori di coscienza, nel 1973. L’incontro è avvenuto nel piccolo ristorante annesso al panificio che gestisce insieme alle figlie. Un esempio di come si possano coniugare la tradizione e l’attività imprenditoriale con una buona dose di inventiva.

Il Comelico si è dimostrato fonte di notevole vivacità culturale e politica…

LEC: La presenza di minoranze culturalmente preparate ha sicuramente contribuito a smussare quell’arroganza che così spesso va di pari passo con l’ignoranza, che pure è presente. Ci sono stati gruppi amministrativi più aperti della media, dal punto di vista culturale, a volte anche espressione di una sinistra, in questi ultimi vent’anni anni, pur con tutti i distinguo necessari. Per esempio, nel Comelico superiore è stato sindaco un bravo maestro, molto impegnato sia nelle questioni di valorizzazione del patrimonio linguistico che culturale. Anche Alessandra Buzzo, sindaco di Santo Stefano, durante i suoi due mandati ha dimostrato di saper resistere ai ricatti di una certa politica e non si è chiusa nei meccanismi gretti e retrivi del localismo esasperato, blindato contro i migranti. Ciò ha reso la popolazione più disponibile all’accoglienza, in modi anche abbastanza significativi, a testimonianza di quanto contino gli atteggiamenti politici. Dal punto di vista culturale, siamo stati i primi ad aver detto che la piccola lingua ladina e la cultura tradizionale possono essere una fonte di creatività e di valorizzazione di un patrimonio storico millenario. Abbiamo cercato di recuperare quelli che sono gli autentici valori evitando il facile folklore e tutta quella becera mentalità che ha distorto la visione degli alpigiani: abbiamo sostenuto e dimostrato che una lingua minoritaria poteva diventare strumento per una riflessione più ampia. Abbiamo scritto racconti, messo in scena spettacoli e canzoni in cui si affrontavano temi come l’antimilitarismo o l’accoglienza: un nostro spettacolo si chiamava “Foresto”, termine con cui si indica genericamente chiunque non appartenga al paese, ponendo in scena il tema dell’estraneità, che poi è estraneità a se stessi prima di tutto.

 

Tra l’altro, tu sei doppiamente “estraneo”: il tuo cognome è di origina sappadina, che è un enclave di lingua germanica, ma parli ladino.

LEC: Vero, i miei avi sono di origini sappadine. Per la mentalità tribale che caratterizza parte della cultura della montagna e che si può riscontrare nelle Regole, se hai un cognome non appartenente alla comunità, non puoi farne parte. Le Regole erano state soppresse da Napoleone, che aveva incamerato i beni tanto della Chiesa quanto quelle delle comunità rurali, aggregandole al patrimonio pubblico. Le Regole sono rinate nel 1948 col decreto Segni, dopo un secolo e mezzo. L’appartenenza paesana, tribale, è costituito da piccole comunità di quattro o cinque cognomi, una forma di campanilismo dai tratti a volte grotteschi: chi non è caratterizzato da un cognome che rientra in quelli certificati, non può partecipare e resta escluso. Quando abbiamo portato avanti la battaglia per permettere anche alle donne di partecipare alle Regole, nel 2017, mica tanto tempo fa, abbiamo trovato molte resistenze: infatti, dove la presenza femminile è stata accolta (su sedici Regole presenti in Comelico, solo otto hanno modificato gli Statuti), resta ancora esclusa la discendenza per linea materna. Mi spiego: se sei regoliere di Costalta, maschio, sposi una donna di un altro paese, fosse anche straniera, i tuoi figli hanno diritto, poiché portano il tuo cognome, di partecipare alla gestione tramite le Regole. Se invece una donna di Costalta sposa un uomo di altro paese, i suoi figli non possono partecipare alle Regole, perché non portano quel cognome. Abbiamo tentato di spiegare che è una cosa assurda, contraria non solo al buon senso, ma anche alle norme giuridiche, ma ci troviamo di fronte al disinteresse degli enti superiori della Regione Veneto, che seppure abbiano dichiarato che le Regole devono conformarsi alla legislazione vigente, hanno comunque approvato tali statuti di carattere medievale. Tergiversano, tentennano, temporeggiano. Eppure, basterebbe che la Regione minacciasse di tagliare tutti i contributi. A Cortina, per mantenere il Parco delle Dolomiti d’Ampezzo, la Regione stanzia minimo un milione e mezzo di euro l’anno. Tieni conto che adesso, col disastro seguito alla tromba d’aria del 29 ottobre 2018, ci saranno sicuramente contributi per il recupero del legname. Col legname in piedi, la Regola vendeva al commerciante, il commerciante appaltava la lavorazione del legname a una ditta, ci guadagnava la Regola, ci guadagnava il commerciante. Adesso, a causa dell’enorme quantità di legname caduto, è il commerciante che decide i prezzi e la Regola certo non ci guadagna: il valore del legno è crollato a 13 euro al metro cubo, mentre prima valeva 150, dieci volte di meno! Spiace dirlo, ma la situazione potrebbe essere sfruttata per forzare la decisione in senso democratico.

 

Ma almeno le Regole hanno contribuito a preservare questo territorio?

LEC: Le Regole si ispiravano al provveditore ai boschi della Repubblica di Venezia, si taglia quanto cresce e il bosco veniva quindi curato. Il disastro del mese scorso ha colpito in particolare i boschi relativamente più giovani, quelli piantati cent’anni fa, all’indomani della guerra: infatti i danni più gravi si sono avuti in Val Visdende e a Asiago: in entrambi i casi, il bosco precedente era stato distrutto durante la Prima guerra mondiale. È vero che le Regole, per molti versi, hanno impedito la vendita dei boschi e delle proprietà comuni, preservando il territorio. Nel passato, inoltre, le Regole hanno avuto un’enorme funzione sociale, dando lavoro, distribuendo legna e piante per costruire le case. I lavoratori dei boschi venivano pagati in viveri, farina sale latte formaggio, elementi fondamentali in una economia di sussistenza, una realtà in cui spesso si era costretti a emigrare. Per esempio, in Pusteria, dove, per tradizione, si andava anche a mendicare.

 

In mezzo a queste contraddizioni, che ruolo pensate di aver svolto con la vostra attività culturale?

LEC: Noi del Gruppo musicale di Costalta abbiamo colto il meglio della tradizione affidata al ladino e al tempo stesso abbiamo contribuito al suo rinnovamento, senza imbalsamarla in uno stantio culto del passato. Mi ha sempre infastidito che i testi dei canti di montagna siano spesso ingenui, al limite della semplicioneria, il che è un’offesa alla vera tradizione culturale montana. Sembra che il popolo sia talmente stupido che canta solo sciocchezze. Abbiamo invece cercato in questi anni di dare testi dignitosi alle nostre canzoni, con riflessioni che vadano al di là di una certa ingenuità; abbiamo cercato di elevare il livello della cultura tradizionale usando la nostra lingua per proporre cose nuove. Nei trentacinque anni di attività, il Gruppo Musicale di Costalta è stata la presenza più originale e creativa delle Dolomiti tra Veneto e Trentino, lo dico senza orgoglio personale, ma conoscendo bene la realtà ladina da Livinallongo al Comelico: non c’è stato dibattito culturale, in generale, ci si è fermati agli elementi più folkloristici, mentre credo che il ruolo delle minoranze possa essere davvero pari a quello del sale. Pensa al popolo ebraico, un’esigua minoranza che ha segnato la riflessione mondiale, non solo nella tradizione biblica, pensa ai valdesi e altre minoranze attive e propositive. In questo forse, la nostra riflessione ha potuto contribuire a un atteggiamento di ascolto e accoglienza, almeno per quella parte di popolazione più riflessiva e meno disponibile alla propaganda di odio che proviene dai vari mass media.

SDB: La mentalità montanara è fondamentalmente conservatrice, tipico di tutte comunità rurali che si basano sul ciclo stagionale, divenuta conflittuale durante il ’900, secolo della tecnica e della modernità. Il montanaro, originariamente, è venuto in montagna per difendersi da qualcosa e quella mentalità difensiva è rimasta: la tradizione è sempre stata vista come una garanzia di continuità, di sopravvivenza. Conservi e ti mantieni se conservi l’esistente. Noi, invece, vediamo la tradizione come un necessario radicamento ma aperto anche al resto. Qual è allora il ruolo della minoranza? Quello di avere un’identità forte da poter condividere e scambiare con altri, dare e ricevere, in modo da essere permeabili all’esperienza. Anche il lavoro linguistico che è stato fatto nella poesia ladina da parte di Lucio, ha scavato fino in fondo nelle possibilità della lingua, utilizzando parole in disuso, aggirando il lato comico realistico, legandoci invece a quel filone alto della poesia dialettale italiana e alla canzone d’autore: la lingua, la vera grande eredità di un popolo, non è solo il veicolo minoritario degli aspetti popolareschi ma anche una dimensione più profonda, in grado di esprimere sentimenti e valori universali. Ci sono tanti testi che fanno riferimento a uomini del popolo, del paese, analfabeti di grande umanità, che portano alla luce i legami di solidarietà e di vita cristiana vissuta. Abbiamo anche contribuito al recupero di scrittori che erano stati dimenticati: penso a Pio Zandonella Necca, poeta di Dosoledo, che ha scritto un canzoniere vero e proprio, che abbiamo riscoperto e riproposto.

 

Avete riempito i vostri spettacoli di contenuti politici, vedi il vostro ultimo spettacolo ispirato a don Milani.

LEC: Impossessarsi della tecnica del linguaggio, del significato della tradizione, dare, all’interno della comunità, più importanza all’aspetto culturale che a quello di potere, è un modo di conservare in maniera autentica una cultura secolare. Il grande buco si è verificato negli anni ’60 e ’70, quando i piani regolatori non hanno pensato a conservare il paesaggio, che è sempre anche culturale, non solo territorio. Penso a Auronzo, a Cortina: gli ampezzani hanno dato il via alle seconde case in montagna, svendendo di fatto la valle. Una scelta che ha ridotto al lumicino la presenza ladina: non c’è stato il possesso della tradizione né de territorio, poiché è mancata la sua valorizzazione in senso autentico, lì come in altre parti della montagna, ma forse dovrei dire dell’Italia intera. Oggi ritroviamo alla guida dell’Italia degli scriteriati, degli incompetenti. La cultura non ha inciso, neppure all’interno delle forze di sinistra, dove si avverte la mancanza di autenticità. Se ci fosse un possesso culturale dell’esperienza di un popolo non si assisterebbe allo sbando di questo paese. Quindi, può darsi che essere minoranza dia un senso di frustrazione, ma dà anche la serenità di aver svolto un lavoro coerente, di aver contribuito ad allargare le idee. Ho scelto, come Samuele e altri, di vivere dentro una comunità piccola, ma questo mi ha portato a sviluppare una cultura profonda e autentica. Come minoranza, lo rivendichiamo.

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