Le manipolazioni della ricerca scientifica e la salute pubblica

di Enzo Ferrara

Harald Naegeli

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Il glifosato, “Le Monde” e il marketing

La difesa della salute di tutti e di ciascuno si sta facendo piuttosto complicata se siamo giunti al punto in cui nella letteratura scientifica si coniano definizioni con prerogativa immorale come quelli di “scienza in difesa del prodotto” e “manipolazione del dubbio scientifico”. La strategia consiste soprattutto nel gettare discredito sulle affermazioni di nocività di sostanze pericolose, costruendo insiemi di dati artefatti ma capaci di introdurre volutamente visioni contraddittorie nel dibattito. È usata con grande successo dai principali inquinatori e dai produttori di sostanze pericolose su scala mondiale per opporsi alle leggi nazionali e internazionali di protezione dell’ambiente e della salute pubblica. L’ultimo caso è stato quello del glifosato prodotto dalla Monsanto, il pesticida più usato in assoluto in agricoltura, classificato come genotossico, cancerogeno per gli animali e probabile cancerogeno per gli umani dalla Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro – la Iarc di Lione – ma che viene ancora sparso sui campi d’Europa e del mondo; l’Italia lo ha bandito solo in parte. L’industria ha sferrato un attacco addirittura contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità, coadiuvata dalla Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) e dalla Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (Echa). Queste ultime hanno prodotto rapporti meno problematici sul glifosato, ma con intere parti identiche ai documenti industriali (si vedano i dossier di Le Monde del 2017 sui Monsanto papers), addirittura rimestando accuse di parzialità e scorrettezza del comitato Iarc che si era occupato della monografia sul glifosato. In caso di pericolo per il commercio di un prodotto sospetto, occorre mettere in discussione la validità delle prove scientifiche che spingono il legislatore a prevenirne l’uso e se questo non è possibile va anche bene gettare discredito sugli autori di quelle stesse prove.

Ci volle molto tempo per ridurre a ragionevolezza il mondo occidentale sulla nocività del fumo di tabacco – la principale causa singola di morte al mondo. L’industria (Camel, Marlboro, Philip Morris), che ha spostato le vendite nei paesi emergenti, è riuscita per decenni a impedire serie restrizioni legislative usando tecniche di marketing, di finanziamento mirato e di denigrazione degli studi contrari ai propri interessi. In particolare, l’attività “scientifica” in difesa del tabacco riuscì a lungo a confutare gli effetti nefasti del fumo passivo (Lisa A. Bero, Tobacco industry manipulation of research, in Late lessons from early warnings, Eea Report 1/2013).

La stessa strategia è tuttora usata da produttori e utilizzatori di amianto, benzene, berillio, cromo, piombo, plastiche e dai costruttori di autovetture diesel: tutti prodotti non solo pericolosi ma cancerogeni conclamati.

La pratica negazionista è stata ed è ancora un ostacolo centrale nel dibattito sul riscaldamento globale; è così comune che è in pratica impossibile che una ricerca scientifica sfavorevole alla grande industria non trovi una contro-risposta all’avvicinarsi di un iter legislativo. La produzione di incertezza è anche un business: sono numerose le organizzazioni di consulenza che offrono attività di scienza “in difesa del prodotto” o “a sostegno della controversia”. Come implicano i termini usati dagli stessi consulenti, queste attività di scientifico e disinteressato hanno poco, non producono conoscenze a favore della salute pubblica, anzi le confutano per proteggere gli interessi delle corporation.

Lo scorso 10 ottobre, “Le Monde” ha raccolto alcuni articoli su questi argomenti in occasione della pubblicazione di Lobbytomie, di Stéphane Horel (La Découverte, Parigi 2018) un libro che descrive le tecniche manipolatorie usate dall’industria: una sorta di lobotomia collettiva condotta dalle lobby, per mantenere sul mercato prodotti nocivi. Il quotidiano francese riporta episodi significativi come quello del professor Michel Aubier, pneumologo, primo cattedratico condannato per aver mentito davanti a una commissione parlamentare e per aver celato il proprio conflitto di interessi. Nel 2015 era stato designato dal direttore degli ospedali parigini a rendere davanti al Senato francese un parere tecnico sui costi dell’inquinamento atmosferico. L’impatto dei motori diesel, secondo Aubier, sarebbe trascurabile, valutabile fra i 2 e i 5 milioni di euro a fronte di un costo totale annuo causato dall’inquinamento atmosferico variabile da 69 a 97 miliardi di euro. Un’indagine congiunta di “Libération” e “Le canard enchaîné” ha però rivelato un accordo di consulenza continuativa di Aubier con la Total, che durava dal 1997, mentre dal 2007 lo stesso Aubier era componente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Total. Il cattedratico ha ribadito l’indipendenza del suo giudizio, mai inficiato dall’essere stato per più di vent’anni stipendiato da un’azienda petrolifera: “è scientificamente provato che il 90 % dei tumori polmonari sono dovuti al fumo” – si è difeso. È vero, ma fra quel 10 % che resta, vi sono anche da 40mila a 42mila decessi prematuri attribuiti all’inquinamento atmosferico in Francia. Il procuratore gli ha ricordato che la sua testimonianza aveva instillato seri dubbi nel Senato sulla pericolosità dei motori diesel, mentre era palese che la Total, pagandolo per decenni, avesse fatto un investimento redditizio.

Sullo stesso numero di “Le Monde”, il danese Philippe Grandjean – fra i più autorevoli studiosi al mondo sugli impatti dell’inquinamento sulla salute – spinge oltre il proprio ragionamento, arrivando a definire la tendenza attuale al pari di un vero e proprio utilizzo della scienza come strumento di marketing. L’inquinamento delle acque in Veneto per il rilascio dei cosiddetti Pfas (Sostanze Perfluoro Alchiliche come il téflon, usate per i rivestimenti impermeabilizzanti e antiaderenti presenti anche negli utensili da cucina) preoccupa per la loro diffusione e persistenza, con pericoli per l’equilibrio endocrino-ormonale della popolazione colpita, soprattutto dei più giovani. Negli Usa Grandjean è stato perito tecnico in una causa sull’inquinamento da Pfas fra lo stato del Minnesota e la multinazionale chimica 3M. Secondo la 3M l’esposizione agli Pfas non è nociva, affermazione sostenuta da pubblicazioni relative a studi condotti su operai esposti a dosi elevate di perfluorati. Al processo tuttavia Grandjean ha mostrato i dati completi degli studi osservando che per le pubblicazioni erano stati selezionati solo quelli favorevoli all’industria. Fra le carte, è emerso un documento aziendale che invitava a fare pubblicazioni, ma soltanto nel caso in cui i risultati non portassero pregiudizio alle politiche d’impresa sulla sicurezza dei propri prodotti.

Che i risultati della ricerca siano fortemente condizionati dalle attese di chi li commissiona è indubbio. Poiché la ricerca scientifica è in gran parte in mano ai privati e poiché questi prima di ogni altro preliminare fanno firmare ai ricercatori documenti giuridici con obbligo di riservatezza sui risultati acquisiti – che significa impossibilità di pubblicare risultati senza consenso del committente – è chiaro lo squilibrio che si determina nel numero di pubblicazioni favorevoli o contrarie alla definizione di nocività di un prodotto. L’interpretazione dei dati sperimentali da parte di scienziati che hanno un conflitto di interessi deve essere evidenziata non per creanza ma per non trasformare, come temuto da Grandjean, l’attività di studio in marketing.

Italia: amianto

La comprensione delle cause delle malattie non trasmissibili – non di origine virale o batterica quindi, ma di tipo degenerativo, legate alle interazioni con l’ambiente – negli esseri viventi e negli umani è una delle sfide scientifiche più complesse e forse irrisolvibili per la complessità di sinergie che ne controllano lo sviluppo in diverse fasi. In questi casi, la prova scientifica assoluta non è sempre disponibile con la definizione di un nesso causale fra l’esposizione a un agente nocivo e l’insorgenza della patologia. Sovente però ci sono evidenze sufficienti di nocività anche senza bisogno di studi epidemiologici specifici e senza necessità di individuare il nesso di causalità, per raccomandare le misure di protezione pubblica. È il caso delle correlazioni fra alcune malattie tumorali, oltre al mesotelioma, e l’esposizione all’amianto; fra degenerazioni neuronali e l’esposizione a metalli pesanti; fra malattie allergeniche anche gravi e l’esposizione a disruttori endocrini. Mentre le attività di manipolazione del dubbio scientifico, oltre che immorali, sono antitetiche agli interessi della salute pubblica è ormai chiaro che le decisioni cautelative dovrebbero essere prese usando le migliori conoscenze disponibili. La certezza assoluta è raramente un’opzione in campo scientifico sanitario, i programmi di regolazione non saranno mai effettivi se si richiede che questa sia garantita prima di agire.

In Italia il caso più eclatante, che vede impegnati numerosi movimenti di cittadini e vittime in coordinamento nazionale, è quello dell’amianto. L’attività delle lobbies in difesa di questo prodotto mortale è svolta principalmente nei paesi ricchi come l’Italia, ma è indirizzata soprattutto ai paesi poveri dove viene ancora usato e dove le misure di valutazione del rischio sono deboli. Nel 2015 il Collegium Ramazzini, agenzia indipendente internazionale per la salute occupazionale e ambientale, ha espresso preoccupazione per il persistere dell’impiego del crisotilo (l’amianto bianco) in diversi paesi nonostante il bando emesso dall’Oms e dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Ancora in metà del mondo, principalmente nei paesi poveri, si estraggono ogni anno 2 milioni di tonnellate di amianto. L’Asia ne è il principale utilizzatore, Russia, Kazakhstan e Brasile i principali esportatori. I produttori si sono opposti con successo nel 2015 alla richiesta di inserimento dell’amianto fra le sostanze nella lista della Convenzione di Rotterdam, richiesta formulata non per vietarne il commercio, semplicemente per garantire che i paesi importatori fossero al corrente dei rischi connessi con l’uso della fibra, come per tutte le sostanze pericolose e i pesticidi. La scienza in difesa del prodotto argomenta di predisposizioni genetiche per le malattie tumorali asbesto-correlate e di efficacia delle misure di precauzione, sfrutta la difficoltà oggettiva di diagnosticare un mesotelioma in assenza di strumentazioni come la Tac – per cui in India, ufficialmente, di amianto non muore nessuno – e farnetica a proposito di una relazione non proporzionale fra insorgenza della malattia e dose e durata dell’esposizione. Sono questioni tecniche, ma non è necessario un grande sforzo per cogliere il carattere eversivo di argomentazioni che arrivano ad affermare che, essendo rilevante solo la dose iniziale, non si hanno benefici se si evita l’esposizione ad amianto dopo quella. Gli epidemiologi (Benedetto Terracini, Dario Mirabelli Asbestos and product defence science, “International Journal of Epidemiology”, 2016, 614618) spiegano che questa tesi è usata in Italia dove numerosi processi per esposizione nel passato ad amianto in ambito lavorativo vedono i tecnici delle difese discutere di una dose minima iniziale – la cosiddetta dose trigger – sufficiente a scatenare l’insorgenza della malattia. Le successive esposizioni, assieme ai manager o addirittura alle industrie che hanno esposto i lavoratori in periodi successivi a quello della prima dose, non avrebbero quindi alcuna responsabilità morale né penale.

È esemplare la vicenda che coinvolge gli esperti Carlo La Vecchia e Paolo Boffetta autori nel 2012 di una pubblicazione secondo la quale è evidente che “per i lavoratori esposti nel lontano passato, il rischio di contrarre il mesotelioma non è stato aumentato in modo apprezzabile dalla successiva esposizione”, e che “bloccare l’esposizione non riduce sostanzialmente il rischio”. A parte le considerazioni sull’insorgenza di patologie diverse dal mesotelioma e su possibili esposizioni indirette dei parenti dei lavoratori, purtroppo frequenti, va notato che la pubblicazione di questa tesi sul “Journal of Cancer Prevention” (La Vecchia C., Boffetta P., Role of stopping exposure and recent exposure to asbestos in the risk of Mesothelioma, Eur. J. Cancer Prev. 2012, 21, 22730), rivista di cui La Vecchia era editorialista associato, fu estremamente rapida. Ricevuto mercoledì 28 settembre 2011, il lavoro fu accettato domenica, 2 ottobre 2011. In tempo per essere presentata a un’udienza processuale che si sarebbe tenuta poco dopo e che, nonostante l’affermazione di assenza di conflitto di interessi, vedeva i due esperti coinvolti come consulenti della difesa. La correzione di questa inesattezza e l’allontanamento di La Vecchia dalla redazione della rivista furono richieste da una lettera firmata da più di 100 scienziati di 25 paesi e da 31 organizzazioni di vittime dell’amianto. Va chiarito che la richiesta non fu di confutare le affermazioni degli autori, ma di rimarcare il loro ruolo effettivo nella controversia. In aggiunta, i due autori vantarono il sostegno dell’Airc, l’associazione italiana nota per la ricerca sul cancro, cosa che sconcertò gli attivisti in particolare a Casale Monferrato, cittadina che ancora conta ogni anno da 40 a 50 casi di mesotelioma per l’inquinamento da amianto del locale stabilimento dell’Eternit, chiuso nel 1987. Anche il sostegno della Iarc fu smentito dagli autori in una ritrattazione apparsa sulla stessa rivista tre anni dopo.

 

Archibald Cochrane: l’inflazione medica

Quando nel 1972 uscì il libro di Archibald Cochrane Effectiveness and efficiency: Random reflections on health services, tradotto in Italia con il titolo L’inflazione medica. Efficacia ed efficienza della medicina (Feltrinelli 1978) nella collana “Medicina e Potere” fondata da Giulio Maccacaro, era già chiaro il ruolo delicatissimo che la statistica ha nella valutazione di efficacia di ogni intervento, di tipo preventivo, diagnostico o di cura, in campo medico e sanitario. Cochrane, nato nel 1909 era stato medico volontario nella guerra di Spagna dal 1936 al 1937. Si ritrovò poi con un ruolo simile in un campo di prigionia a Malta durante la seconda guerra mondiale. Aveva la responsabilità delle emergenze dovendo decidere tra i malati chi trascurare, chi trattare e chi accompagnare alla morte. Quelle esperienze lo indussero a profonde, oltre che interessantissime, riflessioni sugli usi della medicina e dell’epidemiologia clinica per il bene comune. Negli anni in cui scrisse L’inflazione medica si apriva l’era della medicina tecnologizzata legata a Big Science, mentre si chiudeva una storia che aveva ampiamente dimostrato l’assoluta inefficacia della stragrande maggioranza delle cure somministrate ai pazienti per tantissimi tipi di patologie, assieme alla dimostrazione dei benefici certi che derivavano banalmente da una alimentazione sicura e continua e da un ambiente di lavoro e di vita salubre e igienicamente controllato. Nella sua prefazione, Cochrane osservava che forse il vero tratto che distingue gli uomini dagli animali è la loro enorme propensione ad assumere farmaci nel tentativo di risolvere i propri malanni, mentre è praticamente impossibile per un medico non aver sentito almeno una volta nella vita, per ogni tipo di malattia, il racconto di una terapia lodata proprio per risolverla. Combinate insieme, le attitudini naturali di medici e pazienti possono rivelarsi esplosive e inflazionare la sanità con terapie e cure costose ma di dubbia utilità, non necessariamente per ragioni di malafede, per semplici ragioni di bisogno da un lato e dal desiderio di sentirsi utili dall’altro.

Il Pensiero Scientifico Editore ha periodicamente ripubblicato il titolo di Cochrane. L’ultima edizione del 2017 è stata l’occasione per riconsiderare l’appropriatezza della traduzione di molti termini chiave dell’epidemiologia clinica e della statistica medica, che contribuiscono da tempo al lessico della medicina basata sulle prove di efficacia con un vocabolario utilizzato anche in ambiti esterni alla ricerca clinica. Si tratta di un’importante integrazione lessicale, frutto di interazione fra contesti diversi, che aiuta ad apprezzare relazioni di causa esistenti (o no) fra le vicende sociali, ambientali e sanitarie. Termini come basato sull’evidenza, placebo, esposto e non esposto, coorte, tasso di incidenza, mortalità, attesa di vita, screening sono abbastanza familiari nel gergo comune anche grazie alla creatività degli epidemiologi.

Oggi, perfino la Cochrane Collaboration, la più prestigiosa organizzazione scientifica internazionale dedicata all’analisi indipendente degli interventi di cura in sanità, è sotto attacco. Uno dei fondatori, il danese Peter Gøtzsche, è stato espulso lo scorso settembre dal consiglio direttivo e con lui si sono allontanati volontariamente altri quattro componenti. L’accusa rivolta a Gøtzsche è di aver usato il nome della Cochrane per obiettivi personali, mirati – per esempio – a screditare i recenti risultati dei test vaccinali contro lo Human Papilloma Virus (Hpv), condotti su scala europea per combattere il cancro della cervice. I fuoriusciti protestano invece contro la deriva affaristica e commerciale dell’agenzia, che starebbe perdendo le proprie radici di indipendenza, solidità scientifica e apertura al dibattito pubblico.

Secondo molti osservatori, mentre i suoi principi si affermavano con influenza benigna sulle politiche sanitarie, le stanze della Cochrane Collaboration sono anche state infiltrate da lobbysti che difendono i prodotti di loro interesse senza troppo guardare alle questioni di integrità, trasparenza e distorsione dei risultati. Alcune terapie e medicinali sono enfatizzati anche in assenza di prove consolidate della loro efficacia sminuendo le politiche di prevenzione e sostegno sociale, definendo i programmi di sanità con attenzione non agli obiettivi condivisi della salute collettiva ma agli interessi industriali capaci di inficiare le regole fondamentali della produzione scientifica e di condizionare le dinamiche di comunicazione in tema di sanità.

C’è il rischio che questa esperienza, nonostante l’ottima reputazione, possa concludersi con gravissimo danno non solo per la scienza ma per tutto un insieme di movimenti istituzionali e di base che lottano contro le ingiustizie sociali, partendo dalla difesa della salute pubblica. Secondo questa visione, la connotazione solidaristica della medicina è una necessità non filosofica ma scientifica perché – come spiegava Archibald Cochrane nella prefazione del suo libro – qualunque indice di “efficacia” prima e di “efficienza” poi usato per la valutazione di un trattamento di cura per un qualunque insieme di popolazioni, perde di significato scientifico e può addirittura falsare i risultati se non è accompagnato da un indice di “equità” fra le stesse popolazioni.

Visti gli assalti che in coincidenza con i quarant’anni della legge 833, invece di celebrarne l’anniversario, vengono portati nel nostro paese al Ssn, mettendo in discussione i principi sui quali si fonda un sistema sanitario universalistico, equo e basato sulla fiscalità progressiva per favorire gli interessi del privato (si veda Francesco Carraro, Massimo Quezel, Salute S.p.A. La sanità svenduta alle assicurazioni, Chiarelettere 2018), conviene riprendere la trama di un discorso partecipativo che affida alla scienza medica un ruolo chiave nel conflitto sociale. La spinta alla privatizzazione del Ssn ne sta snaturando le funzioni davvero rimarchevoli sancite dalla legge – dalla formazione di una moderna coscienza sanitaria sulla base di un’adeguata educazione, alla prevenzione delle malattie e degli infortuni in ogni ambito di vita e di lavoro, al superamento degli squilibri territoriali nelle condizioni socio-sanitarie del paese, fino alla identificazione ed eliminazione delle cause degli inquinamenti dell’atmosfera, delle acque e del suolo.

Per i sostenitori della neutralità della scienza, la medicina dovrebbe astenersi dalle dispute politiche; invece è necessario riconoscere che la componente politica è intrinseca a ogni determinazione della salute con dimensione sociale. Analisi approfondite della situazione sanitaria mondiale potrebbero rovesciare prospettive che appaiono consolidate, come la riduzione delle patologie tumorali da esposizione lavorativa, che è una realtà scientifica sì, ma solo in occidente e nei paesi ricchi, dove si fanno studi epidemiologici attendibili sui lavoratori. Nei paesi poveri, dove sono state spostate le produzioni nocive, questi studi non si fanno o sono difficoltosi anche per l’assenza di attrezzature di diagnosi affidabili, per cui scientificamente il problema non esiste.

Un dibattito aperto su questi argomenti è fondamentale sia per la scienza sia per la politica. La risposta democratica a un disaccordo pubblico sulla nocività di una sostanza sospetta o sull’utilità di un farmaco, come su una grande opera con forte impatto ambientale, è quella che incoraggia e non rifiuta una seria analisi collettiva delle evidenze scientifiche disponibili.

Se ci accontentiamo dei discorsi degli esperti, senza il filtro di istituzione pubbliche di partecipazione e controllo, rischiamo di ritrovarci per la difesa della salute nella stessa condizione dei contadini narrata da Ignazio Silone per la spartizione delle acque di irrigazione in Fontamara. Un’ammonizione valida per tutte le manipolazione della verità a vantaggio dei ricchi e dei potenti che possono approfittare fino all’inverosimile dell’ignoranza, ma anche della scarsa autocoscienza del popolo. “Esiste perciò un solo accomodamento possibile”, spiegava l’avvocato don Circostanza ai suoi concittadini. “Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè, un po’ di più della metà”.

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Comments (4)

  • Luciano

    |

    avrei dovuto fermarmi al paragrafo sul Glisofato dove compaiono inesattezze macroscopiche e qualche giro di parole per mascherare qualche leggerezza nel riportare qualche informazione a tal proposito ( EFSA, OMS e FAO non lo ritengono responsabile, lo IARC conclude come probabile, il capo dello studio dichiarava: «è più che possibile che sia cancerogeno, ma non ci sono abbastanza prove per sostenere che lo sia. In altre parole significa che dovreste essere un po’ preoccupati»
    Fb è fb e quindi limito il commento) al link proposto è possibile sfogliare almeno 3000 articoli che dimostrano la minore tossicità del prodotto, ma se l’argomentazione è che la ricerca non è indipendente et bla bla bla (ignorando le procedure di peer-view eccetera) allora inutile il confronto.
    Il pesticida e la multinazionale possono piacere o no, e allora ci si oppone allo strapotere monopolistico e/o capitalistico, ma questo non ha niente a che vedere con i dati scientifici (non con la scienza: con i dati). Se poi il riferimento sono i Le Monde Papers molto discutibili (le ricerche di Seralini? ma per favore) allora siamo molto lontani dal rigore della ricerca che molte volte questa rivista pretende o chiede in altri ambiti sociali o civici. Si è rigorosi sempre, anche verso se stessi, magari pensando ogni tanto che le nostre convinzioni non sempre coincidono con i fatti. Consiglio poi di linkare le fonti di ciò che viene citato o messo nelle note.
    Pur condividendo lo spirito della rivista, l’intento e l’intelligenza sulle cose culturali e sociali, mi dispiace ma sulla scienza sono incappato più volte in veri e propri svarioni, il che mi fa temere che se dovessi approfondire gli altri temi potrei incontrare altrettante leggerezze solo per sostenere le mie idee. Motivo per cui diffido un abbonamento, che non è solo la comodità di ricevere la rivista, ma dimostrare una fiducia con il sostegno concreto.

    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/?term=glyphosate

    citato in questo articolo che riporta in modo corretto ed esauriente i termini sulla questione:
    https://www.ilpost.it/2015/04/12/glifosato-ogm/

    che prende spunto da un articolo del New Yorker

    https://www.newyorker.com/news/daily-comment/roundup-and-risk-assessment

    Post Scriptum: gli OGM i cui studi pluridecennali non rilevano alcun rischio e pericolo, possono diminuire l’utilizzo dei pesticidi (visto che non piacciono), solo che siccome non piacciono qui i dati scientifici e certi oltreche indipendenti non valgono per chi si oppone al loro utilizzo, eppure anche qui molti studi dimostrano il contrario, ma se ci affidiamo a persone come Vandana Shiva (che pure avete pubblicato) che non ha nessuna pubblicazione scientifica alle spalle e che non ha nessun titolo scientifico o ricerche valide a sostegno delle sue tesi, piuttosto molti dati falsati allora -ripeto, non vale nessun confronto o dibattito serio che possa far avanzare di un solo passo la discussione.
    Che poi nel frattempo stiamo già andando oltre e forse nella direzione meno criticata con l’editing genomico. Saluti.

    Reply

  • Enzo Ferrara

    |

    Caro Luciano,

    Gli Asini non pretendono certo di disporre della verità né di essere imparziali su tutte le questioni che trattano, e i commenti critici ai testi pubblicati sulla nostra rivista sono sempre apprezzati, ma in questo caso ci sembra che traspaia un pregiudizio negativo che va oltre quanto si afferma nel mio scritto sulle manipolazioni della ricerca scientifica, argomento non nuovo ma preoccupante e di grande attualità – cito almeno il romanzo postumo di Lorenzo Tomatis, “L’ombra del dubbio” (Sironi 2008) e il saggio di David Michaels (“Doubt Is Their Product: How Industry’s Assault on Science Threatens Your Health”, Oxford University Press, 2008), consigliere della amministrazione USA di Obama sui temi della sicurezza e salute sul lavoro. Specifico che il problema non è quello del metodo scientifico ma della partecipazione democratica alle decisioni che derivano da osservazioni scientifiche.

    Mi dispiace che tu veda “inesattezze macroscopiche” e “leggerezze” nel riportare quanto affermano IARC, ECHA ed EFSA; conosco direttamente il mondo rigoroso della IARC di Lione, demandata dall’OMS esattamente al ruolo di verifica della cancerogenicità delle sostanze chimiche e degli agenti fisici, e frequento per lavoro i documenti molto più discutibili dell’EPA statunitense e della ECHA ed EFSA europee, l’EFSA è anzi italiana avendo sede a Parma, tutte fortemente condizionate dalle amministrazioni a cui sono sottoposte. La leggerezza sta nel modo in cui si è liquidata la questione glifosato in Europa: il rischio esiste, è elevato per l’enorme diffusione di erbicidi sul territorio, nel suolo e nelle acque, e interessa i lavoratori della filiera agroalimentare (migranti/braccianti in primis) e noi tutti come consumatori.

    ECHA ed EFSA, oltre ad aver ripreso intere parti dei report della Monsanto (come spiegano gli articoli di Le Monde, che saranno anche “discutibili” ma hanno vinto il premio europeo 2018 per il giornalismo di inchiesta https://www.europeanpressprize.com/article/monsanto-papers/), hanno inserito nelle loro metanalisi (per le valutazioni di tossicità/cancerogenicità non ci si basa su un unico studio, ma si fa una revisione di quanto pubblicato per decenni dalla comunità scientifica) anche decine di pubblicazioni non sottoposte a “peer-review”, ricerche mai concluse e report di amministrazioni varie che non derivano da studi scientifici. Le procedure IARC non prevedono queste leggerezze, includono solo ricerche pubblicate su riviste scientifiche dopo “peer-review” e non possono considerare lavori in corso non definitivi. Questa differenza nel panorama degli studi presi in considerazione spiega i differenti giudizi delle diverse agenzie (qui trovi una buona analisi delle differenze https://enveurope.springeropen.com/track/pdf/10.1186/s12302-018-0184-7). Nota che i ricercatori della IARC sono stati accusati di parzialità dalla Monsanto proprio perché non hanno preso in considerazione studi incompleti.

    Inoltre, come hanno ben spiegato Terracini, Vineis, Biggeri e Merletti (http://www.epiprev.it/glifosato-le-insostenibili-critiche-della-senatrice-cattaneo-alla-iarc, questo loro articolo di risposta alla senatrice Cattaneo sul glifosato non è stato pubblicato da nessun quotidiano italiano) i criteri della IARC, ripetutamente aggiornati e sottoposti al vaglio dell’intera comunità scientifica, sono sempre accessibili (qui si trova la monografia IARC sul glifosato https://monographs.iarc.fr/wp-content/uploads/2018/06/mono112-10.pdf), mentre a oggi l’EFSA rifiuta di divulgare le fonti da cui ha tratto le proprie valutazioni positive verso il glifosato (http://www.arpat.toscana.it/notizie/notizie-brevi/2019/lefsa-deve-rendere-pubblici-gli-studi-sulla-tossicita-del-glifosate) nonostante la sentenza del 7 marzo 2019 della corte di giustizia europea (http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=211427&pageIndex=0&doclang=IT&mode=lst&dir=&occ=first&part=1&cid=6453183) che le ha imposto di rendere pubblici i propri documenti per interesse generale.

    Tralascio di commentare su OGM, Vandana Shiva e Gilles-Éric Seralini, che non sono citati nell’articolo e temo che pochissimi conoscano la storia di Archibald Cochrane, fondatore della medicina basata sulla prova di evidenza; magari torneremo a parlarne. Aggiungo un video in cui il direttore del CNR attuale, Massimo Inguscio, con tutta la sua pochezza afferma che la scienza non deve guardare ai principi etici (https://www.youtube.com/watch?v=WE5Y0b-QqbQ) e un riferimento agli undici (11!) articoli scientifici che Alberto Carpinteri, professore del Politecnico di Torino, ex presidente dell’Istituto in cui lavoro sostenuto dalla lobby nuclearista, si è visto ritrattare per conflitto di interessi (https://retractionwatch.com/2015/04/16/controversial-italian-scientist-loses-11-papers-from-journal-he-used-to-edit/),

    Sull’amianto, invece, visto che domenica 28 aprile è stata la giornata mondiale contro il suo impiego ancora diffuso nel mondo, aggiungo per i 3 o 4 asini che ci leggono fino a qui che mentre attendiamo la sentenza del processo Eternit bis a Torino il 23 maggio 2019, la Conferenza di Rotterdam prevede ancora il libero commercio della sua forma come minerale crisotilo, nonostante le tante richieste della comunità scientifica per il divieto. In Italia il lavoro educativo è svolto principalmente dalle associazioni di cittadini ed ex lavoratori dell’amianto che producono attività anche di tipo artistico con i ragazzi delle scuole elementari (ascoltate questo rap elementare http://www.associazioneitalianaespostiamianto.org/eventi/fiocco-di-lana-inno-di-denuncia-contro-linquinamento-damianto).

    Insomma, Luciano, a me pare che proprio quelle basi fondamentali del metodo scientifico che tu stesso invochi (peer review, trasparenza, partecipazione) spingano per una revisione collettiva delle conoscenze scientifiche sovente date per scontate, come quelle sulla non pericolosità del glifosato. Ti ringrazio per le osservazioni che hanno permesso qualche approfondimento ulteriore su questo problema, ma respingo le obiezioni di leggerezza e inesattezza e preciso che è causa di sofferenza osservare come sia distorta la conoscenza scientifica per soddisfare interessi di parte.

    Gli “svarioni” sui temi della scienza che affermi di aver trovato sulle nostre pagine, forse sono proprio dovuti a una mancanza di trasparenza e a un atteggiamento apodittico di chi pretende di trattarli solo “ex cathedra”, che spingono a diffidenza – giustamente – chi ne subisce direttamente o indirettamente le conseguenze. Mi dispiace per la tua manifesta volontà di non rinnovare l’abbonamento a Gli Asini rivista che, critiche a parte, assieme a poche altre continua a coltivare e offrire spazi di discussione e approfondimento nel solco della migliore tradizione sociale e culturale del nostro paese, fondamentali ma sempre più rari per la formazione di studiosi, attivisti ed educatori delle generazioni più giovani.

    Un forte abbraccio asinino,
    Tuo/vostro Enzo

    Reply

  • Luciano

    |

    Caro Enzo,
    intanto ti ringrazio per il tempo speso nella risposta, molto documentata e articolata.
    Nella mia risposta tralascio il paragrafo sull’amianto perché non avrei nulla da dire, mentre quello su Cochrane avendo letto si sfuggita qui e là senza troppo approfondire.
    Sul Glifosato invece me ne sono occupato nel recente passato, insieme ad altre sostanze e produzioni agricole. Quindi ho qualche competenza in merito che poi mi hanno portato a commentare e a riflettere nel commento precedente. Quindi mi ero chiesto se per caso dovessi “fidarmi” di una rivista che apprezzo. Le riflessioni proposte sul Glifosato contengono inesattezze e forzature (più avanti, giusto per annoiare) e me ne sono accorto per quel minimo di conoscenza sulla cosa.
    La questione non è di poco conto: non potendo approfondire tutto normalmente ci si affida con fiducia a giornalisti o intellettuali che sentiamo vicini per appartenenza o per come intendono le cose, perché appunto non si ha il tempo materiale e non è neanche troppo “democratico” o sano sapere e avere una opinione completa e informata al giorno di oggi (troppe le informazioni, troppa la complessità, troppa la competenza richiesta) ci si affida a chi sentiamo affine. Gli Asini, rappresentano appunto una affinità elettiva, purtroppo devo registrare questa insufficienza che da tempo affligge il mondo cosiddetto ambientalista, o una sua parte che continua a vedersi (e a piacersi) come non allineata e un po’ eretica, che si propone dubbiosa e cita studi che però non presentano alcuni standard perché vengono rifiutati quelli “ufficiali” visti -quasi sempre- come “vittime di poteri forti e interessi industriali. Vabbè, niente di nuovo sotto il cielo, visto che ormai sono almeno 40 anni che il nostro ecologismo politico ha divorziato dal mondo scientifico e non poteva che approdare verso i lidi grillini.
    Ma queste sono opinioni e congetture, vengo ai fatti e ai dati per sostenere quello che ho detto prima circal e inesattezze e le forzature. Proverò a farlo nella maniera più chiara possibile affinchè sia comprensibile da chiunque capiti su questa pagina senza possedere necessariamente uina laurea in Chimica o simile.
    La sostanza in questione ha una tossicità 2 volte inferiore al sale da cucina e 30 volte meno della caffeina, sostanze queste ultime due che come il Glifosato compaiono nelle sostanze potenzialmente dannose e cancerogene per la salute dell’essere umano, ma “è la dose che fa il veleno”. L’EFSA fissa la dose quotidiana assumibile in 0.5 mg/giorno per kg di peso della persona cioè limite giornaliero sono almeno 40 mg in una persona di 80 kg, valutando l’ipotesi che nelle mele si riscontri un residuo massimo giornaliero costante (in ambito UE) è di 0.1 mg/Kg quindi per raggiungere i 40 mg una persona dovrebbe mangiare 400 kg di mele al giorno, morirebbe il primo giorno e non per il Glifosato. Anche secondo l’Echa (Agenzia Europea per le sostanze chimiche) non ci sono parametri critici riguardo la cancerosità.

    Per rimanere al riferimento IARC, nello studio del 2018 (citato sotto) la sostanza è collocata in 2° (categoria) la stessa delle carni rosse e fritti ad alta temperatura (ma si ritorna alla dose/quantità).
    Ovviamente prima del dato viene contestata l’autorità dell’EFSA (almeno per rimanere al tuo commento), si contesterà probabilmente anche l’ECHA. Ammettiamo dunque che sia così: le due agenzie europee inaffidabili (non ho potuto verificare al momento i criteri di ricerca peer-review, insomma sarebbe anche domenica). Allora propongo qui alcuni riferimenti:
    EPA (Environmental Protection Agency, studio del 2016, parere espresso: for cancer descriptors available data and weight-of-evidence clearly do not support the descriptors “carcinogenic to humans”, “likely to be carcinogenic to humans”, or “inadequate information to assess carcinogenic potential (pag 140), bibl: EPA’s Office of Pesticide Programs 2016 (aggiungo che il motivo della mia conoscenza della sostanza si basa su un lavoro per una grossa azienda agricola che ha condotto uno studio sullo smaltimento delle sostanze, la mia parte era relativa alle acque e ho trovato in EPA molte cose utili e ben fatte); IARC studio del 2018 “probably carcinogenic in humans” dove si vede che il Glisofato è collocato nella categoria 2° (carni rosse e fritti ad alta temperatura).
    ECHA (European Chemicals Agency) nel 2016, parere espresso: “not find evidence implicating glyphosate to be a carcinogen, a mutagen, as toxic to reproduction, nor as toxic to specific organs.
    Comitato congiunto FAO/OMS (tamite JMPR), parere espresso: “ ublikely to pose a carcinogenic hazard to humans”, confermando il giudizio epsresso da EFSA.
    Alla stessa conclusione comunque sono arrivate le autorità sanitarie di Germania, Svizzera, Francia, Giappone, Canada, Australia e Nuova Zelanda.
    Ma ovviamente ogni dato ulteriore viene inficiato da una delle affermazioni da te scritte nel commento: i “documenti discutibili dell’EPA” (per lavoro li utilizzo molto in campo depurativo e devo sostenere il contrario, molto più trasparenti e affidabili di altre agenzie), l’EFSA “condizionate dalle amministrazioni a cui sono sottoposte”, il che mi porta a dire: o si dimostrano tali affermazioni con fatti, denunce circostanziate verificabili e rintracciabili oppure è il calderone tipicamente grillino (e volendo salviniano): accuse generiche che poggiano su umori sedimentati.
    Ritorno ai fatti: IARC, che a tuo parere rigoroso e quindi degno di considerazione maggiore rispetto agli altri enti (dove, tra l’altro, immagino persone che si muovono con altrettanto rigorre e indipendenza, mi è difficile cedere al complottismo, mi dispiace). IARC dunque nello studio ha valutato il pericolo e non il rischio. Il rischio è la probabilità che quell’evento sia capace di causare un danno alle persone ed implica l’esistenza di una fonte di pericolo e quindi la possibilità che questo si trasformi in un danno. Faccio un esempio, l’acqua è fonte di pericolo se ingerita a decine di litri, ma il rischio è assai poco rilevante perché è improbabile l’assunzione di tali quantità da parte delle persone. Sempre per rimanere allo IARC che reputi degno di nota (non ho niente da ridire sulla sua autorevolezza, come non ho da ridire su quella di EPA EFSA eccetera) il glifosato è in tabella 2A che come detto, sta insieme alle carni rosse e ai fritti, condizione conseguente a chi si oppone alla sostanza e ne sostiene la messa al bando è anche la messa al bando di carni rosse fritti.
    Bisogna anche aggiungere che lo IARC non ha preso comunque in considerazione uno studio miologico eseguito per ben 20 anni su una coorte di 54 mila agricoltori che hanno usato e manipolato il Glifosato e ne è risultato che in nessun caso si è dimostrata una significatività attribuibile al Glifosato.
    La questione che tu poni sulla partecipazione democratica alle decisioni che derivano da osservazioni scientifiche è ovviamente centrale, però non sostenuta in modo corretto a parer mio perché le osservazioni scientifiche che smentiscono le proprie radicate opinioni e diffidenze non portano ad una riposizione o ad una riconsiderazione delle proprie idee, ma piuttosto si preferisce accanirsi nel ricercare qualsiasi cosa ancora giustifichi quello che standard riconosciuti e condivisi quasi umaninamente smentiscono (per questo portavo l’esemprio degli OGM e di Vandana Shiva e anche di Seralini, nonostante il premio Le Monde, non significa che lo studio di Seralini sia stato archiviato e tralasciato da tutti). Dunque riguardo le decisioni politiche e le evidenze scientifiche, il parere scientifico dal mondo ambientalista o diciamo “critico” (non so se chiamarlo “di sinistra” o insomma quell’area culturale lì) viene invocato solo se supporta una preordinata decisione politica, se invece non lo supporta o lo si ignora o lo si discredita (come nel caso dei “discutibili documenti” EPA).
    Il Glifosato inibisce un enzima presente solo nei vegetali e si è affermato per la sua bassa incidenza tossica nel rilascio ambientale rispetto agli altri pesticidi, viene distribuito su terreno non coltivato e la sua degradazione è molto rapida come è quella del suo metabolita (AMPA), questo metabolita ad esempio è presente anche nei detersivi contenente fosfati quindi negli studi effettuati a volte si riscontra una presenza che è la somma delle due entrate (detersivi + agricoltura), bisogna anche dire che data la sua elevata velocità di degradazione il residuo viene rilevato nelle acque superficiali e non in quelle di profondità. Degradazione che avviene tramite microrganismi del suolo e dopo 20 giorni dall’irrorazione non è rilevabile. Faccio un esempoi molto indicativo; sulle confezioni di Glifosate si legge “Tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata”. In agricoltura biologica vengono utilizzati dei formulati a base di Spinosad e Azaridactina, sulle etichette si legge: “Altamente tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata”. (Tralascio qui tutto il problema della resa e dell’utilizzo delle superfici utilizzate dal bio – oò 60% della quale non producve cibo, resa meccanica o manuale inferiore co naumentodei costi di produzione eccetera, ma è un discorso che poi porta molto lontano). L’alternativa al Glifosato sarebbe l’aratura profonda del terreno e calcoli alla mano significa che i danni dovuti al maggior impiego di energia e combustibili fossili ditruzione ed erosione dei terreni sia molto maggiore dei rilasci qui evidenziati del glifosato.
    La lettera di risposta alla Cattaneo che mi hai linkato è un esempio di quella che io chiamo “ossessione dei poteri forti” visto che non c’è un solo riscotnro di quanto viene affermato dai suoi sottoscrittori, ma una serie di opinioni un po’ “grilline”, insomma un po’ le solite solfe che ho cercato di spiegare fin qui come e del tutto irragionevoli.

    Saluti

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  • Luciano

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    ah! riposto il mio commento precedente corretto dalle battiture e dando più spazialità, col telefono davvero complicato, credo pure qualche passaggio un po’ contorto, ma non sono bravo in questo, credo però si colga il senso e credo che si capiscano gli esempi

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