Le città al tempo del turismo di massa

di Anna Fava

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Aree di sacrificio

Turismo sostenibile”, “turismo responsabile”: queste etichette, spesso associate al concetto di turismo, rivelano immediatamente l’esistenza di un problema legato all’impatto che quest’industria ha sull’ambiente e sulla società. Le immagini invitanti di località amene e remote, oggi a portata di mano e di portafoglio grazie a un comodo volo low cost, alludono al divertimento, alla spensieratezza e all’evasione, ma tacciono del tutto riguardo all’impronta ecologica del consumatore-turista. Già da alcuni anni comitati e associazioni ambientaliste hanno iniziato a denunciare i costi ambientali legati al turismo: basti pensare alle proteste contro l’ampliamento degli aeroporti turistici o contro le emissioni delle grandi navi da crociera che inquinano l’aria di città come Venezia e Napoli. Al pari di ogni altra industria anche quella turistica tende a esternalizzare i costi, così da abbassare i prezzi e aumentare i propri ricavi. Il turismo, scrive Marco D’Eramo ne Il selfie del mondo (Feltrinelli 2017), “proprio perché comporta un’infrastruttura così pesante è anche l’industria più inquinante: secondo la World Tourism Organization delle Nazioni Unite, il puro e semplice trasporto aereo turistico produce il 5% dell’anidride carbonica globale emessa dall’umanità e, se tutto resta come è oggi, nel 2035 le emissioni di anidride carbonica turistica saranno aumentate del 130%”. Non male per un’epoca in cui uno dei temi all’ordine del giorno è il cambiamento climatico.

Oltre ai costi ambientali esistono anche costi sociali: oggi i centri storici rassomigliano per certi versi a quelle “aree di sacrificio” destinate a ospitare enormi complessi industriali che compromettono la qualità della vita di chi vi abita. Per chi vive all’interno di un centro storico, tuttavia, il pericolo non assume la lugubre sagoma di una nube di diossina fuoriuscita dal camino di un altoforno o di un inceneritore. In questo articolo proveremo a raccontare in che modo la “turistificazione” sta rischiando di svuotare le città italiane dei suoi abitanti.

 

Khiva come Venezia

Il 29 novembre scorso il presidente uzbeko, Chavkat Mirzioïev, ha comunicato agli abitanti del centro storico di Khiva che i residenti dovranno abbandonare forzatamente le proprie abitazioni tradizionali e trasferirsi in palazzi moderni al di fuori dell’area antica. A darne notizia l’agenzia russa indipendente Fergananews, secondo cui il governo uzbeko avrebbe emanato un’ordinanza che obbliga gli abitanti a lasciare le proprie case per destinarle ai numerosi turisti che ogni anno visitano la parte antica della città.

Nelle democrazie occidentali non occorrono ordinanze per far sì che i cittadini cedano le proprie abitazioni ai turisti: basta lasciare il mercato libero da lacci e lacciuoli e il resto viene da sé. Quando una città entra nel circuito dell’industria turistica i prezzi degli affitti e della vita salgono a un punto tale da obbligare gli abitanti a trasferirsi altrove. In Se Venezia muore (Einaudi 2014) Salvatore Settis confronta il saldo demografico della città nel 1950 con quello del 2000: mentre nel 1950 vi furono 1924 nati a fronte di 1932 morti, nel 2000 il saldo è fortemente negativo: 404 nati, 1058 morti. Solo un’altra volta negli ultimi sei secoli “Venezia conobbe un calo di popolazione comparabile a quello di oggi: e fu per la peste del 1630”. Quale sarà mai la nuova peste che va sterminando i veneziani? “Mentre la città si svuota, calano su di essa i ricchi e i famosi, prontissimi a comprare a costo altissimo una casa-status symbol da usare cinque giorni l’anno. Questo travaso di popolazione stravolge il mercato, creando un sistema di prezzi che espelle i veneziani dalla loro città, e ne fa la capitale degli ectoplasmi della seconda casa, che si materializzano con gran pompa e mondanità, poi spariscono nel nulla per mesi. Sciamano intanto ogni anno per le strade e i canali di Venezia sedici milioni e mezzo di turisti, di cui dodici milioni e mezzo si fermano un solo giorno: in altri termini, per ogni persona che vive stabilmente a Venezia, ne arrivano più o meno 281 per visite spesso volatili. Questa devastante sproporzione ha l’effetto di una bomba: altera profondamente la demografia e l’economia”. La città si trasforma in un gigantesco resort turistico, svuotata dei suoi abitanti da una “monocultura del turismo che esilia i nativi”. Se a Venezia il turismo è stato paragonato alla peste, a Lisbona il collettivo portoghese “Left Hand rotation” ha prodotto un documentario sulla turistificazione (liberamente fruibile in rete) dal titolo eloquente: Terramoturism. Qui il turismo è paragonato al terremoto: nel 1755, Lisbona fu colpita da un sisma che produsse tra i 60mila e i 90mila morti. Un paragone forte, ma non inadeguato: il 18 settembre 2018 sul quotidiano “The Telegraph” è apparso un articolo intitolato Is overtourism turning Lisbon into the next Venice? in cui venivano riportati i dati dell’United Nations World Tourism Organisation relativi al Portogallo. Secondo l’Unwto, il paese ha accolto 6.8 milioni di arrivi internazionali nel 2010. Nel 2016 gli arrivi sono saliti a 18.2 milioni, con un incremento del 168%. A livello mondiale, solo il Giappone ha registrato un aumento simile nell’ultimo decennio. In una delle scene di Terramoturism si vede una donna sulla cinquantina intervenire durante un’assemblea cittadina: “Io non sono contro il turismo – spiega pacatamente – ma ho visto andare via tutti i miei vicini di casa e adesso che mancano due anni alla scadenza del mio contratto d’affitto so che non mi sarà rinnovato. Ho vissuto per un’intera vita nel mio appartamento, nel mio quartiere e tra due anni dovrò abbandonarlo. Ora basta”. La gentrificazione e l’industria turistica non sono fenomeni nuovi: cos’ha prodotto una simile accelerazione?

 

Capitalismo di piattaforma

Alla fine degli anni Settanta Elena Croce, pensando alla cementificazione delle coste e di alcune delle più belle località italiane a opera dell’edilizia turistica, coniò l’espressione “turismo di rapina”. Un tipo di turismo che, scrive ne La lunga guerra per l’ambiente (La Scuola di Pitagora 2016) “sfrutta i luoghi e la clientela sino all’usura, e degrada gli uni e gli altri: un processo che immiserisce il reddito, ma soprattutto ne essicca la fonte”. L’industria turistica e l’industria del cemento erano un tutt’uno: Cortina d’Ampezzo trasformata “in una specie di quartiere residenziale nel genere EUR Casalpalocco”, le coste calabresi invase da sciami di villette plastificate.

Oggi è in atto un altro tipo di speculazione: la trasformazione del mercato residenziale in mercato turistico grazie a piattaforme come Booking o Airbnb, il portale online creato nel 2007 da Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk. Le piattaforme turistiche stanno modificando il mercato immobiliare di molte città, avviando un processo di espulsione delle fasce sociali più deboli dai centri storici. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, i locali offerti ai turisti su Airbnb non sono camere condivise o stanze singole all’interno delle case dei residenti, ma interi appartamenti sottratti al mercato residenziale e affittati ai turisti per 365 giorni all’anno. Il ricavo ottenuto dal fitto turistico è più alto di un normale affitto: a Napoli un appartamento in centro storico che mensilmente potrebbe rendere non più di 600 euro con Airbnb può rendere anche più del doppio. Attraverso le piattaforme digitali chiunque può mettere sul mercato turistico i propri immobili: basta qualche fotografia, un annuncio accattivante e il business ha inizio nel nome della sharing economy. Quest’espressione rappresenta una sorta di passepartout per società di servizi, fondi immobiliari e grandi proprietari che, nascondendosi dietro un anonimo profilo digitale, gestiscono sulla piattaforma un numero a volte anche molto elevato di appartamenti.

L’Italia è il terzo mercato mondiale per la piattaforma Airbnb e il 73% degli alloggi attualmente disponibili sono interi appartamenti. Tra il 2014 e il 2015 si è registrato un incremento del 553% delle abitazioni private utilizzate per locazioni turistiche temporanee. Questi dati sono destinanti a crescere di pari passo con l’incremento del flusso turistico mondiale che la Untwo (World Tourism Organization delle Nazioni Unite) stima in crescita dell’80% entro il 2030. Nell’inchiesta AAA affittasi Italia, dedicata al mercato di Airbnb, Manuele Bonaccorsi (“Report”, 4 giugno 2018) ha mostrato come nel centro storico di Firenze il processo di turistificazione stia raggiungendo ormai uno stadio avanzato: in alcune strade gli abitanti si contano sulle dita di una mano. Il servizio mostrava una società di servizi che gestiva centinaia di appartamenti utilizzando un profilo di nome Bettina. Bettina esiste davvero – hanno spiegato ai microfoni: si tratta di una delle tante dipendenti della società che si cela dietro l’annuncio. Anche sotto il profilo della tassazione la piattaforma agisce secondo lo stesso codice etico: le sedi legali sono in paradisi fiscali ben lontani dall’Italia.

Gli annunci su Airbnb che riguardano la città di Venezia sono più di 7mila e il 5% degli host trattiene 1/3 della ricchezza accumulata. “In una prima fase”, spiega Alessandra Esposito, ricercatrice in studi urbani che si occupa dell’impatto di Airbnb sul mercato immobiliare, “tutti hanno l’impressione di guadagnare, ma nel lungo periodo a investire e guadagnare maggiormente nel mercato delle locazioni turistiche è chi dispone del capitale iniziale maggiore. Reinvestendo gli utili dell’attività in nuovi appartamenti per turisti, questi soggetti riducono l’offerta per i residenti causando un innalzamento generale dei prezzi al metro quadro. Questa dinamica, nel caso italiano ma non solo, riguarda in particolare i centri storici ed è volano di un generale innalzamento del costo della vita dovuto alla maggiore capacità di spesa della popolazione non-residente. L’aspetto preoccupante è che non esistono al momento misure di salvaguardia che evitino l’espulsione delle fasce sociali più fragili, e dei residenti in genere, dai quartieri interessati dal boom”.

Nel 2016 è stata Lisbona la città europea con il tasso maggiore di crescita: il settore degli affitti turistici ha visto un incremento del 67% tra il 2016 e il 2017. Sul portale ci sono attualmente 22mila annunci attivi per Lisbona. Di questi il 74% riguarda interi appartamenti e il 67% è gestito da “Multi-listing Host”, soggetti che gestiscono più di un appartamento. (Fonte: Airdna/Inside Airbnb). Nel 2017, invece, la “palma della vittoria” è toccata a un’altra grande città del Sud Europa: Napoli. Qui il tasso di crescita annuo dell’offerta di alloggi su Airbnb è stato del del 65%, con più di 7.169 alloggi localizzati nel perimetro Unesco all’interno di un’area che misura circa 10km2. Il 59,3% di questi annunci si riferisce a interi appartamenti e il 58,6% riguarda annunci multipli. Anche qui l’effetto sul mercato immobiliare non ha tardato a farsi sentire: secondo l’agenzia Tecnocasa, le transazioni immobiliari a uso investimento sono cresciute del 41% negli ultimi quattro anni. Ad oggi gli attori coinvolti sono per lo più investitori locali (Napoli è una città con una forte tendenza alla concentrazione della proprietà), ma nel 2018 investitori esteri e agenzie hanno iniziato a interessarsi alle compravendite nel centro storico. In pochissimi anni il centro storico è rapidamente cambiato: nei decumani, in cui Dolce&Gabbana girava i suoi spot nel visibilio generale, ferramenta, mercerie, esercizi commerciali rivolti agli abitanti si sono trasformati in un monotono alternarsi di attività di ristorazione e pseudo-negozi artigianali esplicitamente dedicati ai turisti. Anche il costo della vita è cresciuto, insieme a quello delle case, mentre quello degli stipendi è rimasto immutato. Come in tutte le altre città turistiche, i flussi turistici si stanno espandendo verso altri quartieri popolari come la Sanità, i Quartieri Spagnoli e Forcella, in cui nel giro di pochi anni il processo di turistificazione potrebbe portare, com’è accaduto in altre città, all’espulsione dei residenti storici che non saranno più in grado di competere economicamente con nuovi attori esterni.

Abitanti, che volgarità

A luglio 2018, durante una riunione presso una delle sedi di un’agenzia immobiliari napoletana, la Leonardo Immobiliare, un agente immobiliare commentava con una certa soddisfazione la crescita del turismo: “Napoli si avvicina sempre di più a essere una città europea o a grandi città italiane come Venezia e Firenze: un centro storico senza abitanti, interamente dedicato al turismo”. Durante il dibattito, tuttavia, ci si chiedeva come conciliare l’estetica caotica della città, con i suoi panni stesi all’esterno delle finestre, con la futura scomparsa degli abitanti. La preoccupazione, infatti, era quella di mantenere un’atmosfera finto-autentica per continuare ad attrarre turisti col fascino del “brand Napoli”. Apportando anche qualche miglioramento: bisognava, sì, stimolare la crescita dei flussi turistici, ma anche quella dei costi del pernottamento, così da attrarre un turismo “selezionato”. Un centro storico popolato da abitanti: che volgarità. Per non parlare di rom, migranti e altre simili sconcezze.

Anche a Barcellona, racconta Emanuela, un’attivista per il diritto all’abitare, il processo di turistificazione in atto già da anni ha subito un’accelerazione grazie alle piattaforme digitali. Nel 2014 a Barcellona, una città con una superficie di 101,4 km2, nel 2014 c’erano 10414 appartamenti su Airbnb, di cui più della metà erano stanze private; nel 2017 la situazione è cambiata radicalmente con 17270 annunci, di cui la quasi totalità riferita a interi appartamenti.

La crescita del turismo ha determinato l’entrata in scena di nuovi attori: banche e fondi di investimento immobiliare. A essere acquistati sono interi palazzi, a volte interi quartieri, da convertire in strutture ricettive. Nel gergo degli investitori gli abitanti sono soprannominati “bichos”, insetti fastidiosi di cui sbarazzarsi in modo da poter inserire i nuovi immobili sul mercato turistico. La “disinfestazione” avviene in modo più o meno legale: gli affittuari con il contratto in scadenza sono sfrattati nel nome del miglior darwinismo sociale, mentre gli inquilini o i proprietari che si rifiutano di cedere il proprio appartamento sono persuasi attraverso una serie di modi che va dall’offerta in denaro a minacce e vere e proprie azioni violente come murare le finestre delle case o liberare topi all’interno dei palazzi. L’altra faccia del turismo ha un nome: emergenza abitativa. Crescita del numero degli sfratti, crescita del costo degli affitti: darwinismo sociale spinto all’ennesima potenza. A Barcellona il governo di Ada Colau ha iniziato ad affrontare la situazione dotandosi di strumenti di regolamentazione urbanistica: è il caso del Peaut Plan Especial Urbanístico de Alojamiento Turístico – che individua una “zona rossa” in cui è vietato aprire nuove case per i turisti. Ma la turistizzazione ha raggiunto uno stadio ormai così avanzato da rendere il fenomeno difficile da arginare.

In città come Amsterdam e Londra i Comuni hanno iniziato un braccio di ferro con Airbnb per limitare il numero di giorni in cui l’annuncio per un intero appartamento può essere visibile sul sito, nella speranza di disincentivare l’affitto turistico di intere case. Nella città olandese, infatti, ci sono 20mila annunci sul portale, di cui il 79% riguarda interi appartamenti (Fonte: Inside Airbnb). Il Giappone, uno dei principali mercati in crescita per il settore turistico, recentemente ha chiuso l’80% degli annunci su Airbnb, che a giugno del 2018 sono passati da 62mila a 13mila. Nella città di Kyoto gli affitti nelle abitazioni sono consentiti solo per tre mesi all’anno, tra metà gennaio e metà marzo.

Non tutte le amministrazioni hanno avuto la capacità – o la volontà – di individuare la pericolosità del fenomeno e di porvi dei rimedi. Il governo portoghese, ad esempio, ha annunciato un piano decennale per il turismo, la Strategia per il Turismo 2027 (ET 27), il cui obiettivo è posizionare il Portogallo come una delle mete turistiche più competitive al mondo. Nel piano si accenna alla sostenibilità ambientale e a una programmazione inclusiva, ma difficilmente aumentare i flussi turistici produrrà una redistribuzione della ricchezza o una diminuzione dell’inquinamento legato alle tratte aeree o alla gestione dei rifiuti. Anche a Napoli, una città per molti versi simile a Lisbona, il turismo è stato visto come una benedizione: nel Piano marketing strategico per lo sviluppo turistico della Destinazione Napoli 2020 “l’obiettivo strategico è… trasformare la città in una destinazione turistica, adottando un’ottica di mercato”, raggiungendo entro il 2020 i due milioni di arrivi turistici. Anche in questo caso l’imperativo è uno solo: crescere.

 

Una rete di città del Sud Europa

La trasformazione della città in bene di consumo muta il suo valore da valore d’uso in valore di consumo. È lo stesso spazio pubblico a trasformarsi in questo processo: il proliferare di tavolini che invadono le piazze e i vicoli, la scomparsa delle panchine e di tutto ciò che rimanda a uno spazio da condividere liberamente rompe l’idea di città come luogo di relazione sociale. La città storica diventa città-vacanze, un immenso albergo/centro commerciale in cui il patrimonio storico-artistico sponsorizza nuove forme di consumo. La privatizzazione dello spazio urbano va di pari passo con la normativa sul decoro. In nome del decoro il 5 gennaio 2019, nel pieno del gelo proveniente dall’Est Europa, il vicesindaco di Trieste si è vantato di aver gettato nell’immondizia le coperte di un senzatetto. Rifiutare il modello della turistificazione significa tornare a considerare la città come uno spazio politico, uno spazio di convivialità, come un bene comune. Secondo Franco La Cecla una delle pratiche più odiate dalle tirannie neoliberali riguarda proprio lo spazio e la città: esse, infatti non possono “sopportare che i cittadini usino la città e non la consumino soltanto. (…) C’è una maniera di resistere allo Stato che si manifesta proprio nell’abitare i posti”.

Quella contro la turistificazione è una battaglia impopolare. Il turismo è un’industria estrattiva, in grado di aumentare enormemente le disuguaglianze economiche all’interno di una società, ma a differenza di altre industrie tutto questo avviene, almeno in una fase iniziale, nella totale incoscienza degli abitanti e degli attori politici, illusi dall’idea che il processo si auto-regoli spontaneamente.

Associazioni e collettivi di alcune delle città del Sud Europa che in questi anni sono state travolte dall’ondata turistica – tra cui Venezia, Valencia, Siviglia, Palma, Pamplona, Lisbona, Malta, Malaga, Madrid, Barcellona – hanno fondato una rete per aiutarsi a vicenda in questa lotta: Set – Sud Europa di fronte alla Turistizzazione). Nata in sinergia con la mobilitazione di diverse città iberiche, la rete Set – si legge in un comunicato stampa – intende “promuovere a livello internazionale una riflessione critica sulla turistificazione e un coordinamento di analisi e pratiche alternative”. Il 18 e il 19 ottobre del 2018 il nodo italiano della rete si è riunito a Napoli, a un incontro pubblico a cui ha preso parte anche lo storico dell’arte Tomaso Montanari. “Il problema”, ha dichiarato Montanari, “non è turismo sì-turismo no, ma quale turismo e quale redistribuzione della ricchezza. Non si tratta di una battaglia per la genuinità o per la difesa dell’identità, ma di una battaglia politica fondamentale per la tenuta della democrazia. Difesa della città per difendere la cittadinanza”. All’incontro napoletano hanno partecipato comitati provenienti da Venezia, Firenze, Roma, Genova, Bologna, Rimini, Bari, Bergamo. Uno degli obiettivi degli attivisti è combattere la deregulation che provoca la crescita incontrollata del turismo. “Da un lato”, spiega Alessandra Caputi, un’attivista napoletana di Set, “si pone un problema di evasione fiscale perché le piattaforme proteggono la privacy dei propri utenti e individuare i gestori degli annunci che non pagano le tasse, al momento, richiederebbe un certo dispendio di energie e risorse. Inoltre gli annunci su Airbnb riguardano soprattutto appartamenti privati, che non sono soggetti agli obblighi previsti per i b&b e le case vacanza. Il Dl 50/2017 che regola le locazioni brevi non prevede l’obbligo di autorizzazioni in materia di conformità urbanistica, edilizia e igienico-sanitaria. Infine, se un proprietario possiede cento appartamenti, può decidere serenamente di pubblicare cento annunci su Airbnb senza che tutto questo sia considerato un’attività d’impresa, pagando la cedolare secca al 21%. La legge sulle locazioni brevi, infatti, non pone limiti al numero di appartamenti da offrire sul mercato turistico. Il Comune di Napoli dovrebbe porre un limite temporale alla locazione degli interi appartamenti promossi sulle piattaforme come Booking o Airbnb, come è stato già fatto ad Amsterdam e a Londra.

La città di Napoli sta perdendo un’occasione preziosa. Il boom turistico qui ha fatto la sua comparsa in ritardo di molti anni rispetto a Venezia e alle grandi città europee. Ci sarebbero stati gli strumenti per prevenirne gli aspetti negativi, come la mercificazione del centro storico e l’aumento vertiginoso degli affitti. Ci sono ancora i margini per intervenire, ma si dovrebbe farlo tempestivamente. Il Comune ha istituito alcuni tavoli sul turismo, ma non ha ancora intrapreso nessuna azione concreta per regolare efficacemente il fenomeno”. Nella città, infatti, il mercato selvaggio delle locazioni turistiche ha aggravato un’emergenza abitativa a cui il pubblico non riesce a porre rimedio. Ogni anno vengono eseguiti circa 1500 sfratti a fronte di una capacità d’investimento nelle politiche sociali ridotto al lumicino dal continuo rischio del dissesto che pende sul Comune come una spada di Damocle.

Recentemente anche le associazioni Italia Nostra e Ranuccio Bianchi Bandinelli hanno iniziato a discutere di questo problema, promuovendo una proposta di legge che tuteli i centri storici anche attraverso “un programma straordinario dello Stato di edilizia residenziale pubblica nei centri storici, essendo assolutamente convinti che, per rigorose ed efficaci che siano le norme di tutela, se non si affronta con determinazione il nodo dello spopolamento, il destino dei centri storici è segnato. Perciò serve l’intervento diretto e straordinario dello Stato, come nei casi di gravi calamità naturali: in effetti di questo si tratta: lo svuotamento residenziale di Venezia non è diverso dalla disastrosa alluvione del 1966”. “Se le città si svuotano dei loro abitanti”, scrivono ancora i membri di Set in un comunicato, “da beni comuni si trasformano in luoghi mercificati privi di anima. È necessario ridiscutere collettivamente la gestione dell’industria turistica, pianificare e individuare in modo partecipato delle regole che le restituiscano una dimensione a misura di persona, a misura di città e di territorio”. Non si tratta di una battaglia contro il turismo o contro i turisti, ma di una lotta contro la crescita incontrollata di un’industria pesante che mette a rischio il diritto alla città e la democrazia stessa.

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Comments (2)

  • Gennaro

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    Regole si turismo anche, reinvestire le risorse del turismo in case sociali, stabilire regole chiare per le piattaforme in internet. Investire nel porto per elettrificare i porti, no limitare gli arrivi come unica soluzione, nei prossimi 30 anni è realistico pensare che gli aerei useranno un combustibile alternativo(*alcune compagnie gia lo fanno) Si al turismo come una grande opportunità economica da usare in un modo appropiato e inteligente.

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  • massa, potere e turismo - ATBV

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    […] io sto aspettando che accada. C’è un articolo che ne parla, oggi, sul web. Si intitola «Le città al tempo del turismo di massa» e racconta un mondo con cui forse non facciamo abbastanza i nostri conti; un mondo che forse ci sta […]

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