La fine dell’accoglienza

di Savino Reggente

Jef Aérosol

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 61 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

E noi? Dov’eravamo e dove siamo adesso”. Questa la domanda che ultimamente macina nella mia mente e che sempre più spesso raccolgo dalle voci di colleghe e colleghi. Quel noi, infatti, chiama in causa in primo luogo chi ha lavorato e ancora lavora nel campo dell’accoglienza ai cosiddetti profughi: gli e le operatrici sociali. Ma sarebbe stupido limitarsi a quello specifico settore lavorativo. Quel noi vorrebbe chiamare in causa tutte quelle persone che a vario titolo, dall’associazionismo alla militanza passando per il grande e opaco terzo settore, hanno operato al fianco e a sostegno dei profughi. Ma ancora non basta. Quel noi vorrebbe interrogare sulle proprie responsabilità intellettuali, amministratori, uomini e donne, tutta una società che ha lasciato o, peggio, ha attivamente collaborato affinché si affermasse l’attuale situazione politica.

Domanda urgente quanto vana, per cui tanto vale tornare a quel noi che mi riguarda più da vicino. Per esser chiaro, l’attuale governo con le sue scellerate politiche non è che l’ultimo – ultimo in termini temporali, ché al peggio non c’è mai fine – momento di un continuum storico-politico che ha cause lontane e complesse. Ma quello attuale è sicuramente il momento più critico e, come in tutte le crisi, si è obbligati a entrare nel vivo e a far i conti con le contraddizioni più cocenti. Noi, operatori e operatrici sociali, dov’eravamo quando fu emanato il famoso decreto risalente al febbraio 2011, dall’allora governo Berlusconi, con cui fu istituita l’Ena (Emergenza Nord Africa), punto di snodo e di svolta per le future politiche migratorie nazionali? Probabilmente, la maggior parte dei miei attuali colleghi e colleghe iniziava appena ad affacciarsi al mondo della migrazione, me compreso. Di lì in poi, col susseguirsi delle emergenze “dovute all’eccezionale afflusso di migranti” (Mare Nostrum, Triton, Emergenza Sbarchi, etc.) l’accoglienza è diventato uno dei settori lavorativi in cui il tasso d’occupazione è aumentato esponenzialmente, in controtendenza al trend generale della nazione, dando la possibilità di un lavoro, seppur precario, a quella massa di giovani altamente scolarizzati e disoccupati. Tuttavia, si trattava e ancora si tratta di una forza lavoro peculiare, messa in una posizione liminale a ricoprire un ruolo strategico tra inclusione, controllo e disciplinamento. Eppure, chi ha mai sentito parlare dell’operatore al di fuori del perimetro assai delimitato degli addetti e addette ai lavori? Più che altro, il mainstream politicamente orientato ha creato dei concetti armati quali “i 35 € al giorno per migrante”, “il business dell’accoglienza” o, da ultimo, “quelli che lo fanno come volontariato”.

E noi, mentre questa retorica acquisiva sempre più la forza del senso comune, dov’eravamo? Assunti per la necessità istantanea di mano d’opera e di una fonte di reddito, avvicinandoci sempre più al modello di lavoro proprio al mondo della logistica, just in time e to the point, dove il fabbisogno della forza lavoro dipende dalla quantità delle merci da smistare, siamo stati assorbiti, ingabbiati e incapsulati nella bolla dell’accoglienza, dove il tempo accelerato dell’emergenza ha determinato pesantemente le condizioni di lavoro, mettendo in forte tensione corpi e menti. Certo, non solo il tempo: la crescente divisione del lavoro e specializzazione delle mansioni; la frammentazione delle équipe di lavoro; un crescente e asfissiante controllo da parte delle istituzioni – questure in primis – e della politica, nonché una progressiva gerarchizzazione e aziendalizzazione costituiscono altri elementi fondamentali per capire noi dov’eravamo.

Abbiamo probabilmente scontato il fatto di essere una categoria lavorativa appena nata, quasi del tutto inesperta e con poca o nessuna coscienza non solo professionale ma sindacale, catturati in quelle economie morali in cui la qualità e il riconoscimento del lavoro svolto non si misuravano attraverso un’adeguata forma contrattuale e una congrua retribuzione, ma piuttosto tramite un più sottile e pericoloso salario: il bene. Per cui poco importava quanto si lavorava, e ancora si lavora, se si fanno ore in più non previste dal contratto e non segnate, se si è sotto inquadrati, sotto remunerati, messi sotto pressione o ricatto. Ciò che ci riempiva – di certo non le tasche – era il bene, magari riconosciuto nel volto della persona che si aveva in carico. Su questa contraddizione, riassumibile nella domanda “a quale condizione operare per il bene”, non ci si è mai voluti interrogare, tanto da diventare un enorme e pesante rimosso. Rimosso che è collettivo perché tocca tutti e tutte noi che abbiamo preferito vestirci dell’abito di “buoni”, per dirla con Rastello, sempre più legittimati dalla marea dei cattivi che dilagava attorno a noi. Sentendoci argine alla deriva razzista, eroi e martiri del diritto all’accoglienza, abbiamo via via accettato condizioni di lavoro sempre più stressanti, compromessi che fino a poco prima ci sarebbero sembrati improponibili, chiuso bocche e orecchie a ogni forma di dissenso, imprigionati in quella bolla che ci ha impedito di vedere che tutto fuori andava a fuoco. Lasciando sempre più in secondo piano quello che doveva essere la nostra prima rivendicazione: il diritto alla libera mobilità delle persone, diritto che viene prima e va oltre l’accoglienza.

Difatti, mentre venivamo sempre più catturati dal nostro stesso lavoro e frammentati nelle diverse mansioni, in diverse équipe, nel proprio particolare progetto e cooperativa, il ministro dell’Interno Marco Minniti andava in Nord e Centro Africa a siglare accordi con i paesi da cui provenivano o transitavano una buona parte dei profughi; non ci accorgevamo che conclusasi l’interpretazione umanitaria del governo dei flussi prendeva prepotentemente campo quella più dichiaratamente militare e securitaria. Magari ci siamo indignati nell’ascoltare le voci e gli sguardi razzisti dei e delle cittadine comuni rivolti verso “i nostri beneficiari”; abbiamo fatto finta che tutto potesse andare avanti, che il nostro lavoro e passione avessero senso ed efficacia, voltando lo sguardo a quanto invece si stava verificando e che ora ci mette di fronte al rischio concreto della perdita del lavoro e di un’esponenziale clandestinizzazione ed emarginazione dei migranti. Noi, in tutto ciò, dov’eravamo?!

E dov’erano le amministrazioni comunali, le associazioni, le cooperative a cui era stata demandata la gestione dell’accoglienza? Quale lungimiranza politica ed occupazionale ha animato le loro scelte, scelte di cui ora sono i primi a doverne misurare le conseguenze? Di tutto quello che si muoveva ai piani alti, nei rapporti tra la politica e gli interessi confliggenti interni al privato sociale rispetto all’assegnazione dei vari bandi, abbiamo potuto vedere e capire ben poco. Mi chiedo se quel logorante tatticismo politico, quel continuo e sfibrante riposizionamento, quella diplomatica, riottosa e cieca concorrenza non siano stati anch’essi funzionali alla produzione dell’attuale situazione politica. Anche in questo caso, la voce degli e delle operatrici è mancata: è come se fossimo stati parlati dagli altri, talmente risucchiati ed estenuati dal nostro lavoro da non riuscire a produrre un discorso altro e diverso da quello con cui i vari attori (politici, istituzionali, datoriali) raccontavano il mondo di cui noi eravamo i e le protagoniste. Non abbiamo mai sentito la comune urgenza di creare spazi autonomi di riflessione ed elaborazione collettiva al di fuori delle cornici previste dal lavoro, quest’ultime funzionali alla creazione di una cultura del lavoro in linea con le logiche di funzionamento e perfino con i linguaggi della cooperativa o dell’istituzione. Anche ciò ha contribuito a incorporare gli inevitabili conflitti o, più semplicemente, i dissensi all’interno dell’ambito lavorativo ammortizzandone ed anestetizzandone la portata critica. Ed ora, che già tanti e tante hanno perso il posto di lavoro, si preferisce cercare un’occupazione altrove, diversa, magari alimentando nuovamente quella spinta all’emigrazione che il settore dell’accoglienza era riuscita in qualche sorta a contenere. Piuttosto che riconoscerci come categoria professionale e lavorativa ed organizzarci per rivendicare il diritto alla stabilizzazione e al miglioramento delle condizioni contrattuali e salariali abbiamo preferito voltare lo sguardo e cercare altro. Abbiamo scelto di rimuovere tutto ciò che ci poneva di fronte alle nostre contraddizioni (precariato, sfruttamento, incapacità d’organizzazione sindacale) e preferito lottare in favore dei diritti degli altri, dei “nostri” beneficiari, per cui quotidianamente ci siamo scontrati con uffici anagrafici, sanitari, questure, centri per l’impiego, ignorando volutamente che quelle battaglie, per quanto piccole, avevano senso se fatte in una prospettiva che fosse di tutti e tutte.

Con l’effetto paradossale di legittimare o quantomeno accettare sempre più l’attuale sistema d’accoglienza e le politiche che lo hanno modellato – politiche certo non solo nazionali – ritrovandoci ora a dover fare i conti anche sulla nostra pelle con gli effetti dell’ultima legge che porta il nome del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Lo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) creato nel 2002 e che con la nuova legge cambia nome e sostanza, sarà riservato solo alla categoria dei minori stranieri e a coloro che beneficiano di una delle due forme di protezione internazionale – protezione sussidiaria o asilo politico –, diventando così una riserva indiana di cui solo una minima elite di migranti potrà beneficiare. Gli e le altre migranti, coloro che sopravvivono alla Libia, al Mediterraneo, al filtraggio discriminante dei centri hotspot, saranno accolti in centri di grandi dimensioni abbandonati essenzialmente a loro stessi in attesa di un permesso che probabilmente non arriverà mai. In questo panorama, anche a seconda della scelta politica dell’ente datoriale di appartenenza, gli e le operatrici sociali rimasti si troveranno a lavorare in contesti, condizioni e ruoli sempre più difficili e umanamente stressanti. Forse, questa volta la contraddizione sarà troppo grande ed eticamente insostenibile per poterla accettare, neanche in nome del bene.

Dovendo fare seria autocritica tra chi a vario titolo ha speso energie a supporto dei migranti, è necessario chiedersi quanto il nostro operare nel corso di questi anni sia stato inattuale, e in nulla incidente. Bisogna chiedersi se e in che maniera ci siamo opposti prima che questo progressivo degradare della nostra società diventasse realtà politica e discorso comune non solo legittimato ma ignominiosamente rivendicato. E trovo una distopica illusione voler adesso opporsi a questo razzismo eletto a istituzione investendo tutto nel totem salvifico della “comunicazione”, come se ancora una volta una “buona” comunicazione possa arginare o cambiare i termini del problema, che è e resta assolutamente politico. Né far indossare giubbini catarifrangenti a profughi mentre puliscono parchi pubblici, né progettare bandi dall’esplicativo titolo “i richiedenti asilo per la città”, né d’altra parte rivendicare un presunto quanto narcisistico e autoreferenziale valore sociale del nostro lavoro può cambiare di un millimetro i rapporti di potere e invertire l’ormai dominante discorso comune. Detto chiaramente: quel che in questi anni è mancato, a tutti e tutte noi, credo sia stato il conflitto, la lotta, innanzitutto a partire da noi stessi, per noi stessi. Allora, noi dov’eravamo? Nel sogno di una cosa. “Il mondo ha il sogno di una cosa, del quale deve solo prendere coscienza per averla veramente”, scriveva Karl Marx all’età di venticinque anni. Forse, noi siamo ancora troppo giovani. Ma se la crisi attuale ha pure un’utilità, questa è nel farci prendere coscienza su dove siamo noi, ora.

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