Viaggio in Eritrea, in tempo di pace

di Davide Minotti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Arrivo a fine ottobre, a un mese dallo storico concordato di pace siglato con l’Etiopia il 16 settembre. Termina un conflitto fratricida durato ufficialmente dal 1961 al 1993, protratto tra alterne vicende fino a oggi. Il processo di democratizzazione pare avviato, a sancirlo l’imminente revoca delle sanzioni internazionali dall’Assemblea dell’Onu. Una stagione di riforme e rinnovamento tanto attesa, che contrasta con l’aspetto decadente e specificamente post-coloniale della capitale Asmara, da luglio 2017 patrimonio Unesco. Con la sua struttura razionalista, i palazzi art déco ben conservati, le cime imponenti di santuari copti e islamici, “la piccola Roma” sembra collocata in una curvatura dello spazio-tempo: gli asmarini scandiscono la giornata tra bomboloni alla crema e cappuccini al Bar Vittoria, oppure siedono sulle comode poltroncine di velluto al Cinema Impero dove proiettano le partite di calcio inglese. Anche gli stranieri si abituano presto al ritmo delle passeggiate, ai “buonasera, come sta?” di chi ha studiato l’italiano, alla bizzarra assenza di roaming e internet. Questa atmosfera rilassata e la foggia passatista lasciano dimenticare ai visitatori e forse anche ai cittadini che in ballo c’è un’altra partita, meno mediatica di Manchester City-Chelsea: quella dei diritti umani, violati secondo la comunità internazionale da Isaias Afewerki, ex-leader dell’Eplf (Fronte di liberazione del popolo eritreo) e primo presidente in carica dal 1994. Sono molte le accuse mosse al governo di Afewerki, tra cui l’incarceramento di giornalisti dissidenti – se ne contavano 18 nel 2008, in un paese con un solo giornale e una sola rete televisiva – l’istituzione di una leva obbligatoria a vita e senza retribuzione, oltre che il sequestro di passaporti validi per l’espatrio, motivo per cui l’unica via di fuga è il deserto, poi chissà il Mediterraneo. Ma questo non affligge gli asmarini, che celebrano con manifesti e cartelloni i soldati dell’esercito di liberazione e, naturalmente, il presidente. È in questo contesto placido e sospetto che visito il resto del paese; o meglio, il resto consentito dal Ministero del turismo che vieta certe visite e ne autorizza altre. Previo pagamento.

 

Non vi aspettavamo più

Il treno ha già fischiato due volte quando raggiungo la scalcinata stazione di Asmara, a ovest della città. Ogni domenica parte la vecchia locomotiva italiana che collegava la capitale a Massawa, ripristinata a fini turistici per una decina di chilometri. A bordo trovo un gruppo di architetti italiani in pensione. Sono molti i viaggi organizzati che portano turisti europei, soprattutto italiani. “Temevamo che non ce l’avresti fatta. Ne varrà la pena, vedrai.” Ad accogliermi è Piero, geometra eritreo di 72 anni, vestito jeans su jeans, è un po’ la guida del gruppo. Nato sull’altopiano e diplomato ad Asmara, è uno dei massimi esperti idrici del paese, mi dice. I macchinisti gettano un’altra manciata di carbone nella caldaia e il convoglio riparte in una nuvola di fumo e vapore. La strada ferrata è stata costruita a partire dal 1900 e ampliata poi nel 1923; sebbene dismessa, è ancora lì che serpeggia tra i burroni e scende di oltre 2mila metri fino al mare. “Mussolini avrà sbagliato con Hitler”, fa eco Piero ai soliti luoghi comuni, “ma qui in Eritrea ha portato a termine opere impensabili. Ha fatto costruire una ferrovia di 227 chilometri utilizzando solo traversine di ferro, non di legno. Gli ingegneri italiani progettavano e noi eritrei costruivamo. Per questo abbiamo lasciato intatta la ferrovia, per dimostrare a tutti che siamo i più grandi costruttori del mondo”. Superiamo le discariche di Asmara e ci immergiamo nella vegetazione arcigna dell’altopiano. Dai finestrini del vagone la vista si perde negli abissi delle scarpate, dove la foschia lascia intuire floridi fondovalli. Tre stagioni in due ore, recita il motto del Ministero del turismo. Spettatori del nostro passaggio sono i bambini, che a gruppi sbucano fuori dagli arbusti e rincorrono il lento convoglio fino a toccarlo. Notiamo allora nugoli di villaggi lungo le montagne: tetti di lamiera e qualche asino, quasi sospesi in aria. Sullo sfondo i monasteri ortodossi dominano le pendici. Arriviamo al villaggio di Arbaroba, una ruspa di marca italiana è parcheggiata lungo i binari: qui ci sono i serbatoi costruiti dagli italiani nel 1909, usati ancora oggi per alimentare la locomotiva. Piero offre biscotti ai bambini del posto, poi intima al capostazione di forzare il cancello per le cisterne, “purtroppo abbiamo perso la chiave…”. Saliamo per un cunicolo di scalini pericolati, arrampicandoci fin sopra i cilindri colmi di acqua torbida. “Queste opere non richiedono neanche manutenzione. Sono state fatte in cemento liscio più di cento anni fa e funzionano perfettamente”. Ne approfitto per chiedere a Piero del suo lavoro. “Sono iscritto all’ordine dei geometri e non ho mai lasciato l’Africa, tranne qualche corso di aggiornamento in Italia. Ho lavorato al dossier per l’Unesco. Non è stato facile, perché spesso fanno dei controlli e i soldi che ci danno per migliorare la città vengono spartiti tra questo e quello. Ho avuto i miei problemi perché non sono stato zitto e infatti mi sono fatto un anno di prigione”. Coglie la sorpresa nel mio sguardo, “Che vuoi farci? Non incontrerai altro che eritrei simpatici e ospitali, che parlano con orgoglio della loro nazione, ma non credere a una sola parola. Questa è una dittatura, a comandare è lui, il dio in terra. Gli eritrei sono molto ipocriti, più di quanto pensi.” Mi lancia un ghigno, poi torna dal gruppo di architetti e posa divertito per le foto con i bambini.

 

Tutto come nel ‘91

La strada per Massawa costeggia la linea della vecchia ferrovia. Salgo su minibus zeppi di anziani e madri con i loro bambini. Gli autisti sfrecciano su manti stradali malmessi e ponti centenari, qualche muricciolo funge da funereo guard rail con i babbuini che ci lanciano sassi. Passiamo per Nefasit e Ghinda poi raggiungiamo il deserto, cosparso di mine interrate che mietono ancora vittime tra i civili. Entro a Massawa di notte, c’è un black-out. Al lumicino delle torce intuisco l’animo spettrale della città, i cumuli di macerie, le brande su cui si dorme all’aperto, gli stormi di corvi che gracchiano tutta la notte. In lontananza il silenzioso profilo del porto. Un solo edificio pare vivere di vita propria, illuminato dai generatori mentre fuori si tace: è il lussuoso Dahlak Hotel. L’albergo prende il nome da un arcipelago poco distante e offre servizi per turisti danarosi. La piccola area ristoro, direttamente affacciata sul Mar Rosso, è il crocevia obbligatorio per gli intrallazzi commerciali della città: trovo imprenditori, operai dell’est Europa, poi turisti italiani, svizzeri e tedeschi; la lingua ufficiale sembra essere l’accento bergamasco. Al mattino chiedo di raggiungere le Dahlak, magari aggregandomi a un altro gruppo, ma i barcaioli dell’albergo non si muovono per meno di 12mila nakfa, circa 700 euro. C’è un’isola più vicino, dicono, e mi ritrovo sull’Isola Verde, verde solo di nome perché è semi-desertica e ospita i soliti corvacci. Senza telefono, mi rassegno a qualche ora di solitudine quand’ecco che il piccolo scafo spiaggia altri bagnanti: si tratta di Ruggero, 50 anni, imprenditore vicentino nato ad Asmara, insieme alla famiglia eritrea. “Strano ritrovarsi tra italiani su quest’isoletta, ma del resto non è che venga molta gente.” In effetti gli stranieri che ho incontrato sono soprattutto italiani nati in Eritrea o trapiantati per lavoro. “Io per esempio ho la mia piccola ditta e vengo in Italia 4-5 mesi l’anno, ma poi torniamo perché i ragazzi fanno le scuole qui.” Lontani da orecchie indiscrete, gli chiedo un parere sulla politica locale. “Nessuno si aspettava la fine ufficiale del conflitto, ma non era successo chissà cosa negli ultimi anni. La pace c’era già, solo che adesso il governo ha guadagnato in popolarità e può fare i propri interessi. Questa è una terra ricchissima: tempo fa hanno scavato oro per un miliardo di dollari, ma poi è stato caricato su uno SwissAir ed è finita lì. Il problema sono le politiche economiche: sono cambiati i tassi di cambio, non si investe, non c’è pensione e si bloccano i prelievi mensili in banca, tant’è che possiamo ritirare al massimo 300 nakfa e per il resto ci sono gli assegni. I prezzi dei beni di consumo sono schizzati e per comprare una vecchia macchina puoi anche spendere 10mila dollari.” E allora perché non è rimpatriato? “Ero in Italia ma nel 2000 col primo tentativo di pace sono tornato ad Asmara. Ormai ho tutto qui, ma penso che ci trasferiremo se le cose non cambieranno nel giro di un anno. Gli unici italiani che stanno davvero bene sono gli insegnanti.” Parla delle scuole italiane di Asmara, elementari e secondarie. “Sapete quanto prende un professore? 7mila euro al mese più altri 10mila all’arrivo per i disagi di guerra. Ma se non c’è più la guerra!? Sono tutti raccomandati da Roma, si fanno qualche anno e pagano il mutuo. Per non parlare dell’ambasciatore… vi dico solo che di italiani residenti ne risultano 600, ma in realtà saremmo una sessantina. Sono dati vecchi di anni: non li cambiano per non essere declassati a consolato.” Un’ultima domanda su Massawa, seconda città per importanza eppure scheletrica. “La città è rimasta ferma al 1991 quando sono entrati i carri armati. Anche i corvi li ha portati la guerra, non c’erano prima. Ma qui manca proprio la mentalità. Pensa cosa sarebbe questa spiaggetta con un chiosco per le birre e i gelati…”. Mi invitano più tardi al ristorante dell’Hotel Dahlak, ci sarà qualche professore da Asmara. Dico di sì, ma poi non mi presento.

 

China, China!

Kehren è il limite a Nord che è permesso visitare. Più in là è Nakfa, la città-trincea dove l’Eplf ha retto contro gli etiopi. Il Nord è la zona più militarizzata e me ne accorgo dalla quantità di posti di blocco cui fornisco le generalità. Non vengono molti visitatori e i bambini al mio passaggio urlano “China, China!” “Lo fanno perché ti confondono con i cinesi che vengono a comprare e costruire”. Padre Berhane – o Padre Luce, mi traduce lui dal tigrino – è un francescano cappuccino del convento di San Antonio; la chiesa originale, costruita negli anni Venti e ora ritrovo per bambini, è stata sostituita da un nuovo santuario più grande. “Quando sono venuto nel ’84 c’era solo un grande giardino e la gente veniva in chiesa a prendersi un po’ d’ombra. Abbiamo costruito il pozzo, la rimessa, poi sono andato in missione a New York dove sono scampato all’attacco delle Torri Gemelle. Ora ho 68 anni e sono tornato qui, a combattere con la povertà. Non abbiamo nulla, il nostro orto è malato e non possiamo permetterci i medicinali.” E allora come si spiega la nuova chiesa? “Questa l’hanno voluta costruire degli imprenditori italiani nel 2009. Ma a noi non hanno dato nulla. Se hanno avuto qualche sovvenzione è un altro discorso e non dovete chiederlo a me.” Mi fa entrare: la nuova chiesa di San Antonio è un santuario copto, con le icone e l’altare ortodosso. Ma la vecchia chiesa non era cattolica? “Qui facciamo quello che la gente ci chiede di fare.”

Resto a Kehren poco tempo, giusto per non perdermi il mercato dei cammelli e il santuario di Mariam Daarit, intagliato dentro un baobab dove pare che i soldati italiani siano scampati alle bombe inglesi. Una sera sento che tutti gli apparecchi dei locali sono sintonizzati sullo stesso canale: trasmettono la voce di Isaias Afewerki. Trovo file di spettatori davanti agli schermi, mi invitano al tavolo con loro. “Sta dicendo che la pace con l’Etiopia è il primo passo verso il cambiamento, ma è ancora più importante che ogni eritreo abbia un lavoro.” Yemane, 40 anni, è un soldato congedato, ora disoccupato. “Gli ex soldati possono essere richiamati in servizio in ogni momento, quindi aspettiamo nella speranza che le cose migliorino. Abbiamo molta fiducia nel presidente. Voi stranieri non capite, tornate nel vostro paese e scrivete che stiamo sotto dittatura. Invece abbiamo i nostri diritti: c’è l’acqua gratuita, per esempio.” Yemane sembra un buon interlocutore, gli chiedo se non desideri un paese realmente democratico con libere elezioni. “Tutto questo arriverà dopo. Contano altri valori, come la sacralità dei rapporti umani che per noi sono fondamentali. Ci sono villaggi in cui gli anziani risolvono ancora le dispute al posto dei tribunali. Siamo un popolo molto eterogeneo, che a lungo ha sofferto l’oppressione di paesi stranieri, ma siamo uniti. E se restiamo uniti, le nostre speranze sono più forti.” In sottofondo le parole di Afewerki. “Questa di stasera è la prima parte del discorso e riguarda le questioni internazionali. Domani ci sarà la seconda parte sulle politiche interne. Lo stiamo aspettando tutti.” Sono molti i dubbi dopo aver salutato Yemane, dalla sua vera identità – non sarebbe la prima spia di cui sento parlare – all’insistenza quasi fanatica dei suoi argomenti. Il dubbio più forte riguarda me stesso e la poca fiducia che nutro verso le loro idee. Un bravo occidentale che viene a insegnare cos’è giusto e sbagliato.

 

L’ultimo caffè

Torno ad Asmara in attesa di rientrare in Italia. Ritrovo la solita atmosfera familiare, quasi fosse casa: seduto al Caffè Rosina sorseggio un macchiato e leggo la versione inglese dell’“Eritrea profile”, quella che i locali chiamano gazzetta. La prima pagina è tutta per il presidente e il suo appello alla nazione. Si parla di politiche dinamiche, di sviluppo globale, del ruolo che l’Eritrea giocherà nel Corno d’Africa, nel Bacino del Nilo, nel Golfo arabo. Più avanti leggo di un nuovo accordo tra compagnie aeree che inaugurano le tratte dirette da Roma, Milano, Oslo e Stoccolma: i luoghi dove si concentrano più eritrei all’estero. Tornano alla mente le parole di Yemane: l’unità non è uno slogan politico e va ricostituita con tutti i mezzi leciti, va bene anche un volo Lufthansa. L’attesa per il secondo discorso di Afewerki, quello più importante, coinvolge anche me: voglio sapere cosa dirà in fatto di lavoro, integrazione, politiche sociali. Mi accaparro un posto davanti allo schermo e insieme agli altri scorro le immagini di EriTv. Mi dicono che il presidente parlerà alle otto. Ma finisce uno sceneggiato, poi il telegiornale, poi addirittura inizia una partita. L’intervista non è andata in onda e nessuno sa dirmi quando la trasmetteranno.

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