Vento sul Sulcis

di Michela Calledda

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Conta le gocce del mare,

Conta i granelli di sabbia:

Avrai contato i nostri sospiri

Nel cuore della terra.

Manlio Massole

Dicono che la pazienza sia la virtù dei forti. Invece no, non è vero: la memoria è la virtù dei forti. La memoria che racconta, che ammonisce, la memoria di chi sa perché c’era. Ed è oggi che me ne rendo conto, oggi che il tempo e la morte la rendono lontana e confusa quella memoria, sfumata.

Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento, dice la canzone. Per me quel posto si chiama Sulcis, il posto che meglio di tutti racconta la parabola della lotta per il lavoro in Sardegna. Ed è da qui, da questo angolo di terra violentata, insultata, incompresa e abbandonata che mi piacerebbe partire. Dall’occupazione delle miniere del 1992, raccontata ancora oggi con toni epici; e da due dei protagonisti di quell’occupazione: Manlio Massole, maestro, minatore e poeta, e Silvestro Papinuto, minatore fornellista e appassionato speleologo.

Tra settembre e ottobre 2018 Il Sottosopra, audio-documentario di Giuseppe Casu e Gianluca Stazi, diretto da Stazi con la collaborazione dei minatori del Sulcis Iglesiente, ha vinto il 70° Prix Italia 2018 nella categoria Radio Documentary e Reportage (cosa che non accadeva dal 1964 per la categoria audio-doc); e per la prima volta in assoluto per un prodotto italiano, si è aggiudicato il Prix Europa 2018 come Best European Radio Documentary.

Il Sottosopra è un viaggio sonoro tra le miniere del Sulcis Iglesiente. Un viaggio potente che con suoni, rumori e voci ci trascina per quarantacinque minuti nel buio delle gallerie con la forza dolce di una memoria mai del tutto pacificata e l’eco ancora vibrante delle vite spese nelle viscere della terra.

Le storie di Silvestro e Manlio sono raccontate in parallelo. I ricordi e le versioni si inseguono e si distinguono, si distanziano per poi incrociarsi e convergere. I ritratti che ne vengono fuori sono quelli di due uomini profondamente diversi per estrazione, carattere e cultura, ma accomunati dall’amore e dall’orgoglio per il proprio lavoro e per quella battaglia.

Silvestro è il più giovane tra i due. Comincia a lavorare in miniera a 23 anni: la sua intenzione era lavorare per qualche mese e racimolare i soldi per comprare una macchina. Rimarrà in miniera per ventotto anni e la miniera diventerà per lui scuola di vita e palestra politica, al punto da sentire per essa una sorta di gratitudine filiale: “La chiamo babbo la miniera, la chiamo padre perché mi ha dato da mangiare, mi ha dato da vivere, la miniera, mi ha insegnato a vivere. Il babbo non ti coccola, il padre non ti coccola, ti pesta, se fai una cosa che non va bene ti rimprovera; e la miniera è lo stesso. Stai attento, devi rigare dritto, perché se non righi dritto quella ti fa male. Politicamente”, continua Papinuto, “mi ha insegnato tante cose, mi ha dato tutto quello che mi serviva e perciò la chiamo padre. Nos naraus unu fueddu: a ki mi ‘ona pani du tzerriaus babbu. Chi mi dà pane lo chiamiamo babbo.”

Più complessa e originale risulta la storia di Manlio Massole. Manlio nasce nel 1930, prende il diploma magistrale e diventa maestro elementare. Insegna prima a Iglesias, poi riesce a ottenere una cattedra a Buggerru, suo paese natale. Buggerru è un paese di mare circondato dalle miniere con un’economia esclusivamente mineraria. Manlio si trova a insegnare in una classe di figli di minatori. I suoi alunni hanno, come unica prospettiva futura, la miniera; tutti i suoi amici, tutte le persone che frequenta fuori dalla scuola, lavorano nelle miniere. In questo modo si rende conto che gli è necessaria un’altra prospettiva, una nuova coscienza. Così decide di scendere in miniera: dapprima con l’intenzione di scrivere un saggio, fino a maturare la consapevolezza di voler diventare minatore. La proprietà gli offre un lavoro in amministrazione, e lui lo rifiuta. Per poter scendere in galleria si ritrova costretto a fare quello che i suoi compagni considerano il più infame tra i lavori: il cronometrista.

Nella vita probabilmente dovevo proprio fare questo, andare al buio, nel buio; andare sottoterra, andare a conoscere altri uomini assolutamente diversi da me per storia e per cultura. Essere minatore più che un lavoro, un mestiere, è uno stato d’animo” dice Massole. “È un modo di essere, appunto. Una volta che si va in miniera o la si rifiuta e si scappa o si sente l’orgoglio di essere minatore. Questo orgoglio è dato dai tanti pericoli che si affrontano in miniera e che l’uomo, diventato minatore, riesce a superare, ma vincendo se stesso però. L’ego, l’io, non esiste in miniera. In miniera esiste il noi. Si ha una necessità continua dell’altro. Raramente un minatore dice io, io, io. Noi, noi, noi.”

È nel maggio del 1992 che i minatori della Sim (gruppo Eni) ricevono le lettere di cassa integrazione: si dovevano chiudere tutte le miniere metallifere del Sulcis perché l’estrazione risultava troppo dispendiosa e perdeva competitività. La situazione era tragica con le fabbriche di Portovesme vicine al fallimento e il progetto carbone che stentava a decollare. Dopo un’assemblea i minatori di San Giovanni decidono di occupare la miniera. Racconta Papinuto: “Il lunedì mattina siamo arrivati in miniera, ci siamo cambiati, è arrivata la macchina con l’esplosivo e come è entrata dentro l’abbiamo sequestrata, abbiamo chiuso la galleria e abbiamo iniziato l’occupazione, abbiamo bloccato tutto: non si entrava e non si usciva più. Un po’ di scompiglio l’abbiamo creato, perché non lo sapevano tutti; lo sapeva pochissima gente”.

Se l’avessero saputo tutti, se la notizia avesse circolato preventivamente, in molti probabilmente non si sarebbero presentati al lavoro. In quel modo, invece, tutti erano, di fatto, responsabili: operai, capiservizio, direttori. Tutti, perché la cassa integrazione riguardava tutti.

Fu rivolta: 30 minatori si chiusero nella miniera di San Giovanni con 3mila chili di esplosivo. La prima settimana fu complicata, vide il muro contro muro con i sindacati e perfino con le altre miniere; era la prima volta che dei minatori si asserragliavano in galleria con la volta armata. Poi vennero la solidarietà e il sostegno, che crebbero a macchia d’olio, superando i confini dell’isola: la battaglia dei minatori del Sulcis era sulle prime pagine dei giornali, su tutti i telegiornali, incassava solidarietà dal continente e dall’Europa.

I lavoratori chiedono la revoca totale dei provvedimenti di cassa integrazione per 300 lavoratori, pur consapevoli del deficit delle miniere. Essi non volevano, malgrado ciò che negli anni si è detto, tenere le miniere aperte a tutti i costi: ne conoscevano la durezza e volevano evitare ai propri figli di percorrere quella stessa strada fatta di sudore, fatica e rinuncia. Chiedevano però, per i loro stessi figli, un lavoro diverso, ma un lavoro: consapevoli che la chiusura delle miniere poteva significare il deserto economico e la povertà. Chiedevano riconversioni, altre fabbriche e altre aziende. Ricorda Massole: “Eravamo circondati da non so quante forze di polizia e temevamo che cercassero di farci venir fuori a forza. Ancora oggi posso dire in tutta tranquillità che non ci sarebbero riusciti perché i reparti operativi speciali in miniera eravamo noi e ci saremmo ben difesi. Ebbene, a un certo momento, io credo l’avessero capito le autorità”.

La battaglia che si chiude dopo 35 giorni di occupazione vede i minatori vittoriosi con la revoca della cassa integrazione e la sospensione del piano di smantellamento. “Sapevamo di vincere, abbiamo vinto con sofferenza e con rischio e non potevamo che vincere. Dovevamo vincere in un modo o in un altro e questa lotta la poteva vincere solo gente speciale, specialissima, come è la gente di miniera. Non ci siamo battuti soltanto per noi, ci siamo battuti per tutto il territorio, per il Sulcis Iglesiente che merita altra sorte”. Rispondeva così Manlio Massole alle domande di una giovanissima Bianca Berlinguer che lo intervistava in diretta per il Tg3.

Manlio Massole è morto lo scorso 11 ottobre, quasi a chiudere un’epoca non remota, certamente irripetibile.

Dopo quella battaglia, cosa è rimasto del Sulcis e cosa della Sardegna? Le miniere sono chiuse, il deficit delle miniere non è diventato capitale investito, l’economia va a rilento, il tessuto industriale non esiste. Il Sulcis è un deserto, una delle province più povere d’Italia, tra le più povere d’Europa. La Sardegna tutta gli fa da eco: continua a essere la terra bella e massacrata di sempre, una terra schiacciata, una terra che un tempo è stata spavalda e orgogliosa; una terra che ha lottato per il lavoro, per l’autonomia e per l’autodeterminazione e che cerca di mantenere viva la tensione verso l’indipendenza. Una terra che oggi, a dispetto di quelle battaglie, vede la Lega che fu antimeridionalista e secessionista, superare il 10 per cento dei consensi alle elezioni politiche; una terra nella quale Matteo Salvini può permettersi di designare in maniera diretta quello che sarà il candidato alla Presidenza della Regione per la coalizione di centro-destra, data per vincente nei sondaggi.

Mentre scrivo è dicembre. Un dicembre che sembra maggio, mite e benevolo; un dicembre di cieli sereni, campagne fiorite e mari assennati. È un dicembre dolce, come capita spesso da queste parti, incurante di quella che si preannuncia una burrascosa campagna elettorale per le elezioni regionali che sono ormai dietro l’angolo. Una campagna elettorale frammentata e frammentaria, riflesso fedele di quanto accade nel continente. Forse è questo il nostro destino, una specie di peccato originale per essere nati in un posto sublime e tragico: una dissonanza continua tra la bellezza di quello che ci circonda e le possibilità che ci offre.

Cosa è rimasto, in questa terra, di quella battaglia del ‘92, solo in apparenza vittoriosa? La risposta la danno ancora Manlio Massole e Silvestro Papinuto, i loro percorsi lontani all’origine ma che si incrociano per convergere in un unico e amaro epilogo: quella battaglia non è servita a niente.

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Comments (1)

  • i ritagli di marzo - ATBV

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    […] una delle terre più belle e povere d’Europa e degli uomini, senza più lavoro, che la […]

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