Una maestra in Palestina

di Livia Cozzolino

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Hanan Al Hroub

Ho passato un mese in Palestina. Gli Interventi Civili di Pace con cui sono partita mi portano negli uliveti della WestBank. Raccogliendo le olive fianco a fianco dei palestinesi, nel progetto si mira a costruire relazioni dirette e orizzontali con i contadini e gli abitanti dei posti dove siamo ospiti temporanei. Ed è proprio durante una di queste giornate di raccolta che conosco Aisha, nipote di Hanan Al Hroub, l’insegnante palestinese che ha ricevuto nel 2016 il Global Teacher Prize per il metodo che applica nelle sue classi.

Siamo nella valle del Wadi, affaticate dal caldo intenso della giornata ci attardiamo qualche minuto con la ragazza all’ombra di un ulivo. Nonostante l’immensa calma la giovane trasuda energia e voglia di raccontarsi. Parliamo della situazione che vivono i giovani palestinesi, della voglia di crescere e studiare, ma allo stesso tempo continuare a resistere e combattere perché un giorno il popolo palestinese possa vivere libero nelle sue terre. Riprendiamo il lavoro con la testa piena di pensieri e riflessioni.

Verso il tramonto arrivano al campo due uomini di ritorno dal lavoro nel cantiere (in una vicina colonia). Uno di loro è proprio il fratello di Hanan Al Hroub, che mi propone di chiamarla. Lei mi ringrazia per il lavoro che stiamo facendo, per il supporto e l’energia positiva che portiamo nelle loro terre. Le dico che sarei molto interessata a sapere di più del suo metodo e della sua esperienza di insegnante: prendiamo appuntamento per vederci di persona.

È così, grazie alla relazione diretta creata tra le olive, che ho avuto la possibilità di incontrarla e scambiare con lei alcune riflessioni sul sistema educativo palestinese.

Hanan Al Hroub è un’insegnante elementare, in una classe di livello 2, bambini dai 6 ai 7 anni, corrispondente quindi al nostro secondo anno di scuola primaria. Una donna sulla quarantina, il volto incorniciato da un delicato velo floreale e lo sguardo estremamente calmo, ma carico allo stesso tempo, mi ricorda immensamente quello della nipote. Sostiene di non parlare inglese molto bene, ma la conversazione è fluida e piacevole.

Hanan è una rifugiata, il suo villaggio di origine è Al-Qabu, da lì i palestinesi sono stati estromessi, la sua famiglia è tra quelle rifugiate dal 1948. È nata e cresciuta al campo profughi di Deisha nella non più periferia di Betlemme. Ha frequentato le scuole elementari dell’Unrwa (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi), ha conseguito poi il diploma superiore in una scuola pubblica governativa di Betlemme, mentre si è recata a Ramallah per frequentare l’Università, dove ha studiato Educazione primaria. Hanan si è sposata con un uomo di Wadi Fukin, villaggio al confine tra Territori palestinesi e Israele circondato da due enormi colonie. Ora lavora a Ramallah, la capitale della Palestina: “Sono nata in un campo profughi, mi sono sposata in un villaggio e ora vivo e lavoro in una città, trovo curiosa questa sorta di evoluzione”, dice la maestra.

Il metodo che applico, per il quale ho ricevuto il premio, è nato in casa, dalla mia esperienza come rifugiata, come madre e come insegnante palestinese”. Learning by play è un metodo molto usato in tutto il mondo, ma in Palestina acquista un significato particolare laddove i bambini di questi luoghi spesso non hanno un’infanzia giocosa come la potremmo e vorremmo immaginare.

Nella scuola dove insegna Hanan gli alunni vengono tanto da Ramallah, quanto dal campo profughi e dai villaggi vicini. Tutti loro hanno esperienza quotidiana, o quasi, della violenza dell’occupazione. La vedono negli arresti continui (soprattutto nei campi profughi è quasi impossibile trovare una famiglia che non abbia avuto qualche membro detenuto), la vivono nelle frequenti incursioni dell’esercito nelle strade se non addirittura nelle case, la vivono ai checkpoint che devono attraversare per recarsi da un villaggio a un altro, la vivono nei loro documenti inadatti a passare alcuna frontiera, rilasciati da uno stato che non ha riconoscimento internazionale. Ma soprattutto la violenza che subiscono i bambini, tanto quanto tutta la società palestinese, è quella latente e onnipresente, che avviene nelle loro menti: l’occupazione, e tutte le sue ramificazioni, per moltissimi di loro diventa un pensiero costante difficile da tenere sopito.

Hanan racconta che ritrova e riconosce gli effetti di questa violenza nei comportamenti dei bambini anche a scuola: “non è raro che in aula i bambini non riescano a focalizzare la loro attenzione sull’apprendimento, abbiano atteggiamenti di rifiuto o violenti nei miei confronti come verso i compagni, a volte si isolano o al contrario hanno comportamenti iperattivi e non seguono le lezioni proposte”. Suo marito è stato ferito dai soldati israeliani mentre riportava a casa i figli da scuola. È sopravvissuto, ma i ragazzi sono rimasti traumatizzati: non riuscivano a concentrarsi, si rifiutavano di uscire, di tornare in classe.

Partendo dalla sua esperienza personale Hanan ha quindi iniziato a riflettere su come poter rendere lo stare in classe un momento di apprendimento e di crescita collettiva e personale. “Posso affermare che per dei bambini che vivono in queste condizioni, ma probabilmente per ogni bambino, il metodo di insegnamento e valutazione tradizionali non sono adatti. Questi infatti si focalizzano su una valutazione quantitativa dell’apprendimento, con una mole immensa di nozioni da apprendere e una valutazione continua sotto forma di voti e giudizi. Il metodo tradizionale nelle nostre condizioni non è utile, non è importante che i bambini abbiano moltissime informazioni dalla scuola, l’importante è come le ricevono, come stanno in classe e come si relazionano tra pari. Anche perché gli insegnanti e la scuola non sono più l’unica fonte di formazione: i ragazzi hanno altri modi di avere pure nozioni attraverso le nuove tecnologie. L’importanza del nostro lavoro è quindi dare loro delle modalità di vita e comportamento.”

Hanan lavora con circa 30 bambini in un’aula che ha reso autonomamente (mi mostra orgogliosa le foto) colorata e accogliente. “Gli strumenti che uso sono giochi pratici creati con materiali di riciclo che ho ideato per la mia classe, costruito a casa e portato a scuola. L’ambiente nel gruppo-classe è pieno di gioia, felicità e praticità. Quando i bambini arrivano a scuola non stanno seduti al banco tutta la giornata, ma la lezione si sviluppa in parte frontalmente e in parte attivamente, in forma pratica e dinamica. Si fanno attività.”

Nei momenti di apprendimento è molto importante l’atmosfera che si crea per e tra gli alunni, in Palestina, dove l’emotività è continuamente scossa e la tensione sempre pronta a esplodere, un luogo di tranquillità può rivelarsi ancora più raro e prezioso. “In classe cerco di creare con loro un’atmosfera diversa dalla quotidianità che vivono nei campi o nella città. In classe c’è libertà, c’è fiducia, rispetto sia per l’insegnante che per gli altri bambini. La loro infanzia viene rispettata, i loro desideri vengono ascoltati. Ascolto molto i miei alunni. Analizzo la loro storia personale e familiare. Ognuno di loro esplicita in qualche modo i suoi problemi e io poi cerco di risolverli attraverso le attività che faccio in classe, specialmente i giochi. Elaboro inoltre a inizio anno un piano specifico di valutazione di apprendimento per ogni studente, che può comunque essere modificato in corso d’opera. Ovviamente oltre ai giochi e alle attività pratiche devo affrontare anche le materie curriculari durante l’anno. Ogni argomento viene però affrontato in una forma pratica e giocosa (disegno, danza musica), non solo, ma viene anche tarato sulla classe.”

Durante la mia esperienza di viaggio nelle varie regioni della WestBank ho avuto altri incontri con educatori, formatori e anche alunni palestinesi; alcuni di loro mi hanno fatto osservare come la mappa della Palestina nei libri scolastici non sia divisa tra Israele, o come preferiscono chiamarla i palestinesi “territori del ’48”, e WestBank, ovvero la Cisgiordania. Mi interrogo molto su quale sia l’utilità o lo scopo di tale mappa unificata. Un’altra educatrice con cui mi ero confrontata mi aveva detto che “Se si chiede a un ragazzo di posizionare Betlemme o Ramallah sulla mappa non lo sa fare, non sa per esempio se si trova al di qua o al di là del muro.”

Immagino quanta confusione debba esserci nella testa di un bambino che vede l’occupazione, i muri e l’esercito, ma non ritrova la rappresentazione grafica di quanto vive. Propongo l’argomento anche ad Hanan. “Noi come insegnanti dobbiamo raccontare la verità. Siamo palestinesi e abbiamo il nostro territorio, ma gli studenti devono conoscere la verità, devono sapere che molte delle nostre terre sono state confiscate e che viviamo sotto occupazione da 60 anni. Per cui agli alunni viene spiegato dalle insegnanti che quella era la terra dei palestinesi e adesso c’è l’occupazione. Per questo le mappe non vengono divise”.

La verità come sappiamo però può non essere sempre oggettiva, così Hanan prosegue riferendosi ai momenti di confronto che sta promuovendo tra le insegnanti di tutta la Palestina, grazie ai fondi ricevuti con il premio: “Quando parlo con le altre insegnanti sottolineo sempre l’importanza di stare molto attente a come raccontiamo la storia. Il nostro obiettivo è aiutare gli studenti a comprendere la realtà che vivono e soprattutto aiutarli a imparare a prendere decisioni autonome. Essere le prime persone attive nella loro vita. È importante che i ragazzi apprendano life-skills per affrontare la praticità della vita, devono imparare a proteggersi dall’influenza dell’occupazione e distinguere cosa è positivo e cosa è negativo al di là di quanto viene loro detto, devono fare le loro valutazioni.”

Nonostante la difficilissima vita quotidiana, Hanan mantiene uno spirito positivo. “I bambini vivono l’occupazione sempre – dice – hanno la possibilità di stare con me solo un anno. Voglio che quell’anno sia positivo per loro. Che possano vivere, crescere e imparare vedendo qualcosa di bello. Anche i bambini che vivono vite complicate, che vivono sotto occupazione, hanno diritto ad avere una vita felice e un’infanzia serena. Cerco di istillare in loro un seme positivo per un futuro albero forte.

Ogni giorno io non ho la garanzia che quei bambini torneranno a scuola il giorno dopo, quindi ogni giorno è importante, ogni giorno. Per questo quando, per esempio, durante una lezione sentiamo degli spari o delle esplosioni quello che faccio è dire “sì bambini, questa è la nostra realtà, ma non possiamo dargli il potere di interrompere le nostre vite ogni volta che lo vogliono, dobbiamo continuare a imparare”, quindi propongo subito delle attività che li distraggano, balli, canzoni, giochi perché rimangano con la testa nella classe e non si lascino prendere dalla paura, dalla tristezza o dalla preoccupazione.”

Il metodo di Hanan non mi è parso “rivoluzionario” in sè; ciononostante sono assolutamente convinta che, in Palestina come in tutto il mondo, anche le piccole lotte, i delicati cambiamenti dal basso, in un limitato gruppo-classe possano avere grande risonanza se portati avanti con caparbietà. Hanan è caparbia. E caparbie sono molte delle donne che ho incontrato in Palestina.

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