Un film giapponese su una nuova famiglia

di Goffredo Fofi

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Il film di Kore’eda Hirokazu Un affare di famiglia, meritoriamente premiato a Cannes, è stato molto apprezzato per i suoi contenuti, ritenuti superficialmente “buonisti” ma che sono molto più radicali di quanto nessun buonista potrebbe accettare. Kore’eda ha all’incirca 55 anni e sa quello che fa, è un ottimo sceneggiatore, e conosce molto bene la tradizione umanistica giapponese, quella dei Kurosawa e dei Mizoguchi e delle storie di famiglia di Yasujiro Ozu. È anche un ottimo direttore di attori, e in particolare di bambini – anche questa una qualità che le televisioni, in particolare la statunitense, hanno finito per massacrare. Gli interpreti di Un affare di famiglia sono molto bravi e soprattutto molto credibili, hanno mestiere ma sembrano, soprattutto i bambini, presi, come si diceva un tempo, dalla vita. La molla che sembra sostenere Kore’eda è una forma di populismo di stampo antico e sostanzialmente anarcoide: apprezzare del popolo una morale che non è mai la stessa degli altri ceti, borghesi o piccolo-borghesi, e ovviamente del potere costituito, di chi fa le leggi (ché le leggi, dicevano estremizzando molti militanti di ieri, vengono fatte pur sempre da dei privilegiati al fine di fregare chi non lo è…), anche nel caso di chi è stato democraticamente eletto.

La famiglia Shibata del film si dimostra in questo “affare” come una vera famiglia anche se nasce (scopriamo alla fine) da un delitto, anche se per sopravvivere non distingue tra mestieri decorosi e indecorosi, normali e illegali, e pratica volentieri il furto – un supermercato ha padroni anonimi, dice un protagonista, e intende che non è un furto rubare a una società che, per sua natura, contempla la manipolazione del valore delle merci… e un passo più in là c’è Proudhon, la proprietà è comunque un furto… – anche se è cresciuta inglobando bambini “rubati” ad altri che li maltrattavano o li trascuravano ignobilmente. La convinzione di Kore’eda è semplice: il sangue conta molto molto meno del farsi carico della crescita concreta, fisica e morale e “culturale”, di un bambino; il rapporto affettivo conta molto ma molto di più di ogni certificazione legale, istituzionale. In definitiva, a contare al disopra di ogni legge storica o naturale è la tenerezza che si instaura tra le persone. L’anarchismo di Kore’eda (ma sì, parliamo di anarchismo, ché di questo si tratta!) è meno persuaso ed estremo, mettiamo, di quello di un Buñuel o di un Bresson, è meno “filosofico” e totale, non parte da convinzioni, pur se nate dall’esperienza, metafisiche, e tuttavia parte da considerazioni precise sulla società attuale, sui suoi inganni, sulle sue leggi, sulle sue storture. Ha però un perno e una base che commuovono e convincono, nel frustrato bisogno di tenerezza (più che di amore! più che di sesso!) di ogni essere umano, un bisogno che è base di ogni solidarietà profonda e che soltanto chi non tiene conto delle presunte leggi di una società costituita è in grado, per Kore’eda e anche per noi suoi spettatori e ammiratori, di comprendere e soprattutto di esprimere e di coprire.

Ne consegue che Un affare di famiglia è un film di primaria importanza per una discussione sui fondamenti profondi e più attuali di un’istituzione che è alla base di ogni ordinamento sociale. Di una famiglia non si può fare a meno, da un incontro tra due adulti dei due sessi (anche se oggi può non essere diretto) si proviene comunque tutti, ma ogni epoca deve riproporre l’antica dichiarazione di guerra contro il modello di famiglia borghese o oppressiva (il “famiglie! Vi odio!” dei Nutrimenti terrestri di Gide) e sperimentare nuovi/vecchi ma sani modelli. Partendo dalla più franca considerazione dei bisogni essenziali di ogni nuovo arrivato, partendo da una concreta analisi delle storture di una società organizzata e piramidale e dalla sua messa in discussione, dal suo rifiuto, è possibile inventare o reinventare i modi necessari di sperimentare e costruire il nuovo, il giusto. Per questo Un affare di famiglia è un film importante, come un piccolo trattato di pedagogia che dovrebbero vedere e meditare coloro che insegnano e che mettono su casa e che hanno comunque a che fare con dei bambini.

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