Per Amos Oz

di Gianni Turchetta

Ripubblichiamo per ricordare un grande e amato scrittore il testo che Gianni Turchetta lesse all’Università di Milano quando, nel 2016, gli fu conferita la laurea honoris causa, già apparso su “Lo straniero” numero 189 del marzo 2016.

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Quand’ero piccolo,” scrive Amos Oz in Una storia di amore e di tenebra, “da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand’anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver.”
Sono parole che ci fanno riflettere su quanto la letteratura sia importante, e anche su quanto la letteratura sia tenace, benché fragile. Ci fanno anche riflettere su quanto sia fragile l’uomo, su quanto poco ci voglia a distruggerlo. Non so quanto sia stata voluta la scelta della data di oggi. Fatto sta che il 29 gennaio è vicinissimo al 27, al “giorno della memoria”, e penso valga la pena di ricordarlo, almeno per qualche istante, perché stiamo parlando di un grande scrittore israeliano, ma anche perché l’obbligo della memoria ci riguarda tutti.

Quando giustamente gli si attribuiscono grandi meriti, Amos Oz tende a schermirsi: dice che scrivere è una vocazione, un impulso irresistibile, che diventa come un dato di natura. E per questo lui non avrebbe meriti particolari. Ma noi, naturalmente, non gli crediamo, e pensiamo che invece di meriti ne abbia davvero molti. Anche perché la scrittura, quella vera, è figlia di un lavoro severo, faticoso, pazientissimo, di cui pure Oz ci ha parlato e che non sarebbe giusto dimenticare. Pochi hanno saputo farlo con questa qualità, con questa profondità e con questa intensità, e noi gliene siamo grati.

Mi sono appoggiato subito alle parole di Oz anche per non iniziare questo mio breve discorso con una banalità, che però è necessaria: voglio sottolineare cioè che stiamo per conferire una laurea honoris causa a uno scrittore. In negativo, ciò significa che non la stiamo dando a un politico: anche se l’impegno militante, ideologico, etico e politico di Oz è fondamentale. Ma in prima approssimazione, e in positivo, è importante sottolineare quanto conti la sua fiducia, starei per dire la fede (se non fosse una parola molto compromessa) verso la forza e la capacità di persistenza, e di resistenza, di quel tipo di discorso che ancora ci ostiniamo a chiamare letteratura. Visto il mondo in cui viviamo, verrebbe forse da chiedersi come mai la letteratura esista ancora. E potremmo provare a rispondere a questa domanda notando che il discorso della letteratura resta ancora così importante nelle nostre società perché ha saputo conservare una speciale capacità di conferire senso all’esistenza, di combattere contro l’oblio e l’insensatezza: superando, come appunto ci ha appena ricordato Oz, le barriere dell’individualità, dello spazio e del tempo. C’è un altro passo bellissimo di Una storia d’amore e di tenebra, in cui Oz parla della propria infanzia, dicendoci che abitava nel quartiere Kerem a Gerusalemme, “ma non vivevo lì, vivevo ai margini di un bosco”: questo bosco è il bosco incantato costruito dalle storie che gli raccontava la madre, prima matrice delle storie che poi avrebbe cominciato a raccontare lui: “Vagavo girando senza sosta per quei boschi virtuali, boschi di parole, casupole di parole, pascoli di parole. Tutto ciò che contava era fatto di parole”. Ecco, questa fiducia nella capacità delle parole di essere così solide da entrare in competizione con le cose, questa fiducia è un punto di partenza necessario.

Ma per altri versi, e quasi all’opposto, la forza del discorso di Oz vive anche della sua ferma coscienza dei limiti della letteratura, chiamata a misurarsi con la durezza, l’enormità, la violenza della vita e della storia. Non a caso, egli sottolinea continuamente anche i limiti davanti alla vita di chi si occupa di letteratura, declinando in modo originalissimo uno dei grandi temi della letteratura dell’Occidente moderno: quello dell’Inettitudine, chiamato in causa da molte delle sue storie. Ecco che cosa gli succede poco dopo essere entrato, appena quattordicenne, nel kibbutz di Hulda: “Quando fui beccato a scribacchiare poesie nella stanza sul retro della casa, fu ormai chiaro a tutti che da me non se ne sarebbe cavato nulla di buono”. Chi scrive, insomma, è un buono a nulla, un incapace. Perché lui sa scrivere, ma gli altri sanno vivere. D’altro canto, però, tutti hanno bisogno di storie: e Oz ci racconta come da bambino i compagni di scuola spesso l’aggredissero, avendone capito le debolezze, ma poi fossero affascinati dalle sue storie, che lui, piccola, impacciata Shéhérazade, produceva a getto continuo.

Nei suoi libri Oz racconta per lo più vicende private, ma sempre sullo sfondo della Storia, cui non smette mai di fare riferimento, anche quando parrebbe averla messa da parte. Anche perché si confronta con una storia terribile, carica di conflitti, di violenza e di dolore: questa storia fa di Israele una terra paradossalmente esemplare proprio perché così peculiare, così diversa. È un caso tanto estremo da diventare paradigmatico, proprio perché non c’è nulla di simile: perché concentra nella propria storia tutto il male, il male più atroce, ma anche il massimo della speranza di riscatto, di rinascita e di redenzione. E perché la storia del popolo ebraico è una vicenda estrema di esilio e di ricerca di una casa, di una patria: “sono diventato scrittore”, ci ha detto Oz, “anche perché vengo da una famiglia di profughi dal cuore a pezzi.” (Contro il fanatismo). È chiaro, egli sente fortissimo il dovere della memoria: ma, proprio perché è un vero scrittore, non si accontenta della testimonianza, vuole qualcosa di più, vuole continuare a dare vita a chi non ha altre possibilità: “Questo strano impulso che avevo da bambino”, scrive, “il desiderio cioè di offrire una nuova opportunità a ciò che non esisteva più né mai più avrebbe avuto un’opportunità è ancora fra le cose che mi muovono la mano, ogni volta che mi accingo a scrivere una storia.” (Una storia di amore e di tenebra). L’aspirazione a dare o restituire vita attraverso la parola prende corpo, non a caso, in una poetica dove la letteratura si caratterizza come capacità di ascoltare l’altro, di captarne le emozioni e di riconoscerne la differenza irriducibile: “Non sto invocando un relativismo morale assoluto”, scrive Oz in una delle conferenze di Contro il fanatismo, “certo che no: sto invece propugnando la necessità di immaginarsi a vicenda. A ogni livello, anche il più banale e quotidiano: immaginarsi. Immaginarci quando bisticciamo, quando ci lamentiamo, immaginarci nel preciso momento in cui sentiamo di avere ragione al cento per cento. Anche quando si ha ragione al cento per cento, e l’altro ha torto al cento per cento, anche in quel momento è utile immaginare l’altro”. Questo atteggiamento di ascolto ha evidenti implicazioni ideologiche; implicazioni che coincidono perfettamente con le forme di una scrittura sempre tesa a mettere in scena una densa polifonia, una trama robusta e delicata insieme, fatta delle voci e dei punti di vista di molti personaggi. Come accade, per esempio, in uno dei suoi romanzi più potenti e conturbanti, Una pace perfetta, ma persino nel grande romanzo autobiografico già citato.

L’attenzione costante, senza sosta, alla varietà e alla peculiarità delle diverse voci e dei diversi punti di vista dei personaggi fa tutt’uno con una visione del mondo profondamente laica. Una visione particolarmente necessaria in uno scenario di violenza e di estremismi come quello del mondo attuale e del Medio Oriente in particolare. Vorrei insistere ancora su un altro aspetto molto importante, strettamente collegato al laicismo da un lato, ma dall’altro alla pratica letteraria di Amos Oz. Mi appoggio ancora alle sue parole: “Chi non ricorda la scena dello splendido film dei Monty Python, Brian di Nazareth, quando Brian dice all’immensa folla di aspiranti discepoli: “Siete tutti individui!” e la folla grida di rimando: “Siamo tutti individui!” eccetto uno che con un filo di voce dice timidamente: “io no”, ma gli altri lo tacitano rabbiosamente. […] il conformismo e l’uniformità sono forme lievi ma diffuse di fanatismo” (Contro il fanatismo). In molte occasioni Oz ha insistito sulla necessità dell’ironia, e su come la letteratura moderna nasca e cresca proprio nella mescolanza continua di comico e tragico. Come del resto ci ha insegnato da molto tempo, con riflessioni poco meno che definitive, un altro grande ebreo, il berlinese Erich Auerbach. D’altro canto, proprio l’apertura, tutta relativizzante, al riso fa tutt’uno con la partecipazione profonda al dolore, con la capacità di sintonizzarsi con l’infinita varietà dei soggetti, dei sentimenti e delle culture. È in questa prospettiva che Amos Oz ci propone, con calcolata provocazione, una valorizzazione senza mezzi termini del compromesso: “Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”; e ancora: è necessario “scegliere fra vita e morte, fra l’imperfezione della vita e la perfezione di una morte gloriosa” (ivi). Da questo punto di vista, Oz attacca programmaticamente ogni estremismo, assumendo una posizione per cui da decenni in Israele i conservatori e gli ortodossi lo chiamano “traditore”: non a caso, la figura del “traditore” ritorna spesso nei personaggi dei suoi libri, dal bambino che diventa amico di un sergente inglese, in Una pantera in cantina, all’ultimo bellissimo romanzo, Giuda, che mette al centro della rappresentazione il tema del tradimento fin dal titolo. Sul piano storico-politico, Oz ci ricorda inoltre che “L’Europa che ha infierito sugli arabi, che li ha umiliati infliggendo loro l’imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento e l’oppressione, è la stessa Europa che ha perseguitato e oppresso anche gli ebrei, e alla fine ha permesso, quando non collaborato, che i tedeschi li eliminassero dal continente e li sterminassero quasi tutti” (Una storia di amore e di tenebra). Tuttavia Oz non ha mai accettato l’idea che la realizzazione del regno d’Israele debba trasformarsi in una condizione di permanente sofferenza per un altro popolo. E, com’è noto, fin dal 1967 si è battuto per una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese, sostenendo la necessità di far convivere due stati sullo stesso territorio.

Scrittore irriducibilmente israeliano, e al tempo stesso profondamente europeo, con la sua narrativa Oz è andato componendo un quadro amplissimo, profondo e polifonico della storia e della vita quotidiana di Israele: una vita quotidiana costruita con fatica, e sempre a rischio. Le sue opere ci ricordano con straordinaria efficacia quante cose che diamo per scontate debbano essere faticosamente realizzate perché la vita quotidiana possa essere davvero tale, nella sua abbagliante normalità. E ci mostra anche senza esitazioni il duro confronto tra la sofferta realtà di tutti i giorni, da un lato, e gli ideali e i miti, dall’altro, i miti del sionismo e del socialismo del kibbutz. Non c’è qui il tempo di ricordare, se non con un cenno, i tanti memorabili personaggi dei suoi libri: come quelli di Una pace perfetta (1982), Yolek Lifschitz, segretario del kibbutz Granot, suo figlio, l’irrequieto Yonatan Lifschitz, che non sopporta più il kibbutz dov’è nato e cresciuto, e vuole andarsene a cercare la vita vera, sua moglie Rimona, dolcissima nella sua stramberia, e l’insicuro e geniale Azariah Gitlin, alla disperata ricerca di affetto e di una casa; o Yoel, l’agente segreto di Conoscere una donna (1989), che indaga sulla morte non misteriosa di sua moglie lvria; o gl’irrequieti conviventi di Non dire notte (1994), Theo e Noa; e ancora i meravigliosi, e peraltro autobiograficamente veri nonni di Una storia di amore e di tenebra (2002), come nonna Shlomit, ossessionata dai microbi, che muore mentre si fa l’ennesimo bagno igienizzante, e suo marito nonno Alexander, che, rimasto finalmente vedovo a settantasette anni, comincia una intensissima benché tardiva carriera di irresistibile tombeur de femmes, che dura ancora quasi un ventennio, salvo confessare al nipote, alla rosea età di novantatré anni, di non avere ancora capito “In che senso la donna è proprio come noi, e in quale senso invece lei non è così simile a noi”, e aggiunge: “a questo sto ancora lavorando”. Nelle opere di Oz, certo, spesso non tanto Israele quanto proprio la piccola comunità del kibbutz si fa misura del mondo: “il mondo scritto”, ci ricorda, “gira sempre intorno alla mano che scrive, nel luogo in cui scrive: dove sei tu quello è il centro dell’universo” (Una storia di amore e di tenebra). Lo scrittore deve insomma lavorare non sull’estensione dell’oggetto da rappresentare, ma sull’intensità e la profondità: solo così potrà fare di qualsiasi luogo il luogo di tutti. È così che, mentre parla del proprio mondo, egli ci parla di noi. Del resto, ammonisce Oz, non si deve cercare “il cuore della storia nell’interstizio fra la creazione e il suo autore”, “nel campo fra lo scritto e lo scrittore, bensì in quello che sta fra lo scritto e il lettore”. In altre parole, la letteratura è così importante perché non vive mai da sola, perché si proietta verso i propri lettori, che non smette di gratificare e di turbare, di coinvolgere, proponendo, direbbe Sartre, “un compito” alla loro, cioè alla nostra “generosità”. Le opere di Amos Oz hanno già creato, come stiamo vedendo, quel campo fra loro e noi: uno spazio che già stiamo abitando, e che un poco ha già cambiato le nostre vite. Infatti, eccoci qui.

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