La puzza dalle parti di Roma

di Nicola Ruganti

William Kentridge

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Da anni indossa la stessa giacca a vento bianca. Ha i capelli color fieno, gli occhi cerulei e se ci parli sembra sempre che la cosa non la riguardi. Ride, ma di rado e solo se te lo meriti.
Si chiama Ariel, ha diciannove anni; la sua mamma fa la commessa in un discount, un tempo si appassionava ai cartoni della Walt Disney e le piaceva La sirenetta.
È appena rientrata in casa e trova sua madre, Marina, che ha cenato da sola, sta uscendo: “Ariel non ti ho aspettato per cena. Vado alla riunione della spazzatura. Faccio tardi, non mi aspettare sveglia.”
Da quando l’impianto dei rifiuti ha iniziato a fare puzza sua mamma è cambiata. È sempre stata secca e piena di rughe, ma asciutta e signorile. Da quando è iniziata la puzza, la mamma non è più la stessa, uguale dignità, ma adesso è nervosa e triste.
Ariel ricorda il periodo delle elementari come il suo periodo più felice, sua madre lavorava tantissimo, anche più di adesso, ma era felice e rideva.
Si ricorda che quando tornavano da scuola c’era papà che faceva le coccole, prima a lei, poi dava un bacio a mamma e le diceva: “Marina, mi piace ridere con te!”.
Con l’arrivo della puzza, tutto è iniziato a precipitare. Con l’arrivo del maledetto Tmb, il Trattamento meccanico biologico dei rifiuti di Roma, Marina ha iniziato a ridere sempre meno.
Mamma e papà hanno iniziato a litigare.
Papà le diceva che doveva stare calma, che le cose sarebbero andate a posto.
Poi papà ha iniziato a urlarle in faccia: “Basta! Sei fissata! Basta Marina!”
Ariel era in camera, sentiva la mamma che tossiva e piangeva, ascoltava suo padre che diceva: “Marina non sei più la stessa!”
Dopo quel giorno, Ariel faceva le medie, suo padre è tornato sempre meno a dormire e nel giro di un anno si è ritrovata in cucina davanti alla tavola con i suoi che le dicevano: “I tuoi genitori ti amano. Papà va a stare in un’altra casa perché mamma e papà non vanno più d’accordo. L’amore di mamma e papà per te non cambia.”
Per il primo periodo è andata qualche fine settimana a casa di papà, poi ha smesso e non ha più avuto voglia di vederlo. Non è convinta, le manca, ma preferisce così.
La mamma, tutte le volte che tornava dalla casa del padre, le domandava: “Da lui la puzza non si sente, vero?”
Ariel le rispondeva di non preoccuparsi, che non avrebbe deciso con chi stare in base alla puzza, che lei voleva stare con mamma.
Ci sono cose che non riesce a spiegarsi, come è possibile che quella donna così sorridente e forte sia diventata l’ombra di se stessa. Ariel se lo domanda sempre più spesso: “Perché succedono cose che ci fanno smettere di ridere?”.
Anche Ariel sente la puzza, le brucia spesso la gola, ma non lo dice a sua madre perché pensa che non la possa reggere. La vede fragile, come appesa a un filo.
Quando Marina va alle riunioni della spazzatura sente di essere capita, sente che lì non la prenderanno per matta, si sente capita. Lì tutti vogliono fare qualcosa per chiudere quella discarica calamitosa travestita da impianto per il trattamento dei rifiuti.
Ariel per questa sera decide di rimanere a casa, è triste per sua madre, cerca di non pensare alla puzza. In famiglia, riflette, basta mamma.
La gola ormai le brucia da anni. Non ne può più di avere la sensazione di dormire dentro un cassonetto.

Entrare non è stato difficile. Marco sa da che parte arrivarci.
Abbiamo preso un gozzo, una piccola barchetta abbandonata. Lo abbiamo rimesso a posto segretamente, lo abbiamo tenuto nascosto per mesi in un anfratto della riva del Tevere.
Stanotte abbiamo risalito la corrente.
Marco sa che c’è un canale di scolo che dal Tevere arriva all’impianto dei rifiuti. Abbiamo attraccato, siamo entrati in un’insenatura putrescente invasa da alghe e fango. Ci siamo attrezzati con chantilly e tute impermeabili, prese da un armadio con la roba da moto lasciata da papà, e abbiamo risalito l’argine del Tevere.
È freddo, ci muoviamo lenti con una scala, dobbiamo portare dentro dieci taniche che abbiamo preparato con benzina e pece. Ce le passiamo faticosamente, ogni tanto inciampo, non penso a niente, procedo e basta.
Le ultime notizie che ho sentito sono che la chiusura di questa fabbrica di puzza e veleno è rinviata. La verità è che quel giorno non arriverà mai.
Abbiamo pianificato tutto per mesi e stanotte abbiamo deciso di procedere. Sappiamo che le telecamere dell’impianto sono spente da mesi.
Marco lo ha scoperto perché a cena suo padre, che lavora al Tmb, ha raccontato che ha denunciato i malfunzionamenti dell’impianto: la mancanza di sicurezza, le telecamere spente, l’enorme accumulo di rifiuti non trattati. Il risultato è che non è successo niente.
Marco mi ha raccontato che suo padre è triste. I primi anni della puzza era anche furibondo, adesso non più.
“Ariel sbrigati!” Marco mi chiama. Accelero, portiamo le taniche vicino ai grossi nastri che trasportano i rifiuti.
Cospargiamo tutto di pece e benzina.
Marco odia questo impianto quanto me. Non ne può più di vedere suo papà tornare con quello sguardo spento e con quella puzza addosso.
Suo padre gli ripete continuamente che la cosa importante è il lavoro, gli dice fino allo sfinimento che lui quel lavoro se lo tiene stretto.
Marco non è d’accordo. Lo vede ogni giorno più infelice e ha paura che si ammali.
Là dentro respirano qualcosa che non può più essere chiamato aria. È veleno.
Il naso sente la puzza, la gola rimane strozzata, nei polmoni entra acido.
Ci guardiamo, un attimo, nel buio: serve a farci forza. Abbiamo preparato le micce, le accendiamo una dietro l’altra.
Scappiamo verso la scala, appoggiata al muro dell’impianto, per la nostra ritirata veloce. Sentiamo dietro di noi scoppiare i bidoni con dentro roba chimica. Ho paura. Vedo l’aria che si illumina di una fosca luce purpurea.
Ci tiriamo dietro la scala e sprofondando nel fango puzzolente – con i conati di vomito e questa maledetta tosse secca – ci buttiamo sul gozzo e iniziamo a remare.
Solo in quel momento ci voltiamo: le fiamme sono già alte.
Il Tevere ci butta aria umida addosso, sentiamo il freddo nelle ossa e la puzza dentro i polmoni, adesso, per l’incendio, è ancora più acre.
Arriviamo arrancando all’attracco da dove eravamo partiti.
Rimaniamo acquattati per un po’. Sono esausta. Ci spogliamo e ci mettiamo i vestiti che abbiamo chiuso dentro a un sacco della spazzatura. Sono tutti bagnati, fa niente. Ci cambiamo, lasciamo tute e chantilly nella barca. Dobbiamo filare.
“Adesso mamma sarà contenta.” Penso solo a questo, soltanto a questo.
Appena raggiungiamo la strada. Non capisco da dove arrivi, ma sento una botta forte sulla testa. Qualcuno mi afferra. Urlo forte. Sento Marco che bestemmia. Si accendono dei fari altissimi, mi sento accecare.
Capisco dai lampi blu che sono guardie. Mentre sono sbattuta a terra, e picchio la testa, vedo la riga rossa della divisa dei Carabinieri.
“Vaffanculo! Arrestate chi ci avvelena! Bastardi!” Urlo a squarciagola “Avete rovinato la mia mamma!” Mi piegano in due e mi spingono in una macchina “Maledetti! Voi e i vostri padroni! L’ho distrutto! Alla faccia vostra!”

È il suo incubo ricorrente. Si sveglia sudata e piena di rabbia. Sta ancora stringendo i denti e i pugni.
Quando le succede rimane un po’ a piangere nel letto, di rabbia.
Sogna di dare fuoco al maledetto Tmb. Sempre nello stesso modo, sempre passando dal Tevere e sempre con Marco, il suo amico del cuore.
Si è addormentata vestita sul divano. Sua madre non è ancora tornata dalla riunione. Vorrebbe abbracciarla forte, dirle che c’è un modo per uscire da questo inferno. La verità è che non ci crede neanche lei.
Non ha più sonno e decide di scendere in strada per una passeggiata.
È inutile tenere la finestra chiusa, la puzza entra ugualmente, le zaffate arrivano ovunque.
Ariel si mette la sua mascherina e inizia a passeggiare; non ha voglia di usare il telefono. Non ha nessuna intenzione di rompere il silenzio notturno delle chat, nessun desiderio di infrangere la tregua dagli aggiornamenti e dalle storie pubblicate sui social.
Inizia a camminare, si rende conto che nella sua zona la puzza ha cambiato il modo di vivere, anche la notte.
Le persone sono così segnate dalla puzza, dalla rabbia e dalla frustrazione per quel dannato Tmb, che c’è meno paura di camminare la notte per le strade.
Le finestre sono chiuse, le luci delle case sono accese.
La mamma di Ariel glielo ha raccontato diverse volte: dieci anni fa l’aria poteva essere chiamata aria, le aziende facevano a gara a prendere le proprie sedi sulla via Salaria. C’era Sky e tanti uffici, ma via via hanno chiuso e adesso ci sono enormi edifici, tutti deserti.
Era un posto normale, la puzza non entrava in tutte le discussioni.
Negli anni le persone che hanno avuto la possibilità di fuggire dal Tmb se ne sono andate.
Ci sono amiche che Ariel non ha mai più rivisto, né sentito.
Le persone si trasferiscono, vogliono dimenticare l’esasperazione, la paura di ammalarsi e di marcire a ogni respiro.
Ariel cammina e raggiunge una piazza; trova due persone che discutono animatamente. Si ferma in disparte, fa finta di usare il telefono e ascolta. Dopo un po’ arrivano altre persone e capisce meglio che uno è il prete della zona e l’altro il presidente del municipio. Le viene da sorridere, non sa perché. Vede che hanno voglia di cambiare le cose, sente che non si arrendono, ma sente anche che la rabbia è tanta. Intorno a loro alcuni cittadini discutono a voce alta, altri, e sono quelli che le fanno passare il sorriso, stanno zitti. Hanno lo sguardo dell’insofferenza. Esasperati e svegli di notte.
Ariel decide di rientrare a casa, le è venuto sonno e vuole rintanarsi sotto le sue coperte. Forse stasera si metterà una pezza bagnata sulla bocca e sul naso, così sentirà solo l’umido del suo fiato.
Marina entra in camera di Ariel mentre sta albeggiando: “Dobbiamo andarcene!”, dice con la voce alta, ma senza strillare, “Non possiamo stare qua. Guarda fuori!”
L’odore è più aggressivo e putrescente del solito; la pezza umida è ormai inutile.
Guarda sua madre e vede che non è in crisi.
Vede la mamma che le parla in modo deciso, intuisce qualcosa di diverso. Mamma non sta pensando solo alla puzza, la vuole proteggere.
Le dice “Ariel guarda fuori!” Ariel si affaccia e il Tmb è in fiamme, ma soprattutto vede un fumo nero, così denso e scuro che fa paura.
Ariel trema forte e abbraccia sua madre e sente un abbraccio forte che non sentiva da anni. Ascolta una voce che aveva scordato: “Ariel il Tmb è pieno di veleni, dobbiamo andarcene. Ho sentito il padre di Marco, dice che possiamo andare dai suoi genitori in campagna. Quella nube tossica va verso Roma. Noi andiamo verso Rieti”.
Ariel si mette a piangere, le viene così, di colpo stringe mamma e dice sì. Dice tanti sì e singhiozza.
La puzza è peggio del solito.
Mamma e figlia prendono tre cose al volo e corrono al bar dove Marco e Gianni, il padre, le stanno aspettando.
Fuori dal bar un gruppo di persone discute animatamente, tra loro c’è anche Gianni. Sta difendendo i dipendenti dell’azienda dei rifiuti. Sta difendendo il suo lavoro.
C’è un signore anziano che lo attacca con forza e il padre di Marco si difende e risponde con agitazione. “Noi ci lavoriamo! Non c’è un piano alternativo! Chissà dove ci mandano a lavorare!”
Insiste: “Quale interesse avremmo avuto noi a incendiarlo!”
Il signore anziano è bilioso e fuori di sé: “Te lo dico io cos’è che te lo fa fare! Che entrate in un posto che puzza di acido e di morte, che non ne potete più! Che l’azienda non vi ascolta!”
Gianni è furibondo: “Ora basta! Siamo in mezzo a un nube tossica! Chi più di noi sa che è roba pericolosa e mortale questa?!?” Nessuno lo aveva mai visto così. “L’azienda ci fa rispettare dei protocolli nel vestiario e nella pulizia e siamo monitorati. Non sappiamo cosa respiriamo, questo è vero. Ma ti dico una cosa sola, e poi vado via. Qui a respirare questa roba che brucia non ci sto!
Tra questo lavoro e niente tutti noi preferiamo lavorare. Te lo ridico La-vo-ra-re !!!”
Il signore anziano rimane zitto, poi dice a mezza voce: “E allora chi l’ha fatto questo disastro ambientale?!? Chi ci vuole ammazzare?!?” Mentre si allontana tossisce di una tosse secca e maligna.
Gianni ha la macchina vicino, salgono tutti e quattro in macchina e partono per la campagna. La strada sale e a una curva Gianni accosta per vedere il Tmb dall’alto. “Se non si sbrigano a spegnere è una sciagura. Là dentro ci sono dei serbatoi di acido solforico e soda caustica che potrebbero scoppiare da un momento all’altro.” Detto questo Gianni diventa silenzioso.
Non ha idea, pensa tra sé, di chi possa aver fatto una roba del genere, gli viene alla mente una visione profetica. Si immagina di essere su un camion – inserito dall’azienda a fare turni di notte perché non sanno come altrimenti reimpiegarli – mentre porta i rifiuti a Rocca Cencia, un impianto a Roma est. E immagina anche altri camion che partono per impianti di trattamento rifiuti nel Lazio, e anche più lontano. Immagina qualcuno che si sfrega le mani. Qualcuno che si sfrega le mani non abita sulla Salaria e neppure ci lavora. Non sa chi è, ma qualcuno c’è che si sfrega le mani sulla pelle degli altri. Verrà fuori, pensa fra sé.
Ariel invece ha smesso di guardare la nube tossica, si è persa negli odori. Su quel ciglio della strada, lontano dal Tmb, non sente più la puzza.
Quasi non se lo ricorda più il suo incubo, ricorda solo le sue urla: “Avete fatto diventare triste mamma!” Ricorda di aver pensato che era un incubo: era un incubo d’amore. Prima della puzza non credeva che fossero possibili gli incubi d’amore.
Ariel spera che piova e che il cielo si ripulisca. In tutti questi anni c’è una cosa che l’ha tirata su di morale. Una cosa che faceva di nascosto da tutti.
Ogni tanto si fermava guardare il cielo nitido, seguiva incantata gli stormi – macchie nere proteiformi – e, vergognandosi di dirlo soprattutto a mamma, Ariel pregava segretamente il cielo celeste di Roma di mettere fine alla puzza.
Marina è in piedi, guarda anche lei l’orizzonte e ha voglia di piangere, di stringere Ariel.
Succeda quel che succeda inizia qualcosa di nuovo, senza veleno.
Marina ripensa a quel fetido odore di bruciato che sa di morte, che la prendeva dentro, che la faceva stare male. È donna di vita, sa bene che nessuno le renderà indietro dieci anni di infelicità.
Dieci anni in cui chi abitava – o governava – altrove li faceva sentire dei pazzi isterici. Dieci anni in cui la differenza era tra chi sentiva la puzza e chi non la sentiva, o non la voleva sentire.
Adesso ha una sensazione diversa. Non si sente orfana di battaglia. Sa che cosa vuole fare.
Questa alba tossica ha dentro di sé qualcosa che, dopo tanti anni, le fa sperare una vita.
Stringe sua figlia. Le asciuga i lacrimoni.
La bocca le accenna una smorfia, è un sorriso, per Marina è ora di piangere.

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