Kepler-452: teatro per la città

di Rodolfo Sacchettini

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Con la sua ultima opera, Il giardino dei ciliegi, Cechov canta la fine di un’epoca. L’aristocrazia decadente e frivola, attaccata a radici secolari, e bloccata nell’idea di palazzi aviti e giardini d’infanzia, viene spazzata via da contadini arricchiti e spregiudicati. Cechov la scrive come una farsa, da ridere. Stanislavskij ne fa una tragedia, da piangere. Il Novecento si apre così, con questa discrasia. Ridere o piangere: ecco lo sgomento di fronte all’albeggiare di un secolo che correrà sempre più forte.

Oggi, se pensiamo a Il giardino dei ciliegi, oltre al testo vien fuori l’archetipo. E il giovane gruppo bolognese Kepler-452 lo capisce molto bene, trasformandolo in Il giardino dei ciliegi. Trent’anni di felicità in comodato d’uso. Il rumore di ieri della scure che abbatte gli alberi può facilmente trasformarsi nel fracasso delle ruspe di oggi. Dramma ecologico, oltreché culturale e umano. Il discorso però si fa ancor più complicato perché, al posto della decadente aristocrazia russa, si racconta della famiglia Bianchi, Giuliano e Annalisa, che per trent’anni hanno vissuto in una casa colonica concessa in comodato d’uso gratuito dal Comune nella periferia di Bologna. In cambio si sono occupati del controllo della popolazione dei piccioni e dell’accoglienza di animali esotici o pericolosi, abbandonati da padroni irresponsabili. Nel 2015, avvicinandosi l’apertura della nuova Fabbrica Italiana Contadina, F.i.co, il più grande parco a tema agroalimentare del mondo, una sorta di museo della biodiversità, edificato proprio davanti al loro casolare, arriva lo sfratto. Poi segue la permanenza al residence Galaxy, insieme a decine di famiglie di migranti o di senza casa. Insomma al posto dell’aristocrazia russa adesso c’è una coppia anziana, senza un soldo, che ha vissuto a lungo con un babbuino, un lupo, un boa, una tarantola, un’ara e poi mucche, piccioni, cani, gatti… La loro nobiltà è di altra natura. Giuliano e Annalisa sanno parlare con gli animali. Conoscono tutti i nomi dei fiori, degli alberi, delle piante, degli insetti, delle bestie. È un attimo perché dalla Russia di fine Ottocento si scivoli nell’Antico Testamento. Altro che fattoria degli animali, qui sembra di stare sull’arca di Noè. Non c’è nemmeno la nostalgia per un passato agricolo, il rapporto con la natura appartiene a un’altra era geologica, è quasi preistoria.

La sfida di Kepler-452 è molto alta. Dopo aver costruito con La rivoluzione è facile se sai come farla una sorta di autoritratto generazionale delle aspirazioni e delle frustrazioni di giovani creativi, adesso si sporge su un mondo diverso, marginale, ai confini della città, su un terzo paesaggio, direbbe Gilles Clément. Si sposta il tema, ma si tiene al centro la relazione, cioè il proprio punto di vista in rapporto all’“altro”. Tutto nasce dal desiderio di trovare una realtà più autentica? Di scoprire un luogo dove i conflitti si manifestano con più forza? Sì, sicuramente. Ma c’è anche la sensazione fortissima di vivere in un cambiamento d’epoca radicale, dove le differenze sono condannate a sparire. Il paradosso è che il museo commerciale della biodiversità spazza via la biodiversità reale e casuale (anche bizzarra, estrema, grottesca…). Kepler-452 si tuffa così nella cosiddetta “realtà” con quella “fame” tipica di una certa scena di questi anni. Poi però arrivano le questioni più difficili, in fin dei conti sempre le stesse: come fare a tornare a galla e raccontare tutto quel che è successo, scegliendo il teatro come medium? Come dare forma adeguata a una materia così viva e complessa?

Nicola Borghesi, Enrico Baraldi, Paola Aiello e Lodo (Lodovico Guenzi) gettano la loro rete con la chiara idea di trattenere quello che sta per scomparire, tirare fuori qualcosa che è già andato a fondo e rischia di essere dimenticato per sempre. A loro modo cercano una storia autentica, ma quando tornano in superficie, dalla rete non esce fuori una storia, ma un intero pezzo di mondo bene aggrovigliato in cento implicazioni differenti. Decidono di tenere tutto, a costo di apparire incongruenti e sbilanciati. D’altronde in questo caso gli esploratori erano fin dal principio solo degli attori, la ricerca “etnografica” si è trasformata presto in amicizia e i soggetti dello studio hanno finito per indossare sulla scena i panni dei protagonisti (lunghe pellicce da freddo siberiano). Il teatro diventa così ibrido e si srotola in un lungo ritratto di città.

Bologna è infatti la vera protagonista con tutte le contraddizioni di oggi. C’è F.i.co, il turismo, l’ossessione del cibo, gli sgomberi, la speculazione sulla street art, Blu e i murales cancellati. Si fotografa una città in rapido mutamento, mettendo il dito nella piaga: cosa rimane? Cosa scompare? Cosa sta accadendo? (A questo proposito si legga il recente A che punto è la città? Bologna dalle politiche del “buon governo” alle politiche del marketing, Edizioni dell’Asino, 2018).

Lo spettacolo tiene assieme materiali eterogenei, passando dal testo di Cechov da mettere in scena a momenti autobiografici della famiglia Bianchi, a Lodo, che è  un ottimo Lopachin, oltre ad essere diventato, dopo il trionfo di Sanremo, un volto noto al grande pubblico. E anche l’essere dentro a un ingranaggio di celebrità entra come materia di riflessione autobiografica e autocritica, con una complicazione crescente dei piani. C’è la recitazione dei non professionisti o “esperti di vita”, come direbbero i Rimini Protokoll, c’è qualche brano cechoviano, ci sono spazi ampi alla recitazione a canovaccio e molti racconti. Si vuol dare voce a chi voce, in questo caso, non ha avuto e allo stesso tempo si vuole fare un resoconto anche dell’esperienza vissuta, con il tentativo perciò di trasmettere sensazioni, di far immaginare allo spettatore il mondo di prima, i fatti salienti. Intanto sulla scena si proiettano video che aiutano a capire il contesto, in mezzo a una scenografia composta dalle autentiche voliere e gabbie, ora rimaste vuote, e il mobilio reale della casa sotto sfratto. Non tutto vive con la medesima forza. A volte il testo di Cechov diventa ombra, altre volte il ritmo rischia di smagliarsi. Non è facile tenere il giusto equilibrio tra la forte personalità della famiglia Bianchi e la dinamicità e il talento dei tre attori. La scena a volte stride, ma si tratta di uno di quei rari casi in cui la vivacità è tale che il disorganico trova piena cittadinanza. Assistere allo spettacolo acquista un sapore particolare, sembra davvero di partecipare a un rito cittadino, interrogarsi su domande che riguardano il vivere comune. È una percezione acuta e molto chiara. Il teatro riscopre la sua inimitabile capacità di raccogliere attorno a sé un gruppo di persone, in carne e ossa, di fare comunità, di porre domande scomode, di scegliere un punto di vista forte. E il teatro si riempie di nuovo e si riattiva il più sano ed efficace strumento di marketing del teatro: il passa-parola. Qualche insistenza sulla sincerità dell’esperienza viene riequilibrata dalla struttura drammaturgica, che abilmente tiene assieme il piano biografico-emozionale, la realtà della cronaca, la profondità della narrazione cechoviana.

Una certa sfrontatezza attoriale e l’ostinata volontà di capire qualcosa in più dei nostri giorni confusi appaiono così autentici e densi di interesse che l’attenzione dello spettatore è tutta tesa a scoprire dove ci vuol portare questo spettacolo, che è un giardino dei ciliegi, ma anche un ritratto di città e in fin dei conti potrebbe essere pure semplicemente la storia di un’amicizia.

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