Grace Paley si mette all’ascolto

di Paolo Cognetti

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

C’è un posto che è tutto un rimbombo di montacarichi, uno sbattere di porte, un rompersi di piatti; ogni finestra è la bocca di una madre che ordina alla strada di fare silenzio, di andare a pattinare da un’altra parte, di salire in casa. La mia voce è la più forte di tutte”. Comincia così uno dei primi racconti di Grace Paley, La voce più forte. Quella strada in tumulto, quel fuori, è l’East Bronx o uno dei tanti quartieri di immigrati di New York. Voci di ebrei, italiani, latini, afroamericani. Il dentro è un’altra Babele in cui i nipoti abitano insieme a nonni e zii, e imparano a parlare in russo e yiddish. Le finestre sono le madri. Sono le madri che mettono in comunicazione il dentro e il fuori, la casa e la strada, e intimano al fuori di fare silenzio perché dentro ci si possa sentire. L’ultima arrivata in quel frastuono è una bambina dalla voce stentorea: per via del suo dono le viene offerto un ruolo da protagonista nello spettacolo di Natale della scuola; lei accetta gettando scompiglio in quella casa di ebrei e socialisti. Grace Paley metteva in scena così non solo la propria infanzia, ma anche i propri esordi di scrittrice: come donna, madre, moglie, figlia di immigrati, prendere la parola era stato un atto di ribellione. O non è forse vero che – ebrei o cristiani, padri o mariti che siano – la parola è da sempre degli uomini? Per rubarla agli uomini aveva dovuto usare la prepotenza, coprire con la sua voce quella degli altri. Un peccato mortale per la scrittrice che sarebbe diventata poi. Ma in fondo succede a tutti così: appena nati ci viene istintivo gridare, e ci mettiamo una vita per imparare ad ascoltare.

Il mondo, specialmente a New York, fa un gran rumore. Là fuori i prepotenti strillano, le vicine chiacchierano, i ragazzi protestano, i deboli sussurrano. “Sono tutti malati, e tutti che parlano parlano parlano”, si lamenta il padre di Grace in un racconto. Il dottor Goodside era un medico vecchio stile, di quelli con la borsa di cuoio e lo stetoscopio al collo. Arrivato dall’Ucraina, aveva dovuto studiare daccapo tutta l’anatomia in inglese, e soprattutto imparare a capire le lamentele dei suoi pazienti. Sono i medici di oggi ad aver dimenticato che il loro primo strumento dovrebbe essere l’udito, il loro primo talento l’ascolto. È un atto di pazienza e generosità (infatti diciamo dare ascolto). È una particolare postura del corpo (ci mettiamo in ascolto). È faticoso e bisogna star bene per farlo, ecco perché i vecchi non ascoltano più, né ascoltano i sofferenti: il dolore ci assorda come un danno del timpano, la vecchiaia ci imprigiona nei nostri echi interiori. Ma la sordità davvero imperdonabile, secondo Grace Paley, è quella della superbia: “Quando pensate che l’unica cosa interessante siate voi stessi, siete noiosi”, insegnava ai suoi allievi. “Quando l’unica cosa interessante che trovo è me stessa, sono noiosa e presuntuosa”. Diceva: ascoltare è responsabilità dello scrittore. Aggiungeva che per farlo gli servono due orecchi: uno sensibile alla lingua della poesia e della letteratura, l’altro a quella della casa, della strada, del quartiere, della città. A lei personalmente parlavano, da un orecchio, i grandi russi dell’Ottocento, dall’altro la New York degli emigranti. Era stato l’incontro tra queste voci a generare la sua.

Ma il passaggio dall’ascolto alla scrittura non è immediato. Ciò che abbiamo sentito deve depositarsi e decantare. “C’è un lungo spazio, in me, tra il sapere e il raccontare”, confessava in Debiti. Per questo aspettò parecchio prima di mettersi al lavoro. Si sedette al tavolino a trentacinque anni, un giorno che aveva la febbre e i figli erano a scuola, e buttò giù il monologo di una zitella logorroica, Arrivederci e tanti auguri:

In certi ambienti, dice zia Rose, avevo un discreto successo. Non che fossi più magra, questo no, ma la carne era più soda. Col passare del tempo, Lillie, non te la prendere – è volontà di Dio che si cambi. È così per tutti. Solo una come tua madre, che sta in piedi per scommessa, è capace di non accorgersi che non ha più il didietro di una volta.

Fin dal primo racconto c’è una voce che ricorda, un orecchio che ascolta, una mano che trascrive. L’orecchio è spesso quello di Faith, un alter ego dalla funzione insolita in letteratura – non quella di mettere in scena la propria vita, ma le vite degli altri. Faith è L’ascoltatrice di storie. Nel racconto che è il suo commiato, intitolato per l’appunto Ascoltare, l’amica Cassie si arrabbia con lei per non aver ricevuto il giusto trattamento:

Senti, Faith, perché non racconti la mia storia? Hai raccontato le storie di tutti fuorché la mia. Non voglio dire tutta la mia storia, questi sono affari miei. Probabilmente non ce la faresti. Però mi hai omesso dalle altre storie, eppure io c’ero. Al ristorante e in treno, io c’ero. Dov’è Cassie? Dov’è la mia vita?

Tra la zia Rose e Cassie, tra gli anni Trenta e gli anni Ottanta del Novecento, Grace Paley ascoltò un’intera città di uomini e donne, e ne riprodusse le voci. Le raccoglieva nelle cucine, sui treni, al telefono, nei parchi; da mariti, figli, zie, amiche, vicini di casa e perfetti sconosciuti. Una volta la chiamò una signora per chiederle di scrivere la storia di suo nonno. Più spesso il suo punto d’osservazione, anzi d’ascolto, erano le panchine di Washington Square. Ne nascevano racconti intitolati così: Zagrowski racconta; Conversazione con mio padre; Un uomo mi raccontò la storia della sua vita; Lavinia, una vecchia storia; Questa è la storia del mio amico George, l’inventore di giocattoli; In questo paese, ma in un’altra lingua, mia zia rifiuta di sposare gli uomini che tutti vogliono farle sposare. Loro parlavano, lei trascriveva. Sono testi che andrebbero recitati a voce alta, simili a imitazioni, invettive, parodie, pezzi di cabaret dalle trame scombiccherate, tanto che il padre di Faith in un dialogo la implora di tornare alla tradizione: “Vorrei che tu scrivessi una storia semplice, di quelle che scrivevano Maupassant e Cechov, di quelle che scrivevi anche tu una volta”. Ma a lei l’arte dell’intreccio non interessava. Era convinta che fosse suo dovere tramandare i ricordi della gente comune. Per i suoi personaggi non c’è insulto più grave di zitto!, nessuna condanna peggiore che quella di non essere ascoltati. Come Cassie, ne fanno una questione d’identità: siamo le storie che raccontiamo, chi le ascolta certifica la nostra esistenza. Siamo il nostro repertorio di storie, non importa se vere o inventate, e ce le scambiamo come una dote all’inizio di ogni relazione: spendiamo tanto di quel tempo nei letti, nei bar, intorno ai tavoli delle cucine, a raccontare vecchie storie ai nostri nuovi amanti… Sentiamo di conoscere l’altro non per aver passato del tempo insieme a lui, ma perché abbiamo ascoltato le sue storie e ce le ricordiamo. Raccontare la storia di chi non c’è più è l’unico modo che possediamo per mantenerlo in vita – e in quest’illusione per molti di noi risiede la necessità della scrittura.

La persona che Grace Paley avrebbe tanto voluto riportare in vita era sua madre. Si sentiva in colpa con lei perché l’aveva persa a vent’anni – un’età in cui gridare al mondo le proprie idee, avere la voce più forte, le sembrava più importante che ascoltare. Il cambiamento era avvenuto quando lei stessa aveva avuto dei figli: perché i bambini l’avevano costretta a mettersi in ascolto, e perché grazie a loro aveva incontrato donne simili a lei. Allora le tornò in mente la sua, di madre. Quell’esule spaesata, sbarcata a New York da una nave, passata da un emporio del Lower East Side a una cucina del Bronx, in un racconto intitolato semplicemente Madre non è più una finestra ma una soglia: troppo stanca e malata per affacciarsi sulla strada, si aggira per casa compiendo “i suoi inquieti preparativi per la morte” e spia la figlia dalla porta delle stanze. Metà dentro e metà fuori dalla sua vita. Timorosa, esitante, contrariata, curiosa. La figlia scrive proclami politici sull’Unione Sovietica, entra ed esce di casa per partecipare a cortei di protesta, torna alle due di notte; la madre osserva e sospira. Una madre sulla soglia tra la mia stanza e il mondo: un custode, all’inizio, e poi un guardiano; infine un secondino di cui mi dovrò liberare. “Sulla porta della cucina disse: non finisci mai di mangiare. Vaghi senza meta. Che ne sarà di te? Poi morì”.

Non compare in altri racconti, questa madre. La madre di Faith non è la stessa donna, infatti gode di buona salute e invecchia insieme al marito, e Grace più tardi ammise che lui era un ritratto fedele di suo padre, una persona che sentiva di avere raccontato e risolto, lei invece no. Non aveva avuto tempo di ascoltarla e per questo non riusciva a scrivere di lei. Non penso sia un caso che nella finzione avesse modificato un altro dettaglio della propria vita: Grace aveva una figlia femmina, Faith no. Solo due maschi bellicosi e prepotenti – del tutto simili ai suoi due mariti – che le davano diversi problemi ma non quello di fare da modello a una bambina. Su questo argomento Grace Paley non scrisse una riga: i suoi racconti sono pieni di donne ma del rapporto tra madre e figlia non parlano mai. Quella è la stanza chiusa, il buco nero intorno a cui la sua scrittura gravitava.

Scrivere di donne è un atto politico, diceva. Ascoltare chi non viene ascoltato da nessuno: ecco cos’è politico. Non aveva paura di usare quella parola pericolosa, perché la politica raramente produce buona letteratura. A meno che – mi viene in mente leggendo i suoi racconti – idee come il femminismo, l’anarchismo, il pacifismo, non siano il fine ma il mezzo della scrittura. Non una verità da sostenere ma uno strumento di osservazione, una speciale sensibilità nel cogliere le voci del mondo. Lei lo diceva così:

Secondo me, una delle cose con cui l’arte ha a che fare è la giustizia. Ciò di cui l’arte si occupa – vale a dire ciò di cui si occupa la giustizia, anche se ciascuno la vedrà in modo diverso – è fare luce su quello che non conosciamo, stanare ciò che sta nascosto sotto il sasso.

E poi ancora:

Il che ci riporta alla scrittura: a come siamo arrivate a scrivere e pensare alla scrittura. Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa secondo me è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Che ci attira. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.

Evitò di porre la domanda successiva: perché ci ossessiona tanto quello che ci ossessiona? Per una scrittrice che detestava dire io, era meglio lasciare la questione in sospeso. Ma penso che lo sapesse bene: il nostro sguardo è catturato da ciò che ci assomiglia, il nostro orecchio dalle note che ci fanno risuonare. Sono una donna. Sono una madre. Sono un’ebrea. Sono una figlia di emigranti. Sono una newyorkese. Erano le voci dei suoi racconti. Il coro di quelle voci era la sua.

(Da A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti, Minimum Fax 2014)

***************************
 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

Trackback from your site.

Leave a comment