Cosa si impara a vivere vicino a un lago

di Denise Levertov

traduzione di Paola Splendore

 

Queste poesie sono state pubblicate sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Nata in Inghilterra e naturalizzata americana, Denise Levertov (1923- 1997) – poetessa, saggista, attivista pacifista – ha scritto molte poesie su montagne, alberi, animali in cui, oltre ad ammirare il mondo naturale, lamenta l’opera di distruzione dell’uomo. Negli ultimi anni della sua vita ha vissuto a Seattle, accanto al lago Washington e al gigantesco vulcano Rainier, presenze dominanti nelle sue ultime raccolte – Sands of the Well (1996) e This Great Unknowing (1999), da cui sono tratte le poesie che seguono (The Collected Poems, New Directions Book 2013).

 

Soggiorni nel mondo parallelo

Viviamo le nostre vite di passioni umane,

crudeltà, sogni, idee,

crimini e pratica della virtù

dentro e accanto a un mondo privo

delle nostre preoccupazioni, libero

da ansie – benché influenzato,

certamente, dalle nostre azioni. Un mondo

parallelo benché sovrapposto al nostro.

Lo chiamiamo “Natura”; e solo a malincuore

ammettiamo di essere noi stessi “Natura”.

Quando dimentichiamo le nostre ossessioni,

i nostri egoismi, perché ci abbandoniamo per un attimo,

o anche un’ora, alla pura (quasi pura)

risposta a quella vita spensierata:

nuvola, uccello, volpe, il flusso della luce, il peregrinare

danzante dell’acqua, la vasta quiete

incantata dell’effimero su un vetro di finestra illuminato,

voci di animali, brusio minerale, vento

che conversa con la pioggia, oceano con la roccia, balbettio

del fuoco col carbone – allora qualcosa che era imprigionato

dentro noi, legato come un asino sul suo pezzetto

di erba masticata e cardi, si libera.

Nessuno scopre

dove siamo stati, quando saremo nuovamente immersi

nella nostra sfera (dove dobbiamo

per forza ritornare, per far procedere i nostri destini)

eppure siamo cambiati, un poco).

 

Minaccia

Puoi vivere per anni accanto

a un grosso pino, onorata di avere

un vicino così degno di rispetto, anche

quando lascia cadere gli aghi sui tuoi fiori

o ti sveglia, lanciando grandi pigne

sul tetto nella quiete della notte.

Solo quando, prima dell’alba, un anno,

all’equinozio di primavera, il vento

cresce e cresce facendo affiorare immagini

di barche sbattute come gusci di noce tra pareti

enormi di onde che avanzano,

solo allora capirai che sempre,

sotto il rispetto, sotto la tua fiducia

nella bellezza del pino, resta

la paura che un giorno si abbatterà

sulla casa, mentre sei a letto,

sulla fragilità della sicura

quotidianità cui ti sei

quasi abituata.

Cosa si impara a vivere vicino a un lago

Che è ampio,

e immobile – eppure si muove

appena; ampio e

piatto, che riflette l’immensità più vasta

del cielo intangibile nella sua

limpida, fredda, serena

superficie che possiamo

toccare, penetrare, assaporare.

Che è ampio

e ininterrotto tranne

qui da una vela, là

una costellazione di uccelli acquatici –

un prato d’acqua

potresti definirlo,

una radura nella foresta

intricata di forme e voci,

intenzioni ansiose, ricordi

pressanti: un respiro profondo,

libero, da riempire

l’animo, un gesto

interiore, braccia

spalancate a imitazione di

quella muta

generosa distesa

che chiamiamo lago.

 

Pazienza

Quanta pazienza ha un paesaggio, come un vecchio cavallo,

a testa bassa nel suo campo.

Grigie giornate,

aria e pioggia sottile si stringono, diventano tutt’uno, esitano

finché alla fine,

fiaccamente, la pioggia scioglie l’abbraccio, acconsente

a cadere. Quanta pazienza hanno una collina, una pianura,

una immobile fascia boschiva e il lento ricadere

di pioggia grigia… È fede cieca? È solo

un modo per riposare profondamente? E il cavallo,

è solo rassegnato o ha un suo desiderio, un prato cintato

ben diverso da questo campo fradicio,

la cui chiave è la pazienza? È già entrato,

dentro di sé, nel riparo scaldato dal sole?

Sequenza in discesa

Fu una cosa tremenda

per il cuore di un uomo…

(William Carlos Williams, Winter Sunset)

 

Quello che pensavo fosse un fiume

si rivelò invece cielo.

Quello che pensavo fossero spiaggia, isola,

rocce, foschia,

si rivelarono invece nuvola, ombra,

squarci sulla tela del cielo.

Perfino l’ombra più scura

più prossima all’orizzonte

non era ancora terra,

il vero orizzonte era ancora più in basso.

Proprio alla base

oblunga del mondo,

ancora oscurità, un albero dalla chioma tonda,

un palo del telefono, la tegola

tagliente di un tetto, camino, timpano:

sagome su un cielo

diversamente bianco, non il biancore

illusorio del fiume – e tutto

molto piccolo sotto l’enorme

veduta sovrastante. Piccolo,

quasi impaurito.

La montagna aggredita

Montagna animale,

un po’ delle tue nevi si sciolgono,

scure striature mettono in mostra

i tuoi crepacci, le tue rughe segrete.

La luce freme,

è azzurra, è d’oro?

Sento il tuo respiro

anche da lontano,

Stai ansimando, il sole

non ti dà tregua.

 

Consapevole

Quando aprii la porta

scoprii le foglie della vite

immerse tra loro in fitti

parlottii.

La mia presenza fece

tacere il loro verde respiro,

imbarazzate, come

gli umani che si alzano, abbottonandosi la giacca,

come se stessero comunque andando via, come se

la conversazione fosse finita

già prima che tu entrassi.

Mi piacque

però ciò che intravidi,

dei loro oscuri

gesti. Mi piacque il suono

di voci così intime. La prossima volta

mi muoverò come la luce cauta del sole, aprirò

la porta un po’ per volta, e ascolterò

in silenzio.

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