Brasile: I ministri in divisa militare

di Lucia Capuzzi

Ozi

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Si è insediato in una Brasilia blindata, come mai prima d’ora. Dopo l’attentato all’allora candidato del 6 settembre, le forze armate non hanno voluto correre rischi. Per questo, l’Aviazione ha predisposto un scudo missilistico anti-aereo, per le strade sono stati schierati migliaia di poliziotti e militari. Gli organizzatori hanno cercato di celare il dispiegamento dietro un’imponente coreografia. Invano. La tensione è risultata fin troppo evidente. Anzi, la cerimonia d’insediamento di Capodanno s’è trasformata in una metafora del clima nel Brasile dell’era Bolsonaro. Il Partido dos trabalhadores (Pt), principale forza di opposizione, ha disertato l’evento, a conferma della polarizzazione estrema del Paese. La mancata candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva, stoppato in extremis dal Tribunale elettorale, non è andata giù al Pt. Primo nei sondaggi con il 40 per cento dei consensi, l’ex presidente-operaio aveva buone possibilità di vincere. A differenza del proprio sostituto, Fernando Haddad, fermatosi a undici punti di distanza dal “capitano Jair”, il primo ex militare al potere dai tempi del regime. In omaggio al suo passato recente, Bolsonaro ha piazzato nell’esecutivo otto “ministri in divisa”, tra militari in carica e in pensione, su un totale di ventidue. Un inedito. Se, nei primi due secoli dall’indipendenza, l’esercito era stato l’arbitro della vita politica, con interventi costanti – il cosiddetto “pretorianesimo” – la democrazia, tornata nel 1985, ha fatto della sua permanenza nelle caserme un principio costitutivo. Ora, però, la situazione è cambiata. La democrazia ha perso la fiducia del 60 per cento dei cittadini, i quali, al contrario, considerano le forze armate l’istituzione più affidabile.

Solo a partire da tale contesto di “disincanto generalizzato” è possibile spiegare il fenomeno Bolsonaro, ex capitano 63enne, nostalgico dell’ultima dittatura dei generali (1964-1985), uomo dalle posizioni estreme in una nazione orgogliosa delle proprie capacità di mediazione. Per 27 anni – dalla prima candidatura come consigliere comunale di Rio – nessuno l’aveva preso troppo sul serio. Le ferite del regime erano fresche e l’attuale leader dell’ultradestra era troppo legato agli anni bui. Le sue battute – “l’errore del regime è stato torturare e non uccidere”, “non ti stuprerei perché non te lo meriti”, “non è un buon poliziotto se non ammazza” – venivano liquidate con un misto di sorpresa e indignazione. C’è voluto un lungo periodo di crisi – politica, sociale, economica, di identità – per forgiare il consenso che ha portato Bolsonaro al Palazzo di Planalto con il 55 per cento dei voti il 28 ottobre. Alcuni l’hanno chiamato la “congiuntura delle tre c”. Ovvero corruzione, crimine, crisi. Mali antichi del Brasile: affondano nelle radici coloniali e nella lotta per l’indipendenza. Stavolta, però, si sono intersecate in modo esplosivo. Soprattutto perché, fino a pochi anni fa, il leit motiv dominante era sintetizzato dalla precedente lettera dell’alfabeto: la “b” di boom, di Brics, di bacana Brasil (Brasile stupendo). L’indagine Lava Jato – con la scoperta del peggior scandalo per mazzette di sempre – ha inferto duri colpi all’entusiasmo collettivo. I partiti storici – nessuno escluso – ne sono usciti a pezzi. Gli analisti sono convinti, tuttavia, che l’ira dei cittadini si sarebbe esaurita nel giro di qualche mese in base al vecchio principio del rouba mas faz (ruba ma fa). Ma nel frattempo è sopraggiunto il crollo internazionale del prezzo delle materie prime, da cui tuttora dipende l’economia brasiliana. E l’intreccio tra mala gestione e crisi è apparso in tutta la sua drammaticità. La crescita annuale del 7 per cento dell’inizio del secolo, s’è trasformata in recessione. La nazione vi è entrata ufficialmente nel 2015 per uscirvi solo due anni dopo con 13 milioni di disoccupati, il deficit all’8 per cento e il debito pubblico al 90 per cento. Mentre le politiche di redistribuzione dell’era Pt – che hanno fatto uscire dalla povertà 40 milioni di persone – hanno lasciato il posto a una drammatica austerità. La paura ha iniziato a dilagare in tutti i gruppi sociali, aumentando l’insofferenza verso il tasso di criminalità, dramma cronico e nodo irrisolto che, nel 2017, ha raggiunto la cifra bellica di 31 omicidi ogni 100mila abitanti, un totale di 63.880. Bolsonaro ha trasformato le tre “c” in cavalli di battaglia. I suoi slogan, durante la campagna, sono stati “armi libere contro il crimine”, “pugno di ferro anti-corruzione” e “il Brasile prima di tutto”. Motto quest’ultimo di eco trumpiana anche se lo stile dell’autore somiglia più al filippino Rodrigo Duterte. Alla vigilia dell’insediamento, Bolsonaro ha annunciato un decreto per consentire il porto d’armi libero a qualunque cittadino non abbia precedenti penali. E ha promesso: è solo l’inizio.

Già è solo l’inizio. Da queste parti, si avverte già chiaramente l’effetto Bolsonaro”, Paulo Dollis Barbosa da Silva, presidente dell’Unione dei popoli indigeni della Valle del Javarí (Univajavi) e esponente della comunità Marubo. Paulo risiede in uno dei frammenti più inaccessibili dell’Amazzonia: 85mila chilometri di acqua e foresta, lungo il confine tra Brasile e Perù. Per tale ragione, la Valle – dal 2001 terra indigena legalmente riconosciuta – ha la maggior concentrazione al mondo di tribù isolate: diciassette. Ese vivono fianco a fianco con sette comunità già contattate, tra cui i Marubo. Sono loro a denunciare la crescente pressione da parte dei “cacciatori di risorse” – pescatori, cacciatori, trafficanti di legname, droga e minatori – sull’area, in particolare dopo le presidenziali. L’ultimo attacco è avvenuto alla fine di dicembre.

Boutade sconvenienti a parte, l’Amazzonia rischia di essere la prima vittima delle politiche oltranziste del nuovo presidente. Il leader dell’ultradestra non fa mistero della propria insofferenza verso “l’indigenismo sciita”. Appena qualche settimana fa, ha paragonato le terre in uso esclusivo per gli indigeni a “gioardini zoologici per animali”. Tali appezzamenti si estendono per 117 milioni di ettari, il 14 per cento del Paese: solo i nativi – prevede la Costituzione – ne possono amministrare le risorse. “Una quantità eccessiva”, non si stanca di ripetere il leader. Anche perché “dove c’è terra indigena, c’è sempre ricchezza”, ha precisato. Il messaggio è fin troppo chiaro: il governo non ha intenzione di rinunciare alle enormi risorse custodite nei territori già riassegnati o in via di restituzione agli indios. E intende sfruttarle. Del resto, i predecessori hanno dimostrato una sorprendente abilità nel glissare sui diritti dei popoli originari, scritti nella Carta fondamentale. Questa, in vigore dal 1988, imponeva la riconsegna delle terre ai nativi, loro legittimi proprietari, entro cinque anni. Ne sono trascorsi altri venticinque e sul totale di 1.296 appezzamenti rivendicati dagli indios – secondo i dati del Consiglio indigenista missionario della Conferenza episcopale brasiliana –, ne sono stati riconsegnati 436. Dal 2014 – anno in cui in Congresso è entrato un terzo di rappresentanti legati all’agrobusiness – il processo di resa procede col contagocce. L’era di Dilma Rousseff s’è aggiudicata il record negativo con appena 21 assegnazioni. Con l’impeachment e l’entrata in carica di Michel Temer si è arrivati alla paralisi totale. Bolsonaro sembra intenzionato a seguire l’attuale trend. Accentuando, al contempo, la pressione sui territori già restituiti grazie ai vuoti legali esistenti. Come la formulazione della Costituzione che riserva allo Stato la proprietà del sottosuolo. E che potrebbe aprire allo sfruttamento minerario nei territori ancestrali. O una possibile forzatura della Carta per consentire ai nativi di affittare i propri appezzamenti. Gli interessati – tra latifondisti, imprenditori locali e multinazionali – non mancano. Gli indios, però, non cedono. “Faremo, dunque, quanto abbiamo sempre fatto: resistere”.

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