Roma: disastro a 5stelle

di Paolo Berdini

Murale di TVBOY

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Nessun osservatore dello stato di Roma dai molteplici punti di vista con cui può essere analizzata, esita nel definire preoccupante la condizione urbana della capitale. L’aspetto più evidente è quello degli autobus che prendono fuoco; delle buche nelle strade e nei marciapiedi; dei cassonetti dei rifiuti sempre stracolmi; del quotidiano blocco del traffico automobilistico anche a causa della caduta verticale del’offerta di trasporto pubblico. Ma oltre a queste patologie più evidenti –e per ciò stesso maggiormente messe in risalto dal mondo della comunicazione- esistono altri fenomeni meno indagati ma non meno preoccupanti che vanno nella stessa direzione. La manutenzione delle scuole assente; i servizi sociali in periferia che vengono chiusi o ridotti; parchi e giardini abbandonati a se stessi. E l’elenco potrebbe continuare ancora.

C’è poi una questione fondamentale di cui non si sente parlare più. Roma ha ad oggi un debito consolidato di 14,5 miliardi e, secondo la legislazione in materia di indebitamento dei comuni, la capitale potrebbe essere portata al fallimento, come avviene ogni anno per decine di comuni minori. Un debito così gigantesco provoca due effetti rilevanti. Il primo è che i cittadini romani sono chiamati a contribuire al suo ripianamento attraverso tariffe per i servizi pubblici più alte d’Italia. Il secondo effetto è che alla città mancano le risorse da investire per la cura della città, per migliorare i servizi, per curare i parchi o rendere belle le piazze. Il debito che grava su Roma ha dunque effetti enormi sulla vita delle persone sia perché ne intacca la ricchezza personale sia perché li priva della speranza di una città migliore. Insomma, il peso dell’indebitamento fa svanire la speranza di un futuro migliore.

Ma di questo non si parla nel grande circo mediatico. Più facile dedicare pagine intere alle foto dei cassonetti stracolmi, dell’ultimo autobus in fiamme, del primato delle buche. Affrontare il tema delle cause e degli effetti che il debito provoca, obbligherebbe altrimenti a doversi cimentare con le cause strutturali che hanno portato alla situazione attuale. Interrogarsi sui motivi veri del malessere urbano. E, in tal senso, è stata utilissima la parentesi del governo 5stelle guidato da Virginia Raggi, un insieme di incapacità, arroganza e opacità che non si era mai visto prima e che è stata magistralmente sfruttata per non parlare delle questioni fondamentali. La Raggi si è dimostrata incapace di affrontare i nodi della crisi della città, ma non è certo da ritenersi l’unica ne’ tantomeno la più colpevole del disastro romano. La fallimentare guida 5stelle è dunque servita per nascondere i veri motivi del declino di Roma.

Per rintracciare gli elementi strutturali della crisi urbana conviene ripartire dall’apice del successo delle amministrazioni di centro sinistra che avevano ereditato la città dal disastro di Tangentopoli. Il grande evento del Giubileo del 2000, sia per la impeccabile conduzione da parte dell’amministrazione Rutelli sia per il peso mediatico della figura di papa Wojtyla, ebbero sul piano nazionale e internazionale un effetto di grande rilevo rilanciando l’immagine di una capitale poco amata ma che dimostrò in quella occasione grande efficienza. Da quel momento si susseguirono senza sosta attenzioni di investimento da parte dei grandi gruppi internazionali del settore alberghiero e delle catene dei centri commerciali e, sembrò alla sprovveduta sinistra allora al governo della città, che tutti i problemi della città fossero risolti. All’apice dell’ubriacatura culturale neolibersta che contagiò e contagia ancora la sinistra, l’allora sindaco Veltroni abbagliato dagli effetti positivi dell’investimento pubblico per l’evento Giubileo, affermò addirittura che era nato il “modello Roma” e cioè che la sinistra si poteva candidarsi alla guida del paese proprio in virtù degli straordinari risultati ottenuti nel governo urbano. Lo stesso Veltroni sulla base di questo presupposto politico e culturale divenne segretario del Partito democratico nel 2007 e si distinse per la teoria del “voto utile” che azzerò quasi completamente la rappresentanza istituzionale della sinistra critica.

La sinistra di governo aveva in quegli anni un enorme potere nella maggioranza dei comuni e delle regioni e si alternava con lo schieramento di centro destra alla guida del paese. Ricordiamo che il Partito democratico aveva consensi mediamente intorno al 30%. Un consenso effimero, come l’effetto del giubileo. Un consenso non sostenuto da una visione di lungo periodo e che sarebbe inevitabilmente svanito di fronte alle prime difficoltà. Il cambio di scenario si ebbe in quegli stessi anni. Nel 2007 e nel 2008 nel cuore della potere economico mondiale si manifestarono i segnali della crisi economica e finanziaria che dagli Stati uniti si sarebbe propagata al mondo intero con conseguenze che sono ancora in atto e colpiscono le condizioni di vita della maggioranza della popolazione mondiale. Il “miracolo” romano svanì in poco tempo e la delusione per le mancate promesse travolse la sinistra di governo che si era candidata a guidare il paese.

Finito, o per meglio dire di molto attenuato il meccanismo della valorizzazione immobiliare che aveva sostenuto il decennio pretendente, si aprì sotto la guida di una destra vincente di Gianni Alemanno, l’assalto ai servizi pubblici. Alla guida delle più importanti società controllate dal comune di Roma, furono nominati personaggi di scarsa attitudine al risanamento aziendale ma di sicura fedeltà politica. Presidente dell’azienda di rifiuti urbani (Ama) divenne Franco Panzironi; a capo dell’Ente Eur Riccardo Mancini; l’azienda di trasporto pubblico (Atac) divenne il luogo privilegiato per assunzioni clientelari, circa 700 persone con una spesa annua di almeno 30 milioni all’anno, che fu chiamata “parentopoli”. Nell’aprile 2018 Panzironi fu condannato a 2 anni di reclusione con sentenza definitiva di Cassazione. Nel caso dell’Eur per ripianare il debito contratto dal gruppo dirigente (Mancini venne arrestato per tangenti e condannato nel maggio 2018 a 5 anni di reclusione) fu messo in vendita una parte del patrimonio storico dell’ente. Nel caso dell’Ama, Panzironi venne coinvolto nel processo “Mafia capitale” e condannato in primo grado a 10 anni di reclusione.

Mafia capitale non fu però solo questione di corruzione e di ruberie. Fu invece il più sistematico tentativo condotto di impadronirsi dell’erogazione dei servizi pubblici da parte di consorterie controllate dai partiti politici. Furono esternalizzati e affidati a cooperative “amiche” la cura del verde, la pulizia delle scuole e delle stazioni della metropolitana, l’accoglienza degli immigrati. La destra alla guida del comune e il partito democratico si appropriarono così di un fiume di soldi pubblici mentre la pubblica amministrazione era contestualmente sottoposta al taglio della spesa pubblica. Strana dottrina, perché mentre vigeva il blocco delle assunzioni e si chiudevano uffici preposti alla erogazioni di servizi, si avviava una gigantesca esternalizzazione ben più costosa per le casse pubbliche. Le imprese e le cooperative cui venivano affidati i servizi, infatti, oltre a doverne garantire l’erogazione, dovevano necessariamente conseguire il margine di impresa necessario alla sopravvivenza. Insomma, con la cura liberista è stata distrutta la pubblica amministrazione e sperperate più risorse economiche.

Va comunque chiarito che anche Alemanno aveva ereditato un elevato debito dalle precedenti giunte di centrosinistra. Dobbiamo dunque chiederci da quali cause esso provenisse. Da una parte, relativamente all’indebitamento di bilancio nel periodo della consiliatura guidata da Veltroni, venne aperta in piana sintonia con il mondo finanziario dominante una sottoscrizione di derivati per un toltale di oltre 3 miliardi di euro. Ma il punto centrale è che venne imposta in quegli anni un’espansione urbana che non aveva avuto precedenti in termini quantitativi e localizzativi. Fu infatti ideato e portato in approvazione nel febbraio 2008 il nuovo piano regolatore della città che diede il via alla realizzazione di 70 milioni di metri cubi di cemento. Furono dunque previsti quattrocento mila nuovi abitanti a fronte di una città demograficamente stabile. Stanno qui le cause strutturali del declino della capitale. La dimensione urbana è andata da quegli anni fuori controllo e Roma presenta una densità abitativa molto bassa: speculazione fondiaria e abusivismo hanno costruito una città frammentata e senza un disegno organico. Conseguentemente, garantire i servizi di trasporto urbano, di raccolta dei rifiuti urbani, della cura del verde e dello stesso sistema scolastico è un’impresa impossibile da conseguire sotto il profilo dell’equilibrio di bilancio. La città spende somme insostenibili per garantire servizi sempre più scadenti.

Dopo il periodo di Mafia capitale e la breve e inutile esperienza di Ignazio Marino che fu tradito in maniera scandalosa dallo stesso partito, il Pd, che lo aveva candidato ma successivamente giudicato reo per essersi dimostrato indipendente dalle gerarchie dominanti, la porta fu spalancata all’esperienza del governo 5stelle. Nel 2016 una città sfiduciata, specie nelle periferie abbandonate, votò in massa per un cambio netto di rotta. Virginia Raggi fu eletta il 19 giugno sindaco con una percentuale del 67% di consensi. E qui si apre l’ultimo capitolo, forse il più opaco della recente storia capitolina. Dietro lo slogan “onestà onestà” con cui erano stati mietuti consensi, è stata compiuta la più sconcertante operazione di occupazione del potere e di opacità delle scelte. Punto di riferimento della prima fase del governo della città fu Raffaele Marra, nominato dalla Raggi come vice capo a fianco del capo di Gabinetto incardinato nella figura del magistrato Carla Raineri. Marra aveva costruito la sua conquista del potere nel periodo di Alemanno e questo avrebbe dovuto essere elemento di prudenza nell’individuarlo come interlocutore principale. Nel dicembre 2016 egli venne arrestato nel quadro di un’inchiesta sulla corruzione e nel 2018 è stato condannato in primo grado di giudizio a tre anni e mezzo di reclusione. Nel processo sono emersi i suoi rapporti con esponenti del mondo immobiliare romano, testimoniati da un cospicuo finanziamento ricevuto per l’acquisto di un’abitazione.

Evidentemente sprovvisti del minimo senso critico, dopo pochi giorni dall’arresto di Marra il gruppo dirigente 5stelle capitolino affidò le chiavi della città a Luca Lanzalone, avvocato genovese. Talmente bravo il Lanzalone, da capovolgere nel breve tempo del mese di gennaio 2017 un’altra scelta urbanistica su cui i cinque stelle avevano mietuto consensi, quella dell’opposizione alla gigantesca speculazione immobiliare del cosiddetto stadio della Roma calcio che era stato fortemente voluto dalla precedente giunta di Ignazio Marino. Nel volgere del mese di gennaio 2017, Lanzalone chiude l’accordo con la Roma e dopo pochi giorni venne nominato presidente della più importante azienda municipalizzata d’Italia, l’Acea, vera cassaforte della città. Nel giugno successivo anche l’avvocato Lanzalone venne arrestato nel quadro di un’inchiesta che riguardava la realizzazione dello stadio della Roma, da cui emerse un quadro di gravi interferenze sul lavoro dell’amministrazione comunale da parte dei proprietari delle aree. Anche questo secondo micidiale colpo non scuote il velo opaco che protegge le scelte dei pentastellati. Non solo il progetto dello stadio continua nonostante quanto avvenuto nel suo iter, ma l’urbanistica romana venne fatta rientrare nell’antica palude che aveva inghiottito la città negli anni d’oro del boom economico degli anni 2000. Nuovo assessore all’urbanistica e suo braccio destro sono due personaggi legati al partito democratico. Nuovo dirigente apicale diviene invece un’architetta che aveva costruito le sue fortune sotto il periodo di Alemanno.CHI?

Torniamo così al quesito di fondo con cui abbiamo iniziato il nostro ragionamento. Roma è indebitata fino al collo ed è virtualmente una città fallita perché l’imponente sistema di potere legato alla valorizzazione immobiliare cosi cara agli economisti neoliberisti, ha imposto i suoi disegni di incontrollata espansione urbana. Roma insomma è troppo grande e disordinata per poter essere efficiente. Era quanto mai urgente invertire quella prospettiva ed occorreva farlo proprio a partire da scelte concrete come lo stadio della Roma. Il fallimento del governo dei cinque stelle sta nella drammatica assenza dei requisiti culturali minimi per affrontare questi temi fondamentali. La restaurazione urbanistica è stata compiuta nel silenzio e tutto procede –apparentemente- come prima. Ma le apparenze sono ingannatrici poiché tutti i nodi irrisolti si stanno aggrovigliando in modo esponenziale. E’ ancora gioco facile attribuire alla catastrofica incapacità della giunta Raggi i problemi delle buche, della mancata raccolta dei rifiuti urbani e così via. Diradate queste nebbie ci si accorgerà che le cause vere stanno dentro un modello di crescita urbana sbagliato e fallimentare e che, se vogliamo restituire una speranza ad una città sempre più sfiduciata, dobbiamo operare in radicale discontinuità rispetto al passato rimettendo in discussione i paradigmi fin qui vincenti.

Il debito che soffoca la città deve essere sottoposto a verifica e ricontrattato con le banche creditrici. Con quel debito Roma paga un prezzo inaccettabile poiché è priva delle risorse per poter reinventare un futuro possibile. Servono infatti risorse per costruire la rete di tramvie indispensabili a sollevare la città dal quotidiano disastro di un traffico automobilistico impazzito. Servono risorse per risanare il patrimonio viario e i marciapiedi pedonali. Servono risorse per la manutenzione dei parchi e delle aree verdi periferiche. Servono risorse per la manutenzione delle scuole e delle abitazioni pubbliche.

Servono infine risorse per i tre obiettivi di più rilevante peso sociale: mantenere vivo il tessuto sociale, fornire un tetto a tutti i cittadini romani senza casa e avviare la gigantesca opera di riscatto delle periferie. La cultura economicistica ha così profondamente intaccato la sinistra che durante la consiliatura di Ignazio Marino era stata approvata una deliberazione che poneva tutte le associazioni di volontariato e no profit che operano in città sotto la spada di damocle del “mercato”. Gli affitti degli immobili pubblici in cui questa associazioni svolgevano la propria attività furono adeguati ai valori di mercato dimenticando che molto spesso esse svolgono una funzione di surroga delle carenze pubbliche. Da allora alcune associazioni hanno chiuso i battenti, altre sono in lotta per mantenere il presidio, altre ancora -come la Casa internazionale delle donne– sono state addirittura sfrattate dall’amministrazione Raggi. La città liberista diventa un deserto sociale. Roma è poi la capitale delle occupazioni abitative da parte di senza tetto in prevalenza immigrati. Sono circa 100 le occupazioni di immobili pubblici e privati in atto da molti anni che coinvolgono circa 10 mila persone. Da una decina di anni non è stato costruito nessun alloggio pubblico e il solo modo per superare questo stato degradante è quello di riutilizzare l’immenso patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato per restituire dignità alla parte più povera della società. Anche per questo servono risorse.

E infine la questione centrale, quella delle periferie. La incivile speculazione immobiliare che ha dominato lo sviluppo della capitale ha creato le più brutte e invivibili periferie nel panorama italiano per quantità e caratteristiche. Proprio da queste periferie abbandonate è venuto il consenso per l’esperienza grillina. I due schieramenti di centro sinistra e centro destra che si erano alternati alla guida della città, non avevano evidentemente la credibilità per affrontare la questione poiché erano giudicati responsabili del fenomeno. L’amministrazione 5stelle non ha neppure compreso la enorme dimensione culturale della sfida che si doveva aprire. Un motivo di disappunto per le promesse tradite. Ma dopo ogni fase, se ne aprono nuove e sicuramente ci sarà spazio per ricostruire la speranza per chi crede ancora nel futuro in una città inclusiva di tutti gli abitanti e in grado di rendere meno invivibili le periferie fisiche ed esistenziali.

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