L’autobiografia della nazione

di Piero Gobetti

a cura di Pietro Polito

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

La dialettica tra rivoluzione e autobiografia della nazione è al centro di due rivisitazioni antologiche del pensiero di Gobetti: La rivoluzione italiana (19181925), a cura di Pietro Polito, Edizioni dell’asino 2013 e L’autobiografia della nazione, a cura di Cesare Panizza, aras edizioni 2016, da cui sono tratti i testi che seguono: Elogio della ghigliottina del 1922, Il calderone piccolo borghese e La normalizzazione del 1924.

Può essere utile domandarsi: “Il fascismo gobettianamente è una rivoluzione?”. La risposta di Gobetti è inequivocabile: la “rivoluzione” fascista non è stata una rivoluzione, ma un colpo di Stato. Negli anni di Gobetti si passò tragicamente nel volgere di poco tempo dal socialismo possibile al fascismo reale. Ebbene, per il giovane teorico di una immaginosa rivoluzione liberale, la marcia su Roma non è stata il punto d’arrivo di un processo rivoluzionario come, invece, avrebbero potuto essere i moti operai del ’19-’20. Infatti, nella rivoluzione operaia egli vede la rivoluzione italiana che avrebbe potuto portare a compimento il processo lasciato interrotto dal Risorgimento. Schematicamente, si può dire che mentre l’occupazione delle fabbriche degli anni ’19-’20 è stata una rivoluzione non riuscita, al contrario il fascismo è stata una controrivoluzione riuscita.

L’avvento del fascismo spinge Gobetti a caratterizzare la rivoluzione liberale come una rivoluzione operaia, la rivoluzione operaia come una rivoluzione liberale. Il soggetto della rivoluzione liberale è il movimento operaio affiancato da una élite di intellettuali radicali: “Siamo rivoluzionari – scrive nel 1922 – in quanto creiamo le condizioni obiettive che incontrandosi con l’ascesa delle classi proletarie, indicataci dalla storia, genereranno la civiltà nuova, il nuovo stato”. L’apologia del movimento operaio, “la forza più energica del mondo moderno, […] la sola su cui si possa operare, per la conquista della nuova civiltà”, agli occhi di oggi può apparire inattuale. Eppure la posizione di Gobetti, oltre ad avere un fondamento storico nel contesto degli anni in cui egli l’ha elaborata, presenta un perenne elemento di vitalità per il modo in cui egli concepisce l’azione del movimento. L’adesione gobettiana al movimento operaio non deriva da una scelta di classe quanto piuttosto da una più generale fiducia accordata all’azione autonoma di movimenti dal basso.

Gobetti accoglie la lettura di quegli anni come uno scontro tra reazione e rivoluzione, riformulandolo nei termini di un conflitto tra rivoluzione e autobiografia della nazione. Elogio della ghigliottina è forse l’articolo giustamente più celebre di Gobetti: qui egli introduce l’interpretazione del fascismo come autobiografia della nazione. Distinguendo tra Mussolini e il fascismo, egli vede nel primo “nulla di nuovo”: il futuro duce gli appare come un nuovo Giolitti. Mentre Mussolini può essere considerato “un fatto d’ordinaria amministrazione”, per contro “il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione”, attestando “l’impudenza della nostra impotenza”: gli italiani sono “un popolo di dannunziani” al quale non si può chiedere spirito di sacrificio.

A Gobetti la storia italiana appare come una lunga storia di servi, di cui il fascismo è l’ultima e l’estrema conseguenza. In una forma degenerativa il fascismo continua la politica diseducatrice delle vecchie classi dirigenti e perpetua i vizi atavici e più diffusi della mentalità italiana: la retorica, la cortigianeria, la demagogia, il trasformismo, la fiducia, l’ottimismo. La lotta al fascismo prima ancora che politica è di natura morale, ha un valore religioso, è un problema di stile, una questione di istinto: “C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremo per un certo senso i disperati sacerdoti”.

La base sociale dell’autobiografia della nazione sta nel “calderone piccolo-borghese” che ne incarna perfettamente “i vizi inguaribili”. Le caratteristiche costanti della piccola borghesia (oggi si direbbe della maggioranza silenziosa) sono “l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo” a cui Gobetti oppone “la lotta contro l’unanimità, la resistenza inesorabile, l’intransigenza di fronte a nemici ed amici”.

Invece l’ideologia dell’autobiografia della nazione è la normalizzazione che è “un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza”. Normalizzare significa conciliare gli opposti, addomesticare “le minoranze battagliere” e “i movimenti libertari sorti dal basso”, lusingare le classi medie e le “masse quietiste”, contrastare “coloro che parlano di una continuazione della lotta”, favorire il “formarsi di una vera e propria voluttà del servire”. Reagendo alla normalizzazione, Gobetti afferma che “l’opposizione può servire il paese soltanto rifiutandosi di far la pace col vincitore”.

L’invito a leggere o rileggere Gobetti poggia sulla convinzione che può giovare a comprendere i corsi e i ricorsi della storia d’Italia dall’avvento del fascismo a oggi. Sinteticamente, sulla scorta di Gobetti, il Novecento italiano e le sue propaggini nel xxi secolo possono essere inscritti e risolti nell’eterna dialettica tra una rivoluzione italiana non riuscita, mai compiuta più che incompiuta, e il periodico, prepotente e prorompente, ritorno dell’autobiografia della nazione, che è dura a morire, cova sotto la cenere, riemerge periodicamente in forme nuove, inedite e impreviste.

Gobetti ci ha insegnato una volta per tutte che la cultura politica “si può svolgere solo attraverso la lotta politica e la lotta politica nel mondo moderno ha la sua premessa necessaria nella libertà”. Adottando in senso ampio il termine rivoluzione, si può dire che il fascismo, ogni fascismo, è una rivoluzione contro la cultura, mentre la rivoluzione liberale vagheggiata da Gobetti è una rivoluzione per la cultura. In questo senso la rivoluzione liberale è l’esatta antitesi della cosiddetta “rivoluzione fascista”. La rivoluzione liberale è una rivoluzione contro l’autobiografia della nazione.

 

ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA

Giustino Arpesani risponde affermativamente a una domanda che uno scrittore della “Rivoluzione Liberale” non si sarebbe neppure posta. Il nostro amico ha della democrazia una visione primitiva, della patria un concetto messianico: la politica è pensata come un problema di illuminismo, di adesione a dogmi specifici, tutto l’imprevisto della realtà esaurendosi nella preparazione ideologica e nelle premesse di fede.

Il mondo della pratica non sarebbe nulla di diverso dal mondo intellettuale, un mondo intellettuale concepito rigidamente, con idee chiare e distinte, senza dialettica, senza sfumature. Il suo ragionamento sulla collaborazione è rigorosamente scolastico, l’azione ne dovrebbe scaturire identica con una professata verità di catechismo. Non distingue tra proposito e risultato; per diffondere una convinzione è disposto a sacrificare la complessità della praxis.

I popoli immaturi peccano di queste ingenuità filosofiche; le malattie dell’apostolato coincidono con la giovinezza; quando si ha più il gusto del monotono e del concluso che l’arguta sopportazione del diverso. Giovanni Gentile giunse a confessarmi candidamente che scriveva un libro su James da pubblicarsi in inglese per guarire gli americani dagli errori del pragmatismo. Il fascismo vuol guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun miglior panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie bambinesche misure.

La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il chiamarci di volta in volta con un nome piuttosto che con un altro non è dunque una questione di stile, ma appena un modo di eludere le persecuzioni e di farci sopportare. Se dovessimo salire davvero in cattedra saremmo dei ben strani predicatori, e chissà chi potrebbe capire le nostre pazze intenzioni. Ossia il nostro antifascismo non è l’adesione a un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato. Non so come i gentiliani potranno intendere questa che ci pare addirittura una questione di istinto.

Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antiche, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo vile e letterario dei cristiani che si potrebbe definire la delusione di un ottimista. Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti.

Temiamo che pochi siano così coraggiosamente cinici da sospettare che da queste metafisiche si possa giungere al problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso maliziosamente un insolente realismo politico obiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo “nipote” di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini: come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e nel settembre del 1920 pensammo e pubblicammo nel febbraio scorso la Rivoluzione Liberale, con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corotta essa stessa, pur nasceva. In Italia, c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace.

È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma certe ore di ebbrezza valgono per confessione e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.

Caro Arpesani, non ci si può intendere. Tu vuoi valorizzare, e io credo che si possa solo valorizzare con l’opposizione, tu temi i dissensi e io vedo nei consensi la prova di una debolezza, l’inesistenza di interessi reali distinti, coraggiosi, necessari. Tu hai inteso il problema in un modo tutto formale: chiedevi una disciplina, l’accetti anche se venga donde non la speravi. Io non riesco a pensare Cesare senza Pompeo, non vedo Roma forte senza guerra civile. Posso credere all’utilità dei tutori e perciò giustifico Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso per chi lavora da anni dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri sino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. Ti ringrazio, amico mio, che mi suggerisci tragiche confidenze. Ora credo di giustificare meglio le mie responsabilità, le ragioni dell’istintiva nostra ribellione. Non valorizzare; non ubriacarsi. Per le ragioni politiche che abbiamo detto Emery e io nei numeri scorsi. Per questa ragione psicologica, chiarita qui, inesorabile. C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchisciottesco. Ma nessuno ha riso perché ci si sentiva una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo. E bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada!

(da “La rivoluzione liberale”, a. 1, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130)

Il CALDERONE PICCOLO BORGHESE

Un amico democratico ci scrive: “Voi puntate su una borghesia inglese che da noi non esiste. E puntate anche su un proletariato liberale che egualmente non esiste. Può essere che venga su, non nego; ma è cosa lunga e perciò solo anche aleatoria. Io amo stare – e si può politicamente non farlo? – più sul sicuro. Questa piccola borghesia c’è; ed è la sola unica e variegata classe operante politicamente anche se economicamente debole. Fuori del calderone piccolo borghese si lavora a vuoto e non si suscita nulla”.

Dal calderone piccolo borghese nessun cuoco riuscirà a trarre qualcosa di diverso dal fascismo o dal giolittismo. Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna. La piccola borghesia è la classe degli impieghi, la classe cortigiana, provinciale, pronta alle esaltazioni patriottiche e sportive; costretta dal pauperismo a transigere sulla dignità, attaccata disperatamente a stipendi di fame, ministeriale per sistema, salvo a non credere sul serio a nessun ministero. Si possono trovare tipi variopinti, esempi complessi e discordi, sottoclassi e derivazioni della piccola borghesia ma l’apoliticità, l’immaturità politica, l’esaltazione cortigiana, il parassitismo, sono le caratteristiche costanti di grassi ceti che hanno conosciuto la vita moderna soltanto nelle forme più goffe dell’americanismo sportivo.

Lavorando nel calderone piccolo borghese si lavora per un altro fascismo. Non è possibile ricavare di più, con questo materiale umano, di quello che ricavò Giolitti. E oggi un’opera di continuità amministrativa e di riconoscimento delle esigenze dei nuovi ceti, come quella di Giolitti, fallirebbe nell’atmosfera di esaltazione e di irrequietezza creata dalla guerra.

La mentalità della piccola borghesia si rivelò più ridicola e più stolida che mai nell’infatuazione per la politica dei combattenti. Non ci fu disoccupato o cervello vuoto, in questi anni, che nelle organizzazioni dei combattenti non abbia trovato il suo posto di perfetto italiano.

E sui combattenti si fondano per machiavellismo anche quegli antifascisti, come il nostro amico democratico, che vogliono rimestare nel calderone piccolo borghese. Creerebbero un secondo fascismo. Certo nessun paese offre questo nostro squallido esempio di politicantismo che specula anche su un dovere compiuto.

Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro. Qualcosa fuori del calderone può nascere: anche se non sarà subito borghesia inglese e proletariato liberale. Se al fascismo e ai fanatici del combattentismo sta il rimestare a noi si conviene il precisare idee e interessi. E la politica italiana non avrà un ritmo di serietà prima che siano nate le avanguardie del movimento proletario e borghese. Anche se queste forze saranno una minoranza basteranno per rompere il blocco dei parassiti e costringerli a differenziarsi secondo responsabilità precise.

C’è un criterio infallibile per distinguere tra gli italiani d’oggi le persone serie dai politicanti; gli antifascisti dai futuri collaboratori di Mussolini: questi tendono ai blocchi e ai fronti unici, giocano a fare i patrioti, moderano gli spigoli dei loro programmi: per i primi il motto d’azione non può essere che la lotta contro l’unanimità, la resistenza inesorabile, l’intransigenza di fronte a nemici e amici.

(da Uomini e idee, ix, in “La Rivoluzione liberale”, a. III, n. 9, 26 febbraio 1924, p. 34).

LA NORMALIZZAZIONE

L’on. Mussolini ha affermato la sua gioia di “poter finalmente agire appoggiandosi su di una Camera che rappresenta esattamente la volontà del paese”. “Le ultime elezioni hanno restituito all’Italia un vero Parlamento”. Il gioco è chiaro: non era difficile prevedere che il diavolo si sarebbe fatto frate e Mussolini è sempre scrupoloso nel dar ragione alle profezie dei suoi critici.

Nella sua politica la normalizzazione è un elemento psicologico e ideale necessario come la violenza. La conciliazione degli opposti non è una ipocrisia del Duce: è il suo stile. Normalizzazione in un primo senso vale per eufemismo per indicare che conserva il potere e d’altra parte è l’ideale di pace che non si può non riproclamare mentre continuano le irrequietezze della rivoluzione dei reduci. La tattica di un addomesticatore nel dopo guerra doveva essere duplice: la violenza contro le minoranze battagliere e contro i movimenti libertari sorti dal basso, le lusinghe verso le classi medie e verso le masse quietiste. Il gioco non riuscì a Giolitti che non aveva inteso la necessità di questo equilibrio; e fu necessario trovare un nuovo Giolitti, adatto ai tempi di avventura, in Mussolini. Egli è l’addomesticatore del fascismo solo perché lo serve e lo serve appunto mentre addormenta gli avversari con gli ideali del ministerialismo e della pace.

I costumi dell’Italia sono ridotti a questo: che tutti si trovano pronti a disarmare anche se il fascismo non disarmerà e accettano il mito della normalizzazione instaurata dai vincitori anche se non ignorano che sarà una pura e semplice resa a discrezione. Un fautore del nuovo regime così interpreta lo stato d’animo generale:

L’attuale fase delle discussioni politiche dimostra soltanto questo: che nel momento attuale una grande attrattiva per le fantasie e per i bisogni degli italiani è costituita dalla visione di un periodo di pace sociale. Tutto il resto, accanto a questo, ha poca importanza.

Insomma il paese è stanco di stare in ansia sociale.

Oggi sono fuori della realtà politica soltanto coloro che parlano di una continuazione della lotta, e vogliono eccitare ancora gli odi assopiti e le passioni stanche”.

Ossia noi assistiamo – protagonisti gli intellettuali e l’opinione pubblica media – al formarsi di una vera e propria voluttà del servire.

E, la rinuncia alle più elementari dignità è fatto in ossequio alla maniera forte insieme e lusingatrice del Duce, dal quale riesce grato ricevere attestati di inabilitazione e interdetti.

Dalle molte diagnosi che ne offrimmo dovrebbe risultare chiaro che questa stanchezza di Medioevo, questa rassegnazione di schiavi viziosi è uno stato d’animo per eccellenza mussoliniano. Mussoliniano anche se si ritrova in certi oppositori disorientati dalla lotta. Così è una tattica di addomesticati invocare con la Giustizia (sabato 26 aprile) che il fascismo: “osi legalizzare l’arbitrio, far delle leggi, una legge dispotica finché vuole ma che sia una: e ciò per due ottimi motivi: primo, che i cittadini sappiano con certezza che cosa è lecito e che cosa è proibito; secondo, che esso, il regime fascista, si assuma chiara e intera la responsabilità politica dei suoi atti, o di quegli atti che fino a qui furono abbandonati alla iniziativa dei ras locali o degli squadristi isolati.”

Ci sembra buffo chiedere i limiti di ciò che si vuol rovesciare: certi limiti evidentemente si avvertono solo nell’atto in cui si tenta di distruggerli! Né si può seguire Giovanni Zibordi quando scrive sulla “Critica Sociale “ del 1530 aprile: “Tutto quanto concorra a creare un’atmosfera e un programma di civiltà legale contro la violenza illegale oggi prevalente, giova indirettamente a una ricostruzione spirituale e materiale di questa travagliata vita italiana.”

Se qui è una riserva di astuzia polemica – ma non sembrerebbe – l’astuzia viene in ritardo.

Dopo 18 mesi chiedere al fascismo di esser coerente nelle parole e nei fatti, nelle leggi e nello spirito è perfettamente ingenuo se si è constatato che il fascismo non acconsentirà mai a instaurare una tirannide onesta e dichiarata ma alle leggi democratiche e demagogiche continuerà a unire una pratica contradditoria e arbitraria secondo le esigenze quotidiane.

Né l’economia né la politica si avvantaggiano dalle lunghe stasi e dalle quiete rinuncie: e l’opposizione può servire il paese soltanto rifiutandosi di far la pace col vincitore, e di riconoscere il regime mussoliniano. L’opposizione è una scuola di dignità e la sua intransigenza mentre non la compromette a far causa comune con la presente decadenza, mentre la salva per il futuro, offre disinteressatamente dei modelli e migliora generosamente lo stesso fascismo, reo che non si può assolvere.

La normalizzazione è dunque un problema tutto interno del fascismo stesso, un’altra fantasia mussoliniana: noi siamo pronti ad assistere anche a questo spettacolo, ma resta inteso che non siamo disposti ad accettare norme dal campo nemico.

Un aspetto della normalizzazione sarà l’impegno messo da Mussolini nel far funzionare il parlamento. Si domanda se egli riuscirà.

Resta tra gli oppositori l’illusione che la fine del fascismo debba venire dall’interno, che il blocco si debba sfaldare di fronte alle difficoltà concrete. Per noi è chiaro che Mussolini farà trionfalmente il suo esperimento parlamentare. La maggioranza è un blocco altrettanto compatto quanto variopinto di tendenze e anemico di idee.

Mussolini può condurre dove vuole, manovrare come gli piace uomini dello stampo di Salandra, Orlando, Dino Grandi, Bottai, Massimo Rocca, Giunta. Non è a credere che gli possano venire preoccupazioni serie neanche da Farinacci. La violenza dei ras gli è cara e necessaria: egli sa dosarla e Orlando gli potrà servire in qualunque momento per convalidare la riforma di Michelino con l’autorità del costituzionalista. Bisogna convincersi che i 356 deputati della maggioranza e gli altri signori delle liste bis, se si eccettuano i rappresentanti della oligarchia industriale (assai apertamente padroni) sono tutti dei fantocci buffissimi e spudorati, biscie incantate dal ciarlatano. Vanno a Montecitorio per ubbidire. Faranno le parti che il Duce assegnò. Per questo lato la normalizzazione è un fatto. Mussolini può dilettarsi allo spettacolo dei frak e delle livree della nuova Corte.

(da Addomesticati e ribelli, in “La rivoluzione liberale”, a. 3, n. 19, 6 maggio 1924, p. 73)

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