Io vedo orizzonti, non confini

di Alessandra Buzzo

Incontro con Nicola De Cilia

disegno di Anna Deflorian

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il Comelico è un’esigua fascia montana del Veneto più settentrionale, un cuneo stretto tra Friuli, Austria e Alto Adige. Cinque sono i comuni che ne fanno parte: Comelico superiore, Santo Stefano di Cadore, San Pietro di Cadore, Danta, San Nicolò di Comelico. Un territorio fragile, i cui equilibri millenari sono messi in crisi dal calo demografico (con relativi fenomeni di invecchiamento e spopolamento) che interessa tutte le “terre alte”; più recentemente, fenomeni meteorologici sempre più estremi e sempre più frequenti, con frane, alluvioni e distruzioni dei boschi (la recente tromba d’aria del 29 ottobre ha divelto intere foreste) hanno aperto ulteriori ferite.

Modernità e tradizione qui convivono in modi conflittuali: insieme con l’industria più avanzata (in queste zone, fino a pochi anni fa, si concentrava la produzione di occhiali a livello mondiale), sopravvivono le Regole, enti comunitari che, fin dal Medioevo, gestiscono collettivamente pascoli e foreste, in cui le donne non sono ammesse (solo recentemente, alcune Regole hanno timidamente aperto alla presenza femminile).

Il Comelico, infine, è anche una terra di confine, in cui sono presenti diverse minoranze. La più importante è la comunità ladina, che proprio in questi paesi mostra una rinnovata vitalità culturale.

Santo Stefano, con i suoi 2600 abitanti, è appena un po’ più grande degli altri comuni: all’intersezione delle valli che collegano con il Cadore (Auronzo), il Friuli (Sappada) e la Val Pusteria, offre i servizi essenziali per chi abita in montagna. Dal 2009, sindaco di questo paese è una donna, Alessandra Buzzo, il primo tra tutti i sindaci del bellunese ad aver accolto, a partire dal 2011, migranti, sistemandoli in paese, combattendo attivamente contro pregiudizi e diffidenze.

L’incontro con Alessandra Buzzo avviene in un pomeriggio dei primi di dicembre, nel suo ufficio in Comune. Sul portone che dà sulla piazza principale di Santo Stefano, sono appesi gli articoli 1 e 2 della dichiarazione dei diritti universali dell’uomo, citazioni dei Vangeli, di Mandela, Martin Luther King e una di Frida Kahlo: “Non far caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io vedo orizzonti dove tu disegni confini”.

 

Sembra che anche lei provenga da un altro pianeta. Come è diventata, lei donna e di sinistra, sindaco di un paese delle Dolomiti, dove ancora prevale una cultura patriarcale, per molti versi?

La mia formazione è laica, pur provenendo da una famiglia cattolica, e mi sono sempre riconosciuta nei valori progressisti e di solidarietà della sinistra, senza aver avuto una tessera per molto tempo. Mi sono occupata di sociale e volontariato, fin da ragazza. In forza di questo mio impegno, per le elezioni del 2009, mi fu chiesta la disponibilità a rivestire un ruolo relativo al sociale, all’interno di una lista civica di centrosinistra. Per una serie di coincidenze, mi sono trovata a essere capolista. La lista era unica: in questi piccoli paesi di montagna, la difficoltà maggiore sta nel trovare qualcuno che abbia voglia di impegnarsi. Divenni così il primo sindaco donna del Comelico. Questo è un territorio in cui il potere è decisamente in mano agli uomini per tradizione: l’istituzione delle Regole è a gestione solo maschile e, nonostante alcuni passi avanti, l’inserimento delle donne è ancora oggi molto limitato e comunque soggetto a mille vincoli. In più le mie scelte di vita – mi ero separata – aumentavano la diffidenza nei miei confronti: venivo guardata con sospetto e sufficienza. Ma fin da subito, ho dimostrato di saper portare avanti le scelte con grande determinazione, senza paura di nessuno. Mi sono assunta molte responsabilità, ho scompaginato diverse consuetudini, su cui contavano gli amministratori delle precedenti giunte. Ma non vengo mai meno al principio che alla base di qualsiasi decisione presa, fosse anche la più semplice, ci debba essere sempre il rispetto della persona e dei diritti.

Nei primi cinque anni ho dovuto confrontarmi con persone che avevano anni di esperienza nel centrosinistra, ma abituati a certe pratiche e automatismi che non condividevo. Così, nella seconda tornata amministrativa del 2014 ho cercato di costruire una lista più giovane e diversa, con due soli consiglieri della lista precedente. È difficile trovare persone con una certa formazione, preparazione e disponibilità. Pochi siamo, e ancor meno con valori che si ispirino alla solidarietà, all’uguaglianza, fondamentali per qualsiasi scelta politica che si dichiari, come mi dichiaro io, di sinistra. Sono molto criticata, per certe mie scelte, anche duramente, ma parallelamente mi viene riconosciuto il mio impegno per il territorio: mi sono spesa in prima persona per la sanità, contrastando il venir meno di servizi essenziali come gli ospedali (sono riuscita a far sì che almeno la pediatra di base restasse in paese), lottando per aumentare i servizi, per migliorare la viabilità, battendomi in Provincia e specialmente in Regione e ottenendo lo stanziamento di 55 milioni di euro per il progetto di una galleria come alternativa alla viabilità attuale, altrimenti a rischio. Non sono mancati contrasti, trovandomi a fronteggiare diverse questioni da sola: e se da una parte ciò mi lascia la possibilità di agire secondo le mie personali convinzioni, dall’altra però mi trovo spesso di fronte a molte scelte difficili senza avere un supporto valido.

 

Parliamo di quel maggio del 2011, quando Santo Stefano fu il primo comune ad accettare due pullman di immigrati…

In quel periodo si iniziava a parlare di accoglienza, c’era l’emergenza sbarchi, i sindaci della provincia di Belluno, sessantanove, avevano avuto diversi incontri con la prefettura per verificare le disponibilità ad accogliere migranti, ma evitavano di assumersi qualsiasi impegno. In questi incontri, mi ero espressa a favore della dignità delle persone, sollevando la questione del rispetto dei diritti. Contemporaneamente, stavano nascendo i primi gruppi nei social network che soffiavano sul fuoco dell’odio anti immigrati. Ricordo con precisione quel pomeriggio del 13 maggio: ero al lavoro all’istituto comprensivo di Auronzo (lavoro in segreteria amministrativa) quando ricevetti una telefonata dall’ingegner Tonellato, responsabile della Protezione civile (erano loro a occuparsi dell’accoglienza). Mi dice questo ingegnere: “Abbiamo due pullman di ragazzi, tutti maschi, dai 18 ai 30 anni. Novanta persone in tutto, vengono da Lampedusa, sono due giorni che stanno girando, sono stanchi e affamati, lei non ce li rifiuta, vero?” Questi novanta erano il quantitativo numerico assegnato all’intera provincia di Belluno. Impegnare un piccolo comune come il mio ad accoglierli tutti, senza nessuna garanzia, era una scelta che, ne ero perfettamente consapevole, avrebbe potuto compromettere la mia, chiamiamola così, “carriera politica”: sarebbero stati tutti contro. Ma, chissà perché, ho pensato a Filippo, uno dei miei quattro figli, il più irrequieto: se ci fosse Filippo su quella corriera, cosa vorrei? Che qualcuno lo accogliesse e lo facesse riposare. Ho deposto immediatamente ogni dubbio, ogni considerazione di opportunità. Ho risposto sì, subito. Erano le 16.30 del pomeriggio, ho chiesto al preside di uscire in anticipo. Ho chiamato il mio compagno: mi ha dato conforto. Ho chiamato le associazioni di volontariato, in particolare “Insieme si può”: si sono subito organizzati. Ho chiamato gli alpini, sperando che mi sostenessero: non si sono tirati indietro. Ho chiamato i miei assessori: mi hanno dato della pazza, ma pazienza; alle otto e mezza di sera avevo il palazzetto dello sport pronto con novanta brande, tappeti protettivi, pasti caldi, la possibilità di una doccia, tutto perfetto. Una mobilitazione incredibile. Verso le nove sono arrivati i due pullman, novanta ragazzi sono scesi con il loro sacchettino di plastica, tutto ciò che avevano. Provenivano dal Niger, Bangladesh, Sud Sudan, Nigeria, Etiopia. Li faccio mettere tutti davanti a me. Un po’ in inglese, un po’ in francese, ho chiesto loro di aiutarmi, di non mettermi nei guai: ero completamente sola dal punto di vista politico, i miei, pilatescamente, si erano tirati indietro. Poi ho chiesto: di cosa avete bisogno? Di telefonare, hanno risposto. Ho messo allora a disposizione il mio cellulare e tutti e novanta hanno chiamato a casa, rassicurando genitori e amici che stavano bene. Quando il prefetto ha visto che ero riuscita a organizzare l’accoglienza e stabilire un rapporto di fiducia con questi ragazzi, mi ha chiesto di occuparmi dello smistamento dei migranti in provincia a seconda delle disponibilità che man mano si ricevevano.

Il periodo successivo come l’avete affrontato?

Insieme ai volontari, nei primi giorni, abbiamo accompagnato i ragazzi a comprare le scarpe al mercato. Avevo le mamme che facevano picchetto davanti il palazzetto dello sport: avevano creato una specie di cordone sanitario perché poco distante c’è la scuola e temevano si diffondessero malattie. Avevano addirittura impedito ai carabinieri di entrare a bere un caffè all’interno della scuola perché erano stati dentro il palazzetto e quindi erano sicuramente infetti! Avevo poi individuato chi era cristiano, chi musulmano, chi buddista. Così la domenica ho portato a messa i cristiani, entrando io per prima, sedendoci sui banchi davanti. Anche lì ci sono stati problemi, perché dei parrocchiani non volevano che fosse data la comunione con le mani senza guanti.

In seguito, ho curato con la Prefettura lo smistamento a seconda della disponibilità che ricevevamo dai comuni o dai privati. A Pieve di Cadore un albergo si era reso disponibile. Anche a Calalzo un albergo avrebbe voluto ricevere migranti, ma il sindaco di Fratelli d’Italia aveva dissuaso i proprietari, fomentando la popolazione a opporsi a qualsiasi inserimento. Sono rimasti qui a Santo Stefano, alla fine, 25 ragazzi che abbiamo sistemato in una casa vacanze religiosa, in un borgo, Casada. Ho cercato anche di sfruttare al meglio situazioni particolari in paese: per esempio, c’era una famiglia con i genitori in difficoltà, anche economiche, con i due figli minori allora affidati al padre, il quale aveva un appartamentino sfitto. Ho chiesto che me lo affittasse di modo che i soldi andassero a favore dei figli, mentre io potevo dare ospitalità ad altri migranti. In un altro caso, c’era un’anziana la cui pensione non bastava a pagare la retta della casa di riposo: allora, d’accordo col giudice e l’amministrazione di sostegno, facemmo alloggiare nella sua dimora il gruppo di ragazzi del Sud Sudan e con l’affitto contribuimmo alla retta. In questo modo, c’era anche un ritorno solidale nei confronti della comunità.

 

Che ne è stato dei ragazzi migranti? Ha notizie?

I ragazzi sono stati qui alcuni anni, quasi tutti sono ripartiti, e abbiamo avuto tre matrimoni, compresa mia figlia, anche se poi è finito. Da un punto di vista umano è stata un’esperienza che mi ha arricchito tantissimo, me e tutta la mia famiglia. Di questi ragazzi uno è diventato il mio quinto figlio, Muby, che ha l’età del terzo. Ho fatto un’adozione di maggiorenne, col consenso di tutti i miei figli. Viene dal Niger, un ragazzo splendido. Siamo felicissimi. Pensare che tutto è nato da quella telefonata di molti anni fa, che, mi ha riferito qualcuno ben informato, era stata fatta per mettermi in difficoltà, una sorta di punizione da parte della Lega per il mio atteggiamento a favore dell’accoglienza. Degli altri ragazzi giunti qui nel maggio 2011, alcuni sono rimasti qui, hanno lavorato un po’, poi se ne sono andati, in giro per il mondo. So dove si trova buona parte di loro, perché dei contatti li abbiamo mantenuti. Ancora oggi, qualcuno mi chiama per salutarmi.

Attualmente, abbiamo una comunità cooperativa sociale del Cadore che si occupa di manutenzione ambientale e accoglienza. Uno di quei tre ragazzi che si sono sposati, è rimasto qui, ha una figlia, e lavora come mediatore culturale proprio con questa cooperativa. Gli altri avevano fatto dei lavori saltuari, ma un’integrazione vera e propria non c’è stata.

 

Anni fa, Rigoni Stern sosteneva che gli immigrati potevano contribuire a rivitalizzare i borghi montani, che si stavano spopolando.

L’idea è bella. Così dovrebbe essere, ma l’esperienza di Riace mostra quale direzione stia prendendo la politica italiana. Volevo utilizzare lo Sprar che permetteva di immaginare dei progetti a favore di minori e donne, lavorare con tempi certi di permanenza, ma col nuovo decreto sicurezza non si può far nulla. Per quanto riguarda la realtà del Comelico, oggi come oggi sono avvilita, è una realtà difficile. Tramite la cooperativa, sette o otto ragazzi africani hanno trovato lavoro, sparsi in tutto il Cadore. La cooperativa, inoltre accoglie anche alcune mamme nigeriane con i loro bambini. Ma anche qui riscontriamo un clima cupo: infatti, quando arrivarono i giovani, chi si opponeva si giustificava dicendo che i maschi creavano problemi, che sarebbe stato meglio accogliere donne e bambini, ma quando sono arrivate donne e bambini, allora, non le volevano perché, sostenevano, le nigeriane sono prostitute…

Abbiamo avuto una coppia afghana, con una storia drammatica alle spalle (la moglie precedente dell’uomo, una maestra, era stata uccisa dai talebani), e subito erano stati bollati come terroristi. Avevano trovato lavoro in Pusteria, in un Ipermercato lui, alle pulizie lei, ma col trattato di Dublino dovevano tornare in Norvegia e avevano paura di essere rispediti in Afghanistan, dove lei è minacciata di lapidazione. Quindi sono scappati. In Norvegia erano stati messi in una sorta di ex prigione, un’esperienza terribile, quindi proprio non ci volevano tornare.

 

Come ha reagito la comunità a queste iniziative? C’è stata una risposta positiva?

Qualcosa, sì, ma la grande maggioranza però non ha compreso, questa è la verità. A maggior ragione, negli ultimi periodi, con questo clima politico, con questi seminatori di odio, con la Lega e i suoi proclami. Sono avvilita, la responsabilità della politica è enorme. Dall’agosto 2017 sono sottoposta al regime di protezione per le minacce ricevute, dopo che avevamo dato disponibilità a ricevere le ragazze nigeriane: non erano ancora arrivate e io già ricevevo lettere di minaccia. Non mi sono intimidita, ma sono testimonianza di un clima incattivito. Io sono vista come quella dei negri.

Credo che un sindaco debba amministrare e abbia il dovere di pensare ai marciapiedi, alle buche, a garantire nel miglior modo i servizi, i bisogni materiali, ma un buon sindaco ha una responsabilità maggiore nel messaggio che dà ai propri cittadini, perché la crescita, per come la penso io, deve essere anche morale, etica. Se guardo indietro, in quasi dieci anni ho realizzato opere e ampliato i servizi, ma la cosa più importante che sento di aver fatto per la mia comunità è questo tentativo – non dico di esserci riuscita – a cui affido un messaggio diverso.

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