Gilet gialli 3: Il caso Macron e i valori organizzati

di Vittorio E. Parsi

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Che cosa resta della valanga di voti che portarono Emmanuel Macron all’Eliseo nel maggio del maggio 2017, quando conquistò il 66% dei consensi espressi dai francesi, battendo la candidata del Front National (ora Raggruppamento nazionale) Marine Le Pen? Poco, a guardare ai sondaggi (che da inizio d’anno lo vedono dibattersi tra il 20 e il 30%) e ancora meno se si pensa a come la rivolta dei ‘gilet gialli’ (in cui ieri a Parigi ha però prevalso l’anima violenta) ne ha messo quasi alla berlina l’incapacità di cogliere e rappresentare gli umori della Francia profonda.

Certo, se si pensa che nella immaginazione di molti leader (o ex leader) italiani ed europei il presidente francese avrebbe dovuto rappresentare la testa d’ariete dello “schieramento antisovranista”, la sensazione è che Macron costituisca piuttosto l’avversario perfetto per i vari Salvini e Orbán sparsi per l’Europa. Una sorta di nemesi, peraltro, considerato che fu proprio la figura della sua avversaria nel ballottaggio all’Eliseo (madame Le Pen, appunto) a rendere così agevole quel trionfo macroniano, che appare ormai lontanissimo. Potremo discutere su come l’esile ma determinato Emmanuel sia colpevole soprattutto di avere goduto di un insperato colpo di fortuna (l’eliminazione per via giudiziaria del suo rivale di centroedestra François Fillon) e di averlo gettato al vento: non tanto per incapacità intellettuale, quanto piuttosto a causa della sua piattaforma politica, imbevuta di neoliberalismo fuori tempo massimo, di quel massimalismo di mercato, antipopolare e arrogante, che ha già devastato l’Europa e l’intero Occidente e spianato la strada ai partiti e movimenti cosiddetti populisti.

Il carattere, poi, ci ha messo del suo, oltre allo stile personalistico e non personale, isterico e non istrionico, autoritario e non autorevole: più da primadonna, piuttosto che da prima carica della Repubblica. Eppure è possibile guardare alla parabola malinconica dell’ex banchiere d’affari ed ex ministro dell’Economia del presidente socialista Hollande cercando di trarre qualche considerazione più generale. Soprattutto su come le leadership (o presunte tali) si consumino rapidamente nell’agone politico contemporaneo. Ascese rapide e altrettanto rapide cadute.

Si pensi a Matteo Renzi, fino alle sue dimissioni dipinto come l’uomo nuovo dell’Italia del futuro e oggi evitato da certi suoi ex ministri come una sorta di imbarazzante parente povero al pranzo di Natale. I media, vecchi e nuovi, hanno sicuramente un ruolo in tutto ciò. Così come lo ha l’innovazione tecnologica, la sua capacità di accelerare lo scorrere del tempo, che si rivela essere il fattore determinante nel consentire le ascese fulminee.

Ma è probabilmente il venir meno delle vecchie ideologie otto-novecentesche e la mancanza di nuovi e convincenti costrutti ideali a spiegare più convincentemente le rovinose cadute. Le due fasi della parabola, quella ascendente e quella discendente, sono infatti entrambe segnate e contraddistinte dalla contrazione del tempo. Da un lato, si emerge con una rapidità sorprendente e si conquista in un lampo una popolarità che una volta poteva essere costruita solo in lunghi anni di gavetta politica (si veda il caso di Donald Trump). Dall’altro, altrettanto velocemente si consumano fama e carisma di fronte all’evidente incapacità di tentare di vincere le sfide e risolvere i problemi che la politica è chiamata a dover se non altro affrontare.

Pensate al riscaldamento planetario, alle migrazioni, alla sicurezza cibernetica, alla diffusione dell’ineguaglianza, alla disoccupazione strutturale, alla crisi della democrazia rappresentativa e alla sempre più evidente deriva oligarchica dei mercati: quale di queste gigantesche sfide richiederà meno di alcuni lustri per poter essere vinta (semmai lo sarà)? Ma quale leader politico può chiedere e sperare di ottenere un tempo così lungo ai suoi seguaci ed elettori? Ebbene, solo le ideologie consentivano questo continuo aggiustamento dei tempi, di allungare l’orizzonte attraverso un progetto e valori condivisi. Pensare che la leadership personale potesse sostituire la funzione svolta dalle ideologie è stato uno dei più giganteschi e pericolosi abbagli dell’ultimo scorcio del secolo scorso, malauguratamente traghettato in questo.

Ecco perché non di nuovi leader abbiamo disperatamente bisogno, ma soprattutto di nuovi e coerenti sistemi di valori organizzati (li chiamavamo partiti, un tempo), di visioni politiche aperte coraggiosamente sul futuro, se non vogliamo che lo scorrere accelerato del tempo travolga quanto di buono abbiamo conquistato e con fatica nel ‘secolo breve’.

(da “Avvenire” di domenica 2 dicembre 2018)

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