Gilet gialli 2: sfumature di giallo

di Piergiorgio Giacchè

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Promettono di diventare un partito ma ancora si definiscono “movimento”. In realtà i Gilets jaunes sono stati e sono ancora un “fenomeno”, cioè l’apparizione imprevista e affermazione improvvisa di un fatto, anzi di un atto che ha coinvolto una “folla” di francesi dal novembre 2018 al non si sa quando finirà… Sì, una “folla” indefinita e informe, come con disappunto e una punta di disprezzo l’ha chiamata Macron nel suo discorso di fine d’anno alla Nazione. In altri tempi si sarebbe detta una “massa”, ma la vecchia parola e l’antica misura della politica non si può adoperare per un volgo disperso che nome non vuole avere. Così come non ha struttura e nemmeno guida, ma si accontenta di indossare una divisa che non divide nessuno, visto che un gilet giallo ce l’hanno tutti quelli che guidano un’auto e che scendono in strada in caso di incidente.

Ecco, i gilet gialli costituiscono un incidente politico e culturale di cui è difficile rintracciare le cause e poi il fine o la fine. Un incidente che ha prima di tutto spiazzato gli economisti, se è vero che appena un mese prima, il 10 di ottobre, gli esperti dell’Istituto nazionale di statistica e degli studi economici (Insee) prevedevano un futuro ottimistico per il prodotto interno lordo e per il rilancio degli investimenti e per l’espansione dei consumi (complice il riflusso dell’inflazione, l’aumento dei salari e la riduzione delle tasse d’abitazione…). Come poi sia stato possibile che un improvviso ma non imprevisto aumento dei prezzi dei carburanti abbia sollevato l’onda gialla dei blocchi stradali e dei pedaggi gratuiti e del diluvio di manifestazioni che ha inondato tutto il paese e soprattutto tutti i paesi di Francia? E come spiegarsi non la fiammata ma la durata di una mobilitazione faticosa, diurna e notturna, di migliaia di persone sempre più determinate, che il generale inverno e il santo natale non hanno arrestato e la cui naturale parabola discendente non è detto che non si riveli un fiume carsico nel disgelo della prossima primavera?

Non si spiega, e però intanto non si piega: questa è quello che distingue un fenomeno da un movimento. C’è qualcosa di nuovo oggi nel “giallo”, anzi d’antico? Certo, il colore è nuovo ma il motore è quello di una “spontaneità” che è di per se stessa “ribellione”, perché impedisce l’istituzionalizzazione, la rappresentanza, la trattativa e dunque si sottrae alle ascisse e ordinate del paese più cartesiano che ci sia. C’è chi cerca nella storia qualche antenato – dalle jacqueries contadine al sessantotto degli studenti alle recenti rivolte delle banlieues – ma le somiglianze non fanno l’uguaglianza con qualcosa che non sta più nei confini delle classi o nelle contraddizioni del territorio o nelle situazioni del degrado. C’è di tutto e però c’è di meno, anche se è vero che la provincia e la campagna, i meno benestanti e i più distanti, forniscono la quota e la spinta maggiore del fermento e dello scontento; anche se è vero che – dall’altra – il governo in ogni senso “centrale” e la capitale per troppo tempo “imperiale” sono i bersagli preferiti della mobilitazione. Parigi non vale una Francia che sta da tempo scoprendo e soffrendo una disgregazione non più appagata né rassegnata. Parigi è però ancora la piazza e la mèta di tutti i gilet gialli che settimanalmente la invadono con un minaccioso ma insieme festoso “sabato dei villaggi”: non è vero che la sentono estranea ma la vorrebbero meno tiranna. Vogliono poter passeggiare per “la strada più bella del mondo”, rivendicando non solo un diritto ma un orgoglioso possesso. La Francia è ancora Parigi e viceversa, per tutti i manifestanti che infine cantano la stessa marsigliese marciando sotto lo stesso tricolore delle cerimonie istituzionali e del distintivo della polizia.

La République en marche aveva preconizzato anzi fondato Macron, e quello slogan si è inverato e però invertito contro di lui. È giusto, anzi è umano che il giovane Presidente non si capaciti e non sia stato capace di rispondere a questo beffardo rovesciamento delle parti. Dapprima era sempre all’estero; poi è stato fermo ad aspettare facendo finta di non sentire; quindi ha aperto il suo sguardo ceruleo e il suo giovane cuore ed è passato al mea culpa, all’ammissione del peccato con richiesta di perdono; infine ha deliberato la sospensione degli aumenti di imposta e la spesa di dieci miliardi per sovvenzioni al salario e sostegno al Potere d’Acquisto – che è l’unico potere rivendicato da tutti i consumatori di Francia e del Mondo…uniti nella lotta!.

Ma ogni mossa è stata inutile, anche perché tardiva e per di più giocata con quell’altezzosità che distingue i Franchi sovrani che governano i Galli che li hanno democraticamente eletti. È uno strano destino o delirio francese quello di rivendicare la propria origine da due diverse stirpi e storie: qualche anno fa, uno storico aveva già analizzato il dissidio fra le due identità subculturali che ispirano e separano i comportamenti nazional-popolari, avvertendo soprattutto i Galli della loro infondatezza, visto che è stato Giulio Cesare a inventarseli pur di vantarsi a Roma di aver conquistato un popolo, mentre in realtà aveva con fatica domato disperse tribù celtiche d’oltralpe… Ma anche la verità storica ha un suo limite e soprattutto una sua scadenza, se è vero che i Galli in qualche modo ancora ci sono, magari diventando Gialli, e non solo in forza di un gioco di parole… È stata infatti proprio la dispersione ad aver fatto l’unione e dunque la forza dei gilet gialli; sono state le distanti residenze e le differenti esperienze e le diverse emergenze ad aver aumentato la loro diffusione fino a una dilatazione in ogni dove (e per un indefinito quando); e non si può negare che il territorio urbano e rurale e soprattutto stradale di Francia sia stato occupato da una nuova tribalizzazione che ha seminato capanne e capannelli in ogni rond point e caselli autostradali, con gilet gialli che si danno turni di guardia e scambiano cibo e ricevono l’aiuto e il saluto di camionisti di passaggio e di automobilisti che non pagano il pedaggio.

Ci sono stati anche mortali incidenti nel grande giallo incidente – non lo si deve dimenticare – ma questo non toglie nulla al fenomeno di gente che si riconosce anche se non si conosce, che si impegna nella stessa azione anche senza avere le stesse idee, che insiste e resiste più a lungo del fisiologico calo di numero. Una quantità che non cambia la qualità, e invece di spingere alla ritirata fa crescere la portata e alzare il tiro di richieste e pretese che si sommano in una sola direzione e risoluzione: “Macron Dimission!”, recita sia il primo che l’ultimo slogan di mesi di manifestazioni. Ancora e sempre in Francia si vuole la testa del sovrano in nome del popolo sovrano, si dirà. E non si è lontani dalla verità.

E però, anche su questo punto che sembra politico non bisogna farsi illusioni o spendere illazioni: chi come Le Pen o Melenchon (ma forse anche gli altri politici moderati e morituri) si aspetta vantaggi elettorali dal giallo che avanza, non fa che proporre surrogati di sovranismo e populismo a un popolo che sta in piedi da prima e da solo. Perché poi quello che sorprende e scavalca la politica dei politici è proprio la concreta insorgenza di un corpo sociale o addirittura di un sociale che ha ancora il corpo “biologico”, come se ci fosse una natura più forte della cultura e delle tante rappresentazioni e mediazioni e innovazioni che avrebbero dovuto educarlo alla virtù ovvero ridurlo a popolo virtuale (proprio come da noi in Italia è successo da tempo, se non da sempre).

Così, dopo lo spaesamento degli economisti e lo sconcerto dei politici, è arrivato anche lo sconforto dei philosophes, che di solito fanno testo ma che stavolta non riescono a scrivere e interpretare quello che infine “non si può ridurre a ragione”. Eppure, fin dal primo giorno di lotta, la televisione e la stampa per ogni minuto o riga di notizie, ha speso ore e pagine a interrogare quei mille sociologi e politologi che in Francia hanno ancora credito e fanno ancora scienza. Come i medici di Pinocchio hanno già detto e dato di tutto e di più, perfino scendendo di cattedra, e andando a intervistare e misurare qualcosa che più si seziona e meno si rispetta. E dunque sempre meno si capisce.

A leggere (su “Le monde” del 12 dicembre) il risultato di una inchiesta a cui hanno partecipato ben settanta universitari, ci si accorge che La sociologie des Gilets Jaunes mette tutto in fila e in quadro ma non coglie il senso della situazione. Più si fanno le divisioni e più si allontana la somma quando si legge che “gli impiegati sono sovrarappresentati, che l’età media è di 45 anni, le donne sono un po’ meno numerose degli uomini, la metà pagano le tasse, il reddito medio familiare è di 1.700 euro al mese, un terzo non si dichiara né di destra né di sinistra mentre la metà dei gilet gialli dichiarano di essersi mobilitati per la prima volta nella loro vita”. Con un ritratto e un diagramma così non c’è modo di scoprire, ma prima ancora non c’è nessuna volontà di sapere il perché di un moto di incerta causa, di varia composizione, di oscura destinazione. E allora è qui, nella compiaciuta ignoranza, che cascano i sapienti, proprio dove invece campa l’asino giallo, cui conviene di restare ottuso e opaco e quasi nudo… se non portasse un gilet.

Il tempo passa ed è galantuomo, si dice, cioè sta dalla parte dei signori e dei dottori e presto o tardi questo fenomeno intrattabile e presuntuoso finirà. E però almeno fino all’ottava settimana (cioè mentre scrivo) e malgrado la moltiplicazione dei portavoce, la stesura di manifesti dai dodici punti, la promessa di diventare partito, la tentazione di arrendersi alla politica e di consegnarsi alla sociologia, è ancora la fisiologia che comanda e magari segna il passo ma impedisce il sorpasso. Sarà azzardato ma non sbagliato dire che – fra gli altri – anche il fattore della violenza ha corroborato il fisico anche se non ha collaborato per la vittoria: non solo per il sostegno mediatico dell’immagine ma per una faccenda banalmente muscolare. Un fenomeno ”fisico” pur di stare in salute si avvale anche degli eccessi dei casseurs di periferia o degli squadristi da tifoseria o dei fascisti di scuderia o di qualche antica anarchica armeria; la novità o almeno la peculiarità è che stavolta la violenza non ha funzionato né da virus né da anticorpo nei riguardi del corpaccione dei gilet gialli, che ha continuato a muoversi lento e tanto, sia in pullman che in treno, guardando gli incendi senza criticare e perfino lasciandosi andare a tirare un sasso… tanto per stare al gioco o almeno per restare padrone del campo.

Quella della violenza che non diventa né una scelta né una scomunica è l’ulteriore prova di un fenomeno che non ha fretta di diventare un movimento, di darsi una direzione e prendere una decisione e tornare dentro la rappresentazione o la rappresentanza che lo farebbe dimagrire e forse del tutto sfinire… Sotto il gilet giallo c’è un corpo – va ribadito e va difeso ed è questa la novità o la verità da riconoscere e da ammirare: occorre una instancabile motilità e un’accanita resistenza fisica per portare avanti la trafila di quotidiani riti di pedaggio e poi di passaggio… per esempio a Parigi ogni fine settimana. Ma si può fare di più e qualcuno l’ha fatto come quei quatto gilet gialli che si sono messi in cammino per centinaia di chilometri per raccogliere i cahiers de doléances di tutti i villaggi che attraversavano; tutto questo non fa medioevo ma testimonia la necessità di avere relazioni e non solo comunicazioni, mentre intanto ovviamente non ci sarebbero gilet gialli senza il ricorso a internet e l’uso dei cellulari. La loro differenza sta appunto nel servirsi della rete, e non di affogarci dentro come si fa da noi o come così fan tutti…

Nessuna paura. Quello dei gilet gialli è un mal francese che da noi non può arrivare. Non c’è possibilità di contagio perché noi un corpo non l’abbiamo e da decenni siamo – diceva il Censis – mucillaggine sociale. Noi italiani – ieri primi in decadenza e oggi primi in mutazione, sempre “Prima gli Italiani!” – siamo ormai diventati un’espressione mediatica… come ieri eravamo solo un’espressione geografica… Anche noi – e ancora per primi – abbiamo inventato un movimento giallo, che però si forma e si ferma e si firma in un blog: sta tutto in una piattaforma che vanta un nome francese o svizzero, manda in parlamento molte nuove facce sostenute da mille faccine, governa per contratto combinandosi con qualunque lega ci sia o ci stia… I nostri figli delle stelle non sono un fenomeno ma un miracolo di giovani attivisti inventati da un attor comico che non sa e non fa ridere, ma ha saputo farli obbedire e credere e combattere senza esitazione e senza la libertà di cambiare casacca.

Quanto alle casacche, abbiamo anche un vecchio piazzista che per tutta la vita ha copiato e venduto idee riciclate e tivvù spensierate che, vista la moda di Parigi, ha già rivestito di gilet azzurri tutti i suoi nani e ballerine, perché non sia mai detto che il Made in Italy resti indietro in quell’arte che da noi prende tutta la parte e tutti i partiti: la Pubblicità. E pensare che un altro francese tempo fa ci aveva avvertito della nouvelle vague che stava sommergendo il mondo: in un cartello di un film di Godard, campeggiava un cartello con su scritto “la pubblicità è il fascismo della nostra epoca!”.

Sia chiaro che a noi che l’abbiamo inventato, nessuno può certo dare lezioni di fascismo. Al contrario ci sentiamo liberi di dare lezioni a tutti, con quella demenziale disinvoltura che caratterizza i nostri migliori uomini di cultura: così è stato che al TG di Rai due la sera dell’epifania, Pietrangelo Buttafuoco ha regalato ai francesi una calza piena di saggezze. Ha detto se ben ricordo – e ahimè lo ricordo bene – che i gilet gialli non sono un tumulto ma una rivoluzione: “È la Francia di San Luigi, di Giovanna d’Arco e di Asterix, l’irriducibile… I francesi dovranno prima o poi scegliere se difendere la Francia o la Repubblica!”

Fine della trasmissione? Magari!

***************************
 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

Trackback from your site.

Leave a comment