Don Peppino Diana 25 anni dopo

di Nicola Alfiero

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Qualche anno addietro, alcune reti televisive, portarono le loro telecamere sul nostro territorio. Tra le varie riprese girarono anche immagini per una fiction che intitolarono Per amore del mio popolo. Titolo preso in prestito dall’omonimo documento proposto e stilato da laici, condiviso da don Peppe Diana, dalla forania di Casal di Principe (comprendente i comuni di San Cipriano d’Aversa, Villa Literno, Villa di Briano, Casapesenna e Casal di Principe) e distribuito nel natale del 1991. Dopo 27 anni ancora si parla di quel documento perché – afferma don Luigi Ciotti fondatore del Gruppo Abele – “è come se fosse stato scritto ieri”. Forse di ieri è bene parlare per cercare di capire il territorio. Provincia di Caserta, abbandonato per decenni a se stesso, lasciato in balia dei piùforti, dei più organizzati, dei più spietati tra i criminali. Le istituzioni – come ha dimostrato la magistratura – assenti o, peggio, complici. Una parte della chiesa cieca e sorda anche se l’azione e la denuncia delle ingiustizie non venivano meno da parte del coraggioso vescovo di Caserta, monsignor Raffaele Nogaro. Il documento che una parte della chiesa della diocesi di Aversa aveva adottato nelle intenzioni degli autori e di don Peppe, doveva rappresentare una specie di piattaforma di partenza per il cambiamento.

A 25 anni dall’assassinio avvenuto il 19 marzo del 1994, tante cose sono cambiate, alcune purtroppo in peggio. Per noi che viviamo qui forse si può parlare di “resistenza”. Hanno resistito il padre e la madre di famiglia che con difficoltà hanno cresciuto i loro figli per tenerli fuori dai circuiti camorristici. I normali e onesti cittadini che non sono scesi a compromessi con gli amministratori pubblici collusi che spesso coincidevano con gli stessi camorristi (vedi l’ex sindaco di San Cipriano d’Aversa Ernesto Bardellino, fratello di Antonio boss e primo capo della camorra casalese). Tante persone si sono rifiutate di accettare l’elemosina dell’assessore comunale di turno quando bastava un semplice bigliettino a loro firma per essere rimborsati di somme non dovute per lavori mai eseguiti. Oggi tanti ragazzi per non emigrare accettano paghe da fame per lavori spesso duri anche nel campo del sociale dove, nelle diffuse e fiorenti cooperative invece dei dovuti stipendi si percepiscono rimborsi spese. Alcune associazioni cosiddette “anticamorra” allevano e producono i “professionisti della legalità”. Presenti negli enti e nelle istituzioni che contano spesso impegnati non a costruire coscienza civile ma a gestire progetti e convenzioni a volte in regime di monopolio. Si potrebbe affermare che l’anticamorra sia divenuta per alcuni gruppi, una vera e propria lucrosa industria in grado di gestire progetti formativi nelle scuole, beni confiscati, finanziamenti europei e anche privati. Tutto in nome della legalità.

Dopo 25 anni l’anticamorra ha cambiato volto, prospera e genera consorzi, cooperative, associazioni onlus sempre in nome della legalità. Parola abusata e, per molti versi destituita di significato. Gli sforzi, l’impegno della magistratura e delle forze dell’ordine hanno contribuito a bonificare il territorio liberandolo dai più pericolosi capi e gregari dei camorristi.Un lavoro eccellente percepito assai positivamente dalla parte onesta della popolazione. Ciò che preoccupa attualmente è che a questa giusta parte repressiva non è seguita per niente la parte costruttiva che interessa la stragrande maggioranza della popolazione di tutta la zona aversana e del suo hinterland. Spesso ci si chiede: chi è venuto nel territorio ad aiutarci? A supportarci? A proporre investimenti produttivi? Di azioni di sviluppo non si sono viste tracce! Quale istituzione pubblica, a 25 anni dalla morte di don Peppe è venuta a offrirci aiuto o collaborazione per tirarci fuori dal sottosviluppo e dalla disoccupazione che sfiora il 70% della popolazione attiva? Il territorio ha urgente ed estremo bisogno di insediamenti produttivi per poter risorgere veramente e cambiare. C’è bisogno di risposte adeguate alle legittime domande occupazionali di giovani disoccupati. Diversamente, le azioni positive sul territorio non daranno buoni risultati in mancanza della possibilità di poter produrre autonomamente ricchezza.

A questo punto, la fatidica domanda:come procedere? Certamente non arrendersi, continuare a lavorare, possibilmente assieme per il bene comune, generare fiducia. 25 anni rispetto alla storia sono niente. Il sacrificio di un sacerdote e uomo coraggioso come Peppe può ancora diventare seme di ranascita. Non dobbiamo tirarci indietro. Ognuno dovra fare la propria parte. Con tenacia con continuità.Possibilmente con meno protagonismi personali e di clan.

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