Com’è cambiata Palermo

di Leoluca Orlando

Incontro con Andrea Inzerillo

street art a Palermo

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 60 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Alla sua prima sindacatura, nel 1985, Leonardo Sciascia gli consigliò di farsi opposizione da sé. Da allora Leoluca Orlando ha incarnato esistenzialmente questa concezione e occupato nello stesso tempo tutti gli spazi – quelli del governo e dell’opposizione, della visione di città e del contrasto alla sua realizzazione – dando vita a un’esperienza politica non priva di fascino e di contraddizioni. Nel momento in cui parliamo, ad esempio, Palermo vive l’ennesima crisi legata ai rifiuti e conclude il suo anno da capitale italiana della cultura senza riuscire ad avviare un programma di attività culturali natalizie dedicate all’infanzia, ma nello stesso tempo sospende per prima l’applicazione del decreto sicurezza di Salvini scontrandosi direttamente con il Ministro dell’interno, poi seguita dai sindaci di altre città. Orlando è consapevole dei problemi, ma è come se la sua azione prediligesse il tempo allo spazio: dalle sue parole traspare la concezione che la costruzione di un’idea di futuro possa passare dal sacrificio dello spazio della contemporaneità. Ed è per questo suo essere un tutto, per questo suo non lasciare scarti, che il discorso su Palermo non riesce a smarcarsi da un discorso sul sindaco: parlare della città è un continuo referendum pro o contro Orlando perché – per mutuare uno dei chiasmi linguistici che tanto ama – Orlando è Palermo e Palermo è Orlando. D’altra parte, per i suoi ammiratori come per i suoi detrattori, Leoluca Orlando è indiscutibilmente il sindaco: ci sono state altre esperienze amministrative, ma nessuna significativa come la sua. Né, a suo dire, ce ne saranno altre.

Nel 2017 lei è stato rieletto sindaco di Palermo, per la quinta volta. Partirei dal chiederle com’è cambiata Palermo in questi trent’anni, qual è la sua percezione, e cosa bisogna fare per modificare nel profondo una città.

Comincio col fare riferimento a una serie di luoghi comuni che rischiano di apparire banali ma che sono invece reali. La globalizzazione e finanziarizzazione della vita sta cambiando profondamente la percezione delle città e dei sindaci da parte dei cittadini. Non parlo della globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, che lascia agli Stati un ruolo da svolgere. Ma quando la casalinga e il disoccupato, il giovane e l’anziano la pensano come Sergio Marchionne, che pone al centro il dio denaro, non assistiamo più a una finanziarizzazione dell’economia ma a una finanziarizzazione della vita. Quando il denaro diventa il dio di tutti i soggetti e cittadini, gli Stati perdono il loro senso e le uniche realtà che conservano un ruolo sono i comuni. I sindaci sono di conseguenza il riferimento dell’unica realtà dove sembra possibile coniugare visione e vita quotidiana.

Palermo ha vissuto e vive un processo di grande cambiamento, e al sindaco viene dato il ruolo di svolgere in qualche misura la funzione di agenzia educativa, cioè di indicare una visione e di essere giudicato per la coerenza a quella visione.

Oggi Palermo è una città capitale della cultura che ospita la biennale d’arte contemporanea Manifesta, è una città che accoglie e che rifiuta, rifiuta, rifiuta di essere considerata un modello, perché i modelli sono pericolosi. Siamo un’esperienza come tante che dimostra che cambiare è possibile, che è possibile passare da Capitale della mafia a Capitale della legalità e del diritto, e di qui alla legalità dei diritti che troppo spesso vengono violati dal diritto degli Stati. Se la scintilla che ci ha fatto scoprire il diritto è stata l’insopportabile pressione della mafia, la scintilla che ci ha fatto scoprire i diritti sono stati i migranti, che ci hanno spinti a interrogarci non sui loro ma sui nostri diritti umani.

Noi stiamo cercando di cogliere il massimo della visione che mette al centro la persona umana e che considera la dimensione comunitaria una straordinaria occasione di alternativa al populismo. Chi è il populista? Il populista è chi non rispetta il tempo, il populista è chi pensa che si possa cambiare subito e senza dibattito, senza confronto e senza contrasti. Palermo è cambiata, ma non in quaranta secondi, né in quaranta minuti, né in quaranta giorni, né in quaranta mesi. È cambiata in quarant’anni passando attraverso contrasti, contraddizioni, stragi, violenze. Da questo punto di vista siamo un’esperienza alternativa al populismo. Siamo anche in cammino non soltanto per rispettare la persona, ma anche per costruire la comunità secondo un criterio di personalismo comunitario che costituisce la sintesi di tutte le cose che sto cercando di dire.

 

In che cosa consiste, precisamente, questa alternativa al populismo?

Noi siamo circolari, orizzontali e partecipativi, mentre il populista è per definizione verticale, lineare e individuale, con la conseguenza che chi è populista non usa mai espressioni come “tavolo”, “piattaforma”, “programmazione”, “concertazione”. Il messaggio che ho sempre cercato di mandare – e che credo sia passato – è che il mio partito è la città: la mia storia personale in qualche misura si identifica con le vergogne e anche con i meriti della città, quasi ne fosse lo specchio. Questa dimensione assolutamente circolare, orizzontale e partecipata mi sembra la caratteristica della Palermo di oggi. È evidente che questa visione è passata attraverso tante scelte contraddittorie, errori e lacune, ma oggi siamo una città exciting, safe, not expensive: una città non cara ma eccitante, che riesce ad avere tutti i colori, i suoni e gli odori di una complessa realtà urbana; e sicura, perché se arriva un musulmano che potrebbe essere pericoloso i musulmani che vivono a Palermo – che vengono considerati e si considerano palermitani – mi chiamano e io chiamo il questore. Loro antepongono la difesa della loro comunità, della loro città rispetto alla religione e al paese di origine. Tutto questo non accade nella banlieue di Parigi o nelle città attorno a Bruxelles. La fatica continua della collocazione dalla parte sbagliata in base a una visione ha portato a definire questo quadro complessivo di riferimento di una città come Palermo, certamente diverso da quello che può essere il quadro di riferimento di un’altra città.

Eppure oggi tutte le città hanno due cose in comune: il tentativo di essere punto di incontro tra visione e vita quotidiana e il rafforzamento del rapporto tra la comunità e il sindaco. Io mi sento – e non è una frase fatta – rappresentativo anche di chi non mi ha votato, il che è fuori dalla logica tradizionale dei partiti. Anzi: i miei veri avversari sono coloro che mi hanno votato ma non hanno capito che non è fondamentale la comunanza di prese di posizioni, bensì la condivisione di un linguaggio. I miei veri nemici sono coloro che pur schierandosi con me sulle singole scelte concrete parlano un linguaggio diverso, perché non lo inscrivono alla visione che io cerco in qualche modo di comunicare: la città è il luogo ideale dove possono interagire la persona e la comunità come alternativa rispetto all’individuo e alla casta, all’individuo e alla cosca, all’individuo e al clan.

 

Le sue esperienze amministrative hanno sempre pensato la città come segmento di una realtà più ampia. Ricordo ad esempio la cittadinanza onoraria al condannato a morte Joseph O’Dell o al presidente kurdo Abdullah Öcalan, il gemellaggio con la città palestinese di Khan Yunis, le prese di posizione a favore dei diritti LGBT o dei migranti, spesso incurante delle critiche che provenivano da parte di gerarchie politiche o ecclesiastiche – e questo nonostante la sua formazione. Qual è il valore di queste prese di posizione?

Nel 1985, eletto da poco sindaco di Palermo – l’estate di Cassarà, di Antiochia, di Montana, quella terribile estate dell’85 nella quale ho iniziato la mia esperienza mentre si costruiva l’aula bunker per il maxi processo che sarebbe iniziato il 10 febbraio dell’86 –, venni invitato alla premiazione del Premio Mondello. Il conduttore era Pippo Baudo, che mi chiamò sul palco per consegnare il premio a Leonardo Sciascia. Baudo chiese allo scrittore: “Maestro, cosa consiglia a questo giovane sindaco che inizia questa esperienza?” E Sciascia – con gli occhi semichiusi che normalmente hanno i ricchi, gli stronzi o i saggi – si fermò e disse: che si faccia opposizione da sé. Ecco: se dovessi individuare la linea conduttrice della mia vita direi che ho fatto opposizione al mio essere cristiano, al mio essere borghese, al mio essere legato alla più antica aristocrazia siciliana, al mio essere siciliano. Ho fatto opposizione a me stesso, cercando di trasformare quella parte di identità che appariva come un handicap in una risorsa straordinaria per il cambiamento.

Quando vai nei quartieri palermitani ed entri nei vicoli, nei bassifondi, nel cuore pulsante di una città dove tutto e il suo contrario vivono insieme, se si avverte che non ti senti altro rispetto alla comunità mandi certamente un messaggio molto più efficace. È molto più efficace sentirsi ringraziare da un capomafia in carcere che parlando col direttore dice “questo Orlando è un cornuto ma ha cuore”, o sentirsi applaudire dal detenuto che hai contribuito a far arrestare o addirittura personalmente denunciato. Io credo che un sindaco che abbia una visione debba essere una fonte di contraddizioni, debba fare scoppiare contraddizioni se vuole un cambiamento che non sia quello populista del tutto e subito senza contrasti. Certo, è molto più facile individuare un avversario e chiedere di coalizzarglisi contro. Ma questo, bene che vada, produce la libertà; io credo che un sindaco abbia il dovere di produrre non la libertà ma la liberazione della comunità che amministra, che è un concetto un po’ più forte e che richiede la partecipazione. Quella partecipazione che adesso a Palermo non è più legata all’emergenza (i lenzuoli bianchi, le catene umane: perché c’è un tempo per ogni cosa) ma allo sviluppo, alla crescita, alla vivibilità della città.

La prima volta che ho incontrato papa Francesco gli ho detto “grazie, perché con la tua elezione abbiamo sentito respiro di Chiesa dopo anni di tanfo di Vaticano”. Io sono e resto cattolico, ma considero il Vaticano un ostacolo al mio cammino di fede. Far scoppiare le contraddizioni significa anche evitare le difese di appartenenza: se c’è una cosa che a me fa paura è l’appartenenza; se c’è una cosa che mi esalta è l’identità, che non dipende dal sangue: maledetta legge del sangue. Io sono palermitano perché ho scelto di esserlo, non perché mia madre e mio padre lo erano; e pur essendo nato a Palermo da genitori palermitani posso decidere di diventare tunisino ed ebreo, tedesco e hindu. L’identità è un atto supremo di libertà, non è la condanna della legge del sangue. Tutto questo ha costruito un’identità collettiva: l’ha costruita la violenza della mafia, che ha provocato una reazione. Ma mentre in passato la mafia aveva il volto dello Stato e quindi la catena umana si concludeva occupando il Palazzo, oggi che la mafia non governa più forse la catena umana si utilizza denunciando il vicino di pianerottolo o il collega imprenditore.

È notizia di qualche settimana fa l’arresto di 46 persone di quella che viene definita come la nuova cupola erede di Totò Riina, arresti che dimostrano una presenza territoriale della mafia ancora molto forte. In che modo questo ostacola questa visione di comunità e in che modo si può efficacemente contrastare la mafia?

Ho fatto i complimenti al procuratore della repubblica e al comandante dei carabinieri per questa complessa operazione. La ricostituzione della cupola pare avvenisse con metodi ancora più sofisticati del passato: ho letto che avevano un perfetto sistema di difesa rispetto alle intercettazioni. Non usavano telefonini, non si incontravano, si è certi che sia stato fatto un summit ma non si sa ancora dove. Mi sembra che siano tutti elementi che danno il senso di un’organizzazione consapevole di non poter contare sul consenso del territorio. Muoversi con questo tipo di prudenza significa sapere di non poter contare sul fatto che nessuno del tuo quartiere ti denuncerà. Mi sembra un fatto assolutamente positivo rispetto a un passato in cui il controllo del territorio non veniva soltanto realizzato, ma addirittura ostentato.

 

Il rapporto tra Lei e Palermo è fortissimo – e questo non è necessariamente un bene. Quale sarà l’eredità che lascia alla città?

Dopo di me non ci sarà più un sindaco, lo dico con molta chiarezza. Non sarebbe corretto pensare che ci possa essere qualcuno come me. Quel che sto facendo è cercare di rafforzare questi momenti di vita comunitaria, questo cambio culturale, affinché il cambio di criteri di convenienze si radichi talmente tanto che finalmente Palermo possa avere un sindaco che non sia stronzo come me. Una cosa è certa: non mi si può chiedere di indicare un erede, sarebbe una violenza alla mia storia. Non lo farò mai: lo potrei fare soltanto se applicassi il criterio dell’appartenenza. Ma ogni volta che mi sembravano troppo strette ho rotto le appartenenze e scelto le identità. Il che ti fa apparire secondo le categorie politichesi incoerente? inaffidabile? ballerino? Probabilmente perché ogni volta tra stare dentro il contenitore giusto o stare dalla parte sbagliata ho scelto sempre la parte sbagliata.

 

Cambiare una città, per la giunta Orlando, sembra significare essenzialmente una cosa: lavorare per modificarne l’immagine, e di conseguenza agire sulla percezione che se ne ha. Amministrare una città significa anche questo?

Significa modificarne l’anima, o meglio, liberarne l’anima da un contenitore che la soffoca. Quando dico che Palermo non è una città europea ma una città mediorientale in Europa avverto che la mia è un’operazione di liberazione. Probabilmente non è di miglioramento dell’immagine, ma è un’operazione di verità. Dire che Palermo è come Francoforte significa prendere in giro: Palermo è Istanbul, Beirut. Dire però che essendo Istanbul e Beirut non vogliamo il Wi-Fi o il tram significa negarne le possibilità di sviluppo: Palermo è Beirut col Wi-Fi e il tram.

 

Mi riferisco al fatto che Lei assume spesso posizioni nelle quali non tutti i palermitani si rispecchiano immediatamente. Quando ribadisce ad esempio l’antirazzismo e l’antifascismo di Palermo – posizioni che non sembrano più scontate come un tempo – quello che sta facendo è risemantizzare il discorso politico per fare in modo che chi è razzista non si senta a casa, e di conseguenza avere un’incidenza su quella che è la sua immagine della città. Se l’analisi è corretta, mi chiedo però se questa precisa strategia politica non abbia un’efficacia essenzialmente su quella parte di cittadinanza che non ha bisogni immediati da soddisfare, lasciando fuori parti della città che invece sembrano immutabili, restie alla partecipazione e abituate a pensarsi e organizzarsi come corpo a sé.

Non bisogna mai sottovalutare la forza del tempo. Quando si è formato il nuovo governo era una stupidaggine dire che si trattava di un governo fascista, il messaggio non sarebbe passato. Ho cercato di accompagnare questo giudizio nei confronti di questo governo dicendo che era una fase prefascista, quella che io definisco populismo dell’intolleranza. Quando hanno approvato il Decreto sicurezza ho parlato di protofascismo. Cerco di evitare che categorie consolidate dal passato vengano applicate all’oggi senza rispetto del tempo. Se qualcuno immagina che oggi la battaglia di resistenza si faccia soltanto celebrando i partigiani e fermandosi alla corona di fiori è chiaro che si mette fuori dal tempo e dalla storia. Si calcola che io abbia avuto l’82 per cento di voti dai ragazzi tra i 18 e i 32 anni perché vengo percepito, come dire, come un panda con l’iPad. Guardando me si ha la stessa sensazione che si ha guardando un bambino: quando guardi un bambino non puoi che pensare al tempo e al futuro, quando guardi me non puoi che pensare al passato e al futuro. Non a caso ho seguito e sono stato fortemente condizionato dalle lezioni di Martin Heidegger, Essere e tempo, il tempo il tempo il tempo. Ho l’ossessione del tempo. La differenza tra etica e politica sta tutta nel tempo. Se ti do uno schiaffo eticamente è sempre un comportamento sbagliato. Nella dimensione politica se ti do uno schiaffo può essere un atto sbagliato, può essere una stupidaggine, ma può essere anche l’inizio della liberazione di un popolo. La politica è la capacità di coniugare etica e tempo. L’etica è fuori dal tempo, la politica è l’etica calata nel tempo.

Per me i due personaggi di riferimento di Palermo devono essere Google (o Facebook o Alibaba: le connessioni virtuali) e Ahmed (o Luca o Sara: i migranti, le connessioni umane), il messaggio di chi rifiuta di tagliare i rapporti fra radici e ali. Passo il mio tempo spingendo i ragazzi di Palermo ad andarsene all’estero. Dobbiamo creare le condizioni non perché non se ne vadano, ma perché possano tornare. Abbiamo condannato generazioni perché le abbiamo tenute accanto alla gonna della zia Pina o al Baretto di Mondello, dicendogli che se se ne andavano era un tradimento dei genitori.

 

Palermo vive una tragica emigrazione, tragica perché spesso obbligata e non scelta. Qual è lo spazio che un’amministrazione comunale ha rispetto alla possibilità di creare lavoro?

C’è stato un tempo in cui il Comune dava lavoro, quel tempo è finito. Un sindaco ha il dovere di cogliere il segno dei tempi, oggi bisogna creare le opportunità affinché si crei lavoro. C’è stato un tempo nel quale ho contribuito a dare lavoro a 1800 lavoratori edili che erano pronti a scendere in piazza dopo il fallimento delle loro ditte coinvolte nella mafia. La mia bara ha attraversato la città: “Sindaco, lei combatte la mafia, noi perdiamo il lavoro”. Ho invertito questo con scelte pesanti, di rottura tra chi ha bisogno di lavorare e chi è mafioso. Ho preferito che dicessero grazie allo Stato e non alla mafia. Quando sono stato costretto a licenziare 4200 dipendenti delle aziende partecipate dal Comune di Palermo al 100%, l’azienda Amia e l’azienda Gesip, ho fatto una new company e riassunto tutti, tutti con contratto a tempo indeterminato. Se guardi il singolo comportamento può sembrare un comportamento diciamo non condivisibile, ma invito a guardare l’insieme: questa città ha bisogno di avere una visione, non basta risolvere i problemi quotidiani ogni giorno. Occorre che questi problemi vengano risolti in base a una visione, perché se non ce l’ha chi governa ce l’avrà qualche stregone. E io preferisco che le persone vengano a protestare qui, piuttosto che vadano dallo stregone.

 

All’interno di questa visione c’è una scelta forte di governo della città, che è quella di mantenere pubbliche le aziende partecipate e i servizi pubblici.

È una scelta fortissima che è legata allo specifico della realtà palermitana. Non è una scelta ideologica, anche se poi lo diventa – nel senso più nobile del termine – quando si tratta di acqua e di rifiuti, perché noi siamo l’unica azienda d’Italia che non ha appalti privati in questi due settori. La cronaca giudiziaria ci dice che le acque e i rifiuti sono i luoghi della mafia. Io rischio di essere incriminato, al limite, per disastro ambientale o per abuso di atti d’ufficio, ma non certamente per mafia. Non è una cosa da poco rispetto al clima complessivo. Ma tutte queste aziende sono diventate pubbliche per scelta del libero mercato. Dietro l’Amat c’era il signor Ferruzza, dietro l’Amg c’era il signor Parisi, dietro la Rap c’era il signor Vaselli e il signor Cassina. Cioè sono aziende private che sono finite e in mancanza di imprenditori sono diventate pubbliche, perché quello che manca in questa città è un’imprenditoria che condivida la mia visione. O meglio, c’è un’imprenditoria che condivide la mia visione ma è ancora molto debole. Non perché gli altri siano più forti, gli altri non ci sono: c’è una spaventosa carenza di cultura d’impresa in questa città.

 

È perché sono pubbliche che lei riesce a convincere ad esempio l’azienda dei trasporti, l’Amat, a stralciare un disallineamento di 48 milioni di euro?

Certo, perché passa il meccanismo del bilancio consolidato. È finita l’epoca nella quale le aziende pubbliche sono una repubblica delle banane. Sono state questo nel passato: il bilancio del Comune era a posto e Amia e Gesip fallivano. Con l’approvazione del consolidato dell’anno passato, di quello di quest’anno che verrà fatto in questi giorni e con le misure correttive abbiamo sostanzialmente messo in sicurezza il sistema delle partecipate. Questa operazione di messa in sicurezza è un elemento di moralizzazione straordinario, perché mandi il messaggio che non possono più esistere repubbliche autonome, com’è avvenuto in passato, con gravi colpe delle passate amministrazioni.

 

Pochi giorni fa un clochard di nome Aid Abdellah (per tutti Aldo) è stato ucciso per strada da un ragazzino di sedici anni, in compagnia di un altro di dodici anni. Questo evento traduce l’esistenza di sacche di marginalità e di povertà educativa per le quali è difficile identificare buoni e cattivi, colpevoli e innocenti.

Questa è una tragedia che ha sconvolto l’intera città e che ha coinvolto tre palermitani, ancorché due siano cittadini europei perché rumeni e uno sia cittadino europeo perché francese. Quella di Aid Abdellah è una tragedia, e con lui quella di questi due ragazzini di sedici e dodici anni. Sono, a confronto, due visioni: quella di Aldo, che è un clochard che ha scelto di vivere per strada e che però era un elemento di comunità: frequentato, ben voluto, c’è stata una straordinaria sottoscrizione per i funerali. Dall’altra parte questi ragazzini che sono vissuti in una dimensione culturale verticale, lineare, individualista senza dimensione di comunità. Due modi radicalmente diversi di vivere la città. Stiamo cercando in tutti i modi di diffondere l’approccio circolare, orizzontale e comunitario: Palermo capitale della cultura e Manifesta servono non soltanto agli artisti, servono a far parte di una comunità più ampia e più diffusa.

 

Quali sono le politiche di inclusione che la sua amministrazione sta portando avanti? Un recente rapporto di Save the Children dice che bisogna ripensare da capo il lavoro sulle periferie.

Abbiamo trasformato il sistema di assistenza sociale da un sistema numerico a un sistema che prevede la personalizzazione dell’intervento. Grazie a una banca dati che abbiamo predisposto chi si presenta ha diritto a un’assistenza personalizzata. Il problema è far sapere che esiste questo servizio: molti sono rimasti fermi all’idea di dover parlare con qualcuno per vedere se riescono a ottenere un aiuto. Abbiamo aperto tre dormitori: sono pochi, per questo pensiamo di aprirne altri e abbiamo un rapporto di collaborazione molto forte con la Caritas. Ma la cosa fondamentale è l’animazione della città: proprio in quelle ore avevo un’assemblea con i rom del campo per parlare di come uscire da questa dimensione di marginalità. Non soltanto abbiamo predisposto la messa in regola dell’impianto di illuminazione ed eliminato le condizioni di maggior degrado, abbiamo già demolito cinque baracche e assegnato alcuni appartamenti, con un percorso che certamente deve scontrarsi con chi ha un approccio individualistico ed egoistico e non percepisce il fatto che sono persone, esseri umani, cittadini. Il funerale di Aldo mi ha lasciato un brivido nella schiena: la compostezza della città, la civiltà, le testimonianze e le preghiere delle varie religioni sono state la fotografia di quelle cose che sembrano un po’ astruse quando parlo di orizzontale, circolare e comunitario. Una tragedia che rispecchia le complessità di una città come Palermo, tutta consumata in una condizione in cui paradossalmente chi non era periferico in termini esistenziali era Aldo.

 

Quali politiche concrete traducono la visione di cui parla? Vorrei che raccontasse l’esperimento della giunta in piazza, sapere in che modo risponde ai bisogni di un territorio. Ho assistito a una di queste riunioni, a Danisinni (un quartiere palermitano): avete molto insistito nel comunicare che esistono strumenti come il reddito di inclusione sociale e invitato a usarli. Viviamo in società spietate nei confronti di chi, ad esempio, è analfabeta dal punto di vista informatico. Lei dice: Aldo ha scelto quella vita. I ragazzini coinvolti nell’omicidio però no. Come interviene l’amministrazione rispetto a questo tipo di situazioni?

Facendo conoscere, facendo conoscere. Quelle assemblee che facciamo nelle periferie esistenziali della città (o in quelle che noi pensiamo possano esserlo) servono sostanzialmente a dire: l’amministrazione c’è. Ed è un modo per sostituire all’arrangiarsi o allo stregone il medico e la rete – l’istituzione formale in quanto tale. Servono soprattutto ad aiutare un processo di condivisione comunitaria. Danisinni è rimasto sgarrupato come prima ma è cambiato completamente il clima, perché chi vive in quelle case oggi si sente cittadino, si sente protagonista. Quando abbiamo iniziato l’intervento su Danisinni, due anni fa, ho mandato gli operatori ecologici per dare un segnale della presenza dell’amministrazione e mi ha chiamato fra’ Mauro dicendomi “È arrivata un sacco di gente, siamo spaventati: non è che controllano i contatori?”, e io gli ho detto: “i contatori li controlliamo tra due anni, oggi è troppo presto”. Oggi a Danisinni c’è un’esplosione di iniziative, dal Teatro Massimo ad Airbnb, dal circo alla biblioteca/ludoteca: un percorso va accompagnato, se ti presenti subito con i controlli ai contatori hai chiuso! Lo so che non dovrei dirlo, ma siccome sono consapevole che il cambiamento presuppone un percorso io voglio essere giudicato per il percorso: chi dice che si può cambiare tutto e subito è un imbroglione.

Nel quartiere dell’Albergheria cittadini, residenti e venditori vivono insieme un percorso di rigenerazione urbana che passa attraverso la legalizzazione del mercato del baratto, che significa sostanzialmente la condivisione di limiti per tutti, per i cittadini e per i venditori: con spazi delimitati, con un sistema di organizzazione… La soluzione non può essere quella di mandare i caschi blu! In tutte le grandi città esistono aree di disagio che hanno uno sfogo nel baratto. Il problema è regolamentarlo, e per poterlo fare occorre che ci sia un percorso di condivisione. Certo richiede più tempo, incontri, assemblee… È un percorso lento, ogni giorno fai un passo, poi ne fai un secondo, poi ti fermi e ricominci.

 

In che modo il riconoscimento del patrimonio arabo-normanno come patrimonio dell’Unesco incide sull’avviamento di questo percorso all’Albergheria?

Lo dico in modo brutale: fa cogliere la convenienza del cambiamento. Aver sentito dire che il percorso arabo-normanno ha tolto le macchine e intensificato il controllo ha generato proteste, ma scoprire che ha incentivato il turismo e fatto rifiorire le attività commerciali lo ha reso interessante. Ballarò e l’Albergheria si scoprono essere parte di questo percorso, e adesso Corso Vittorio Emanuele e Via Maqueda non sono le estensioni di un controllo criminale sul territorio, ma fonti di contaminazione positiva del territorio – il paradigma si è capovolto.

 

Chi critica la pedonalizzazione di via Maqueda spesso si riferisce al fatto che è diventata un ristorante a cielo aperto, trasformandosi in una strada esclusivamente turistica. Come si governa il turismo?

C’è un tempo per ogni cosa. È evidente che verrà il giorno in cui il sindaco di Palermo bloccherà il food: c’è un tempo per ogni cosa. Ma bloccare il food in questa fase iniziale era come cominciare l’intervento a Danisinni andando a controllare i contatori! Oggi stiamo arrivando a livelli di saturazione, e comincia a essere possibile immaginare un provvedimento che limiti il food.

 

Ma ovviamente non è possibile revocare le licenze.

Sarebbe un controsenso: occorre cercare di indirizzare un ulteriore sviluppo. La forza di Palermo è l’essere una città-campagna, ovvero seguire un modello interclassista. Le città-città sono quelle in cui gli abitanti non hanno un parente che sta in campagna. Noi abbiamo le due dimensioni: la città-campagna che è il centro storico e la città-città che cominciò a formarsi all’epoca dei Florio, e sulla quale si è poi scatenata la furia del sacco di Palermo. Dobbiamo tornare adesso a una dimensione di città-campagna, e la scelta del tram – che risale al 2000 – serve a rompere le periferie geografiche, e con esse anche quelle esistenziali: non si usa più l’espressione “scendiamo in città”. Mentre la metropolitana lascia inalterata la città sopra, il tram diventa elemento di riqualificazione e di sicurezza (lungo le linee dei tram gli scippi e i furti sono drasticamente diminuiti, perché c’è il controllo diretto). Alle quattro linee di tram se ne aggiungeranno altre sette, tre delle quali andranno in gara entro il 2019, e le altre quattro sono già tutte finanziate e andranno in gara entro il 2020. Se in tram arrivi da Sferracavallo a Brancaccio, con undici linee di tram in città, fai fatica a dirmi cosa è periferia e cosa non lo è. Questo progetto, tutto in superficie e con alimentazione a terra, sarà un elemento di riqualificazione straordinario. Gran parte del costo grava sulla realizzazione di dodici parcheggi multipiano, sulla risistemazione delle aree attraversate dal tram, sulla realizzazione di piste ciclabili, eccetera.

Io non so se sarò ricordato come sindaco di Palermo, ma se sarò ricordato sarà per il tram.

 

Se uno pensa alle giunte Orlando degli anni Novanta – è anche l’accusa che le venne fatta – viene in mente la riapertura del Teatro Massimo e l’acquisto dei Cantieri Culturali alla Zisa (un processo ancora oggi irrisolto, ma comunque una scommessa sul futuro). Quale sarà l’immagine di questi dieci anni di sindacatura degli anni Duemila?

Secondo me la messa a posto dei bilanci, che non è un dettaglio: siamo credo l’unica città d’Italia che ha già approvato il bilancio 2019/2021, avendo approvato il bilancio del 2018 il 4 dicembre. Abbiamo messo in moto tutta una serie di meccanismi di messa a posto dello strumento finanziario, e l’operazione è talmente importante che Luciano Abbonato, che ha fatto per quattro anni l’assessore al bilancio, ha scritto un libro per raccontare quest’esperienza: Palermo tra emergenza e progetto. In questi dieci anni voglio essere ricordato inoltre per aver fatto della mobilità il valore fondante di questa città. La mobilità come accoglienza dei migranti, accoglienza dei turisti, il tram, il car sharing, il bike sharing, e l’aeroporto. Questo è il decennio della mobilità.

 

Solitamente non è la visione che le viene contestata.

E ti pare un dettaglio? Ma pure io rimprovero il quotidiano, ti pare che sono contento? Non sono contento affatto, ma tu capisci che cosa significa incamerare la visione? Ci rendiamo conto che la visione che avevamo era un’altra, la visione che avevano era un’altra, e io ero il pazzo perché combattevo la mafia, tutti ciechi, tutti muti e tutti sordi? Per me è confortante essere circondato da ex ciechi, ex muti ed ex sordi che si occupano dell’immondizia. È un passo avanti. Quelli che non si occupavano della mafia oggi si occupano della munnizza: è un passo avanti. Speriamo che non tornino a occuparsi della mafia.

 

L’esperienza politica di Palermo può contribuire a rinnovare un panorama politico nazionale o internazionale? Il municipalismo può contribuire a cambiare l’Europa dal basso? All’inizio del 2018 lei ha aderito al Partito Democratico: crede che sia ancora uno spazio adatto o è necessario inventarne di nuovi?

In un momento di grande confusione, dove sostanzialmente avevo soltanto da perderci, ho pensato che fosse doveroso fare una scelta: ho preso la tessera del Pd ma non ho partecipato a nessun incontro del Pd. La considero una condizione dello spirito, in questa fase, una scelta etico-politica. Sono assolutamente convinto che gli unici luoghi di collegamento tra visione e vita quotidiana sono le città, e gli unici soggetti politici che possono realizzare questo collegamento sono i sindaci. Ciò detto: maledetto il partito dei sindaci. Io credo che la nostra forza non consiste nell’utilizzare la nostra esperienza per fare un’altra cosa, ma nel continuare a fare questa cosa perché gli altri si adeguino a questo modello. Vorrei tanto che il segretario del Pd (di Forza Italia, dei Cinque Stelle) avessero la cultura di un sindaco, perché è l’unica speranza di salvezza rispetto alla globalizzazione. Non è un dettaglio che i partiti che oggi sono al governo nazionale non abbiano successo nelle città. Lascia stare i casi di Roma e Torino, che sono stati un colpo di fortuna: a ogni elezione i Cinque Stelle prendono batoste nelle città. Salvini non vince nelle città. Quando dico che i quarant’anni di cambiamento culturale di Palermo sono il vero vaccino rispetto al populismo voglio dire questo.

 

Si sente di escludere che un partito come la Lega possa in un futuro diventare il primo partito a Palermo, com’è successo ad esempio in città come Pisa?

Lo escludo nel modo più assoluto. Ne Il sindaco – Italian politics for dummies, il film di Ismaele La Vardera, viene fuori l’anima anti-salviniana di Palermo.

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