Ai miei amici italiani

di Ugo Pipitone

DAIM

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Abbiamo ricevuto da un caro amico, nostro collaboratore da tanto su politica e società latino-americana, questa lettera, e gli abbiamo chiesto di renderla nota anche ai nostri lettori. Essi capiranno certamente perché l’abbiamo fatto.

Carissimi,

gran parte di noi viene da una cultura che, con certa approssimazione, si potrebbe definire marxista-calvinista. E cioè, i temi personali sono generalmente off limits, in parte perché le maglie dei bisogni collettivi sono così strette che l’individuo ha difficoltà a trapassarle e in parte perché i dolori del mondo sono così grandi da produrre un senso di colpa all’occuparsi dei propri. In questa lettera romperò parzialmente il canone.

Da qualche giorno sono uscito da un ospedale di Città del Messico dove ho subito due operazioni all’aorta. Non racconterò il purgatorio. Non ne vale la pena di fronte a tanta gente che assume in mille modi il tentativo di restare in vita quando la vita sembra volersene andare o la solitudine che precede un’esistenza che va verso la sua fine. Voglio solo dirvi un paio di cose tra le molte che ogni giorno mi assalivano in ospedale e che dimenticavo qualche ora dopo sotto la valanga di nuove attenzioni, che mi si imponevano senza possibilità di fissare nella memoria cronologie o graduatorie.

Una premessa: sono stato oggetto di un’attenzione ospedaliera di prim’ordine da parte di medici, infermieri e barellieri che mi obbligavano ogni giorno a pensare all’inumana distanza tra medicina privata e medicina pubblica in questo paese. Sono ancora qui perché sono un professore universitario con una generosa assicurazione privata che stabilisce un privilegio che la grande maggioranza dei messicani non ha. Non mi rincresce di essere vivo per una prerrogativa di classe ma l’ombra dell’imbarazzo non è mai troppo lontana. Una neonata con deformazione craneale, figlia di un amico italiano nato in Messico e di una cittadina francese, ha dovuto viaggiare a Nantes per essere operata in un’istituzione pubblica. Costo: zero a fronte dei 150mila euro delle mie due operazioni. Solo per ricordare che il capitalismo non è una malattia dello spirito ma una realtà storica con molte facce.

E vengo ai due punti annunciati. In procinto di entrare al chirofano per la seconda operazione sapevo che avrei visto mia moglie e i miei tre figli per pochi secondi. Che fare? Immaginavo le maschere di ottimismo a nascondere le loro paure. E dal lettino mi sono messo ad agitare le braccia come in una specie di tifo da stadio: una forma di inneggiare a me stesso e infondere un qualche coraggio ai miei. E, in quel momento, la mia figlia più piccola (Alice, 38 anni) ha cominciato a intonare “Avanti popolo alla riscossa bandiera rossa, bandiera rossa”. Nel mezzo della sorpresa di chirurghi, anestesisti e infermieri in un attimo mi sono passate per la testa molte cose che avrei qualche difficiltà a raccontare con la necessaria sintesi e coerenza. Quella canzone era stata mia e non lo era più. Un’antica, dismessa, identità. Troppa infamia si è accumulata sul mondo in nome di un ideale comunista di giustizia finale che doveva essere l’inizio della vera storia dell’umanità. Ma c’è una difficoltà. È facile (in realtà non lo è mai stato) rinnegare Stalin, i deliri imperiali di Mao, la logorrea tropicale di Castro, la purezza omicida di Pol Pot, il narcotraffico “rivoluzionario” delle Farc o i burocrati totalitari in doppio petto dell’Europa dell’Est, ma come farlo con la Resistenza o con le Brigate internazionali, con gli operai della Fiat relegati nei reparti confino?

Torno all’autobiografia. Come farlo con Giovanni Mottura che a metà degli anni sessanta riuniva me e pochi altri giovani (avevamo meno di vent’anni e lui meno di trenta) a casa sua (una soffitta in via Bligny 10 a Torino) a leggere sotto la sua paziente guida La questione agraria di Kautsky? Lì cominciai a capire che il marxismo era qualcosa di più di un’opzione di campo ma lo sforzo per capire un capitalismo che non è mai sato trasparente. Oggi, da tempo, non sono più comunista e sono tanto marxista come wilsoniano (da Edmund), ammiratore di Venturi (Franco), di Salvemini, Erasmo, De Sanctis (Francesco) o Christopher Lasch, per dire. Credo di aver capito con gli anni che il socialismo quando pretende essere dottrina scientifica si converte nel suo contrario: una metafisica, un intreccio di certezze rivelate. Il socialismo o è un organismo vivo capace di assorbire il meglio di ogni tempo o è un credo.

Per questo e altro, quando mia figlia ha attaccato con Bandiera rossa sulla soglia della sala operatoria, mi sono sentito io e un altro. Non ho voglia (supponendo che ne fossi abilitato) a fare lezioncine a nessuno, ma oggi so (anche se tra i fumi della commozione suscitata da una vecchia canzone) che il socialismo (a parte il comunismo come ideologia finalista e come pratica totalitaria di governo) è l’incarnazione del meglio di una storia iniziata con l’Illuminismo. So anche che oggi, in un passaggio storico che minaccia i margini di solidarietà che le lotte sociali hanno imposto al capitalismo dalla fine del Settecento, di fronte all’ecatombe ambientale annunciata da un capitalismo irresponsabile (che non è l’unica forma di capitalismo: sarebbe come dire che Salvini e Trump sono le uniche forme di liberalismo politico o che Danimarca e Nigeria sono la stessa cosa), i purismi e i massimalismi ideologici sono divenuti una fonte di moralismo irresponsabile destinato a facilitare il compito dei nostri attuali cavalieri dell’Apocalisse. Il minoritarismo virtuoso, come orizzonte politico, fa parte dell’eredità epica del bolscevismo e dell’ultima stagione del populismo russo. Un capitolo chiuso.

E passo al secondo punto. Per farlo devo parlare di un giovane avvocato bolognese, Marco Ferrari, che, nei momenti in cui la mia vita sembrava in bilico, chiamò la mia altra figlia per trasmetterle il suo affetto e un messaggio criptico. Marco, che gira in una vecchia Vespa per Bologna d’estate e d’inverno, lavora con gli emigranti aiutandoli a regolarrizare la loro posizione con permessi di soggiorno e altro. Lascio immaginare i suoi redditi avendo scelto come clientela il gruppo umano più povero e derelitto dell’Italia di oggi. Questo è il primo tratto di una personalità che ha fatto della solidarietà la sua principale attività professionale e personale. Il secondo tratto, per quanto io possa discernere, lo percepii parecchi anni fa in un pomeriggio piovoso di Bologna. Mi invitò in in un bar frequentato da giovani ad assaggiare salumi, piadine e birra. Nel mezzo del delizioso banchetto dovetti ascoltare le sue teorie (articolatissime) che spiegavano come l’attentato alle Torri gemelle fosse stato opera dalla Cia. Nonostante il rispetto e l’affetto verso di lui non sapevo dove nascondermi e come togliermi di dosso una gragnuola di teorie cospirative. E arrivo a oggi. Nei miei giorni di ospedale, è venuta da lui (in una telefonata a mia figlia) una frase così luminosa da essere incomprensibile. Una piccola Apocalisse di Giovanni: dì a Ugo che non ha il diritto di morire; è un privilegio da aristocratico e lui non lo è. Sono passati giorni e non riesco ancora a capire. Ma so che Marco ha ragione e forse un giorno capirò. Comunque il sottotesto semplificato era chiarissimo: che non faccia lo stronzo, per il momento non ha il diritto di lasciarsi andare.

Questo è quanto volevo dirvi. Scusate personalismi e generalità. Un abbraccio a tutti,
Ugo

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