Usa dopo le elezioni di medio termine

di Paula Di Perna

traduzione di Giacomo Pontremoli

murale di John Fekner

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Paula Di Perna è esperta di politica ambientale globale. Corse per il Congresso degli Stati Uniti nello Stato di New York nel 1992 ed è autrice di numerosi libri e articoli, tra cui il recente Viaggio nel tempo di Trump (Endeavour Press 2018).

Da quando l’America ha stupefatto il mondo nel 2016 eleggendo presidente Donald Trump, la democraticità del suo sistema è stata vulnerata. Soprattutto il basilare sistema costituzionale di controllo ed equilibrio tra il potere esecutivo e quello legislativo, dedicato ad arginare la potenziale capricciosità personale del presidente impedendogli di governare il paese da solo e, contemporaneamente, vincolando il Congresso a non sopraffarlo. In quanto controllo di entrambi, la Corte Suprema dovrebbe gestire questioni centrali come il livello di libertà del popolo e la quota d’autorità di ogni ramo del governo, come tradizionalmente sancito dalla stessa Costituzione e dal corso dei suoi emendamenti. Imperfetta ma flessibile, questa politica statunitense di controlli e contrappesi incoraggia un ragionevole partitismo di fondo ed è stata strutturalmente stabile nello scongiurare sia i dispotismi che le derive della società.

Ma lo stile di Trump è quello di un governo egocentrico, per decreto, impulsivo, fondato sulla capitolazione del Partito repubblicano a ogni sua parola: ha distrutto qualsivoglia controllo ed equilibrio, con il risultato che più o meno tutto quello che Donald Trump dice accade. Il bipartitismo è stato inesistente e l’indisturbato Partito democratico è rimasto prevalentemente a lamentarsi.

Le elezioni a medio termine del 6 novembre erano state ampiamente pubblicizzate come un’opportunità per i democratici di recuperare ruolo e vantaggio, a causa dell’aumento dell’insoddisfazione diffusa per la brutalità di Trump e la direzione che stava prendendo il paese. Ma che lo stato si sia ripreso resta da vedere.

I democratici hanno “ribaltato il tavolo”, con una nuova maggioranza di 225 a 197: meno dell’annunciata “onda blu”, ma comunque una vittoria.

In termini intermedi, l’affluenza alle urne è infatti aumentata fino al 47% degli elettori, rispetto al 36,7% del 2014 e al 41% del 2010. Ma l’impatto della nuova maggioranza democratica sarà in gran parte determinato dalla capacità dei Democratici di non compiacersi, relativizzando la loro vittoria e impostando con precisione chirurgica le loro prossime mosse. Trump li ha battuti in astuzia quasi a ogni turno, forse trattenendo volutamente il peso dalle gare del 2018 e concedendo implicitamente alle tendenze popolari.

D’altronde aveva fatto un’energica campagna per i candidati repubblicani al Senato. Tutti i suoi favoriti hanno vinto, aumentando la maggioranza repubblicana in quello che è considerato il corpo più autorevole del Congresso, dove i termini del Senato durano per sei anni. Adesso, con i democratici a gestire l’Assemblea, dove i termini sono solo due anni, Trump potrà confliggere con la loro dirigenza nel 2020 – avendo buon gioco a dire: “vedete cosa succede quando i democratici hanno la maggioranza? Bloccano tutto!”.

Oppure, ostacolato dai Democratici e stufo delle suppliche repubblicane, Trump potrebbe addirittura minacciare un terzo ruolo, se scegliesse di candidarsi nuovamente alla presidenza, gettando entrambe le parti alle fiamme e ridicolizzando il sistema politico statunitense. È perfettamente credibile che l’autentico scopo finale di Trump sia quello di distruggere per sempre il sistema americano dei due partiti.

È anche importante capire dove le elezioni a medio termine del Congresso si inseriscano, nel più ampio teatro trumpiano della politica nazionale americana.

Quando Trump iniziò la sua scalata alla Presidenza, in un primo momento fu considerato soltanto un cialtrone: incapace di ottenere la stessa nomination repubblicana, per tacere della Presidenza. Ma poi un contendente repubblicano dopo l’altro rinunciò vigliaccamente, lasciandogli spazio. E Hillary Clinton non ha saputo connettersi con l’unica base elettorale che aveva sempre sostenuto i democratici: la classe lavoratrice. Durante la sua battaglia contro Trump non ha visitato nemmeno uno stato chiave, il Michigan, anche se l’aveva perso nelle primarie democratiche inaspettatamente contestate al senatore più vetusto del Vermont, Bernie Sanders. Clinton ha eluso l’allarme delle primarie del Michigan, con il risultato fatale che il Michigan è passato a Trump: per un soffio, ma sufficiente a costarle la Presidenza. Anche riconoscendo il peso e il ruolo delle “fake news” e dell’interferenza russa, lo scarto Trump-Clinton non avrebbe mai dovuto essere così fragile in stati tradizionalmente democratici.

Dopo aver vinto, Trump è riuscito a sventare qualsiasi opposizione repubblicana che persistesse nella resistenza alle sue opinioni, pur avendo commesso azioni bizzarre e impopolari: incontrare da solo Vladimir Putin, l’ancestrale nemico dell’America, per discutere di chissà cosa; demonizzare gli immigrati e l’immigrazione aun livello tale per cui la stessa Statua della Libertà avrebbe dovuto rabbrividire, includendo spudoratamente i bambini nel gorgo della detenzione dei loro genitori; non condannare esplicitamente il suprematismo bianco, la retorica antisemita o l’assassinio di manifestanti neri a Charlottesville; tagliare le tasse per i ricchi e quindi aumentare il disavanzo fino ad altezze stratosferiche e apoplettiche per i repubblicani, ritenuti economicamente conservatori. Si dice che Trump “possieda” il Partito repubblicano, e sembra essere così.

I repubblicani marciano compattamente, senza fare alcuno sforzo per contenerlo. L’uomo che durante la campagna elettorale per la presidenza Usa ha dichiarato di poter sparare a qualcuno sulla Fifth avenue di New York e vincere ugualmente voti potrebbe avere ragione.

E così queste elezioni a medio termine avrebbero sicuramente detto se il popolo americano condivideva de facto il principio dell’“uomo solo al comando”. Apparentemente, molti no, e hanno gettato un salvagente alla democrazia americana.

Ora i Democratici hanno un po’ di potere e senz’altro, complessivamente, alcune eccellenti facce nuove. Ad esempio nel 19° distretto del Congresso centrale di New York, uno dei quartieri più bianchi degli Stati Uniti, un afroamericano, Antonio Delgado, ha battuto con maestria l’incombente John Faso, rifiutatosi di ripudiare esplicitamente i clamorosi slogan razzisti del Partito repubblicano contro l’avversario (in seguito Trump avrebbe detto che Faso aveva perso perché sfavorevole a lui).

Delgado, un avvocato e studioso di Rhodes, non aveva esperienza politica, ma il suo stile competente ed empatico ha toccato gli elettori e lo ha posto fin dal principio alla testa della notte elettorale. Il diciannovesimo distretto aveva votato due volte per Obama, salvo poi passare a Trump, quindi la vittoria di Delgado potrebbe indicare che il vetriolo del presidente può incontrare dei limiti. Sicuramente Delgado è sulla strada del rilievo nazionale, a breve indubbiamente fra i potenziali candidati vicepresidenti del 2020 e infine, probabilmente, alla stessa Casa Bianca.

Delgado non è che uno degli altri nuovi volti democratici, tra cui l’assai pubblicizzata ventinovenne latina di New York, Alexandria Ocasio-Cortez (è la donna più giovane mai eletta al Congresso), e un numero speciale di donne nel complesso – diciassette dei ventotto nuovi seggi democratici sono stati presi da delle donne.

Ma cosa faranno i democratici di tutti questi allori?

Nancy Pelosi, l’ex presidente della Camera e la prima donna nella storia a detenerla, è stata contestata dalle voci più giovani del Partito democratico, che le hanno chiesto apertamente di dimettersi. Ma lei conosce a memoria le regole del Congresso e le sue scorciatoie. Senza la sua esperienza, quasi tutti i nuovi arrivati potrebbero essere fuorviati dalla maggioranza repubblicana al Senato, se fosse possibile una qualche cooperazione legislativa: sostituire Pelosi sarebbe un rischio grave.

È imponderabile che le nuove leve privilegino la novità sopra ogni altra cosa, ma è quanto mai ora che i Democratici sviluppino una strategia nazionale disciplinata e coerente.

Con il mandato di comparizione e i poteri investigativi della maggioranza della Camera in mano, ora molti democratici hanno finito per accusare Trump di complicità con la Russia nelle elezioni del 2016, e di qualsivoglia conflitto d’interessi, incluso ciò che Trump fa con i soldi del suo ufficio utilizzando deliberatamente i cavilli della Presidenza come grimaldello per i suoi hotel e campi da golf. Il Consigliere speciale, Robert Mueller, ha gradualmente indagato nella rete di Trump circa queste e altre cariche, e, non appena i Democratici hanno ottenuto la Camera, il Presidente ha licenziato il suo Procuratore Generale, Jeff Sessions, sostituendolo con un Procuratore Generale, Matthew G. Whitaker, che ha più volte accusato pubblicamente di invadenza l’indagine di Mueller. Whitaker avrebbe dunque represso l’opera di Mueller: cosa avrebbero fatto i democratici?

L’indagine di Mueller potrebbe tranquillamente arrivare in alto, quindi la sua prosecuzione è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. Ma d’altra parte le indagini stagnano, e potrebbero essere giudicate distraenti e superflue da un elettorato pauroso e instabile, cui Trump ovviamente si appellerebbe contro ciò che ha già definito una “caccia alle streghe”.

O i democratici spenderanno la loro forza maggioritaria duramente conquistata retrocedendo nel tempo e scavando in ognuna delle oltraggiose operazioni di Trump (un compito ipoteticamente senza fine), oppure useranno la loro nuova posizione per fare ciò che è vistosamente urgente: governare.

Al di là di questa occasione, fortemente saldata sulla riforma sanitaria obamiana dopo la moderazione dell’elogio iniziale, dovuta al timore di essere identificati come dilapidatori, i Democratici continuano a non avere un messaggio di governo coerente o memorabile. Conducono piuttosto una politica dell’identità, che dice: “Guardaci. Siamo il partito che più assomiglia all’America odierna. Siamo marroni, neri e gay, estranei alla sfera del potere privilegiato”. Tutte cose positive, beninteso. Ma l’identità culturale o sessuale è stata idolatrata in America, come se essere outsider capaci di penetrare fosse un trionfo sufficiente a esaurire il gioco.

Che cosa saranno effettivamente in grado di difendere i democratici, oltre a ciò che saranno capaci di ottenere, mentre si misurano con gli equilibri di potere?

Forse le cose essenziali.

Per esempio, un immediato aumento del tetto fiscale pagato dai ricchi nel sistema statunitense di sicurezza sociale. A lungo molti democratici si sono opposti, per timore di subire l’accusa di tassare. Tuttavia questa mossa permetterebbe, in un colpo solo, di salvare la base fiscale della pensione dalla quale tanti americani dipendono fin dalla Depressione. Aumentare il tetto sarebbe desiderabile per la maggior parte degli elettori, mentre sarebbe difficile per i repubblicani opporvisi credibilmente, dato che l’imposta sarebbe dedicata soltanto ai redditi individuali superiori ai 128.400 dollari all’anno (l’un per cento sul serio).

Oppure i democratici potrebbero radicalizzarsi, specialmente in nome del lavoro sottoretribuito: ristabilendo le normative sulla neutralità della rete, rimosse dai repubblicani e dall’amministrazione Trump, e sottoponendo a pressione tutti i provider di internet, per costruire in America un sistema a banda larga eccellente invece di quel patetico mosaico di connessioni randagie che è ora il web in gran parte degli Stati Uniti.

Per tacere di una ricostruzione infrastrutturale del xxi secolo, molto invocata ma mai intrapresa, che non solo servirebbe a riparare i ponti, le strade e i sistemi metropolitani perché concetti come “scale mobili funzionanti” non sembrino più fantasie fantascientifiche, ma impiegherebbe anche migliaia di operai: proprio quegli elettori che i democratici hanno generalmente perduto nell’abbraccio di Trump e della sua retorica di “prima l’America”.

Si è tentati di leggere la vittoria democratica alla Camera come un ampio e indicativo ripudio dei primi due anni di Trump, ma potrebbe essere solo una normale correzione di rotta, al massimo un po’ più pepata. I democratici hanno perso i principali elementi del Senato in Florida, Missouri e Texas: perdite fatali, tra l’altro, per quanto riguarda qualsivoglia speranza di fermare Trump dal nominare una Corte Suprema di estrema destra, smantellare i trattati di non proliferazione nucleare, dichiarare guerre arbitrarie, e qualsiasi altra egregia iniziativa che il Senato sia incaricato di consigliare e autorizzare.

E laddove i democratici hanno conquistato sette governatorati statali, non hanno sconfitto il governo in Ohio, forse il più importante degli “stati altalenanti” nel collegio elettorale presidenziale, né in Florida, immediatamente successivo in termini di rilievo. I governatori forniscono un supporto locale cruciale ai candidati presidenziali del loro partito, e Trump ha preso sia l’Ohio che la Florida nel 2016.

I democratici hanno vinto nobilmente la Camera in questa occasione intermedia, ma dovranno duramente lavorare per trasformare quella vittoria in slancio duraturo e sostanza politica. Non possono sopravvalutarsi, se vogliono recuperare l’America dalle armi e da quanto di odioso sta emanando la Casa Bianca.

9 novembre 2018

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