Ury Avnery, Pacifista israeliano

di Bruno Montesano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Stava per recarsi a un corteo contro la legge sullo stato nazione ebraico, Uri Avnery, quando è stato colto da un malore che in poco tempo lo ha portato a morire il 20 agosto scorso. Così se ne è andato, a 94 anni, uno tra i più importanti pacifisti israeliani, impegnato fino all’ultimo a contrastare la radicalizzazione nazionalista del suo paese. Nato in Germania, fuggì nel 1933 in Palestina con la famiglia, dove da adolescente si unì all’Irgun, l’organizzazione clandestina della destra revisionista di Jabotinsky che compiva attacchi armati contro inglesi e palestinesi. La lascerà perché troppo antiaraba e inizierà a sviluppare il sogno di un’alleanza con i nazionalisti arabi contro i lasciti del colonialismo europeo. Avnery, dopo la guerra del 1948, scrisse un memoir in due parti, raccolto in inglese solo recentemente in 1948. A Soldier’s Tale, dove sono affrontate anche le violenze arbitrarie compiute dall’esercito israeliano. Di questi episodi tornò a parlare nel suo Israele senza sionisti, dove compie diverse acute – quanto a volte discutibili – analisi della società e della politica israeliana (entrambi i testi si possono trovare in inglese gratuitamente qui: http://uriavnery.com/en/publications.html). Pubblicato nel 1968, l’anno dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele senza sionisti è l’unico libro tradotto in Italia (Laterza 1970).

Nel libro Avnery si dichiara non sionista, o antisionista, pur riconoscendo la necessità di uno stato per gli ebrei, che però immagina pluralista, non etnicamente omogeneo e con una marcata divisione tra religione e stato. Si definisce però nazionalista, ritenendo che nella cultura politica moderna sia un ideale difficilmente sradicabile – erano i tempi della decolonizzazione delle ex colonie –, pur consapevole delle violenze estreme prodotte in Europa in suo nome. Convinto che né il nazionalismo palestinese, né quello israeliano appartenessero al passato, rimane un oppositore dell’ipotesi di uno stato binazionale. In ogni modo, in Israele senza sionisti, Avnery oltre a criticare duramente l’establishment sionista-laburista di David Ben Gurion e Moshe Dayan, propone una coraggiosa soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi. L’iniziativa dovrebbe venire da Israele e dovrebbe contemplare il ritorno dei profughi espulsi e fuggiti durante la guerra del 1948. Il cuore della proposta parte dal riconoscimento di un’identità semitica comune a ebrei e arabi, grazie alla quale si potrebbe sviluppare un’integrazione regionale economica e politica. Il pacifista israeliano sostiene una soluzione basata su due stati delimitati dai confini precedenti alla guerra del ’67, da integrare secondo scambi reciproci di territori volti a realizzare i rispettivi desideri. I due stati, con Gerusalemme capitale di entrambi, si dovrebbero unire in una federazione stabilendo il divieto di restrizioni all’insediamento dei palestinesi in Israele o degli israeliani in Palestina, siglando una difesa comune e vietando la possibilità di patti militari senza il consenso dell’altro.
Avnery, oltre che attivista e scrittore, è stato un giornalista militante. Nel 1950 aveva acquistato “HaOlam HaZeh” (Questo mondo), popolare rivista di cui ampliò la diffusione con contenuti di radicale critica verso la politica del paese, accompagnati da articoli sensazionalistici. La sede del periodico, e lo stesso Avnery, subì diversi attacchi armati. Nel 1965, contro una legge bavaglio destinata a contrastare il suo giornale varata dai laburisti, riuscì a farsi eleggere con un piccolo partito, HaOlam HaZeh – Koah Hadash (Nuova forza). Sarà rieletto parlamentare altre due volte, nel ’69 e nel ’79, rivendicando l’originalità della sua formazione non sionista rispetto all’intero arco politico.
Famosa è la sua intervista ad Arafat a Beirut nel 1982, allora considerato come un violento terrorista da molti israeliani, che uscì su “Libération” sdegnando molti suoi concittadini – tra cui sua madre. Nel 1993, fonderà il “Gush Shalom” (Blocco per la pace) continuando a stimolare il dibattito pubblico con i suoi editoriali feroci che si possono ritrovare nell’archivio dell’associazione (http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery). Organizzò manifestazioni con Marwan Barghouti, da anni nelle carceri israeliane, chiamandolo “Mandela palestinese”, oltre che per il ruolo svolto nella lotta di liberazione nazionale, per la condivisione con il leader sudafricano della giustificazione della violenza contro i propri oppressori. Avnery riconosceva in entrambi la radicalità e la lungimiranza di chi lotta ma capisce quando viene il tempo della pace. Non è difficile immaginare che ci fosse un elemento di immedesimazione con il suo passato nell’Irgun, all’interno del quale, secondo le sue stesse parole, compì delle azioni terroristiche.
Successivamente, durante la Seconda Intifada, farà da scudo umano assieme ad altri attivisti al leader dell’Olp contro gli attacchi israeliani e poi, per incoraggiare il processo di pace, fece una campagna per sensibilizzare i propri concittadini sull’esigenza del dialogo con Hamas. Ha affrontato tutte le principali controversie relative al conflitto, dall’accusa di antisemitismo spesso rivolta a chi criticava Israele, fino alla campagna internazionale per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) nei confronti di Israele, all’apartheid. Contro il senso comune diffuso, sostenne più volte che fosse sbagliato assimilare i critici di Israele agli antisemiti. Certamente alcuni antisemiti celano il loro odio dietro duri giudizi verso Israele, ma l’accusa troppo spesso è stata usata per squalificare le critiche. Pur avendo lanciato un boicottaggio delle colonie nei territori occupati nel 1997, del Bds contestava la mancata chiarezza sugli obiettivi, la debolezza strategica – critica condivisa da Noam Chomsky – e la possibilità che a quell’organizzazione aderissero degli antisemiti. Ciononostante, non cedette mai a demonizzazioni della campagna e criticò le scomposte accuse della destra israeliana.
All’interno di una simile radicalità, non mancano le posizioni discutibili, tra le quali la maggiore appare quella sulla questione demografica, purtroppo condivisa da larga parte dei sionisti cosiddetti progressisti – come il demografo Sergio Della Pergola. Secondo questi la pressione esercitata dalla numerosità dei palestinesi – a causa della loro maggior natalità o per scelte politiche come l’annessione dei territori– sarebbe una delle ragioni, se non la ragione prevalente, per arrivare a un accordo con i palestinesi. Anche Avnery, in un’intervista rilasciata a Robert Fisk per l’“Independent” nel 2012, spiegava che non si potesse annettere la Cisgiordania senza ribaltare il rapporto demografico. Porre il tema della natalità palestinese come una minaccia (threat nell’intervista a Fisk) e leggere i rapporti numerici tra maggioranza ebraica israeliana e minoranza araba palestinese non allude però a un’idea sana di democrazia, in quanto specifica che ci debba essere un rapporto stabile tra le due componenti della società attraverso un controllo dei primi sui secondi. E ciò suona tristemente razzista. L’origine di questa dinamica probabilmente va ricercata nella caratteristica particolare di Israele come stato per gli ebrei, pur contestata in Israele senza sionisti. Allora l’attivista israeliano già criticava il carattere chiuso dell’accesso alla cittadinanza in Israele dal momento che, con la legge del ritorno, essa è attribuita per sangue – o per adesione alla religione – a chi immigra lì, mentre è di difficile acquisizione per chi non sia ebreo, compresi i coniugi degli ebrei che si stabiliscono in Israele. Nel giugno 2018 è stata rinnovata per il quindicesimo anno la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele – concepita come temporanea ed estremamente criticata da diverse associazioni per i diritti umani e dai partiti più radicali – che nega la possibilità della residenza in Israele ai coniugi palestinesi dei cittadini israeliani. Ovviamente, la legge colpisce particolarmente i palestinesi che vivono in Israele, ossia circa il 20% della popolazione dello stato (https://reliefweb.int/report/occupied-palestinian-territory/israel-must-repeal-discriminatory-citizenship-and-entry-israel).
Questo tipo di selettività costituisce una notevole differenza con gli altri stati nazione, che, pur con tutti i limiti di questa forma politica, tendenzialmente garantiscono un accesso alla cittadinanza più agevole. Avnery si interrogava anche su cosa definisse un ebreo se non la religione. Il suo nazionalismo era volto a una semplificazione delle misure di accesso alla cittadinanza. C’è da chiedersi se il riferimento alla questione demografica segnali un mutamento nel pensiero di Avnery, che, nel ’68 affermava di non essere affatto preoccupato dalla numerosità dei palestinesi dentro Israele. Nell’intervista a Fisk però, oltre ad accusare Netanyahu di voler mantenere la tensione con Gaza, espose la tesi per cui in Cisgiordania di fatto ci fosse già l’apartheid mentre dentro Israele si stesse andando in quella direzione. Contrario allo stato binazionale per le ragioni già esposte, temeva ancora di più uno stato binazionale senza eguali diritti, segnato da un compiuto apartheid.


I suoi articoli in Italia uscivano per “il manifesto”, dove già nel novembre 2011 stabiliva parallelismi tra Israele e la Germania di Weimar, la fragile repubblica che, pur dotata di un’avanzata costituzione, per l’estrema instabilità politica ed economica, sfocerà nella barbarie nazista. Ovviamente, non intendeva dire che ci fosse una somiglianza tra israeliani e nazisti – come alcuni sciocchi antisionisti affermano recidendo le radici storiche del sionismo. Ciò di cui Avnery parlava era dell’inquietante attacco da parte del governo guidato dal Likud alla magistratura, alle ong contro l’occupazione e ai media critici. Così nell’ultimo articolo, Who the Hell are we?, pubblicato da “Haaretz”, Avnery si scagliava contro questa legge costituzionale, definita semifascista per la sua plateale dissociazione dell’ebraismo dalla democrazia, elementi alla base della Dichiarazione di Indipendenza (molto chiaro sull’argomento l’articolo di Giorgio Gomel uscito sul sito di “Affari internazionali” il 20 luglio 2018). Gli elementi principali di questa legge sono il declassamento dell’arabo da lingua ufficiale a lingua dotata di status speciale, la limitazione del diritto all’autodeterminazione agli ebrei e l’ufficializzazione di Gerusalemme come capitale di Israele.
Il pacifista israeliano da tempo contestava inoltre la giudeizzazione di Israele che invece, secondo lui, era la nazione degli ebrei (ivri in ebraico, hebrew in inglese), in quanto loro rifugio e segnata dalla sua cultura, e non una nazione ebraica (yehudi, jew), religiosamente definita. Si potrebbe obiettare che Israele abbia prodotto una cultura che risente del contesto in cui è inserita, del rapporto con il mondo arabo, con la popolazione non ebraica lì residente e che queste relazioni abbiano determinato una cultura israeliana, più ampia di quella “degli ebrei”, per quanto inteso come gruppo non connotato da caratteri religiosi. Pertanto, sarebbe auspicabile che la contrapposizione non avvenga più tra i termini hebrew e jew ma, per un futuro di coesistenza oltre gli odi nazionalistici, che si determini una cultura semitica, per dirla con Avnery, che unisca ebrei israeliani, palestinesi, drusi e cristiani.

D’altronde, Edward Said leggeva nella storia di ebrei e palestinesi un comune passato di violenze subite – tragicamente legate – che poteva fondare un futuro comune.

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