Una carovana da Nicaragua

di Lucia Capuzzi

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Pablo Delgado

Ha camminato per 148 chilometri sulle stampelle. Madre, padre e compagni di viaggio, a turno, l’hanno aiutato nei tratti più difficili. Poi, all’arrivo a Pijijiapan, in Chiapas, ha trovato ad attenderlo una sedia a rotelle. Dono del sindaco del paese. “Quasi piangevo quando l’ho vista. Ora sfreccio sul mio bolide”. In realtà, quando l’asfalto cede il passo a sterpi e sterrato, gli altri migranti devono spingere. Ma il più delle volte è Axel stesso a liberare le ruote dalla terra e ad andare avanti, senza mai perdere il sorriso. Questo ragazzino di 14 anni, nato a Diriamba in Nicaragua, è l’emblema della Carovana che, dal 13 ottobre, marcia per l’America centrale in direzione Nord. Obiettivo: raggiungere la frontiera statunitense e chiedere asilo.

Poche volte una “notizia” ha la struggente bellezza di un romanzo. La Carovana è una di queste. È difficile, anche per chi è assuefatto dal mainstream vorticoso dei lanci d’agenzia, restare indifferenti a quest’epopea contemporanea, in bilico tra disperazione e fede ostinata nel domani. Tra resa all’inevitabilità dell’esodo e resistenza nella marcia.

La storia ha tutte le caratteristiche del capolavoro letterario. I protagonisti sono straordinari: diecimila persone in marcia per restare vive. Le quali, però, a differenza del solito, hanno l’ardire di sbattere in faccia al mondo la crudeltà della loro fuga. Non si nascondono per evitare gli sguardi famelici delle varie polizie migratorie. Marciano loro accanto, non cedono alle minacce e alle lusinghe, alle promesse illusorie di permessi temporanei e futuri visti. Proseguono, inarrestabili.

I “camminanti” condividono la scena con altri personaggi, usciti progressivamente dallo sfondo per irrompere nella narrazione. Le genti incontrate nel viaggio. Uomini e donne per lo più poveri quasi come i migranti. I quali, però, fanno una scelta assolutamente “fuori moda”: portano acqua, cibo, coperte e il loro affetto al “popolo dell’esodo”. Ovunque, la Carovana riceve i mezzi di sussistenza non dai governi ma dalle comunità e dalle Chiese, in prima linea nell’assistenza. Alla generosità imprevista dei piccoli, si contrappone l’egoismo dei grandi. Il presidente Usa Donald Trump, anche per il suo stile politico, è il perfetto “cattivo” della saga della Carovana. Il Golia-Washington non ha lesinato pressioni sui governi di America centrale e, soprattutto, Messico per fermare il “Davide mobile”. Finora, però, non c’è riuscito. La Carovana macina chilometri con una costanza sorprendente. Pur sapendo di non avere la chiave per aprire la “Gabbia dorata” statunitense. La loro speranza è trovarla nel cammino. Insieme.

Già insieme. In un’era in cui collettività e spazio politico si frammentano fino a polverizzarsi, la Carovana riporta all’attenzione globale la forza dell’agire insieme. Purtroppo, l’esodo dei centroamericani attraverso il Messico non è una novità. Ogni anno, mezzo milione di salvadoregni, honduregni, guatemaltechi parte per inseguire la “chimera americana”. Soli, in terre spesso dominate dai signori del narcotraffico, la maggior parte si “perde” per strada. Specie negli ultimi tempi, in cui la situazione è ulteriormente peggiorata. Colpa del deteriorarsi delle condizioni socio-politiche in Centroamerica. La violenza politica degli anni Ottanta ha mutato pelle ma non ferocia. Gli squadroni della morte, rimasti disoccupati dalle fine delle guerre civili, sono andati a ingrossare le file delle gang giovanili. Queste, da bande di quartiere, sono diventate “maras” e tengono in ostaggio interi pezzi di territorio, grazie all’assenza o alla complicità di istituzioni fragili e a volte infiltrate dalla criminalità organizzata. Le estorsioni a tappeto sono tra i principali motori dell’esodo. Insieme al reclutamento forzato, la pressione dei megaprogetti e del cambiamento climatico. Il mix s’è fatto particolarmente esplosivo in Honduras. Dove, il 26 novembre di un anno fa, la vittoria dell’ex presidente Juan Orlando Hernández in un’elezione contestata e non riconosciuta dall’opposizione, ha provocato una stretta repressiva

Fino al 13 ottobre, però, la fuga era stata “un fatto privato”. A cambiare le carte in tavola è stato un “personaggio minore”, l’honduregno Bartolo Fuentes, attivista e militante dell’opposizione. È stato lui a suggerire ai connazionali, su Facebook, di non partire soli bensì di farlo in gruppo. Si è anche offerto di accompagnarli. Il 12 ottobre, all’appuntamento a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras, si sono presentati in 170. Il giorno dopo, alla partenza, erano già il doppio. Ora superano i diecimila. E alla prima carovana se n’è aggiunta una seconda di 1.500 persone. Naturale che Fuentes sia diventato, agli occhi del governo honduregno, lo “stratega della Carovana”, organizzata per “screditare Hernández”. La sua lunga militanza nella sinistra ne sarebbe una prova. Sarebbe da ingenui pensare che Fuentes non avesse previsto un “impatto politico” sul governo honduregno. Come pure che non abbia pensato all’approssimarsi del voto Usa di midterm quando ha suggerito l’iniziativa. Ma sarebbe ancor più ingenuo – o ideologico – credere che un attivista abbia potuto spingere all’esodo oltre diecimila persone. O che non meglio precisati poteri occulti finanzino questa marcia della disperazione fatta – è sufficiente guardarli e parlare con loro – da esseri umani poveri, spaventati e coraggiosi. Al di là dell’evidente strumentalizzazione politica in chiave midterm, forse non ha tutti i torti Donald Trump quando ha definito questa colonna umana “un’emergenza nazionale”. La Carovana, con il suo pellegrinare dolente e resistente – smaschera gigabite di fake news diffuse dagli “esperti da tastiera”. Possiamo trumpianamente definirli “bad hombres”, “criminali”, “invasori”. Ma essi si mostrano per ciò che sono: donne, uomini, bambini decisi a reclamare collettivamente il diritto all’esistenza dei nati dalla parte sbagliata del mondo. Una prerogativa negata dai grandi della terra e riconosciuta spontaneamente da altri ultimi, come dimostra la solidarietà ricevuta dalla Carovana nel cammino. “Sa chi ha organizzato la marcia?”, mi ha chiesto Rodrigo Abeja di Pueblo sin fronteras che “assiste” i nuovi arrivati in Messico. “Due signore che di nome fanno fame e morte”. La Carovana è il rifiuto di entrambe. E per questo è un meraviglioso inno alla vita.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

***************************
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

Trackback from your site.

Leave a comment