Sotto il vulcano con Maria Pace Ottieri

di Marina Forti

murale di Blu

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

La quiete è illusoria, il Vesuvio potrebbe risvegliarsi da un giorno all’altro. Eppure alle sue pendici abitano oltre settecentomila persone, una successione ininterrotta di comuni, centri storici, fabbriche, zone agricole, villini, discariche, quartieri sovraffollati, una densità umana tra le più alte al mondo. È questo, osserva la scrittrice e giornalista Maria Pace Ottieri, che fa del Vesuvio il vulcano più pericoloso al mondo: non la sua natura incandescente e imprevedibile, quanto “la proliferazione abnorme di persone e di costruzioni” lungo i suoi fianchi, che farebbe di un’improvvisa evacuazione di massa un evento senza precedenti. L’ultima eruzione è stata nel 1944, i più anziani la ricordano: era l’ultimo anno della guerra, vista da Napoli fu uno spettacolo terribile e affascinante.

Insomma, come si può vivere tranquilli sotto una montagna di fuoco? Irresponsabilità, mancanza di memoria, o il proverbiale fatalismo? O forse “la percezione del rischio è schiacciata dal peso quotidiano” del vivere? “Chi vive nei paesi vesuviani crede veramente che il vulcano non scoppierà mai più?”. Con queste domande in testa, Maria Pace Ottieri è andata a esplorare la “città vesuviana”. Ne è nato Il Vesuvio universale (Einaudi 2018), un racconto appassionante in cui si intrecciano le voci di chi abita alle pendici del vulcano e le storie degli studiosi che hanno cercato di decifrarne i segni, reminiscenze letterarie ed esplorazioni archeologiche, la storia recente e quella antica. Un lungo réportage dove il protagonista è uno solo, il Vesuvio – ’a Muntagna, come è chiamato a Napoli –, ma i personaggi numerosissimi.

Ottieri si muove lungo la ferrovia Circumvesuviana, tra lo splendore decaduto di vecchi centri storici e l’affastellarsi di costruzioni abusive (unico appunto: una cartina avrebbe aiutato). Incontra ex lavoratori dell’Alfa di Pomigliano d’Arco, lo stabilimento sorto nei primi decenni del Novecento per dare uno sviluppo industriale per Napoli (un po’ come l’Ilva di Bagnoli ai bordi dell’altra caldera attiva napoletana, quella dei Campi Flegrei). Era il sogno di emanciparsi dalla povertà rurale, di trasformare migliaia di “arrotini, impagliatori, cordai, potatori, funari, stagnini, sellai, spaccalegna, lattonieri, scalpellini, venditori di sugna, di fichi e di lupini, guarnamentari, cusetori, scarpari, ferraiuoli in operai metalmeccanici”. La fabbrica in effetti ha trasformato la vita di Pomigliano, nel dopoguerra qui le ragazze andavano alle magistrali, i giovani facevano l’avviamento professionale e si sentivano diversi da quelli dei dintorni, l’Alfa Romeo era “una Milano in terra vesuviana”. Negli anni Settanta si coagula qui la protesta sindacale e politica. Nasce qui anche il collettivo degli Zezi, un po’ lavoratori e un po’ musicologi, che dopo il lavoro si dedicavano a ripescare suoni e canzoni popolari suonando la chitarra e la tammorra, il tamburo di pelle con cimbali di metallo. Qui Ottieri incontra Tonino ’O Stocco, già venditore ambulante di stoccafisso, poi operaio dell’Alfa Sud e uno dei primi Zezi, che oggi costruisce e suona tammorre. E poi Angelo De Falco, insegnante d’arte, uno dei fondatori di quest’impresa politico-musicale: “Usavamo le forme della cultura contadina per raccontare la vita degli operai”, spiega.

Pomigliano resta un luogo a sé. Ma il legame tra il Vesuvio e la cultura popolare dev’essere forte, perché l’autrice ci porta nel centro storico di Somma Vesuviana, al borgo Casamale, dove incontra Roberto De Simone, compositore, musicologo e fondatore della Nuova compagnia di canto popolare: più o meno mentre gli Zezi componevano tammurriate operaie, lui aveva scelto Somma come base di partenza per riscoprire il sostrato cristiano-magico-pagano della tradizione popolare.

Il percorso continua, le storie si sovrappongono: c’è la famiglia di Somma che importa baccalà da quando a Napoli c’era il colera, nel 1973, fino a costruire sullo stoccafisso un impero commerciale e una tradizione culinaria. E quella che negli anni Trenta a Terzigno ha fondato una banca divenuta nel dopoguerra un caposaldo del notabilato democristiano, potenti vesuviani come Giovanni Leone e Antonio Gava (la Banca Fabbrocini però è fallita quando la terza generazione della famiglia si è buttata in lussi sfrenati e affari poco raccomandabili). Oggi a Terzigno troviamo la capitale dei cinesi vesuviani – quelli che negli anni Ottanta hanno creato il “pronto moda”, le fabbrichette che “riescono a evadere ordini di tremila capi da un giorno all’altro”.

Con l’autrice attraversiamo comuni dominati dalle famiglie della camorra e dall’abusivismo edilizio. Scopriamo che più di metà del territorio vesuviano è tuttora agricolo e fertilissimo, produce albicocche, mele annurche e uno speciale pomodoro pendulo. Ma i coltivatori qui si sentono diffamati e danneggiati dall’etichetta di “terra dei fuochi”, che allude a una terra contaminata da decenni di discariche abusive. I rifiuti però sono reali, anche qui sulle pendici del vulcano le discariche sono ormai un’attività illecita tra le più redditizie: vecchie cave di pietra lavica e perfino antiche ville romane in abbandono sono state riempite di rifiuti.

Ancora, incontriamo il virtuoso dei fuochi d’artificio che gira il mondo con i suoi segreti (intorno al Vesuvio si addensa il maggior numero di fabbriche e laboratori artigianali di pirotecnia), e il maestro di boxe che nella sua palestra, nel quartiere più difficile di Torre Annunziata, ha allevato molti campioni d’Italia. A Ercolano, in un appartamento confiscato a un boss della camorra, troviamo gli studi di Radio Siani, intitolata al giornalista ucciso dalla camorra nel 1985, appena ventisienne. Vaghiamo tra il “mercato delle pezze” di Resina, i ricordi dei contrabbandieri di sigarette, gli armatori decaduti di Torre del Greco. Scopriamo gli scavi dell’antica Ercolano accanto a “un unico fronte di case che sembrano rovine”.

L’autrice annota, ascolta, partecipa; senza mai cadere nell’esotico o nel pittoresco restituisce una storia e un senso a ciò che potrebbe sembrare uno sgraziato accumulo di miserie umane (“riconoscere chi e che cosa in mezzo all’inferno non è l’inferno”, scrive citando l’Italo Calvino delle Città invisibili).

Su tutto domina il vulcano, che ha affascinato generazioni di scienziati, letterati, pittori. E visitatori: le guide turistiche di metà Ottocento si diffondono sullo “spettacolo magico” del Vesuvio; la più famosa dell’epoca, la Baedeker, descrive l’eruzione del 1872 come un fatto consueto del luogo. Oggi i vulcanologi si chiedono se la prossima eruzione non assomiglierà piuttosto a quella del 1631, la più violenta della storia moderna, seconda solo a quella che nel 79 d.C. sommerse Pompei ed Ercolano. E se il Vesuvio manderà sufficenti segnali di preavviso, se i piani della protezione civile saranno adeguati: immaginate settecentomila persone in fuga in un unico colossale ingorgo, inseguite da cenere e lapilli. Domande senza risposta, sembra dire Ottieri: “Il vulcano allena i suoi abitanti a vivere in una vacillante realtà sempre sull’orlo della dissolvenza”.

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