Pedagogia 2018: non più bellezza non più memoria

di Giovanni Zoppoli

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

A quanti anni siamo dalla crisi? Ma c’è mai stata una crisi? E c’è mai stato un tempo senza crisi?

Ho problemi di memoria probabilmente. A cominciare dal fatto che il primo oggetto che ricollego alla parola “memoria” è un computer. Anche per me la valanga degli ultimi anni ha spazzato via, e non solo dal vocabolario, il corporeo sostituendolo con l’informatico.

Dove andare a pescare qualcosa di utile?

Inizio con l’interrogarmi su dove sia andata a finire la sede della memoria collettiva (il popolo, lo stato, la comunità italiana…). È del novembre 2018 lo studio diffuso dall’Agenzia italiana del farmaco secondo cui l’Italia è il quarto Paese in Europa per spese relative a psicofarmaci e ansiolitici. E in Italia il primato spetta alle regioni apparentemente più vivibili e ambite (la Toscana, seguita dalla Provincia autonoma di Trento e Bolzano), mentre in quelle note come assai sfasciate (la Campania in primis) si registra il più basso consumo. Statistiche che poco aggiungono alla nostra ricerca di memoria, visto che i campanilisti delle opposte fazioni annullerebbero presto il dato (i toscani attribuendolo alla maggiore capacità di cura raggiunta nella loro regione, i campani al fatto che il Paese del Sole ha il potere di scacciare ogni mal d’animo). La statistica quindi non può aiutarci più di tanto, ma qualcosa ce lo dice sullo stato di malessere esistenziale sempre più percepito e diffuso nel nostro Paese (in linea con quelli più progrediti) e sulle distanze nord/sud.

Cercando di restringere gli ambiti di indagine ai due che meglio conosco – il sociale e la scuola – non posso non lasciarmi rattristare da un’amara evidenza. Narrazione e bellezza, due delle principali vie su cui i miei compagni e io avevamo puntato (e malgrado tutto continueremo a farlo), si sono rivelate tra le più temibili attentatrici di memoria e verità. Pensavamo che narrazione e bellezza avrebbero potuto offrire un contributo positivo e determinante alle nostre cause. La narrazione come ritorno di senso, capace di riempire di significato, attribuire animo, creare nessi e produrre memoria individuale e collettiva. E la bellezza come ispirazione di ogni cosa. Oggi ci troviamo a dover riconoscere che è forse stata proprio questa coppia, nella mortifera alleanza con la società del mercato e dello spettacolo, a farsi memoricida spietata.

Senza tirare in ballo la politica e lo storytelling renziano, oggi non è difficile riconoscere che il sociale si trova appeso a un filo, e che questo filo sia molto spesso costituito da (millantata) bellezza e narrazione. Una narrazione capace di ammaliare finanziatori pubblici e privati. Nel campo di associazioni e cooperative sociali è molto evidente il nesso tra la possibilità che quell’ente ha di ottenere e mantenere un finanziamento e la sua capacità di raccontare, di inventarsi una trama accattivante, semplice, non troppo impegnativa, con i soliti personaggi delle favole (il buono, il cattivo, il perso, il principe azzurro, il redento…). Con varianti che seguono la moda dei tempi (a oggi fa ancora effetto la narrazione epica della novella associazione trasformata in impresa economica con soggetti svantaggiati. Domani non sappiamo quale sarà il nuovo capriccio del vecchio mentore). Non importa se quello che fai c’entra poco con quanto racconti, l’importante è che chi racconta entri il più possibile nella parte, la interpreti al meglio, proprio come all’“Isola dei Famosi”. Non siamo cioè più nel bel vecchio mondo del falso, dell’imbroglio, della menzogna berlusconiana e pre-berlusconiana. Siamo nell’epoca post-reality, quella in cui il reality si è ormai fatto realtà da un pezzo e la ricostruzione dei fatti è un’impresa ardita.

Come trovare la memoria in questo campo? Che ci può essere di vero?

Per di più in molta parte del sociale – per economia del discorso accomuniamo sotto questo termine centri sociali e organizzazioni granitiche del terzo settore – è diventato “fine” quelli che un tempo erano “espedienti” per portare avanti una quotidianità piena di inenarrabilità. Concerti, mostre, cene e altri eventi erano uno strumento utile a fare cassa, o a richiamare l’attenzione della città sui temi politici a cui si lavorava nella quotidianità (un mezzo quindi), mentre oggi molte organizzazioni hanno fatto di questo la propria identità. Vivere di eventi del resto è cioè che interessa tanto ai finanziatori, quanto al narcisismo di chi ha bisogno di nutrire vite prive d’altro.

Di sicuro la società dell’iper-narrazione qualche risvolto positivo l’ha avuto. Per esempio a un napoletano che oggi rimettesse piede in un ospedale dopo un’assenza di 20 anni, probabilmente quell’ospedale apparirebbe piuttosto cambiato ai suoi occhi. Il fiato sul collo, il terrore del possibile scandalo mediatico a cui la mente di chi lavora in quei luoghi si è abituata, è probabilmente alla base di molti cambiamenti positivi. Sopratutto nell’estetica, ma anche nell’organizzazione. Forse anche il momento di gloria che per molti starebbe vivendo oggi Napoli ha a che fare con la capacità che la sua classe dirigente attuale ha avuto nel trovare una trama narrativa convincente. Come per la pista ciclabile che l’attuale sindaco fece tracciare nella città quasi all’inizio del mandato, sbandierandola ai quattro venti come pista ciclabile più lunga di non solo quale porzione di Terra. Si trattava per lo più di sagome di biciclette disegnate un po’ dove capitava, su marciapiedi, addirittura su un muro, non rispettate nemmeno dai vigili urbani perché messe in posti davvero improbabili. Un’allucinazione che però è servita a far credere a molti napoletani (me compreso) che Napoli potesse essere una città adatta alle biciclette. E in questi anni di biciclette ne sono davvero comparse un bel po’ (e scomparse anche, ovviamente).

Ma torniamo alla nostra memoria. Se nel sociale l’abdicazione della realtà rispetto al suo racconto sembra ormai principio granitico, può darsi che nella scuola le cose vadano diversamente.

Purtroppo basta andarsi a fare un giro nella culla della pedagogia italiana, l’Emilia Romagna, per vedere quanto anche questo ambito si sia sbilanciato sul racconto. Rimasi molto colpito – stecchito direi – da come un paio d’anni fa due esponenti della scuola emiliana vennero ad addestrarci sul fare pedagogico moderno in un corso di formazione per docenti campani. Il succo era che alla base del nostro fare pedagogico avrebbe dovuto esserci la narrazione più immediata, veloce, di pancia possibile. Era evidente che buona parte dell’energia di quell’istituzione era spostata sul racconto, attività a cui i docenti erano addestrati, con tempi e spazi dedicati (il racconto va fatto in mattinata, da stampare e affiggere alla porta prima che i genitori arrivino per prendessi il proprio figlio). Il risultato suggerito e auspicato era un prodotto a metà tra un post di Facebook e il peggiore dei telegiornali sensazionalisti. La cosa più importante è comunicare quello che si fa, ed è tutta la programmazione che deve essere tesa alla finalità narrativa. In ogni momento del processo pedagogico il docente deve avere presente e dare priorità alla raccontabilià dell’esperienza. Se questo modello può non risultare mortale in regioni dove ancora resiste un qualche impianto di lavoro che ha che fare con la sostanza, immaginiamoci che impatto possa avere in territori dove quell’impianto non c’è mai stato.

Narrazione e bellezza come principali nemiche della memoria anche nella scuola dunque, e proprio tra quelle organizzazione della scuola e del sociale che maggiormente avevano creduto nelle loro possiblità salvifiche. In molte delle esperienza di scuola attiva, ancora in campo, il processo di depauperamento dal contatto con la vita reale (condivisione della quotidianità con i meno ricchi, uscita dalla scuola, manualità non simulata…) è andato di pari passo con quello di estetizzazione. Esperienze pedagogiche nate grazie e per i meno fortunati (Montessori con l’handicap, Freinet, Freire, Steiner con figli di operai e contadini), oggi si sono fatte prerogative dei più ricchi, svuotandosi di senso e finendo per coincidere spesso con vuota bellezza da vendere al più credulone dei genitori. Persino la scrittura collettiva di Don Milani è andata spesso a finire in questo calderone. Fatto sta che proprio questi elementi ne hanno fatto una scuola moribonda e scollegata dal reale. Il tourbillon delle recite di Natale con graziosi lavoretti, quelli che nelle scuole più fighe possono contare sul ritocco di firme d’autore, hanno preso il posto dell’artigianalità e delle mani come primo strumento di conoscenza.

Ma allora questa memoria dove possiamo andarla a cercare?

Sono alcuni degli autori che citiamo più spesso, come Lowen e Illich, a venirci ancora una volta in aiuto. Più volte abbiamo evidenziato quanto la sistematica opera di scollegamento mente/corpo abbia raggiunto nel nostro tempo vette apicali. Quanto l’azione ripetuta e continua di tecniche e climi propri della società del mercato e dello spettacolo siano andati in questa direzione raggiungendo risultati enormi. Nefasti risultati conseguiti anche a causa del venir meno dei fattori protettivi dell’integrità mente corpo ancora forti nel secolo scorso, dove la strada, la vita di campagna o comunque un maggiore contatto con la natura e l’imprevisto consentivano a tutto il corpo di mettersi continuamente in gioco. Oggi anche l’educazione accidentale della strada è stata spesso sostituita con le vie del web. Ancora una volta finiamo così per trovare nel narcisismo una pista possibile per rintracciare un po’ di memoria. Nel narcisismo, avendo perso il contatto con sè stessi, si è votati ad assomigliare il più possibile all’immagine che rende capaci di ottenere il consenso di coloro i quali vorremmo a noi vicini. È al loro consenso che votiamo dunque anche la versione dei fatti che conserveremo nella memoria. Succede così nel bambino, che “vede” la realtà con la lente deformata dalla sete di compiacimento dei suoi genitori per l’immagine che vuole dare loro di sè. Ma avviene qualcosa di simile anche nell’associazione, nella cooperativa o nel gruppo giornalistico d’inchiesta (poco importa se di lotta o di supinità al potere) che “vede” la realtà deformata dalla trama narrativa che si è inventata, quella in grado di nutrire l’immagine di sé che più di altre gli ha garantito consenso e adepti. Il problema dunque, prima che essere di memoria o non memoria, è di visione liberata o prigioniera di una narrazione di cui non si riesce più a fare a meno (concetto che richiama certamente al “copione di vita” di Gestalt e Analisi transazionale). La questione della memoria diventa questione di ostaggi della propria trama narrativa.

La politica è da sempre all’avanguardia assoluta in merito, basti guardare a come i nostri governanti di oggi si comportano per farci un’idea – estremizzata – di cosa stia succedendo nelle case e nelle aule scolastiche degli italiani. Sappiamo anche quanto maestri e educatori siano soggetti vulnerabili rispetto al fenomeno (studiosi della psicologia come Karpman, Berne e Harris forniscono ottimi spunti in merito). Narrare la proprie esperienze, aspirare alla bellezza coincide sempre più col tentativo di trasformarsi in uno dei personaggi-stereotipo della buona trama narrativa.

Processo che si innesta su quanto nella società occidentale va avanti da secoli: quella che approcci come la bioenergetica chiamano “il primato della mente sul corpo”. Autori come Lowen parlano di “corazza”, di quella sorta di collare muscolare localizzato al di sotto del collo, dove sarebbero andati ad annidarsi blocchi e traumi, la nostra difesa indispensabile per andare avanti da bambini in balia di genitori più o meno nevrotici. Abbiamo dovuto imparare ad anestetizzare il corpo, a sconnetterlo dalla testa, a vivere delle nostre fantasie di salvezza o dannazione di bambini, perché il contatto col resto del corpo e con i suoi impulsi ci avrebbe fatto perdere il consenso dei soli che ritenevamo in grado di garantirci l’esistenza. Eliminando assieme al corpo la tenerezza, la debolezza, la forza che viene dal corpo nella sua vitalità originaria, quella dei bambini che saltano. La capacità di amare e di lasciarsi amare, insomma. Attributi di ciò che alcuni psicologi chiamano “il bambino naturale” o nucleo originario.

Il lavoro di ricerca che portiamo avanti anche quest’anno con il Mammut parte dalla considerazione che nel nostro tempo il bambino non abbia in realtà una vera legittimità a esistere in quanto tale. Già Montessori e Dewey avevano messo in risalto questo tratto delle società contemporanee. Il bambino interessa solo in funzione dell’adulto che sarà.

Per farsene un’idea, basti guardare la considerazione che lo Stato italiano riserva alle professionalità destinate al lavoro con i più piccoli (comparando ad esempio il trattamento giuridico economico riservato a un’insegnante dell’asilo nido con quello di un docente universitario). Ancora una volta interno e esterno si rispecchiano: a non essere legittimati sono tanto il bambino di dentro quanto quello di fuori. La società contemporanea ha affermato il primato della mente, ritenendo oggi più che mai che sia l’aspetto cognitivo a fare la differenza, che a fare la differenza siano gli attributi abitualmente riservati alla popolazione adulta. Sarebbero le cognizioni e le altre prerogative di quelle che Betty Edwards chiamava “la funzione sinistra del cervello” (nel celeberrimo suo testo Come imparare a disegnare con la parte destra del cervello) a essere ritenute le uniche davvero importanti. L’intuizione, la capacità di creare con qualsiasi materiale e prima di tutto con le nude mani, la curiosità originaria, il corpo e le sue infinite facoltà, la sessualità priva di scopo e senso di colpa, la vitalità senza condizioni, il rischio, il gioco e molte altre caratteristiche proprie del bambino sono un di più, tempo libero, dopo lavoro, dopo scuola. Ed è questo il bambino che pensiamo sia necessario rimettere al centro. Perché è la parte vitale, quella capace di riempire la nostra vita di senso, senza necessità di vampirizzare altri comunemente considerati poveri, bisognosi, derelitti. Recuperare questo bambino è ovviamente un processo che passa (e serve) per ricostruire un adulto (interno e esterno) responsabile e autonomo, capace di abitare il nostro tempo in maniera finalmente piena e vitale. Spinta e esigenza pedagogica che nasce, l’avrete capito, dalla considerazione che le nostre città sono oggi tanto prive di chi è capace di godersi la vita in semplicità, quanti di pensatori intelligenti capaci di prendersi la propria responsabilità in maniera adulta.

Scavando nei meandri della scuola troveremo infatti ancora dell’altro sulla nostra memoria, e cioè che non è solo il bambino che verrà fatto fuori alla fine del ciclo d’istruzione. È a scuola che si suggella il primato della mente, però non di una mente adulta, ma di una mente bambina, non cresciuta, non maturata davvero, ma bardata in ansia di controllo, infarcita di paura del mondo, principalmente paura di abbandonarsi alla vita. Menti bambine costantemente impegnate nel controllo del mondo, dove non c’è posto per “bambini naturali” e né per adulti veri, quelli capaci di prendersi la propria fetta di responsabilità e potere. A scuola questo processo è portato avanti con assoluta solerzia sin dal nido. Fin dalla materna dove banchi, schede, punteruoli e fotocopie costringono corpi a farsi mente monca, nella mortificazione dell’energia vitale. Ma a scuola a essere disattivato sin da piccolissimo è anche l’adulto. Come scrive Harris nel suo “Io sono ok tu sei ok”, in ogni bambino è presente una componente adulta, dove per adulto sta la nostra capacità di confrontarsi con i dati di realtà nella maniera più autentica possibile e da questi imparare. Ebbene è soprattuto questa capacità a venire sistematicamente disattivata dal nostro sistema di istruzione. A scuola viene insegnato a preferire l’obbedienza, l’ossequio all’autorità e allo schema preconfezionato, quello più veloce rispetto al processo lento e elaborato del contatto con la realtà. Ci torna utile a riguardo quanto ci insegnano gli studi della psicologia sociale su modalità top down o bottom up di procedere verso la conoscenza. E quanto Betty Edwards scrive per imparare a disegnare con la parte destra del cervello, dove è indispensabile riuscire a confrontarci con quello che ci è davanti nel preciso momento in cui osserviamo, o non con gli schemi che abbiamo nella testa rispetto a quel qualcosa. Alla base di queste modalità c’è la capacità di non fare di tutta l’erba un fascio, che va dalla ricerca all’antirazzismo.

A scuola manuali e strumenti didattici prevalenti vanno in direzione opposta e contraria, addestrando alla cognizione del metodo sperimentale invece che alla sua esperienza. A non analizzare i dati attraverso il confronto con la comunità di pari, ma ad accettare il dogma dettato dall’autorità (maestro-accademia-Miur-etc). Modalità che oltre a non consentire una conoscenza autentica, non attecchisce più di tanto nemmeno negli studenti, portando a dimenticare presto la pastrocchia di cognizioni apprese in anni e anni di premi e castighi.

Insomma nessun avanzamento rispetto alle domande iniziali, ma qualche risposta in più sul perché ci troviamo al punto in cui siamo. Come potremmo infatti non trovarci in una società dove il sistema di governo è completamente sballato – sempre più autoritario, xenofobo, anti-umano – e dove i leder politici possono dire tutto per poi negarlo il giorno dopo senza perdere alcuna credibilità (ma anzi guadagnarne?).

Abbiamo una scuola che addestra proprio a questo da più di un secolo, e sempre di più è questa la scuola voluta da mamma e papà. Di che ci sorprendiamo?

Se è a scuola che la frittata è fatta (dove il corpo è stato degradato a fannullone degno solo di una misera ora d’aria e la mente disallenata a farsi guida adulta, resa timorosa e dedita alla conquista del consenso dell’autorità) è a scuola che si può e si deve tentare di spezzare la catena. È questa l’unica pista abbiamo trovatati finora per una qualche possibilità di avanzamento rispetto alla nostra ricerca in tema di memoria affidabile. Se una possibilità passa attraverso il tentativo di riconnettere mente e corpo, è dalla scuola che potremmo ripartire.

Ci vorranno secoli, ma tanto (messo che la nostra buona vecchia Terra non avrà deciso di lavarci via prima) ci sarà sempre una crisi socio economica su cui interrogarsi.

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