Occident express

di Stefano Massini

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Non ho l’età per tutto questo viaggio.

Se avessi potuto scegliere, non avrei mosso neanche il primo passo.

Poi un giorno sono partita, e questo è certo.

Se sono arrivata, chi può dirlo.

Di certo mi fanno male i piedi, e questo è un fatto.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Il posto che chiamavamo casa

era un gruppo di cubi di cemento, lo chiamavano Hulalyah.

Mi ricordo poco degli ultimi tempi a Hulalyah.

Forse perché c’è poco da ricordare.

O forse perché quel poco è meglio lasciarlo dov’era.

Quando faccio l’errore di pensarci, mi si alza in testa una gran polvere,

come quando il deserto là intorno si alzava a un tratto in aria e faceva tempesta.

Poi la luce si faceva gialla. Intravedevi la palla rossa del sole.

Dicevi “è passata”.

E infatti la polvere si abbassava: tornavano fuori i contorni.

Da bambina – questo me lo ricordo, sì – alle tempeste di polvere tremavo sempre.

Mi chiedo se esista ancora. Forse sì, forse no. Ormai ha poco senso.

Certe volte penso che i posti della terra non esistano nemmeno:

crollano su se stessi appena giri l’angolo, e non li vedi più.

A Hulalyah non ci arriva una strada vera.

Solo una striscia di sassi. Terra e sassi.

Poi, in fondo, una spianata di vecchio catrame:

i cubi di cemento stanno affacciati su quella.

Basta, non c’è altro.

Un vecchio camion con le ruote sgonfie fa parte del paesaggio.

Lo trovammo una mattina, tantissimi anni fa, avevo ancora i capelli neri.

Chissà. Forse aveva finito il carburante.

Nessuno è più tornato a prenderlo. Ed è rimasto là.

Sul cofano nel tempo sono fiorite macchie di ruggine.

Fra i cubi di cemento di Hulalyah ci ho passato la vita intera. Anni.

Non so quanti, smisi a un certo punto di contarli. So solo che erano tanti.

Diciamo quanto basta per morire tre volte.

Qualcuno, una volta, mi disse che la vita è una somma di funerali:

separano le tappe, una dopo l’altra. Dici “sono morta” e ricominci.

Fra i cubi di cemento di Hulalyah io morii tre volte.

La prima volta morii come bambina.

Successe quando vidi morire una capra.

Fu dentro la baracca di Rashid, con un caldo atroce.

Qualcuno, come niente fosse, prese la capra e le tagliò la gola.

Non che non avessi mai visto ammazzare una bestia,

però chiudevo sempre o tutti e due gli occhi o uno solo.

Quella volta decisi di guardare.

Volevo io, decisi io. Non mi obbligò nessuno.

Ed ecco: uno schizzo di sangue mi arrivò in faccia, qui, fra l’occhio destro e le labbra.

Sentii che il sangue è una roba calda. Non lo sapevo, non me l’avevano detto.

La cosa però mi fece quasi ridere. Anzi, non c’è il quasi.

E quando uscii ridendo dalla baracca di lamiera, ero morta e rinata.

La bambina che ero stava là dentro, sdraiata, come una salma.

O forse era tutt’uno con la capra, non lo so. Ma rimase là dentro, e non l’ho vista più.

La seconda volta morii come ragazza.

C’è un momento preciso in cui cominci a essere donna, ed è quando ti assale lo schifo.

Non dico lo schifo qualunque: quello succede di averlo prima, e non fa danno.

No. Intendo il disprezzo vero: l’odio per il mondo.

Quando diventi capace di odiare, non sei più una ragazza.

Io odiai con tutta me stessa la famiglia di Abdel Karoum.

Augurai ogni male possibile a lui, a sua moglie, ai loro tre figli.

Fra questi tre figli ce n’era uno, che mi fu messo accanto.

Mi fu permesso di mangiare tre datteri. E di scegliere fra due veli: quale preferivo.

Poi non mi ricordo nulla.

So solo che a un certo punto uscii di notte: pioveva. C’era fango.

Andai dentro il vecchio camion con le ruote sgonfie.

Mi ci chiusi dentro. E provai con tutta me stessa a urlare, senza riuscirci.

Allora mi fissai la mano, questa mano.

Con forza l’afferrai con l’altra,

e la costrinsi a farmi con l’unghia un taglio sulla guancia, fino a sanguinare.

Fu la seconda volta che sentivo il sangue in viso.

Ma stavolta non era di una capra. Era mio.

E quello fu il mio secondo funerale.

La terza volta che morii, fu molto tempo dopo.

Avevo già i capelli bianchi, e il fiato a volte mi veniva meno.

Cosa avevo alle spalle?

Macchie di ruggine, come quelle sempre più grosse sul cofano del camion.

Mio marito era stato ucciso. Come tanti altri.

Alla fine la morte era diventata normale: ci scorreva addosso. La guardavamo scivolare.

Nel tempo avevo anche avuto dei figli.

Tre maschi, Asser, Kadar, Amouf.

Tutti nell’esercito, partiti da un anno e più.

Non mi sarei stupita se non li avessi più visti.

Uno di loro si era già sposato,

e aveva una bambina, Nassim, che era con me quel giorno.

Successe tutto come una tempesta di polvere e sabbia: si alzò all’improvviso,

e senza nemmeno che mi rendessi conto, ci trovammo dentro.

Dietro la baracca di Rashid c’era un tubo dell’acqua che saltava fuori dal terreno,

ci avevamo attaccato anni fa un rubinetto,

e il liquido giallo che gocciolava fuori lo usavamo per lavarci.

Ero là, in quel momento, con Nassim attaccata al collo.

Iniziai a dirle “Se vuoi ti racconto la storia di Shaban, e come parlò col fiume.”

Riempivo intanto una bottiglia di plastica.

C’era una volta una bambina come te. Vi assomigliate molto.

Ma questa bambina non aveva neanche un nome,

perché era comparsa all’improvviso una notte, lasciata chissà da chi,

e per questo sul momento la chiamarono Shaban:

quella notte era la prima notte di quel mese…”

Ecco. Fu qui.

Arrivarono con i furgoni.

Non vidi niente: sentii soltanto.

E poi che cosa? Un gran chiasso.

Urla come di bestie, spari, rumore di gomme.

Li stavano ammazzando tutti, come già a Faduja, a Koral, a Aswar:

ci erano arrivati i racconti.

La bestia che c’è in ognuno di noi a volte – se la ascolti – sceglie per il meglio.

E io l’ascoltai, quel giorno: mi buttai a terra, davanti al rubinetto,

tappando la bocca alla bambina quasi a soffocarla.

Facemmo finta di essere morte. Sdraiate giù come carcasse.

Non so quanto restammo così. Forse ore. Forse minuti.

Mossi il primo muscolo del piede dopo un bel po’,

nell’aria ormai c’era rimasto solo il suono della radio,

un altro discorso di Moqtada al-Sadr.

Eravamo sudice di fango. Con un po’ d’acqua pulii il viso a Nassim. Poi il mio.

Ci guardammo.

Sapevamo benissimo

che non c’era nessun altro vivo, oltre la baracca di Rashid.

Misi la bambina seduta su un masso. Era pietrificata.

E senza perderla di vista, camminando all’indietro,

sgusciai il tempo di un attimo dentro ognuno dei cubi di Hulalyah:

ai morti non servivano più i soldi, a noi probabilmente sì.

Riempii una borsa con quello che trovavo.

Piegai le banconote alla meno peggio,

e con le scarpe sporche di fango e sangue riattraversai quel cimitero.

È l’ultimo ricordo che ho di casa nostra.

Cosa accadde subito dopo, non so dirlo.

Mia sorella mi diceva un tempo “Tu Haifa sei nata per star ferma.”

E io facevo sì col mento.

Ma nonostante questo, presi la bambina in braccio.

E da lì ce ne andammo.

 

2. Il bestiame

Quando cammini, non è che sai sempre dove andare.

Ci sono certe volte che cammini e basta.

Ti portano le gambe, sanno tutto loro.

E lì scopri che magari sei diversa da come credevi.

Io ero sempre stata a casa, sempre o quasi.

Perfino da ragazza. Pensavo di non avere le gambe forti.

Ed ora invece ecco: camminavo.

Quando fece buio eravamo per strada da qualcosa come nove ore.

Nove ore camminando non sono uno scherzo,

soprattutto se hai una bambina addosso,

e tua sorella ti diceva che sei nata per star ferma.

Arrivammo a Quaryat al-Alshiq che già le luci erano accese,

vidi le prime case da sopra un’altura, e mi assalì un misto di gioia e di terrore:

la gioia fu che a Quaryat al-Alshiq abitava un fratello di mio padre.

Il terrore fu che dovevamo entrare in città, e riconoscere la strada.

Presi il viso di Nassim fra le mani. Le chiesi l’ultimo sforzo.

Poi scendemmo dalle rocce verso la strada,

dove un baraccone di legno e ghisa bruciava qua e là.

Sembrava una stalla,

o meglio: lo era di certo, come mi disse l’odore tremendo che veniva fuori:

carne bruciata.

Pensai “Se c’erano bestie, ci sarà almeno un barile d’acqua”,

e stringendo gli occhi per il bruciore, provai a addentrarmi nel fumo.

Fu lì che vidi Gheffiah, il pastore.

Ricurvo fra la cenere e i carboni,

cercava fra le carcasse se c’era ancora qualche bestia viva.

Quello lassù sembra vivo

e gli mostrai un montone fermo in equilibrio su un soppalco mezzo crollato.

Lui fu come se vedesse un tesoro. Credo lo chiamò quasi per nome.

E si arrampicò per recuperarlo, prima che fosse del tutto buio.

Fuori c’era un camioncino, con i fari accesi,

su cui le bestie sopravvissute, strette da non dire, facevano un chiasso da inferno.

Sai come si fa a entrare a Quaryat al-Alshiq senza documenti? “

Lui mi fissa come fossi pazza:

C’è il coprifuoco, comincia fra mezz’ora.”

Nascondici fra le bestie. Sul camion. Ti do mille dinari per me e mille per la bambina.”

Di nuovo mi fissa come fossi pazza:

Non rischio: è già tutto fatto

domattina un tizio mi compra le bestie

e coi miei figli ce ne andiamo per sempre da qua.”

Cinquemila vanno bene? Non ne ho di più. Che ti importa? Tu domani te ne vai, sei salvo!”

Mi ignora.

Ma appena arriva al camion, mentre carica su il montone,

mi fa da lontano un cenno con la mano.

Afferro per un braccio Nassim, che si è quasi addormentata.

Prima che ci ripensi,

ci infiliamo sul furgone, sdraiate in basso, lunghe, ferme fra le zampe.

Il pelo delle pecore ci copre del tutto,

il caldo è asfissiante, l’odore peggio.

Gheffiah mette in moto, sentiamo togliere il freno a mano,

stringo la bambina, ogni sasso della strada è un sobbalzo.

Sento il camion rallentare, rallentare, rallentare.

È la fila delle macchine per entrare in città.

Sessanta… settanta… novanta…

La voce dei soldati.

Il pastore spegne il motore.

Scende dal camion.

La voce dei soldati.

Poi un rumore metallico: aprono lo sportello posteriore.

Un alone di luce sopra di noi: hanno una torcia.

Trattengo il respiro. Con le mani blocco le gambe di Nassim perché stia immobile.

Distinguo la voce dei soldati.

Uno di loro sale sopra: ne intravedo là avanti lo stivale.

Fa un passo fra le bestie, poi un altro.

A un tratto, assordante, la sirena del coprifuoco.

Il soldato salta giù, sento richiudere lo sportello.

Il motore si riaccende. Ci muoviamo? ci muoviamo!

Nassim, ci muoviamo!”

E sì, per ora siamo salve.

3. La zuppa a Quaryat al-Alshiq

La casa del pastore è quel che resta di una casa.

Le pareti un tempo erano gialle, credo.

Ora si vedono le pietre, e il cemento vivo, sotto i fori delle mitragliate.

Siamo nel quartiere sud, intorno alla moschea di Kaddar,

è l’unica zona che finora resiste.

Un tempo la casa era a due piani.

Il secondo è saltato in aria, con un colpo di mortaio,

e c’è rimasta solo l’antenna appesa a un brandello di muro.

Gheffiah e i suoi abitano nel garage, con i materassi a terra

e un fornellino a gas sopra un barile sfondato.

Sono in tutto quattro: il pastore e tre bambini.

Il più grande, Farid, avrà dieci anni, ma ne dimostra venti.

È lui che vedo saltare alla guida del furgone,

parcheggiandolo davanti all’ingresso del garage come fosse una barricata.

Farid è un bambino adulto.

Tiene a bada gli altri due a forza di occhiate,

soprattutto Sadiq, sette anni a dir tanto, che non sta fermo un attimo

e gira per la stanza fingendo di sparare agli altri.

Il più piccolo è Kaim. Quattro anni, l’età di Nassim.

A guardarli sembrano uno la copia dell’altra,

e infatti fanno amicizia subito,

disegnando con due pastelli dietro fogli vecchi di giornale.

La moglie di Gheffiah non c’è più – mi dice lui, mentre preparo un po’ di zuppa calda.

L’hanno presa i tagliagole,

in una retata due mesi fa, al mercato di Qoffuq:

le donne più giovani le portano via e non si vedono più,

le vendono come schiave in una fabbrica abbandonata di Mossul.

Chi ce l’ha fatta a scappare ha raccontato che le marchiano sfregiandole:

un taglio lungo dall’orecchio al labbro.

Sembra che molte ragazze si uccidano lungo il tragitto,

e Gheffiah spera sia andata così:

sua moglie era una forte, girava sempre con due lamette in tasca,

così, se la prendevano, sapeva cosa fare. E l’avrà fatto.

Poi Gheffiah fa un cenno ai figli, e tutti ci sediamo sugli sgabelli per mangiare.

Tocca a ognuno mezzo piatto di zuppa,

oppure l’allunghi con l’acqua per fare un piatto intero.

Mentre mangia l’ultima zuppa a Quaryat al-Alshiq

il pastore mi parla di un posto a nord,

dove hanno infilato sotto terra un tubo.

Era una condotta del gasdotto: l’hanno tolta dov’era e l’hanno messa là.

Lunga un chilometro, tutto sotto terra.

Fanno affari insieme, sono due bande, tutte e due curde.

Entri di qua, esci in Turchia, nel distretto di Caliskan.

Devi pagare. Mille a testa. Anche i bambini.

E una volta che paghi, ti fanno strisciare fino all’altra parte. Questo è tutto.

Fisso il pastore

come si può fissare l’ultima speranza che ti passa accanto per caso

e se non l’afferri sei perduto:

Se io e la bambina venissimo con voi?

Sul furgone c’è spazio per tutti e cinque. Pago io il carburante.”

Non risponde.

Si alza da tavola,

batte le mani, senza dire nulla,

e i suoi bambini capiscono al volo che è l’ora di dormire.

Accanto a ognuno, ci faccio caso, c’è uno zaino già pronto.

Hanno preparato ogni cosa, ognuno per sé.

 

4. L’autorimessa di Pardask

La strada verso nord è lunga e dritta.

Di continuo crateri rompono l’asfalto, tocca evitarli con sterzate.

Ogni tanto a destra e sinistra si alzano le colonne di fumo nero di qualcosa che brucia,

forse pozzi di petrolio, forse piccoli villaggi.

È tutto in fiamme, ormai, quello che lasciamo.

Il pastore guida

gli occhi fissi sul contachilometri.

Farid bambino adulto siede al suo fianco.

Dietro di loro siamo seduti io con in braccio Nassim e i due ragazzini Sadiq e Kaim.

Ognuno ha avuto un incarico.

Sadiq tiene sott’occhio le due taniche di benzina.

Per un viaggio come questo il carburante va tenuto a bordo.

Al nord i predoni hanno il controllo di tutte le autopompe

e rapinano chiunque si ferma.

Dall’inizio del viaggio Sadiq tiene un coltello fisso in mano,

sopra le ginocchia “Se non hai una lama addosso non sei un uomo”

Gli sorrido. Lui no.

La radio accesa ci accompagna da tre ore.

Trasmette l’immancabile discorso dell’imam Moqtada al-Sadr.

Il sole intanto si va alzando. Il caldo aumenta.

Provo a prendere sonno, ma appena ci riesco sento il furgone frenare bruscamente.

In lontananza compare già il profilo delle prime montagne curde: è un buon segno.

Ma non è per questo che il pastore si è fermato.

Poco avanti a noi, sta una pompa di benzina,

su cui svetta una bandiera scura.

Uomini armati occupano la carreggiata in tutti e due i sensi,

obbligando le vetture ad accostare.

Un mitragliatore è posizionato sul tetto della rimessa.

Non c’è modo di evitarli: anche noi dovremo fermarci.

Il pastore fissa suo figlio maggiore.

Non si dicono niente, ma è come se parlassero.

Lo sguardo di Farid in quell’istante mi si è stampato nella testa,

ed è una delle cose che non dimenticherò mai

dopo tutto questo viaggio.

Sembra che Farid sappia alla perfezione cosa fare.

Estrae un borsello di cuoio nero, lo apre, ne toglie via quasi tutti i soldi.

Poi lo chiude con la zip, e lo restituisce al padre.

Anche Sadiq sa cosa fare:

apre uno sportello nel cassone del furgone, sotto i suoi piedi,

e vi infila la più grossa delle taniche. La più piccola la tiene con sé.

Quanto al più piccolo dei tre, Kaim, anche lui ha un ruolo:

a un’occhiata di Farid lo vedo tirar fuori una bottiglietta

e rovesciare tutto in bocca senza deglutire.

Il pastore da parte sua non si distrae:

guarda avanti, lo sguardo fisso agli uomini armati.

Ci avviciniamo.

Il primo dei guerriglieri ci fa cenno di accostare.

Si avvicinano in due. Aprono lo sportello della guida.

Il pastore scende.

Di nuovo fissa suo figlio, che gli fa un cenno abbassando il mento.

Sento con chiarezza dire “Vogliamo tutti i soldi, e il carburante.”

Il pastore passa al guerrigliero il borsello di cuoio.

Aggiunge “Ho anche una tanica di benzina,

ma fate presto perché il bambino piccolo sta male,

ha un’infezione, lo portiamo a Kur-Af-Kassim per farlo visitare”

A questo punto Sadiq apre lo sportello posteriore:

mette avanti la tanica di benzina,

mentre Kaim vomita fuori tutto il liquido che aveva in bocca.

Come lo fate curare il bambino a Kur-Af-Kassim se non avete soldi?”

Lui non risponde. L’uomo gli fa cenno di sparire.

E appena il pastore allunga la mano per riaprire la portiera,

ecco un colpo. Secco.

Il finestrino si inonda di rosso,

ma è solo una frazione di un minimo istante

perché Farid dal sedile accanto – come sapesse già ogni cosa –

gira la chiave, si sposta al volante e pigia il piede sull’acceleratore

restando quasi in piedi

perché altrimenti non gli basterebbero le gambe per arrivare ai pedali.

Schizziamo via fra gli spari e le grida, io tappo gli occhi e gli orecchi di Nassim

mentre Sadiq e Kaim mi vomitano addosso,

questa volta per davvero.

Voliamo via a 170 all’ora, sbandando,

voliamo via a 180, forse 200 all’ora, come pazzi,

voliamo via guidati da un bambino di 10 anni che ci ha appena salvati tutti,

e a cui non ho visto negli occhi la minima reazione.

Freddissimo, senza una sola goccia di sudore,

Farid ha fatto quello che doveva.

E adesso guida, a 200 all’ora,

sulla strada dritta verso le montagne.

 

5. Il tubo di Çaliskan

Quando il furgone si ferma, ci troviamo in uno spiazzo fra le rocce.

Eccoci qua, a un passo dalla Turchia.

A un passo da lasciarci tutto dietro.

Uomini, vecchi, donne: c’è un’umanità intera in questo posto,

pronta a pagare – come noi – una fortuna di soldi a testa,

solo per infilarsi dentro un tubo sotto terra.

Dall’altra parte.

Dall’altra parte.

Nassim mi chiede dove andiamo. Non le rispondo.

Ci pensa Kaim a dirle “in un posto dove è bello”.

Un passo. Un passo ancora.

Nella fila qualcuno sviene. Qualcuno grida.

Sette ore sotto il sole.

Qualcuno si fa indietro, come rinunciasse, poi riprova.

Ti fanno prima passare dentro una baracca.

C’è una specie di vasca, piena d’olio.

Ti devi togliere gli abiti, e infilarti là dentro.

E la nostra roba?”

Non si può portare nulla, solo una cordicella legata al collo con appeso un tubetto di plastica:

per i soldi. Quelli li puoi portare.

Prima di me tocca a una ragazza di vent’anni,

con una cicatrice che le va dall’orecchio al labbro:

ha un bambino al collo, fasciato stretto in un lenzuolo, e nel tubo vuole scorrere con lui.

Ci aspetta la vasca, colma di una morchia nera: tutti dentro, fino al collo,

compreso il bambino che non si muove.

Solo quando sei unto bene, ti fanno rialzare e da una botola sul pavimento

ti infili in un buco nero.

Quando gli occhi si abituano all’oscurità, solo allora distingui da un lato

una corda, attaccata ad anelli di ferro.

Devi reggerti a quella, fare forza, darti lo slancio,

un metro dopo l’altro, scorrendo in avanti,

ci vuole per lo meno mezz’ora per fare un chilometro

e riuscire dall’altra parte

con le voci che intanto là sotto si moltiplicano rimbombando,

in un tutt’uno di pianto, e tremore, e preghiere.

Ogni dieci metri c’è una presa d’aria.

Un minimo di luce entra da lassù.

Prendo tutto il fiato che posso.

Nassim davanti a me. Le dico che è un gioco.

Avanti. E sia.

Scorrere in avanti, forza,

un metro ancora, un metro ancora,

– dall’altra parte, dall’altra parte –

scorrere in avanti, forza,

un metro ancora, un metro ancora,

– dall’altra parte, dall’altra parte –

scorrere in avanti, forza,

un metro ancora, un metro ancora,

– dall’altra parte, dall’altra parte –

Dall’altra parte.

 

6. La curva di Kurtalan

Tu Haifa sei nata per star ferma.”

mi diceva un tempo mia sorella – che poi sorella non era.

Lo dicesse ora, che ho i piedi rossi come brace,

sfatti da non dire, di vesciche e graffi.

All’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino:

strappando le bacche dai rovi pur di toccare cibo

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

senza sentire più le dita nelle scarpe

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

con la pelle della fronte che si spacca per il sole

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

chiamando per nome tutte le tue ossa

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

senza dormire per paura di dormire

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

stanca esausta di dirti “Dai, è quasi fatta

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

contando gli altri per vedere chi si è arreso

all’alba del terzo giorno ininterrotto di cammino

le case basse di Kurtalan

ci sono apparse all’improvviso,

là in basso, come una visione che ti chiedi se è vera

allora gridi a tua nipote: “è la città, Nassim, guarda!”

ma scopri di non aver voce per urlare,

e d’altra parte Nassim se ne è già accorta dall’entusiasmo generale.

Alza su in alto la bambola che si è costruita con erba e rami,

le dice “sei stata brava a camminare”.

E ha ragione, Nassim: siamo stati tutti bravi a camminare.

Prima di avvicinarci alla città, il miracolo:

c’è una grande cisterna d’acqua abbandonata, piena di ruggine,

perde acqua piovana, che noi ci precipitiamo a bere,

con le bocche aperte verso l’alto,

allontanando gli altri a spallate,

assaporando le gocce,

prendendole perfino con le dita se ti escono dalle labbra.

Fate bere prima chi ha i bambini al collo!” grida la ragazza con la cicatrice.

Siamo ancora là sotto, tutti con le bocche aperte,

quando un ragazzo sale sul montante di ferro della cisterna.

Grida che Kurtalan è uno scalo merci,

salire sul treno quando è fermo è proibito.

Appena fuori dalla stazione però c’è subito una curva.

Il treno lì rallenta, poi prende velocità e a quel punto non si ferma più.

Il tempo è pochissimo: il treno ci mette un attimo a passare la curva.

Dobbiamo salire in corsa.

Ed è qui che mi sento afferrare per la sottana.

È lei, la ragazza sfregiata col bambino al collo,

fasciato stretto che a mala pena si vedono gli occhi.

Tiene per un braccio Sadiq, e me lo butta addosso.

Senti, vecchia: non so se questo ladro è tuo figlio o tuo nipote.

Qualunque cosa sia, digli che la smetta di rubare in giro. Con me ci ha provato già tre volte.”

Fisso Sadiq, senza dire una parola: davvero non ne ho.

Nel mio sguardo, però, la ragazza legge qualcosa:

Vecchia, tu aiuti me io aiuto te… Dico là, al treno.

A te serve uno in gamba che salga sopra e che ti prenda i ragazzini… O no?

Tu aiuti me io aiuto te… Io salgo sopra. Tu stai pronta più avanti, e mi passi per primo mio figlio.

Guarda che è malato: ha una cosa ai polmoni, scotta da tre giorni. Non può prendere freddo.

Ce la fai a correre dietro il treno qualche metro? Giuro che appena tutti i bambini sono sopra, io ti tiro su.

E detto questo mi afferra una mano,

la stringe nella sua, quasi mi rompe il polso:

ha deciso per me che l’accordo è fatto.

E io non mi oppongo.

Sarà che dal vivo

non l’ho mai visto, un treno

E quando Nassim mi chiede cos’è

le dico “Una cosa che va via, con noi sopra.”

Sì. Già Una cosa che va via. Con noi sopra.

Ed ecco.

Siamo tutti in fila, di qua e di là dai binari,

guardando fisso l’angolo estremo della curva.

Mi guardo attorno, circondata di gente col terrore negli occhi,

molti con bambini al collo, pronti a passarli come pacchi.

Un’altra cosa che non scorderò mai di tutto questo viaggio

è la lunga attesa di quel treno, pronti a dare l’assalto.

Qualcuno grida “Allah sia con noi!”

E in un chiasso assordante di ferro compare il muso del treno,

molto più veloce del previsto,

tanto che lo accolgono le urla di chi sa già di non farcela.

Compare veloce, poi rallenta come per socchiudere una porta:

dentro quella porta costi quel che costi dobbiamo entrare.

Nassim lascia cadere la sua bambola di stecchi.

Raaida, la ragazza con la cicatrice, si aggrappa all’inferriata di un vagone da carbone, e si tira su.

Le passo suo figlio.

Poi corro avanti, o meglio: salto sui talloni,

do un bacio in fronte a Nassim, alzo con tutta la forza che posso i due bambini:

lei li afferra e li tira contro sé scaraventandoli come sacchi sul nero del carbone.

Intanto Farid è già sopra: afferra da sotto le ascelle Sadiq e lo porta sopra.

Quanto a me, cerco di correre lungo il treno,

ma le gambe non mi reggono.

Una cosa che va via, con noi sopra.”

Una cosa che va via, con noi sopra.”

Una cosa che va via, con noi sopra.”

Una cosa che va via, con noi sopra.”

Ci sono momenti misteriosi nella vita di ognuno,

in cui la forza che è in te viene tutta a galla e esplode come un vulcano.

Credo sia la bestia che è in noi, liberata dai pensieri.

Lì, lungo quel binario di Kurtalan, fra gente che cadeva e altri trascinati come stoffe appese,

io so che per la prima volta – in assoluto, in tutta la mia vita –

io scelsi davvero di non morire.

Con tutta la voce che avevo gridai la cosa più imbecille che mi salì alla bocca: “Mi chiamo Haifa!”

e scoprii accidenti quanto è forte urlare il tuo nome,

è una cosa che ti straccia il petto e ti sembra di uscir fuori da te come vomitassi l’anima.

Alla vista di una vecchia che correndo urlava “Mi chiamo Haifa!”

ci fu chi mosse in avanti un braccio.

Mi sentii tirare in alto sul carro legnami, mentre il treno prendeva velocità,

e non ci fu che il tempo di sentire la mia scarpa finire nel tritacarne delle ruote in corsa.

Uno schizzo di sangue mi inondò la faccia,

e sull’onda dello schifo feci l’ultimo sforzo per salire sopra.

Una cosa che va via, con noi sopra.”

Avevo un piede aperto, il taglio era profondo:

mi si vedeva la carne viva.

Persi i sensi, ma credo col sorriso in faccia,

perché l’ultimo pensiero che mi inondò la testa

fu il più splendido che avessi mai fatto:

Mi chiamo Haifa, e sono sul treno.”

 

7. Binario 13

Sappiamo così poco di noi stessi.

E di quel poco che sappiamo, ci accontentiamo.

Io credo per esempio che non esista una morte sola:

a volte – per fortuna – quando la vita è un carico tremendo,

noi riusciamo a morire per un poco,

andiamo altrove, ci lasciamo il corpo indietro.

E poi torniamo al punto di partenza, uguali ma diversi,

in parte nuovi, anche se sei un vecchio.

Su quel treno merci che tagliava a mezzo la Turchia da parte a parte,

io chiusi gli occhi all’inizio del viaggio: era mattina presto. Li riaprii che era buio.

Dovunque fossimo, dopo sedici ore e oltre,

il treno adesso si stava fermando.

E qui ricominciò la storia.

Raaida, la ragazza con la cicatrice, strinse il fagotto con suo figlio:

Siamo alla stazione di Izmir, la polizia ci aspettava:

hanno circondato il treno. Come l’altra volta.

Ma ho imparato come fare, so come funziona.

Se avessi avuto un figlio, due anni fa, magari riuscivo a andarmene, dall’altra parte.

Dal campo profughi si vedono le luci, dietro il mare. La Grecia è a un passo.

Questa volta però ce la faccio. Giuro che ce la faccio.”

La fermo, come per riportarla alla realtà,

che certe volte la voglia di fuggire è più forte

e ti fa scordare chi sei e da dove vieni:

Non hai detto che tuo figlio sta male?”

Ecco, è un attimo. Prima mi fissa, poi ride:

Mio figlio? Non hai capito? È finto.

Mi serve per andare alla baracca delle madri:

da quella si scappa meglio, con i bambini di mezzo non lanciano i cani.

Con i bambini di mezzo è tutto diverso.

Questa volta ce la faccio, garantito,

e raggiungo mia madre in Svezia, a Stoccolma.

Mi ha scritto tutto, come fare, chi cercare:

c’è a Dikili chi ti porta in nave dall’altra parte…”

Afferro Raaida per il collo, stavolta sono io a parlarle all’orecchio,

fingo di proporle un accordo, in realtà lo pretendo,

perché questo non è un momento per chiedere,

puoi solo pretendere:

Io salvo te, tu salvi noi…

Ascoltami bene: tu hai un bambino finto: se ti scoprono sei spacciata come due anni fa.

Ti presto i due bambini piccoli: Nassim e Kaim. Puoi dire che sono figli tuoi, così hai due bambini veri.

Io salvo te, tu salvi noi:

conosci chi controlla le barche, sai chi cercare, sai chi pagare.

Mi basta arrivare dall’altra parte del mare,

poi vai da sola, in Svezia, a Stoccolma, o dove ti pare.”

A questo punto il treno si fermò del tutto.

Binario 13, Izmir.

Lampi di fari.

L’abbaiare dei cani era infernale.

Le luci blu e gialle della polizia turca ci tingevano le facce come vernice,

e in quel giallo-blu lessi in faccia a Raaida che l’accordo fra noi era fatto.

Avevo fatto in quei pochi giorni l’esperienza del dolore,

quella della paura e infine della gioia vera.

Mi mancava adesso di toccare con mano cosa fosse la rabbia.

Non sono cose che puoi dimenticare.

Saremmo stati in duecento, più o meno, sul binario 13.

I cani abbaiavano. Ininterrottamente.

Ma sempre di più sentivo che non abbaiavano per minaccia, no:

stavano cambiando, avevano paura.

Paura di noi.

Ebbi la netta sensazione che qualcosa intorno a me stesse crescendo.

Come il fuoco divampa a un tratto da sotto la cenere.

E qualunque cosa fosse, io c’ero dentro.

Un uomo in divisa ordinò dal megafono “Al campo di Izmir!

No! A Izmir c’è il colera!”

Fu un’insurrezione.

In cima al binario iniziano a correre come ossessi

buttandosi contro le transenne e gridando “Agli autobus! Fuori! Agli autobus!”,

e dietro di loro un fiume di corpi.

Agli autobus! Fuori! Agli autobus!”,

tutti, in blocco, stringendoci, in blocco, tutti,

anche le donne, anche noi vecchi, anche i bambini,

tutti ugualmente bestie,

tutti al massacro

Agli autobus! Fuori! Agli autobus!”

e poi ancora e poi ancora e poi ancora

senza vedere né capire più niente,

scordando ogni cosa che non fosse salvarsi,

e ancora adesso

mi sento afferrare per un braccio da Sadiq

con tanta forza che mi affonda le unghie nella pelle,

cado a terra, lui mi trascina,

con una mano mi tiene, con l’altra muove in aria il suo coltello,

non parla Sadiq, non grida:

emette suoni strani, come se ringhiasse ma più dei cani,

e

mentre vengo trascinata da un bambino di 7 anni,

mentre scivolo fra i corpi calpestati e sfatti

mentre come un sacco mi infilano su un autobus preso d’assalto

continuo solo come una stupida a ripetermi

che forse non è vero

forse sono ancora a casa

sì dev’essere così

sono ancora a casa

sono ancora a casa

sono ancora a casa

 

8. L’imbarco a Dikili

Sul grande piazzale di cemento a Dikili

nessuno guardò né le scogliere né il mare (che pure non avevo mai visto):

di più interessante c’erano – laggiù in fondo, piccolissime, oltre una striscia nera –

le luci della Grecia.

Potevi toccarle.

E già ti sembrava di avere un piede dall’altra parte.

L’uomo aveva dei denti bianchissimi,

le dita delle mani piene di anelli d’oro.

Raaida gli mostrò i bambini come fossero i suoi, lui segnò qualcosa su un taccuino.

Poi lei tirò fuori i soldi. Lui li contò.

Si avvicinò anche Farid, mostrandogli a distanza Sadiq seduto su un muretto.

Anche con Farid l’uomo segnò sul taccuino, e prese i soldi.

Poi Raaida puntò il dito verso di me.

Una ventata mi raffreddò il viso, soffiando dal mare.

Si avvicinò.

Le scarpe lucide.

Sopracciglia sottilissime, disegnate.

Rûtep Yazici Cosa hai fatto al piede? Perché è fasciato?

Non appoggi il piede a terra, non cammini, ti ho visto prima. E io non imbarco gente con ferite infette: se mi muori quando siamo in alto mare, la gente si spaventa e tutto è più difficile.

E comunque poi non ti voglio: quelli come te si mettono a gridare alla prima onda più forte, e stanotte dall’altra parte c’è mare agitato, preferisco gente giovane.

Io faccio il tragitto lungo, vi scarico a nord vicino Thessalonika, così finite proprio sul continente, non su un’isola. Se fosse il tragitto corto, prenderei anche i vecchi. Ma sul tragitto lungo non mi reggete: fate solo problemi.

Haifa Ti pago 400 dollari, il doppio degli altri.

Rûtep Yazici Sono 500. Anticipati. Subito.

Là, in fondo, attraccata contro un molo di legno,

sotto la luce sgranata di una lampadina,

una barca visibilmente marcia, dallo scafo basso, riverniciata di recente.

Mi sarei tirata indietro,

se non fosse che una voce dentro me ripeteva ancora “dall’altra parte”.

Reggendomi a Farid entrai anch’io a bordo.

La cabina e la stiva erano piene zeppe. Uno spillo non sarebbe finito a terra.

Immerse dentro una strana luce viola,

non eravamo meno di 100 persone,

strette e sedute una sull’altra, in perfetto silenzio.

Quando arriviamo?” chiese Kaim mentre il motore d’un tratto si accendeva.

Un argano si mise in movimento, e fu tolta l’ancora.

Ci muovemmo in alto e in basso come biglie in un bicchiere.

Quando arriviamo?” ripeté Kaim.

Il motore sotto i nostri piedi diede una sbuffata di fumo che in parte penetrò nella stiva.

Sentimmo scricchiolare lo scafo, come fosse fatto di argilla.

L’acqua della prima ondata investì il vetro sopra le mie spalle.

Quando arriviamo?” chiese per la terza volta Kaim.

Ma nessuno gli rispose.

E non lo chiese più.

 

9. Shabàn che parlò col fiume

Delle dieci ore che seguirono ricordo ogni singolo minuto.

Sarà che quasi non toglievo gli occhi da un orologio appeso alla parete,

che frizzando ci dava il verdetto: quanto mancava.

Non ad arrivare.

Quanto mancava alle 5:00 del mattino, più o meno,

quando saremmo entrati dove le correnti erano più forti.

L’altra volta che provai, ci ribaltammo al largo di Thassos”

disse un pakistano che tentava – così disse – per la terza volta.

Fuori dal vetro non c’era che buio.

A un tratto sentii Nassim tirarmi l’orecchio,

e con un filo di voce

sorprendendomi

mi chiese “Mi racconti di Shabàn e di come parlò col fiume?…”

Le carezzai la testa. Appoggiai il mento sulla sua spalla.

E ripresi il mio racconto, come se fossimo ancora là, al rubinetto dell’acqua:

4.24 “C’era una volta una bambina come te. Vi assomigliate molto.

Ma questa bambina non aveva neanche un nome,

perché era comparsa all’improvviso una notte, lasciata chissà da chi,

e per questo sul momento la chiamarono Shabàn:

quella notte infatti era la prima di quel mese.”

4.26 “Il villaggio dove Shabàn fu lasciata

era molto simile a quello dove sei nata.

A quel tempo però girava la leggenda

che il grande fiume Tigri, a nemmeno un’ora di cammino,

non scorresse sempre zitto,

ma se un bambino gli faceva la domanda giusta,

gli avrebbe dato per filo e per segno la risposta.

4.28 La “domanda giusta”, così si diceva.”

La piccola Shabàn, che di se stessa non sapeva neanche il nome,

pensò che fra tutte le domande del mondo

la sua fosse proprio l’unica “domanda giusta”,

per cui scese al fiume, si mise seduta su una roccia,

e guardando l’acqua chiese “come mi chiamo veramente?”…

4.30 “Il fiume Tigri tuttavia, non la degnò di una risposta.

Continuò a scorrere, come niente fosse.

E così fece anche il giorno dopo, e quello dopo ancora.

I giorni si fecero settimane, e i mesi stagioni:

per quanto Shabàn passasse delle ore seduta sulla riva,

il fiume non le rivolgeva la parola.”

4.35 “Finché un giorno, persa la pazienza,

la bambina si gettò nel fiume, ma non per bagnarsi: per schiaffeggiarlo.

Muoveva le mani in alto e in basso cercando di fargli male,

ma il fiume fu più che mai insolente:

non solo l’acqua le passava come niente fra le dita,

ma a Shabàn, là sotto, sembrò perfino di sentirlo ridere.

E questo per lei fu davvero troppo.”

4.40 “Si trascinò a riva, risalì sulla sua roccia

e parlando al fiume come si fa coi cani,

gli disse “Se non vuoi parlarmi, non farlo.

Ma io ho bisogno di una risposta, che ti piaccia o meno.

Quindi: da domani io ti dirò uno per uno tutti i nomi che conosco.

Se starai zitto, vorrà dire che quel nome non è il mio.

Fino a che non ne resterà uno solo, e a quel punto nemmeno te lo verrò a dire:

siccome non sei un bugiardo, vorrà dire che era il mio.

E a quel punto, grazie per la risposta.”

4.45 “Dal giorno successivo

la bambina imparò a memoria tutti nomi che sentiva in giro,

dopodiché scendeva correndo al fiume e li urlava dalla roccia.

Ma il fiume ogni volta scorreva in silenzio.

Infine, dopo molto tempo, quando non erano rimasti che due soli nomi,

Shabàn tornò per l’ultima volta al fiume. Ne scelse uno. Lo gridò.

Il fiume non ebbe reazione. Ma subito dopo…”

4.50 “Subito dopo, dall’altra riva, Shabàn sentì una voce.

A dire il vero le sembrò una voce di donna, o di bambino.

Ma quel che è strano è che era una voce distinta,

vicina come se venisse da pochi passi…”

4.53 “Shabàn si alzò in piedi: non vedeva nessuno.

Ma come se qualcuno la chiamasse, la voce disse ancora – chiaramente – l’unico nome che restava.

Forse fu solo un caso. O un’incredibile coincidenza.

Ma sai che c’è? È da quel giorno sul fiume,

che io so di chiamarmi Haifa.”

 

10. 100 metri

Il suo viso grigio, la mascella che trema,

le dita rigide chiuse sul mio polso come ferri,

quell’attimo lunghissimo in cui fissandole il petto

mi sono detta “non è morta: forse respira”.

Là, in mare, a un passo dalla costa eppure in mare,

ho passato, stretta a Nassim, circa due ore,

immersa in acqua fino al petto.

Più niente di me esisteva da quella linea in giù.

Mi perdevo nel buio, sotto il salvagente.

E mi sono dimenticata di avere un corpo.

L’ho ritrovato tre giorni dopo, lentamente.

Quanto agli altri.

Raaida è viva.

Anche se ha un braccio rovinato da uno scoglio. Guarirà.

La fune che la teneva legata a Kaim si è spezzata cadendo in mare,

e di lui non sappiamo più niente.

Quanto a Farid e Sadiq: quando la barca si è ribaltata,

si sono attaccati a non so cosa che galleggiava in mare,

e sono gli unici che hanno trovato a riva.

Hanno i polmoni pieni d’acqua. Guariranno.

Da quel giorno non li ho più sentiti parlare di Kaim,

nemmeno una parola.

Così come non parlavano più del padre,

e della madre finita chissà dove e chissà come.

Cancellati, tutti, con un soffio sulla sabbia.

Forse perché chi lotta per vivere, non può contare i morti.

Forse perché ogni cosa – compresi i ricordi – li rimandiamo alla fine del viaggio.

O forse, più semplicemente,

perché niente ha senso, di tutto questo.

Galleggiamo. E galleggiare è tutto.

Eravamo 123 alla partenza da Dikili, ci siamo salvati in 47.

E adesso?

Quando ho detto che il mio viaggio poteva fermarsi qui,

Raaida mi ha riso in faccia come fossi pazza:

in Grecia non si può più restare, non siamo ammessi,

l’unica salvezza è passare il confine, andare in Macedonia e da lì salire.

Passare la frontiera. Dall’altra parte.

Dall’altra parte. Ancora.

In questo caso, però,

l’altra parte è di là dal filo spinato,

steso a perdita d’occhio perché la frontiera per noi è chiusa.

Ci siamo noi, e davanti a noi cento metri in cui nessuno mette piede.

Perché?

Ci sono le mine quelle avanzate dalla guerra in Jugoslavia, vecchia.

Ce le hanno messe i macedoni per non farci passare

È una voce. Che sia vera o no, nessuno ha il coraggio di tentare.

In una striscia di coperte e di fornelli a gas,

centinaia come noi, sdraiati a terra, aspettano da un mese di poter passare

sotto una pioggia che qui batte ininterrotta.

A volte penso che il mare da cui ci hanno salvati

ci presenti il conto piovendoci in testa.

E noi immobili ci bagniamo.

Così,

schierati in attesa, qui, una folla nel fango,

sotto teli di cellophan,

passiamo le giornate a cento metri da un groviglio spinato

che ci separa dall’altra parte.

Non accade niente, qui, sotto la pioggia.

A scandire la giornata ci sono solo le liti furiose fra Farid e Sadiq.

O meglio: Farid non parla, dice sì e no tre parole.

Ma afferra suo fratello per il collo, ogni volta che nel campo lo trova a rubare.

Sadiq allora ringhia, come quella volta a Izmir.

I soldi, i soldi, i soldi! I soldi ci serviranno, non lo capisci, bestia?”

Se ti ammazzano prima, non ti serviranno.”

Se ci provano, ho un coltello.” E scappa.

Poi tutto si placa. E l’attesa ricomincia.

Ogni tanto qualcuno si fa prendere da una voglia improvvisa di agire.

C’è per esempio un ragazzo afgano, magrissimo,

si regge in piedi a stento su due stampelle.

Gli mancano tutte e due le gambe, le ha perse a Kabul su una mina.

Ogni giorno sale su una cassetta di frutta, sotto la pioggia,

grida di continuo

alzando in alto un paio di tenaglie e una vanga:

Allah non ci ha portati fin qui per aspettare sotto la pioggia!

Ho qui tre tenaglie e due vanghe:

se qualcuno ha il coraggio che ho io

e le gambe che non ho,

allora venga fuori, avanti:

faccia di corsa questi cento metri,

e vediamo se sono minati o se è solo una storia.

Lo ripete ogni giorno.

Sempre uguale.

Fino a oggi.

Non finisce di parlare, che la pioggia inizia a cadere più forte.

Quasi lo sapesse, la pioggia, che non è più il momento di parlare:

dietro il ragazzo afgano senza gambe vedo alzarsi molta gente in piedi.

Lasciano cadere a terra i teli di cellophan, la pioggia ci martella sopra.

Si alzano altri. E poi altri ancora.

Ed è lì che lo vedo:

Sadiq, fradicio di pioggia, ha mosso il primo passo dentro la striscia.

Dietro di noi il bosco è un’unica macchia nera.

Davanti a noi, dietro il filo spinato, vediamo solo una massa grigia.

Un vecchio rauco accanto a me grida più forte che può “Assalamu Aleikum!”

e punta il dito verso Sadiq come indicando ad Allah chi deve proteggere.

Sadiq guarda a terra, davanti a sé. Poi muove un altro passo.

La pioggia è incessante.

Sadiq alza un piede, come per darsi uno slancio. Ed è un altro passo.

Le scarpe di Sadiq affondano nel fango. Si volta a guardarci. Prende un respiro. Altri tre passi.

Dall’altra parte.

Dall’altra parte.

Dall’altra parte.

 

11. Rettilario

Strisciando nel fango, ci lasciammo le spalle la Grecia

ed entrammo in Macedonia.

Un vento freddo ci accolse sui monti di Strumica.

Poi si fermò. Nebbia densa.

Era per me il 48° giorno di viaggio,

e per la prima volta mi chiesi dove andavo.

Sarà che quando lasci ogni cosa, fuggendo,

c’è una lunga fase – all’inizio – in cui vuoi solo andare lontano.

Poi a un certo punto apri gli occhi.

Ti si aprono da soli, all’improvviso, decidono loro: danno un calcio da dentro e spalancano le palpebre.

Ho imparato che spesso quello che ci salva è il non vedere.

Viviamo nella nebbia, e questo è un bene.

Quando gli occhi ti si aprono, d’un tratto, è per la voglia di farsi male.

Perché lì, solo lì, vedi tutto quanto:

il cammino che hai fatto, il dolore che hai dentro.

La bussola che non hai, e che non hai mai avuto.

Solo lì ti guardi indietro, e non trovi più niente se non il viaggio.

Sei diventata, tu, il tuo viaggio.

Scendemmo in città a Berovo, a gruppi, cercando niente più che un posto per dormire.

Noi lo trovammo in uno zoo, abbandonato, con il cancello sfondato e l’insegna a pezzi.

I rampicanti ormai si erano mangiati tutto.

Lampioncini spezzati. I rottami di un bar.

La voliera delle aquile. Un grande cartello con disegnato un orso.

Dissi a Nassim che avremmo dormito dove stavano le scimmie. La cosa le piacque molto.

E poi aspettare.

Aspettammo.

L’uomo che si presentò, non era dei nostri.

Calvo, pelle chiarissima, occhi azzurri quasi trasparenti.

Un giubbotto di pelle scura con la pelliccia al collo. Scartava di continuo caramelle.

Parla in bulgaro, disse qualcuno.

Si fece capire: ci mostrò una mappa, e delle foto.

Non era la prima volta:

quelle carte erano passate già in chissà quante mani, prima delle nostre.

Ce le passammo, in cerchio.

L’unico suono era la caramella nel palato del bulgaro.

E la proposta fu per tutti chiara.

Lo zoo di Berovo non era un posto per restare.

Poche ore ancora e la polizia ci avrebbe presi, schedati e rimandati in Grecia.

Forse in Turchia.

Per chi non voleva tornare indietro

ci offrivano un passaggio – addirittura in auto: quattro, cinque per vettura – fino al nord della Serbia.

Fino a Horgos, per essere precisi: frontiera con l’Ungheria. Guardare la mappa.

Da qui a lassù, nessun problema:

a evitare il confine ci pensavano loro, conoscevano le strade.

Dalla Macedonia alla Serbia, passando dal Kosovo. Tutto scritto.

Si accettano tutti, anche senza documenti:

i lasciapassare li hanno loro, certificati sanitari.

E tutto a costo zero.

Senza pagare. Né il viaggio né documenti né altro.

Ma in cambio…?

Vedere foto.

Almeno 20 a passeggero: 300 grammi a testa. 200 i bambini. Tutto scritto.

Importante: l’accordo si intende concluso quando la merce è resa.

In altri termini: se hai 20 ovuli nello stomaco, 20 ne dovrai buttar fuori.

In ogni modo, si fa capire il bulgaro.

In ogni modo, capiamo noi.

Altrimenti li paghi, si fa capire il bulgaro.

Altrimenti li paghi, capiamo noi.

Si alza il colletto di pelliccia, apre una tasca del giubbotto:

ci mostra un foglio e una penna.

E dopo mezz’ora

il foglio è nero, davanti e dietro, fitto di nomi.

Compreso il mio.

 

12. Il biancore di Horgos

Il nostro viaggio, su per i Balcani, imbottiti di eroina

durò in tutto quattordici ore.

Partimmo dallo zoo di Berovo su almeno dieci macchine, era mattina presto.

Fummo scaricati nel parcheggio di un supermercato:

in cinque bagni chimici pronti per l’uso ci saremmo liberati del nostro carico.

Era una serata gelida, Raaida batteva i denti.

Le insegne dei centri commerciali brillavano nel buio,

girò voce che eravamo a un passo dall’Ungheria.

Dietro quelle case” disse qualcuno. E subito altri “Dietro quelle case

Dietro quelle case”, “Dietro quelle case”…

Non sapevamo che “dietro quelle case”,

la folla che avremmo trovato sarebbe stata immensa.

Ci aspettava una notte incancellabile.

Sul momento non capimmo che senso avesse.

Era così strano.

Una folla mai vista si stringeva, compatta, silenziosa, davanti a una barriera.

A perdita d’occhio.

La frontiera ungherese era un muro di rete, alto almeno sette metri,

illuminato da fari alogeni,

controllato a vista da un esercito schierato, allineato,

con certe maschere.

Maschere per il gas, vecchia, bastoni, scudi.”

Loro immobili di là dalla rete.

Dall’altra parte.

Gli altri immobili di qua dalla rete.

Da questa parte.

E si guardavano negli occhi, immobili, in silenzio.

Rallentammo il passo, come per non disturbare:

ci sembrò che quella gente stesse lì da secoli, da millenni. Immobili.

E noi, attratti da calamite, avvicinandoci, ne saremmo diventati parte.

Forse non ce ne saremmo più andati.

Ci avvicinammo ancora.

E ancora

E fummo assorbiti nella grande folla.

Ci attaccammo, anche noi, alla rete.

Cosa guardano?” mi chiese Nassim.

Guardano noi che guardiamo loro” le dissi,

e mentre pensavo che era una risposta sciocca,

trovai che forse era anche la più giusta.

Non so quanto tempo restammo lì immobili,

noi e loro.

Il cielo si fece d’un bianco abbagliante,

poi quel bianco cominciò a scenderci addosso.

La farina!” mi disse Nassim in un orecchio,

e non potei non ridere

pensando che un fornaio stava in effetti per impastarci tutti,

noi e loro

in un’unica focaccia.

Era questo, dunque, l’inverno.

Era questa la neve.

Di lì a un attimo

scoprii che il freddo secca le labbra, le dita, la punta del naso.

Un bruciore senza pari mi assalì le gambe, come se le tenessi nel fuoco.

Non conoscevo la neve. Non conoscevo il ghiaccio.

Sotto la neve nessuno si muoveva.

E da questa paralisi nacque il peggio:

sentimmo un grido incomprensibile.

Un suono animale, rabbioso, come un urlo d’ira

e dalle mie spalle nel biancore della nevicata,

si accese in aria un bagliore giallo

come un fuoco d’artificio

che finì contro la rete esplodendo con un boato.

I soldati dietro la rete si mossero come se a un tratto prendessero vita,

quanto alla nostra parte, fu come se un elastico tenuto a lungo all’improvviso si spezzasse:

laddove era il silenzio, scoppiò il frastuono,

la rete fu presa d’assalto, ragazzi e uomini si buttarono a scalarla,

salivano gli uni sugli altri, saltavano, lanciavano ogni sorta di ferri, rami, sassi,

vidi volare in aria altre bottiglie in fiamme

schiantarsi contro la rete come fossero palloni

e sotto la neve che aumentava ancora

mentre la rete crollava in avanti

spinta giù a spallate da una massa di gente

sentii afferrarmi da Farid che urlava “Dall’altra parte!”

Mi strinsi Nassim al collo.

Mi lasciai trascinare.

Ma appena fui oltre il confine

Raaida mi corse incontro per tappare occhi e bocca alla bambina,

Il gas!”

Un fumo bianco mi scese in gola

e infiammò ogni cosa.

Poi basta.

 

13. Metropol

Io non so cosa sia morire.

Se è come passare il fiume.

O se è solo entrare nell’altra stanza.

Quello che so è che sotto la neve di Horgos, davanti alla grande rete,

io credo ancora di non avercela fatta.

E chiunque fossi, al mio risveglio, non ero più io.

Succede a volte che pensando al passato

noi mettiamo un punto fermo,

e da quel punto in poi è come se i ricordi non fossero più i nostri.

Così è per me.

Il filo si spezzò, quella notte, nel ghiaccio.

E la verità è che non si è più annodato.

Ancora adesso mi chiedo cosa si smosse, dentro di me, al di là del dolore.

Al di là del dolore.

Perché quello che ci cambia sta ben oltre il soffrire del corpo.

Sarà che il dolore, a cui spesso diamo tutta la colpa,

altro non è che una ferita aperta, che guardi sanguinare, e ti impressiona per questo.

Ma ogni ferita è destinata a richiudersi al contatto con l’aria.

Mentre gli squarci che si aprono dentro… quelli no,

quelli restano spalancati, come voragini, e ti ci perdi dentro.

Fino ad allora, ero sempre riuscita a chiamare per nome le mie diverse lune:

riconoscevo la gioia dalla paura,

sentivo crescere in me l’attesa.

Ma quando mi risvegliai ero diventata analfabeta.

Non sapevo più riconoscermi.

Non distinguevo più nessuna emozione: tutto era uguale.

Tutto già visto.

Tutto nel ghiaccio.

Eppure una città grande come Lipsia non l’avevo mai vista.

Case di vetro. Case di ferro. Case coi mattoni.

Pubblicità grandissime che apparivano d’un tratto:

telefoni, gente che ride, televisori.

Fummo infilati, tutti quelli come noi,

in un vecchio albergo chiuso da tempo.

L’insegna diceva “METROPOL”, ma la P era caduta chissà quando.

In quelle stanze trovammo gente venuta da tutte le parti.

Molti scappavano da Dusseldorf, dove si erano salvati da un incendio.

Ci dissero: “Organizziamo i turni: vengono di notte con la benzina,

qualcuno deve stare in guardia per tutti.”

Ci penso io”, disse Sadiq, “Ho anche un coltello.”

Restammo all’albergo Metropol per oltre un mese:

Una mattina Farid entrò di corsa

e ci disse che venivano ad arrestarci

Hanno trovato Sadiq che ruba?”, chiese Nassim.

Ma non venivano per Sadiq, con tutto che rubava di continuo.

Venivano per tutti.

Dovevamo andarcene.

E dove?

Con noi vecchia, a Stoccolma

Da giorni Raaida cercava di chiamare più volte,

al telefono, un certo Jacek, un polacco:

sua madre, mesi fa, era arrivata a Stoccolma grazie a lui.

Il viaggio le era costato caro. Ma era l’unica strada.

Quel giorno, finalmente

Jacek le rispose.

Ci saremmo trovati per contrattare il prezzo:

quella sera stessa, all’angolo dello stadio.

L’uomo che si presentò sembrava poco più grande di Farid.

Era un libanese, da anni in Germania.

Aveva la pelle come bruciata.

A vederlo si sarebbe detto che avesse le ossa di carta,

tanto sembrava fragile. Un cappellino in testa con su scritto “Winner”.

E ai piedi un paio di lucidissimi stivali rossi.

Nuovi di zecca. Li lucidava di continuo, con uno straccio.

Non smise nemmeno mentre Raaida gli parlava:

Devi dire a Jacek che vogliamo salire a Stoccolma appena può portarci, prima che si ghiacci il mare.”

Sputò sugli stivali, e masticò la risposta,

per noi la peggiore che potesse darci:

Non si può fare.

Jacek non parte più da Rostock: i container per la Svezia li imbarca a Danzica, in Polonia.

Ci vogliono 11 ore, nessuno resiste 11 ore chiuso in un cassone.

Se vi trovano morti, finisce la festa per tutti.”

Ma Raaida non si muove: gli tiene il viso stretto con la mano,

sembra che voglia ficcarci dentro le dita:

Sentimi bene:

quando ha portato mia madre nel container erano in 8… noi siamo 2 con 3 bambini:

se l’aria bastava per loro, basterà per noi.”

Ti ho detto che il viaggio è più lungo.

E poi se la nave ci mette di più? Ci hai pensato a questo?

Se la fermano fuori dal porto?

Se il vostro container finisce in fondo, e lo tirano fuori per ultimo?

Se vi tengono là dentro un giorno intero? Come respirate?”

Mi faccio avanti, non riesco a star zitta:

Il rischio c’era anche se partiva da Rostock, il rischio c’è sempre.

E se da qui ci rimandano indietro, rischiamo di più.”

Lui a questo punto stacca la faccia dalla presa di Raaida.

Si fruga in tasca, accende una sigaretta.

Vi porto io a Danzica, col camion.

Sai quanto vi può costare una cosa del genere?”

È la domanda che Raaida aspettava:

Ho tutta la mia famiglia lassù in Svezia: hanno raccolto i soldi.”

I soldi si pagano sempre prima.”

Quanto.”

2500 dollari, compresi i bambini.”

Non li abbiamo.”

E il nostro viaggio sarebbe finito così,

se non fosse che infilandosi fra me e Raaida,

Sadiq prese lui il centro dell’attenzione:

guardò dal basso il libanese

alzò con la mano una busta di plastica.

Era piena di soldi.

 

14. L’ultimo sforzo

Arrivare in fondo fa uno strano effetto.

Ti guardi indietro, e quel che è stato è stato,

la strada scompare, si perde nel nulla: non la vedi più.

O forse peggio: non la vuoi vedere.

Arrivare in fondo, sì, fa uno strano effetto.

Sembra di stare seduta sul fiume, a interrogare l’acqua,

chiedendogli chi sei e non sentendo risposta.

Poi a un certo punto ti alzi in piedi

e scopri che l’unica domanda giusta

è quella a cui tu – solo tu – sai dare la risposta.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

So ripetermi solo questo

fra le gru e i montacarichi del porto,

davanti a un mare grigio come piombo.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Tutto questo è iniziato più di cento giorni fa,

e niente di me è rimasto com’era.

Trascino il mio corpo, trascino me stessa,

su questo molo gelido

spazzato dal vento

e come ci sono arrivata quasi non lo ricordo.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Mia sorella – che poi sorella non era –

mi diceva un tempo “Tu Haifa sei nata per star ferma.”

E io facevo sì col mento.

Il container dove andiamo a chiuderci

è ancora in alto: lo muove una gru.

Sulla fiancata c’è una scritta grandissima OCCIDENT EXPRESS.

Nassim lo fissa, mi tira l’orecchio: “C’è scritto Stoccolma?”

E sì, certo, c’è scritto Stoccolma.

Arrivare in fondo fa uno strano effetto.

Ti si alza in testa una gran polvere,

come quando il deserto là intorno si alzava a un tratto in aria e faceva tempesta.

Non si vedeva niente per giorni interi.

Poi d’un tratto la luce si faceva gialla. Intravedevi la palla rossa del sole.

Dicevi “è passata”.

E’ il 118° giorno di viaggio.

Respiro.

Respiriamo.

Penso: “è l’ultimo sforzo

Respiro.

Respiriamo.

Ci stiamo muovendo.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

Mi chiamo Haifa. Ho i capelli bianchi.

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