Nell’Italia dei veleni con Marina Forti

di Maria Pace Ottieri

Lionel_Walden_-_’Volcano’,_oil_on_canvas,_c._1880s,_Honolulu_Academy_of_Arts

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Il reportage-saggio Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia (Laterza 2018), è una prima mappa, una mappa nera, criminale e mortifera dell’Italia avvelenata, otto zone tra le più inquinate del paese che Marina Forti sceglie di indagare viaggiando dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia alla Sardegna.

Chi la fa da padrona è l’Ilva, onnipresente, una delle industrie che più hanno fatto e disfatto l’Italia, battezzata con l’antico nome latino dell’isola d’Elba, Ilva, l’isola del ferro, nasce a Genova nel 1905, sarà poi dell’Iri e più tardi della famiglia Riva. La troviamo a Genova-Cornigliano, Bagnoli, Porto Marghera e infine a Taranto, il quarto centro siderurgico italiano e il più grande, affacciato al Mar Piccolo e al popoloso quartiere Tamburi.

Quando negli anni Cinquanta si annunciò la costruzione dell’acciaieria, tutti la vollero. Marina Forti cita Alessandro Leogrande, che di Taranto, la sua città, ha scritto molto: “Chiesero in massa la sua edificazione la città vecchia e quella nuova, gli operai e i pescatori, i proprietari dei terreni e i mediatori politici, una borghesia da sempre apatica e una Curia da sempre supplente di altri poteri”. La sola voce a parlare di “processo barbarico di industrializzazione senza alcuna opera di difesa della terra e della città” contro l’inquinamento, e da parte di un’industria di Stato per di più, fu anni dopo Antonio Cederna, fondatore di Italia Nostra, quando vide sradicare dal terreno decine di migliaia di ulivi e di vigne e intraprendere giganteschi lavori per colmare un ampio tratto di mare su cui sarebbe sorto il raddoppio del primo complesso industriale, altri 1.500 ettari di impianti, due volte e mezza la città di Taranto. In poco più di trent’anni, dal 1960 al 1990, 30mila contadini hanno abbandonato la terra per diventare operai, il reddito pro capite è cresciuto del 274% e l’Ilva ha fatto di Taranto una delle città con il maggior benessere al Sud. Ma nei giorni di vento, scatta l’allerta wind day dell’Agenzia regionale per l’ambiente e i bambini non possono uscire di casa, enormi nuvole di polvere nero-rossa sorvolano la città. Lentamente, negli anni, si è cominciato a capire che a Taranto si muore di più, che acqua e terra sono intrisi di scarti tossici, metalli pesanti, pcb, grandi quantità di diossina, secondo uno studio europeo, l’Ilva di Taranto è la maggior fonte di diossina in Europa.

Nel 1990 il governo dichiarò la città “area a elevato rischio di crisi ambientale”, e da allora i vertici, Emilio Riva, il proprietario, e Luigi Capogrosso, il direttore, sono stati condannati più volte, un infinito processo sempre rinviato a colpi di ricorsi al Tar, fino all’arresto a Londra, di Fabio Riva, figlio di Emilio, al sequestro dei beni di famiglia e al commissariamento dell’Ilva.

Il nuovo proprietario, il gruppo franco indiano Arcelor Mittal, dovrebbe accollarsi gli immensi costi della bonifica e di tecnologie sofisticate per abbattere le emissioni ma la domanda è: “È possibile risanare l’acciaieria, farne una fabbrica compatibile con la salute di chi ci lavora e ci abita intorno?”.

Qualcuno ha risposto: in Germania, nella Ruhr, funzionano ancora acciaierie che producono senza avvelenare e dove c’erano le miniere oggi ci sono boschi, ma anche dietro agli esempi più virtuosi, vedi la Svezia che appare come uno degli stati più green, si nasconde il fatto che l’economia del paese si basa sulla produzione di automobili e prodotti abbigliamento, mobili e tecnologia usa e getta, mentre sta spostando le industrie nocive per l’ambiente nei paesi più poveri.

L’Ilva la troviamo di nuovo a Porto Marghera dove arrivò nel 1925, con una fonderia d’acciaio e un laminatoio, e infine a Bagnoli, una storia lunga quasi un secolo anche qui, prima Ilva, poi Italsider e di nuovo Ilva, 3.400 ettari in abbandono da quando nel 1991 è stato spento l’ultimo altoforno e gli impianti sono stati smontati e venduti in Cina e in India, la triste vicenda che racconta Ermanno Rea in La dismissione. Risanamento ambientale, rigenerazione urbana sono le formule che coprono il nulla di fatto, senza la bonifica la trasformazione di Bagnoli non ci sarà. Insieme all’Ilva qui c’erano l’Eternit e la Montecatini. Ma chi paga? Solo bonificare i venti ettari della “colmata”, la spiaggia che l’Ilva ha coperto con reflui di lavorazione e scorie d’altoforno, per ridare il mare agli abitanti e un parco per sport e loisir, ha costi che lo Stato non può o non vuole accollarsi.

Quello che impressiona nel libro asciutto e implacabile di Marina Forti, che allinea quasi senza commentare, la storia di questi otto luoghi, è che lo schema è ovunque lo stesso: il processo industriale di produzione e di distruzione, il paesaggio che si deforma, il lavoro contro la salute, i sindacati contro i primi timidi “ambientalisti”, spesso operai o impiegati delle stesse fabbriche che già dagli anni Settanta mettono in fila i nomi dei compagni che hanno visto ammalarsi e morire, le bonifiche che non partono, i responsabili che da tempo si sono dileguati, lo Stato che benedice ogni luogo avvelenato con la definizione: “Sito di interesse nazionale per la bonifica dall’inquinamento industriale” e poi scompare.

Dai primi del Novecento al secondo dopoguerra, contadini e pescatori hanno lasciato i campi e il mare per correre in fabbrica. Da un giorno all’altro si sono dovuti adattare a macchine sconosciute che non potevano fermarsi mai, alle dodici ore di lavoro, ai turni di notte, a un lavoro a ciclo continuo mai pensato prima. Le lotte, gli scontri, gli scioperi che hanno segnato la storia del movimento operaio italiano, contro i padroni delle nuove aziende barricati nella difesa dei propri interessi, erano per ridurre l’orario di lavoro, aumentare i salari, proteggere i minori. Nessuno presagiva che intorno alle fabbriche, nei paesi e nelle città vicine, si stava facendo terra bruciata. I rifiuti tossici solidi si bruciavano dentro buche del terreno, i liquidi si smaltivano nei canali d’irrigazione, nelle rogge, nei fiumi, perfino nel mare, il petrolchimico è stato l’asse portante dell’economia italiana fin dagli anni Trenta, del resto fino al 1976, anno della legge Merli, nessuna norma lo vietava.

I veleni sono invisibili, covano silenziosi sottoterra e nel sangue delle persone, per poi manifestarsi quando il danno è irreparabile, con uno scarto temporale che si rende complice della smemoratezza umana. L’industria, invece, dà, o meglio dava, risultati immediati: occupazione, aumento di reddito, crescita dei consumi e gli scarichi, i fumi e lo smog sembravano il male necessario per entrare nella modernità.

Così a Portoscuso, in Sardegna, i bambini respirano piombo, Brescia e la sua provincia detengono il record dei rifiuti seppelliti sottoterra e hanno sostituito l’industria in crisi con l’affare dello smaltimento dei rifiuti, (ne arrivano a tonnellate anche dalla Terra dei fuochi), a Colleferro, in Ciociaria, una moria di mucche ha rivelato un secolo di avvelenamento della Valle del fiume Sacco e le campagne, sottratte ai contadini una prima volta per costruire una grande industria di polvere da sparo, munizioni, esplosivi, bombe e cartucce per l’esercito italiano, la Bpd, poi convertita in fabbrica chimica, sono state sottratte una seconda volta con il divieto di mangiare animali, frutta e verdura dei loro orti perché avvelenati.

Secondo il principio sancito da norme europee, per il quale “chi inquina paga”, tre quarti dei procedimenti aperti per gli interventi di bonifica dei cosiddetti Siti di interesse nazionale da bonificare sono a carico dei privati che spesso si dileguano, o sono falliti e i siti restano orfani.

La popolazione più esposta alla contaminazione è sempre quella più povera e così man mano che qualche intervento risana qua e là altri se ne scoprono e se ne producono con la migrazione delle aziende, “il viaggio”, conclude Marina Forti, “potrebbe già ricominciare”.

La crescita costante connaturata al nostro sistema di produzione non può che continuare a esaurire le risorse naturali, a produrre quantità insostenibili di rifiuti e a scegliere il processo più economico, non il più lungimirante. Quando un paese è diventato abbastanza ricco, la crescita si tinge di verde e spera che i problemi ambientali saranno risolti dall’innovazione tecnologica o adottando stili di vita ecocompatibili, ma solo quelli che non minacciano i livelli di consumo correnti, naturalmente.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

***************************
 
abbonamento Italia € 60 anziché € 120
abbonamento estero Europa € 120 anziché € 240
abbonamento estero resto del mondo € 150 anziché € 300
abbonamento digitale (pdf, epub, mobi) € 30 anziché € 60
 
Iban IT 30 A 05018 03200 000011361177
 
intestato ad Asino srl, causale: abbonamento annuale rivista gli asini
 
Conto corrente postale 001003698923
 
da intestare ad Asino srl, causale: abbonamento rivista gli asini
 
 
Paypal acquisti@asinoedizioni.it oppure paypal.me/EdizioniAsino
 
Abbonamento settimanale (1.15 euro a settimana con Paypal) http://www.asinoedizioni.it/products-page/abbonamenti/abbonamento-settimanale/
 

Trackback from your site.

Leave a comment