Malaterra italiana

di Marino Ruzzenenti

murale di Daim

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Scrivere di territori devastati dall’inquinamento industriale è un’impresa coraggiosa di per sé, in un paese che ama rimuovere tutti i buchi neri della propria storia in omaggio al mito consolatorio di italiani brava gente. Può diventare un caso editoriale internazionale se responsabile del disastro ambientale è la criminalità organizzata, cui si conviene addossare le peggiori nefandezze. Ma tutto diventa ben più complicato se sul banco degli imputati ci si azzarda a mettere il fior fiore dell’imprenditoria del Nord, o i celebrati – un tempo – nuovi poli industriali che avrebbero dovuto riscattare l’economia del nostro Meridione. È quello che fa Marina Forti in Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia, pubblicato nei saggi tascabili da Laterza. E lo fa magistralmente, con il piglio desueto del giornalismo d’inchiesta d’altri tempi, ovvero andando di persona sui luoghi a incontrare e sentire innanzitutto i cittadini inquinati, ma anche documentandosi in modo rigoroso con circostanziati rinvii alle fonti. Insomma un saggio con tutti i crismi metodologici in ordine, che però si legge volentieri perché scritto con invidiabile freschezza. Marina Forti dimostra anche che per farsi leggere non è necessario romanzare la realtà, spesso travisandola o enfatizzandola con ardite metafore, com’è di moda da un po’ di tempo a questa parte. Si può raccontare con stile accattivante e nello stesso tempo documentare con piena aderenza alla realtà.

Sono nove i casi indagati in Malaterra, ma potrebbero essere molti di più, decine, centinaia, come viene ricordato nel capitolo introduttivo, scelti per la loro rappresentatività delle diverse tipologie: o perché ancora fanno notizia per l’irrisolto dilemma tra lavoro e salute, come l’Ilva di Taranto o l’ex Alcoa di Portovesme o perché sono passati nel dimenticatoio come la Valle del Sacco nel Lazio o la Caffaro di Brescia, o per la storia e il devastante lascito di imponenti poli petrolchimici, come Porto Marghera, alla ribalta tempo addietro per il processo ai dirigenti Montedison, o Augusta, Priolo e Melilli in Sicilia, o per l’incredibile, infinita e irrisolta vicenda della bonifica e della progettata, ma mai realizzata, rigenerazione, come il sito di Bagnoli, o, infine, per l’emergenza di nuove devastazioni, non ancora ufficialmente riconosciute, come la “nuova terra dei fuochi” di Montichiari nel Bresciano martoriata da innumerevoli discariche di rifiuti industriali, anche tossico-nocivi. Insomma un campione, che qui non possiamo riprendere nei dettagli, rimandando alla lettura del libro, che dà conto della variegata casistica del pesantissimo impatto ambientale che ha prodotto sul territorio italiano l’industrializzazione del Novecento.

La rassegna, pur limitata quantitativamente, è però più che sufficiente a evidenziare i diversi aspetti di questa vicenda che hanno grande rilevanza anche per il presente e il futuro del nostro Paese.

Innanzitutto emerge la costante di un enorme ritardo tra l’immissione nelle produzioni di nuove sostanze, interessanti per il mercato e per i profitti connessi, e l’evidenza della loro tossicità per l’ambiente e la salute. Questo ritardo, spesso durato decenni, in cui a nostra insaputa si perpetrava il disastro ambientale e sanitario, fu determinato non solo dalla disattenzione o insipienza della ricerca scientifica e tossicologica, ma spesso dal fatto che quest’ultima preferiva sottacere il lato oscuro di queste sostanze o perché frenata dai conflitti di interesse o per non scontrarsi con il potere economico. È il caso dei Pcb della Caffaro o del Cvm del Petrolchimico di Porto Marghera. Una questione tutt’altro che risolta, nonostante la Direttiva europea Reach (acronimo dall’inglese Registration, evaluation, authorisation and restriction of chemicals), il regolamento n. 1907/2006/Ce, introdotto il 18 dicembre 2006, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche, con lo scopo di migliorare la conoscenza dei pericoli e dei rischi derivanti da sostanze chimiche già esistenti (introdotte sul mercato prima del settembre 1981) e nuove (dopo il settembre 1981). Il caso più clamoroso è quello del glifosato, l’erbicida della Monsanto, dichiarato probabilmente cancerogeno per l’uomo dall’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità e che un tribunale Usa ha messo sul banco degli imputati condannando la Monsanto, il 10 agosto 2018, a un risarcimento di 285 milioni di dollari per il cancro subito da un giardiniere. Ma l’Unione europea il 27 novembre 2017 ha votato a maggioranza per prolungare di ulteriori 5 anni l’uso del glifosato sulla base di un rapporto dell’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che non lo riteneva tanto rischioso da interdirlo definitivamente. Si scoprì poi, attraverso i cosiddetti “Monsanto Papers”, lo scandalo del “copia-incolla”, relativo a parti del rapporto dell’Efsa copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione della stessa Monsanto. La controversia, com’è noto, ha avuto poi uno strascico in Italia, con l’intervento della farmacologa Elena Cattaneo, pubblicato il primo dicembre 2017 su “Repubblica”, mutuato in buona sostanza dal rapporto Efsa in favore del glifosato e con la risposta dell’Isde, Associazione medici per l’ambiente, del successivo 5 dicembre, che poneva giustamente l’accento sull’indipendenza della ricerca scientifica, tutt’altro che neutrale, come pretenderebbe di autodefinirsi in assoluto, anche quando assume clamorosamente il punto di vista delle aziende che producono determinate sostanze e da queste ricavano enormi profitti.

Un altro aspetto che emerge, in particolare dai casi che hanno una lunga storia di industrializzazione (Caffaro, Porto Marghera, Valle del Sacco, Taranto, Augusta…), è il ritardo con cui è stato scoperto l’inquinamento prodotto da queste industrie nel territorio circostante, anche decenni dopo che pure il tema del risanamento degli ambienti di lavoro era stato posto con forza dai sindacati tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Com’è stata possibile quell’industrializzazione scriteriata, che ha fatto del territorio e delle matrici ambientali – acqua, aria e suolo – risorse offerte a titolo gratuito e senza alcuna limitazione a quello che venne con enfasi celebrato come “miracolo economico”? Questa sorta di “colonizzazione” pervasiva del territorio sembra essere avvenuta in Italia a opera di iniziative industriali prevalentemente autoctone, per cui, potremmo forse parlare di “autocolonizzazione” e di “autosfruttamento” del proprio ambiente di vita. In sostanza, i meccanismi erano simili a quelli classicamente coloniali (sfruttamento selvaggio delle risorse umane, naturali ed economiche di un territorio da parte di una potenza straniera dominatrice), ma nel caso italiano erano messi in opera da forze interne che appartenevano allo stesso Paese che – se così si può dire – si “autosfruttava” in un contesto democratico e con il consenso pressoché unanime delle forze sociali e delle rappresentanze politiche. Intendiamoci, di quella modernizzazione industriale violenta non si sono avvantaggiati tutti nella stessa misura: quegli anni sono stati anche il teatro del più duro conflitto di classe tra il profitto capitalista e la spinta emancipatrice dei lavoratori. Ma non sembra esservi dubbio che oltre quel conflitto, ambedue i contendenti calpestavano senza alcun riguardo lo stesso ambiente. Forse un unico soggetto, il mondo contadino, aveva avuto fin da subito percezione del danno arrecato, ma non aveva voce, considerato ormai un fardello di una storia proiettata verso la produzione industriale. Infatti, la legittimazione di quell’immane scempio avvenne in forza della necessità dell’Italia di superare d’un balzo il ritardo nei confronti dei Paesi industrialmente avanzati, sfruttando il vantaggio competitivo delle risorse ambientali a costo zero.

Questo “peccato originale” rappresenta una pesantissima eredità che si rivela oggi nella vastità e profondità della devastazione ambientale che, all’esaurirsi del secolo termoindustriale, finalmente siamo in grado di “vedere”, anche grazie a questo lavoro della Forti, proprio in alcune delle aree più incantevoli della penisola e delle isole ma che, seppur con intensità differenti, investe quasi l’intero Paese.

Così accadde che il versante esterno di processi produttivi inquinanti, quello che ha investito il territorio circostante, sia emerso solo in anni recenti o quando le imprese sono entrate in profonda crisi fino alla chiusura delle stesse, o quando una nuova sensibilità ambientale e norme di tutela finalmente adottate, anche se con decenni di ritardo rispetto ai Paesi più avanzati dell’Ue, hanno fatto venire alla luce lo sporco per lungo tempo celato sotto il tappeto. E in questi casi, si è riproposto il conflitto, in gran parte irrisolto, tra salvaguardia dell’occupazione e tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini, come nella vicenda dell’Ilva di Taranto, ma non solo.

Questo è un tema di scottante attualità nel nostro Paese che non trova sistemazione, forse perché ancora non si è voluto elaborare quel passato che il saggio della Forti ci racconta. Sembra che il sistema industriale italiano non sappia o non voglia emanciparsi da quella rendita di posizione, da quel facile vantaggio competitivo che gli assicurava quella tradizionale e scontata disponibilità a titolo gratuito della risorsa ambiente. Ma un’industria che si barcamena ancora oggi puntando sugli sconti ambientali è strutturalmente fragile, povera di innovazione, destinata al declino insieme al Paese che la ospita. E il declino dell’industria inevitabilmente trascina con sé il declino dei sindacati che non sembrano affatto avvertiti che l’economia o è amica dell’ambiente e quindi capace di futuro oppure rimarrà col fiato corto.

Fa tristezza in questo senso assistere al blocco compatto tra imprenditori e alcuni sindacati in favore dell’inutile e ambientalmente devastante Tav Torino-Lione. Eppure, come è stato puntualmente ricostruito nel convegno nazionale tenutosi a Milano il 20 ottobre scorso dedicato a Luigi Mara, fondatore di Medicina democratica, nel retroterra storico del movimento operaio italiano si possono rintracciare i filoni essenziali di un impegno in certo modo anticipatore dell’ambientalismo attuale. Negli anni Sessanta fu elaborato il cosiddetto “modello operaio” di intervento per la bonifica degli ambienti di lavoro, largamente sperimentato e praticato con eccellenti risultati per circa due decenni. E alcuni tratti significativi di quel modello hanno una valenza universale e sono ancora oggi di assoluta attualità, anticipando molti princìpi della cultura ecologista che si sarebbe sviluppata successivamente: l’esperienza soggettiva e la partecipazione cosciente di chi è coinvolto direttamente come presupposti necessari per ottenere la prevenzione del rischio e il risanamento ambientale; la priorità della prevenzione, intesa come rimozione alla fonte dei fattori di rischio e di inquinamento, rifiutando la logica della monetizzazione e dell’indennizzo, all’insegna della parola d’ordine “la salute non ha prezzo”; la “non delega” all’onnipotenza della scienza e quindi ai tecnici, il cui ruolo, tradizionalmente considerato assoluto e indiscutibile, diventò di consulenza e sostegno ai lavoratori, depositari, in ultima istanza, del diritto di verifica e di controllo (la cosiddetta “validazione consensuale”). Un patrimonio del tutto scialacquato dal movimento sindacale la cui crisi dipende molto anche dalla sua attuale incapacità di proporre o solo di immaginare una conversione ecologia dei sistemi produttivi, condannandosi a una sostanziale subalternità.

I nove casi di studio proposti, inoltre, ci consegnano un sostanziale stallo dei necessari processi di bonifica e di risanamento. Nessun governo nei vent’anni che ci separano dalla prima normativa sui siti inquinati e sugli obblighi di bonifica ha mai preso in carico con la necessaria determinazione questo grande problema. Le bonifiche non si fanno, perché, si dice, le risorse finanziarie sono insufficienti, esattamente come per gli interventi sul versante del dissesto idrogeologico e della fragilità sismica, che emergono come “urgenti” dopo ogni catastrofe per venire poco dopo archiviati in attesa della prossima. Nel caso delle bonifiche vi è un motivo in più per rimuovere il problema: qui non siamo di fronte a catastrofi da addebitare, almeno in parte, alla natura matrigna, bensì a disastri interamente prodotti dalla dissennata attività umana e al riguardo è significativo il fatto che lo Stato, anche se a posteriori, si senta in obbligo di intervenire per soccorrere i cittadini colpiti da “calamità naturali”, mentre i cittadini vittime dell’inquinamento siano sostanzialmente abbandonati a se stessi. Del resto, affrontare seriamente il grande problema della riparazione dei danni prodotti dall’inquinamento industriale e del risanamento dei territori contaminati significherebbe riconoscere che quel modello di sviluppo industriale è insostenibile, che quindi non si può più riproporre e che si impone un ripensamento radicale dell’attuale economia predatoria di risorse naturali, dispensatrice di veleni nell’ambiente, fondata sugli sprechi nei Paesi ricchi e sulla fame in quelli poveri.

Questi e altri motivi di riflessione sul nostro futuro vengono suggeriti dall’importante lavoro di inchiesta che ci regala Marina Forti.

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