I labirinti di Guido Buzzelli

di Emilio Varrà

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

H.P. Lovecraft sostiene nel suo L’orrore soprannaturale in letteratura, con un’esibita sicurezza, che la dimensione dell’orrore e la tensione del gotico non sono di casa nel Mediterraneo: ci vogliono le brume e le ombre del Nord per avere simili visioni, troppo sole “fa male”, non permette di immaginare in un certo tipo di direzione. Mi piacerebbe tanto dare in mano a Lovecraft i fumetti di Guido Buzzelli, a partire da La rivolta dei Racchi che – uscita nel 1967 come autoproduzione, diremmo oggi – ha dato il via a una sequenza di storie memorabili per impatto visivo, originalità narrativa, lucidità nel raccontare il presente di allora (e di oggi). Un corpus, arricchito da altre opere nate su committenza, in primis quelle per Sergio Bonelli, che pone l’autore ai vertici della produzione fumettistica tutta. Ma torniamo a Lovecraft, che forse sarebbe impressionato dall’angoscia che coglie Annalisa in Annalisa e il Diavolo: lei, ragazza ancora con la vitalità, la solarità e la seduttività che le vengono dagli anni Sessanta, si trova a conoscere lo stesso Buzzelli e la sua opera durante le vacanze estive: i suoi personaggi mostruosi appaiono sulla pagina, la spiaggia e gli ombrelloni si trasformano in un incubo goyesco che non ha bisogno di sonni della ragione per palesarsi, e annichiliscono la fanciulla, che implora di essere liberata da tanta oscurità. Episodio che racconta la piena consapevolezza di Buzzelli, e forse anche la sua amarezza, di essere artista isolato, suo malgrado incapace di sintonizzarsi con quella Summer of Love che ancora echeggiava, pur con evidenti cedimenti, nei primi anni Settanta. Eppure al nostro Lovecraft bisognerebbe dare una parte di ragione, perché se è vero che simili orrori nulla hanno da invidiare a quelli nordici, pure rivelano altra genealogia e una specificità tutta loro, profondamente connessa alle radici italiche. È possibile infatti riconoscere una geografia del fantastico, oltre che una storia, ed esso si rivela uno strumento privilegiato per cogliere l’anima di un popolo, di una cultura. Così, a leggere i fumetti di Buzzelli è impossibile non pensare alle visioni dantesche, alle allucinazioni del Manierismo, all’anelito tanatologico del Barocco, ma anche alle miseria umana e alle sevizie che subisce Pinocchio o allo straniamento ora sottile ora esplicito che percorre tanto nostro immaginario, da Ariosto a Savinio, da Buzzati a Fellini. Pensiamo ad esempio all’immobilismo di queste storie, all’assenza di un sviluppo, all’impossibilità di uno slancio eroico. Il confronto con l’immaginario anglosassone, quello in cui il romanzo gotico è nato, è illuminante: i castelli, i labirinti sotterranei, i despoti o i monaci neri che attentano all’esistenza dei protagonisti, più frequentemente fanciulle debitamente perseguitate, prevedono ad un certo punto un deus ex machina, e anche quando la tragedia non ha soluzione rimane la sensazione di una grandiosità fuori dal comune, quella con cui si chiude Frankestein ad esempio. Questo eroismo non sembra sia nelle nostre corde: se Dante ancora si salva per la solidità di un impianto religioso che rende “Divina” la sua Commedia, già con l’affermarsi dell’Umanesimo e del Rinascimento questa possibilità sembra evaporare. Nelle nostre mani i paladini dei poemi epici diventano “furiosi” e si perdono in boschi e castelli labirintici, dove non si trova davvero il sentiero, non solo per incapacità, ma perché non c’è… Questa impotenza, l’incapacità di portare a termine i propri disegni nell’esistenza (e sulla carta: sia Annalisa e il Diavolo, sia L’intervista ritraggono l’autore in crisi creativa, incapace di tracciare una storia e delle figure soddisfacenti sul foglio, come anche la rappresentazione del testo teatrale de L’Agnone che non conoscerà mai il suo debutto) sono comune denominatore di queste storie, esito di una doppia condanna: da una parte l’impossibilità di avere un minimo controllo sulla realtà, che rimane inconoscibile e in grado di spazzare via l’umanità nello spazio di una sola tavola (come nello splendido incipit di Labirinti); dall’altra la pochezza di noi uomini, attaccati alle miserie di desideri personali, di ambizioni piccine, di corruzioni che si annidano come metastasi anche nei più piccoli gesti. La possibilità non dico di un eroismo, ma anche di un vero sviluppo della storia, non sembra contemplata: non c’è rivolta che possa salvare i Racchi dal proprio squallore (morale, prima che materiale); non c’è speranza in Labirinti di uscire dallo scenario da dopobomba e dall’alienazione che comporta; non c’è soluzione alla misteriosa disfunzione che coglie Zil Zelub, letteralmente smontando il suo corpo in pezzi; non c’è via d’uscita per Tek Ciopaka ne L’Agnone, destinato a rimanere prigioniero del mondo abietto e delirante in cui lui stesso ha desiderato sprofondare, e si potrebbe continuare. Di qui l’immobilismo, che non è la parola che viene in mente pensando alle tavole di queste storie: il dinamismo, l’impatto visivo, la resa perfetta dei corpi, lo stesso svolgersi piuttosto vorticoso e zigzagante delle vicende sembrano contraddirla. Eppure non c’è davvero sviluppo e le figure più che disegnare traiettorie sembrano aggrumarsi in accumuli, in concrezioni incongrue di corpi, architetture, animali, oggetti, nella folla. Non solo l’individuo fa fatica a differenziarsi dal resto, a emergere dalla bolgia dantesca di cui è parte, ma anche la distinzione tra uomo e animale, tra animato e inanimato vacilla. Uomini o donne cane, strani uccelli di plastica, dottori sfigurati per metà volto, corpi dissezionati, attori criminali, carcasse d’auto, fantasmi intervistatori: tutto fa parte di una massa informe, si rende visibile per un momento, poi ritorna all’origine. La mostruosità non è un’eccezione, è normale condizione di esistenza, anzi prova stessa che si esiste.

In questo Buzzelli ha due compagni di strada lontanissimi per stile e per tono, ma che vedo attorno alla stessa tavola: Jacovitti e Altan, anche loro costruttori di una poetica fondata sulla deformazione, sul grottesco, sull’accumulo. E anche loro mossi da uno sdegno morale che non possono sopprimere. Il mondo di macerie in cui si muovono e di cui sono parte i protagonisti ha infatti nella dimensione etica la sua materia prima, perché Buzzelli è un moralista, inteso nel suo valore più alto, ovvero di chi non può evitare di cogliere le storture del mondo, ne vede tutta la nostra responsabilità, a partire da se stesso, perché nessuno – davvero nessuno – si salva dalla condanna. Forse solo i cavalli che fuggono alla fine di Labirinti e che non possono non far pensare all’ultima delle isole visitate da Gulliver, quella abitata da cavalli sapienti e intelligentissimi, infestata però dalla presenza di creature a due gambe… Lo sdegno per come siamo, lo schifo che provochiamo sembra essere il motore originario della torsione espressionistica del segno di Buzzelli, la sua mano è il sismografo della nostra natura, la deformazione ne diventa l’esito naturale sul piano visivo, alimentata da un pessimismo privo di appello. “S’i fosse fuoco, arderei ‘l mondo;/s’i fosse vento, lo tempestarei;/ s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;/ s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo;/ s’i fosse papa, allor serei giocondo,/ ché tutti cristiani imbrigarei;…” Si prova una simile oscillazione emotiva a leggere il celebre sonetto di Cecco Angiolieri e le storie di Buzzelli: si sente il gusto della distruzione, lo sdegno diventato sberleffo, la violenza sarcastica, un ghigno diavolesco, ma non si riesce a non cogliere anche gli echi di uno struggimento senza soluzione, di una pietas e di un senso della giustizia che è meglio non ascoltare, perché altrimenti si impazzirebbe a metterli in relazione con la realtà. E la fine di Zil Zelub non è che questo, in fondo. Se l’accumulo è la forma compositiva e la tensione etica l’innesco della narrazione, resta da vedere quali sono gli oggetti veri del discorso, i temi che ritornano e che comunicano l’idea di una visione, in evoluzione e stratificata, ma comunque ben riconoscibile. Il primo mi sembra essere il corpo, che da una parte è uno degli strumenti privilegiati con cui l’autore dà prova della propria sapienza e abilità tecnica, di uno sguardo dal lunghissimo curriculum, dall’altra diventa materia stessa del racconto. Si potrebbe infatti tentare una sintesi di queste narrazioni attraverso una sequenza dei corpi che vi sono disegnati e dei volti, senza parole: ne verrebbe fuori una tavola anatomica del reale che darebbe conto di tutta la violenza e la pochezza a cui già abbiamo accennato, ma evidenzierebbe anche che è proprio nella materialità del corpo, ancora vivo o già carcassa poco importa, che risiede la verità ultima che ci è permesso conoscere o esibire. Possono essere i resti umani che puntellano il paesaggio di Labirinti, riversi a terra o ancora seduti in auto; la sfilata dei Belli di fronte alla massa invidiosa e ammirata dei Racchi; le teste, gli arti, le mutilazioni, le infezioni devastanti (come in HP); lo smembramento quasi carnevalesco che deve subire Zil Zelub, in balia delle parti del suo corpo che hanno conquistato autonomia di movimenti e di volontà e danno prova di una continua inventiva combinatoria, o i personaggi (ancora in Labirinti) che vivono con innesti di teste o corpi animali, e sembrano usciti dall’Isola del dott. Moreau, capaci di assistere ammirati a un freak show terribile per ribrezzo e inquietudine. O ancora la seduzione erotica di Annalisa che gioca con i suoi coetanei sotto la doccia; quella florida e popolaresca di Treccetta, la più desiderabile dei Racchi; la danza e le contorsioni di uno dei tre personaggi fantasmatici che piombano in piena notte a casa di Buzzelli per una misteriosa intervista; la leggerezza dei corpi di chi abita la Sfera o la deformità volgare del Diavolo … Buzzelli sa che il corpo è il dato ultimo (unico?) con cui attraversiamo e contrattiamo con il mondo, ci relazioniamo, ci riveliamo agli altri, ci corrompiamo fino alla consunzione. La sua è “un’estetica dell’osceno”, riprendendo il titolo di un celebre saggio di Guido Almansi, e ben sembra esserne consapevole l’autore, quando ne L’Agnone costringe Tek Ciopaka a cercare nelle fogne Katapeckio, criminale da cui è incomprensibilmente e fatalmente attratto: “devo assolutamente ritrovare quel tipo così ripugnante… è il protagonista ideale per l’opera che voglio mettere in scena… del resto è proprio la sua oscena figura delinquenziale… che mi ha ispirato il mio nuovo testo teatrale…”. Vittime da una parte di questa condanna, ci riveliamo dall’altra adeguatissimi carnefici nel momento in cui mettiamo in atto sistemi di controllo, di manipolazione, di disuguaglianza sociale. Il potere, la variabilità dei modi con cui si manifesta, ma la costanza inalterabile della sua violenza, è l’altro grande tema buzzelliano, tema delicato per la facilità con cui si può scadere nella retorica e perché più facilmente di altri è strettamente correlato a una storicità che lo fa risultare lontano, datato. Questo non succede, perché l’autore grazie alla trasfigurazione fantastica riesce a cogliere la dimensione universale dei meccanismi di potere, ora spettacolarizzando il divario sociale tra classi, ora mettendo in evidenza tutta le ambiguità di un’untuosa ipocrisia, della falsa disponibilità, di un’amicizia sempre a rischio di essere comprata o venduta al miglior offerente. Il contrasto che si crea tra la sfilata già citata dei Belli e la violenza espressionista, davvero difficile da sostenere, con cui i Racchi di opposte fazioni si massacrano vicendevolmente per i loro superiori ha una icasticità così forte, che sembra davvero dantesca nel suo essere definitiva e, purtroppo, declinabile sempre in nuove forme. Ma un impatto simile provoca, poche tavole dopo, l’efferatezza della rivolta, una vendetta che non riesce a trovare giustificazioni, perché non ha motivazione alla base, né una visione sociale diversa da quella che si cerca di abbattere. Altre volte invece tali estremizzazioni lasciano il posto a una sequenza di figuri apparentemente anonimi, se non fosse che i ritratti di Buzzelli non possono evitare di diventare radiografie impietose: dottori, psicanalisti, avvocati, politici dal sentore kafkiano, che dietro alla rispettabilità di professioni e comportamenti nascondono un’avidità pari alla violenza.

Continuamente oscillante tra queste categorie dell’umano e della società, figura al confine ma non per questo meno corrotta e corrompibile, semplicemente più proteiforme (tanto a volte da perdere il controllo del busto e degli arti) è la figura dell’artista, costante oggetto di riflessione da parte di Buzzelli, che fin dal primo lavoro si mette in scena non per facile autobiografismo ma perché non può non rivolgere il bisturi del suo giudizio e del suo sguardo anche nei confronti di se stesso. Lo si trova così come giullare di corte e poi re giullare, come inopinato sopravvissuto, violoncellista mediocre o nell’atto stesso di creare fumetti, autore fallimentare di testi teatrali. E non si salva mai. Il suo talento, sempre una supposizione più che un dato certo, non lo risparmia dalle macerie, piuttosto lo condanna a convivere per sempre con esse, non può dimenticarle. Se riesce a vedere più lucidamente, non per questo sembra avere un rigore morale, è pronto a farsi carnefice se serve, ma non è capace di dimenticarlo come gli altri, risultando quindi figura tragica, senza alcuna catarsi. Proprio come Zil Zelub, è condannato a ricomporre perpetuamente il caos da cui è circondato e di cui fa parte, senza trovare forma definitiva che possa diventare disegno compiuto. Anche quando si pone come autore degno di un’intervista, nella storia omonima, non riusciamo mai a vederne l’opera, che pare più fantasmatica dei personaggi che gli rivolgono le domande. Figura evanescente, sembra piuttosto affermarsi per la sua afasia, incapace di dare veramente conto della propria immaginazione e della realtà. L’unica via d’uscita, e l’unico vero gesto attivo del suo operare, sembra essere quello che decreta la fine di Annalisa e il Diavolo: cancellarsi per sempre dal foglio.

(Una parte importante dell’opera di Guido Buzzelli è ora pubblicata in due volumi da Coconino Press Fandango: La trilogia (2017) e Annalisa e il diavolo (2018).

L’articolo su Buzzelli fa parte di BBB18 In corso d’opera, pubblicato da Hamelin Associazione Culturale in occasione della dodicesima edizione di BilBOlbul. Festival internazionale di fumetto, 2225 novembre).

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