I cattolici e la politica

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

Nell’abbrutimento della vita politica e sociale italiana dei nostri anni, non pensate che una delle poche speranze di uscirne sia quella che i cattolici – beninteso, una minoranza pensante e responsabile – dovrebbero dar vita a una qualche forma di organizzazione politica che abbia il fine di contrastare, con una forte visione etica della politica, il preoccupante degrado attuale?”

Abbiamo posto questa domanda ad alcune persone autorevoli, cattolici e non, ed ecco cosa ci hanno risposto:

 

Lorenzo Fazzini

È un segno dei tempi, si direbbe con espressione conciliare, che una rivista di critica militante come “Gli asini” evochi la necessità di una “forma di organizzazione politica” di stampo cattolico nell’Anno Domini 2018. Cattolico senza tessere, zero appartenenze, cane sciolto. Vizio e virtù di provare a pensar da me, con maestri sapienti che non mi sono stati guru. Provo allora ad accennare una risposta dal mio personale punto di vista.

La mia risposta alla provocazione degli amici degli “Asini” è un no secco e preciso. Meditato, direi. Per varie ragioni. Primo, quella anti-strumentale. Il grande Michel de Certeau, gesuita che nel ’68 guardava con simpatia alle barricate della Sorbona, era convinto però che il cristianesimo fosse come una casa disabitata e che ormai tutti (da destra e da sinistra) ci entrassero dalle finestre e dalle porte, senza ordine, ognuno a suo modo e parere. E questo non è bene. Non è bene usare una stagione millenaria come il cattolicesimo per risanare la visione etica della politica oggi ormai sbeffeggiata da un “tutto è show”, anche farsi fotografare per un po’ di voti a un funerale di Stato. Non è cosa buona. Anche per le più nobili intenzioni.

Secondo. E argomento più ragionato, spero. Lo so che può sembrare deviare dal tema, ma io penso seriamente – mi ci sto dedicando da ormai dieci anni, professionalmente parlando – che il mondo cattolico oggi in Italia disponegadi una delle poche reti sociali ancora rimaste in piedi nella desertificazione operata prima dalla tv e poi, in questi ultimi anni, dalla prepotenza disarmata ma disarmante della rete. Tanto per dire: le Case del popolo oggi sono meno di 50 in Italia; solo a Bergamo ci sono 300 oratori. Le parrocchie in Italia sono 23mila, i conventi qualche migliaio, le case di spiritualità qualche migliaio, associazioni, gruppi, centri di ricerca, luoghi di incontro altrettanto, qualche migliaio. Ecco. Questo dovrebbe essere il ruolo, secondo me, di chi crede nell’incarnazione di Dio nella storia: tornare a far pensare la gente. Alla fine Cristo non ha posto domande a chi lo seguiva? Non ha provato a far ragionare la gente di Galilea 2000 anni fa?

Timothy Radcliffe, già maestro generale dei domenicani (gente seria, Tommaso d’Aquino, Bartolomé de Las Casas, Yves Congar) ricorda sempre quello che gli diceva un suo formatore: “Ragazzi, pensate, pensate, a qualsiasi cosa, ma, per Dio, pensate!”. Radcliffe, di ritorno da un viaggio in Iraq (l’Iraq dell’Isis!) racconta che i domenicani, oggi, anche nei campi profughi fondano scuole e riviste culturali. Riviste culturali nei campi profughi? Sì, avete letto bene.

L’azione politica più importante che oggi il mondo cattolico può fare è, secondo il mio modestissimo e parziale punto di vista (vivo di libri e cultura da quando ho uno stipendio, per cui sono di parte, lo ammetto), quello di far tornare a far pensare la gente. Come? Sfruttando, sì, sfruttando (so che la parola è brutta, ma è così) questa rete capillare che è fatta di parrocchie che hanno delle sale, delle università che hanno professori, di conventi che hanno arte, storia e memoria, di gruppi, anche piccoli, che hanno ancora passione. Tutto questo, per tornare a pensare. Perché pensare significa mettere uno iato tra me e la realtà.

Attenzione, lo dico soprattutto per chi, da cattolico, rischia di mettere mano alla fondina quando sente parlare di cultura. La memoria può andare al recente Progetto culturale, tentativo ventennale – fallito ampiamente, visti i risultati elettorali e sondaggistici: 75% dei cattolici starebbero con Salvini – di matrice ruiniana: visto che politicamente non li possiamo unire, almeno i fedeli laici intruppiamoli in un pensiero. Che poi significava ragionare, scrivere, pubblicare sui (non più assoluti, Deo gratias) “princìpi non negoziabili”: vita, famiglia, scuola. Sia chiaro: chi scrive non condivide l’aborto, non condivido il matrimonio gay, sono meno “dogmatico” sulle scuole pubbliche non statali (il “senza oneri per lo Stato” comunque è tutto tranne quello che ha passato la vulgata degli ultimi 70 anni). Epperò. Mentre ho queste convinzioni sono sempre stato alla scuola di Martini, di don Milani, di Mazzolari, ho letto de Lubac, amo Guardini, ho avuto in casa missionari e missionarie che mi hanno aperto cuore e testa sul mondo. Lavoro per la casa editrice di padre Zanotelli e penso che la sua critica al sistema della finanza, delle armi e della privatizzazione spinta sia seriamente e provvidenzialmente evangelica. Non è questione di ideologia, qui, ma di interesse e di metodo: tornare a far pensare, integralmente.

Che vuol dire: far ragionare la gente informando, facendo incontrare chi conosce il mondo veramente e chi va avanti a conoscerlo solo tramite i post e i tweet di quanti voglion solo propaganda. La resistenza di oggi è far parlare i missionari e missionarie che davvero li aiutano a casa loro, che sanno cosa c’è dietro la parola (e i volti di) Eritrea o Gambia quando i nostri giornalisti non sanno neppure mettere dritta una cartina dell’Africa. Resistere a questa deriva del menefreghismo cosmico significa iniziare a far sentire i problemi degli altri come i propri, e sortirne insieme (don Milani). Significa usare le parrocchie per spiegare cosa è il commercio d’armi oggi, come funziona la finanza becera e sfruttatrice, cosa sia il losco mercato della gestazione per altri, cosa si sta facendo in varie parti del mondo per cambiare la storia: università aperte ai fuori casta in India, miracoli nella cracolandia di San Paolo in Brasile, un gesuita che fa fare la pace a paramilitari e guerriglieri in Colombia.

Utopia? Be’, sì, certo. Ma se non si prova ad avere uno sguardo lungo, e tutto si riduce a Salvini no, non penso si possa andare avanti granchè. È tempo di traversate nel deserto. Lunghe, anche. Ma anche il deserto ha il suo fascino. Ci ridà il gusto dell’essenziale, di quel che veramente conta. E ci fa abbandonare il superfluo. Che sarebbe già una gran cosa e un gran dono, in questi tempi in cui la fede ci deve vedere spregiudicati, mai timorosi ma umilmente spavaldi e soprattutto liberi. La libertà, alla fin fine, è il regalo della verità. Ce lo disse Uno che per questo ci ha rimesso la vita. Con amicizia.

Raniero La Valle

No, non lo penso, non penso alla reincarnazione del fantasma del partito cattolico. Sarebbe la terza volta in Italia, a partire dal discorso di Caltagirone di Luigi Sturzo nel 1905. Occorre però ricordare che il primo partito nazionale dei cattolici è stato un felice ossimoro: laico, ma pensato plasmato e diretto da un prete, nascente dalla diaspora cattolica dell’Opera dei Congressi ma apparso come partito popolare e autonomo, intransigente sulla libertà ma estraneo alla questione romana di cui si diceva prigioniero il papa, meridionalista ma unitario, con vocazione al governo ma pronto all’esilio e non rassegnato al fascismo.

Si può dire che queste caratteristiche derivassero da una condizione di partenza di estraneità allo Stato e di una obbligata diserzione dalla politica imposta dalla scelta pontificia del “non expedit”. Ma proprio per questo quelle caratteristiche furono geniali, moderne e capaci di farsi egemoni in una cultura cattolica di massa ancora imbrigliata e ricattata dal passato.

Il secondo partito dei cattolici è stato, per contro, un falso ossimoro, perché si è detto aconfessionale ma si è posto come esecutore dell’unità politica dei cattolici pretesa per disciplina e per fede dalla Chiesa, si è misurato in campo aperto con i suoi concorrenti e avversari con una propria idea della democrazia e dello Stato ma avendo i suoi referenti in Vaticano, ha lottato per la sua autonomia laica ma su un piano pragmatico, non di principio lasciando che i “cattolici adulti” fossero considerati trasgressori, se non traditori, della Chiesa. E tuttavia la Democrazia cristiana insieme a forze di tutt’altra ascendenza è riuscita a dare fondamenta solide alla Costituzione e alla democrazia, ha unito pubblico e privato, persona e società, ha inventato uno Stato atipico in Occidente tanto da rendere proverbiale un “caso italiano”; essa ha sdemonizzato il conflitto mortale col comunismo istradandolo non violento nelle pur accese pratiche della democrazia, infine mettendolo in gioco a proprio rischio per il bene del Paese e del mondo futuro.

Nei suoi enormi limiti e peccati (li si può chiamare così dato che è stata lei stessa a definirsi “cristiana”), la Dc ha fatto grandi cose per l’Italia uscita sfregiata, frantumata e distrutta dal fascismo, e non aveva tutti i torti Amintore Fanfani quando di fronte ai manifestanti che in piazza Sturzo inveivano contro di lui dopo la sconfitta nel referendum sul divorzio, gridò: “Rimpiangerete la Democrazia cristiana!”.

Tuttavia si può ben dire: abbiamo già dato. I cattolici devono ben stare – e anzi, tornare – in politica, che da troppi anni hanno disertato contribuendo al suo discredito e al suo precipizio. Ma in nessun modo si può tornare a pensare a un partito cattolico o a un “partito di cattolici” sia pure col trucco maritainiano, o con la schizofrenia maritainiana di quello che i cattolici fanno come cattolici e di quello che fanno come cittadini.

Non ci si può pensare, e male ha fatto chi ha riesumato la Dc con un semplice “heri dicebamus”, partendo dagli ultimi iscritti al disciolto partito, che i tribunali hanno sentenziato come “non sciolto”: e dal loro punto di vista hanno ragione, infatti nessuno è andato all’albergo Santa Chiara a proclamare che “i liberi e forti” di sturziana memoria e i loro epigoni se ne tornavano a casa, o nel caritatevole e nel “sociale”.

Non ci si può pensare perché quel tempo è passato, ben altri fascismi sono all’orizzonte, in Segreteria di Stato non c’è più Montini che della Dc del dopoguerra è stato un po’ il padre e il tutore (ed è morto con Moro) e quando a far politica ci si è messo il cardinal Ruini si è visto il disastro che è stato.

Ma soprattutto non è riproponibile un partito cattolico o, più pudicamente, “di cattolici”, perché le sfide del mondo si sono fatte smisurate, ignote ad altre età, non fronteggiabili con una sola tradizione o una sola ideologia, e perché la Chiesa è cambiata, e sta facendo il passo profetico, tentato ma non riuscito al Concilio, di uscire dal regime di cristianità, dopo 1.700 anni, per salvare il cristianesimo e, con il cristianesimo, la sua stessa promessa di salvezza per l’umanità e per il mondo.

Il partito cristiano appartiene inestricabilmente al regime di cristianità e ne è stato l’ultima espressione; esso si appella alle cosiddette radici cristiane dell’Europa oggi perdute e anzi strappate e divelte quando l’Europa con i suoi trattati e le sue polizie di frontiera chiude i porti in faccia ai naufraghi e ai profughi, riecheggia un regime che costitutivamente pensava e pretendeva di rappresentare non parti diverse, ma la totalità, che pretendeva di realizzare per mano della Chiesa un’unità organica di religione, cultura, istituzioni politiche e diritto. Questa età costantiniana che forse meglio si potrebbe dire teodosiana, o forse carolingia (tanto che ancora l’Europa distribuisce il premio Carlo Magno, con suprema ingenuità sono venuti perfino a Roma col re di Spagna e tutta la Commissione per consegnarlo a papa Francesco, il papa che dall’età sacrale della cristianità è uscito per entrare nell’età universale della misericordia) è, come diceva Dossetti, “finita, irrimediabilmente finita” anche nei suoi ultimi simulacri.

Perciò io ritengo che la domanda stessa sia sbagliata; la domanda non è se i cattolici debbano rispondere all’abbrutimento in atto con la presunzione di uscirne grazie a una loro organizzazione politica, ma in che modo essi, insieme a tutti gli altri, possano cercare di stabilire un raccordo tra l’unica visione alternativa oggi proposta al degrado del mondo, quella di papa Francesco, e una società che le resiste. Le grandi enunciazioni di papa Francesco – l’economia che uccide, la società dello scarto, la globalizzazione dell’indifferenza, il commercio delle armi come guerra già in atto, il dovere di accoglienza del profugo, dello straniero, la responsabilità di tutti gli abitanti del pianeta di custodire la Terra – sono attualmente oggetto di appassionata adesione o di durissime ripulse che giungono fino alla messa in questione dello stesso pontificato; ma quello che manca è un movimento di società civile che cerchi di tradurre queste visioni nel vivere collettivo e negli ordinamenti giuridici.

È chiaro che il trapasso da questo rinnovato annuncio dell’Evangelo alle attuazioni effettive, richiede non solo una lotta politica ma anche una grande opera di elaborazione teorica, di pensiero innovativo e di immaginazione non utopica, e ha bisogno di una lunga transizione; ma il problema è che l’elaborazione non è nemmeno cominciata, e da nessuna parte si scorgono minoranze creative che si siano messe all’opera per dare avvio all’impresa.

Certo ci sono i movimenti popolari che sono stati interlocutori del papa e in tre diverse occasioni ne hanno ricevuto un’investitura privilegiata, ma si tratta di movimenti che operano a livello prevalentemente locale e soprattutto in aree relativamente periferiche rispetto ai grandi poteri che decidono del destino del mondo. Sarebbe necessario per contro un movimento che prendesse dimensioni mondiali e che cercasse di provocare il mutamento, diciamo pure la rivoluzione, nei punti più alti dello sviluppo e delle potenzialità culturali, economiche e tecnologiche di oggi.

In questo senso a partire da un’analisi della situazione presente, la prima ipotesi di lavoro su cui aprire un cantiere, potrebbe essere il disegno sviluppato dal papa nei tre discorsi ai movimenti popolari a Roma nel 2014, in Bolivia nel 2015 e di nuovo a Roma nel 2016; quel disegno per cui l’anelito e la lotta per la giustizia si trasformino in “terra, casa e lavoro per tutti”, dove la terra allude a tutti gli strumenti di produzione, la casa allude al tetto per le famiglie ma anche alla casa comune del creato, e il lavoro allude al primato dell’uomo sulle macchine e alla realizzazione e alla dignità di ogni persona umana: un progetto di “ecologia integrale” che rinnoverebbe la faccia della terra.

Un movimento mondiale, anche oltre i confini cristiani, che alzasse la testa e riuscisse a fondere i soggetti della liberazione in una impresa comune per dare un nuovo ordine al mondo, rappresenterebbe la naturale interfaccia, autonoma e secolare, di quello che sul piano dell’annuncio evangelico si presenta come un pontificato messianico.

E certamente il primo problema che questo movimento dovrebbe affrontare è quello della risposta alla tragedia dei migranti. È chiaro ormai che questo problema non lo si può affrontare con piccole politiche e grandi paure; non lo si può esorcizzare con i porti chiusi, le motovedette appostate, la muraglia lunga mille miglia e alta quindici metri, i fili spinati e le guardie di frontiera.

È una crisi che bisogna affrontare per quella che è e che promette di essere: una rivoluzione. Certo, si può tentare la controrivoluzione, ma come si è visto non funziona. E allora ci vuole un’altra risposta, la sola che sia all’altezza della sfida: il riconoscimento dello ius migrandi, del diritto di migrazione come diritto fondamentale umano universale, come fu già proclamato all’inizio della modernità ma oggi è negato. E allora sarà una vera rivoluzione, in quanto tutto dovrà cambiare nell’economia nella cultura e nel diritto, perché un mondo dove nessuno sia straniero non può essere organizzato come è stato fin qui, cioè come un mondo di cittadini e stranieri, comunitari ed extracomunitari, Romani e Barbari, Greci e Sciiti, Ebrei e Gentili.

Ma questa risposta politica ha bisogno di una motivazione non solo di utilità, bensì di una ragione molto più profonda. E la ragione è l’unità e l’eguaglianza della intera famiglia umana, che forma un solo corpo oltre ogni diversità di nazioni, di culture, di lingua, di condizioni economiche e sociali, di religioni.

L’umanità è sempre stata lacerata e divisa, ma anche sempre ha conosciuto l’anelito a una ricomposizione, la spinta a una progressiva integrazione. Il meticciato è stato storicamente un fenomeno ben più potente della fissità identitaria. Francisco De Vitoria vi rintracciava un diritto originario, quando scriveva nella sua De Indis che “all’inizio del mondo, quando tutto era comune era lecito a ognuno trasferirsi e muoversi in qualunque regione volesse; ora non pare che la divisione dei territori abbia annullato questo diritto, dal momento che l’intenzione dei popoli non è mai stata di abolire, con quella divisione, la comunicazione reciproca fra gli uomini. Non sarebbe lecito ai francesi proibire agli spagnoli di muoversi in Francia o anche di vivervi, né viceversa, purché questo non rechi loro danno e tanto meno faccia loro torto”, e questo perché “totus qui orbis aliquo modo est una respublica”, tutto il mondo in qualche modo è una repubblica.

Oggi l’umanità è spezzata; e mai la sua carne è stata più frantumata e lacerata come da quando celebriamo la libertà della globalizzazione. È questa umanità spezzata che va ora ricomposta nella giustizia e nel diritto. È un grande obiettivo che va ben oltre l’orizzonte di un “partito cattolico”.

 

Roberto Righetto

Se la politica, come diceva Plutarco, è ciò che toglie all’odio il suo carattere eterno, certamente esiste ancora la possibilità di un impegno dei cattolici in politica. E questa sarebbe senza alcun dubbio la stagione giusta, ma bisogna essere onesti: in questo momento non ci sono le condizioni. Finita negli anni Novanta l’epoca del partito unico, la Dc, cui si deve la modernizzazione del Paese ma, nella fase finale, la rovina dell’etica pubblica, abbiamo assistito al pluralismo delle opzioni politiche e, oggi, allo sfaldamento di una presenza. Credo pertanto che sia più corretto parlare di impegno prepolitico più che politico. Partendo da un dato di realtà, vale a dire riconoscendo che la stragrande maggioranza del voto dei cattolici, il 4 marzo scorso, è andato a forze tendenzialmente antidemocratiche, se non antisemite e razziste.

Proprio per questo motivo, ritengo che il compito del mondo cattolico italiano sia in primo luogo di carattere culturale. Contro una stagnazione evidente e l’afasia degli intellettuali, anche credenti, occorre pensare a una grande opera di promozione di una cultura aperta nei confronti dell’altro, in grado di reagire al potere della tecnoscienza che vuole sempre più manipolare l’umano e che ponga le condizioni per una battaglia vera a favore della giustizia e contro la povertà. Credo che la Chiesa, dai livelli più alti a quelli più bassi, debba porsi davanti la sfida di rianimare la cultura religiosa del nostro Paese anche attraverso lo strumento del libro, senza paura e puntando su forze giovani e preparate. Senza farsi contaminare dalla frenesia di rincorrere solo smartphone e social. E credo che questo impegno rinnovato vada portato avanti coinvolgendo e incentivando la rete di centri culturali cattolici che sono oggi spaesati.

Infine, occorre una riflessione sui valori che ponga in primo piano il discorso sull’etica, senza distinzioni fra pubblico e privato. Se non sono i cristiani a farsi promotori di una lotta contro la corruzione, questo ganglio che sta uccidendo l’anima dei nostri concittadini, chi potrà farlo? Partendo innanzitutto da un riconoscimento delle nostre colpe, come sottolineava il filosofo Pietro Prini ai tempi di Tangentopoli: “Nella crisi della nostra classe politica noi cattolici siamo tutti responsabili. Fra le diverse forme del cattolicesimo contemporaneo, la nostra, quella dei nostri intellettuali, dei nostri giornalisti e dei nostri moralisti, tranne poche eccezioni, è forse la più accomodante, la più conformista, la meno disposta ad assumersi le grane di un dissenso aperto e coraggioso”. Una vera resistenza contro il volto demoniaco del potere e contro ogni forma di asservimento ideologico deve ripartire da quest’ammissione di colpevolezza e da un processo di purificazione.

 

Giuseppe Lupo

È il caso di fissare bene le premesse di partenza, ma se i dati reali dovessero confermare che l’elettorato di area cattolica simpatizzi apertamente per la linea dura del ministro Salvini sul tema degli immigrati tanto da raddoppiare i consensi all’interno di quell’area – ci sarebbe da chiedersi quanto ancora riesca a influire la presenza di una Chiesa, ufficialmente schierata su posizione contrarie, nelle scelte di un ipotetico ritorno alle urne. Non che questo sia un discorso necessitante ai fini degli equilibri di una nazione, anzi è sempre stata negli auspici di un certo pensiero cristiano-riformista l’autonomia della politica rispetto a qualsiasi credo religioso. Qualcosa del genere, per esempio, è accaduto non tanto in occasione del referendum sull’aborto, quanto nella battaglia contro l’abrogazione della legge sul divorzio, nel 1974, anno chiave per la vicenda di un post-Sessantotto ancora tutto da digerire. In quella circostanza una certa parte dell’intellighenzia cattolica assunse posizioni non condivise dai vertici del clero e votò liberamente.

Si trattò di un fenomeno le cui radici affondavano nei pronunciamenti di un cristianesimo dalle larghe vedute, ortodosso nella sostanza di fede ma disposto al dialogo con chi avesse opinioni opposte, per effetto di una temperie culturale che issava le sue bandiere nelle figure di Lorenzo Milani, Zeno Saltini, Giovanni Rossi, Ernesto Balducci, il cui apostolato trasse forza nei crismi di una testimonianza ad alto valore politico, riconoscendo nei poveri e nei sofferenti la più alta lezione evangelica. Quel che sta accadendo in questi mesi invece assomiglierebbe a una sorta di regressione rispetto ai princìpi di modernità a cui quelle lontane esperienze di fede ci avevano abituati. Vorrebbe dire, in altre parole, non riconoscere più il paradigma della solidarietà come forma di redenzione umana, come veicolo attraverso cui la regola del vangelo possa approdare nel vissuto di tutti e poi, giorno dopo giorno, modificare per sempre le rotte della Storia. Sarebbe davvero un peccato che una nazione in grado di generare Cesare Beccaria cadesse nell’errore della dimenticanza.

Il problema dunque va guardato alla radice, fuori dalla semplicistica verità di una cronaca che vede penalizzare soprattutto le regioni dove le questioni occupazionali diventano un dato asfissiante e dove il vissuto concreto della gente riflette uno stato di incertezza economica. Va discusso cioè in chiave etica, come effetto di un’incomprensione tra ciò che predicano i vertici della Chiesa – e anche alcuni organi di informazione come “Avvenire” e “Famiglia Cristiana” – e ciò che invece alligna in quel magma eterogeneo di persone che fa sua una contraddizione: vivere le pratiche religiose, dedicarsi a una delle tante associazione di volontariato per poi vestire i panni demagogici della paura che sfocia nell’accondiscendenza alla chiusura dei porti. Un fenomeno di questo tipo andrebbe a minare i caratteri di una nazione che ha fatto dell’accoglienza un principio riconosciuto nella propria carta morale, oltre che in quella costituzionale.

L’atteggiamento degli ultimi tempi, questo regredire nella sfera del particulare, allontana i propositi di un cristianesimo che il Novecento ci aveva abituati a vivere nelle sue forme democratiche, facendolo uscire fuori dalle parrocchie e dalle sagrestie per avviarlo sulle strade di una cultura che si affidava alla matrice della carità, su cui la lezione di Paolo di Tarso poneva regole costitutive. Penso a quanto fossero vicine alla carità le problematiche affrontate da Manzoni, il più illuminista degli intellettuali cristiani. Penso a quanto sia stato nelle profezie di un libro come Il quinto evangelio di Mario Pomilio, il cui desiderio di cercare Dio trovava realizzazione nell’indagine su un Dio ancora tutto da inseguire e da aspettare nei territori della memoria.

Sembrerà strano evocare il nome di due scrittori dalla forte tempra morale in un contesto che riguarda navi cariche di uomini senza più terra, ma è proprio nelle pagine di questi autori che risiedono le risposte a quanto oggi ci indigna per la discrepanza tra l’azione di pronunciare parole vuote e subire il ricatto della paura o vivere nella malinconia del proprio tempo operando in nome di quelle stesse parole quando esse sono obbligate a diventare carne o Storia. Proprio intorno a quelle navi si gioca la partita del nostro sentirci cristiani: non solo Dio si mette nei panni del migrante e del senza patria – è stato Cristo a raccontarcelo –, ma se avessimo più coraggio, se davvero fossimo convinti di ciò, andremmo a inginocchiarci ai piedi di costoro anziché tenerli in acque alla deriva o nelle gabbie dell’inciviltà, e al termine del nostro operare finiremmo per ricevere dalle loro mani, paradossalmente, il battesimo di uomini.

 

Gianfranco Bettin

A bordo della nave Mar Jonio, la sola nave di ong italiane in questo momento in viaggio nell’alto Mediterraneo per monitorare la situazione e, nel caso, soccorrere i naufraghi nel quadro dell’operazione Mediterranea Saving Humans, una delle più ardimentose e concrete iniziative di questi anni di chiusure, razzismi e vigliaccherie crescenti, c’è fin dall’inizio un inviato di “Avvenire”, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Nello Scavo. “Avvenire” documenta, più in generale, la realtà delle migrazioni meglio e più sistematicamente di ogni altro quotidiano, a conferma di un’attenzione al fenomeno e di una conoscenza del medesimo che non hanno paragoni. D’altronde, si tratta di un aspetto del più vasto impegno della chiesa cattolica sul fronte sociale, impegno che, su scala bensì planetaria, nasce dalla propria spinta ideale e religiosa ma anche da una razionale consapevolezza che, senza affrontare con apertura mentale, senso di solidarietà umana e progetto di sostegno dei percorsi di vita delle moltitudini che patiscono le diseguaglianze del mondo attuale, non si dà, per nessuno, una vera prospettiva di speranza e di giustizia. Giustizia che passa certo per la ricostruzione di possibilità e speranze nei paesi di origine delle migrazioni ma che, nella contingenza storica e nella prospettiva immediata, non può essere disgiunta dall’apertura di vie sicure e di opportunità regolari di accesso a nuove opportunità.

Ciò significa agire per il salvataggio delle vite coinvolte oggi nelle odissee a cui la mancanza di tali vie regolari sono impedite in Italia da leggi come la Bossi-Fini e dalle sue varianti coerenti con il suo impianto escludente e da quelle analoghe prevalenti nella “fortezza“ Europa. Ma significa anche ingaggiare una battaglia culturale e politica contro il discorso securitario e contro la denigrazione dell’impegno umanitario largamente presenti nelle opinioni pubbliche e nei ceti politici occidentali.

Le prese di posizione più coerenti e coraggiose contro tali correnti malmostose vengono spesso dal mondo cattolico. È dunque auspicabile che si mettano in campo iniziative, percorsi strutturati, azioni collettive che, da quel campo, contrastino l’egemonia securitaria e razzistoide, o peggio, che condizionino così pesantemente la discussione pubblica e le scelte di governo in materia.

Non credo invece che sia utile ipotizzare una sorta di nuovo “partito cattolico”, anche se fosse ispirato a questi valorosi princìpi, a questa più lungimirante linea politica. Penso che molti cattolici vedano in quest’ipotesi una sorta di regressione a tempi ormai superati e che, pur avvertendo come necessaria la convergenza di fondo su princìpi e valori, ne considerino l’interpretazione concreta, politica, come una scelta aperta, declinabile operativamente in forme diverse, non sintetizzabile in una linea strettamente di partito (o qualcosa di simile). Questa libertà di azione concreta facilita, penso, l’attivizzazione di molti credenti, ne amplia le possibilità di impegno, sia nel campo del volontariato che in quello più direttamente politico, anche militante, anche istituzionale, e rende dunque più fertile e incisiva la presenza globale dei cattolici in politica. Certo, non tutti i cattolici condividono un’interpretazione solidaristica e aperta di quei princìpi e valori, anche se tra gli attivi (specie nelle associazioni, tra i volontari) costoro sembrano i più. È invece tra gli “elettori” che si dichiarano cattolici, o nei tessitori di opinioni, oltre che tra i presenti nelle istituzioni e negli altri luoghi del potere e in fondo alla società, nel suo ventre molle e nella sua parte più oscura, che spesso si ritrova declinato ipocritamente quando non snaturato o apertamente sconfessato il discorso di giustizia e di speranza che diffonde e ripete instancabile la voce ufficiale della Chiesa e, naturalmente, la voce schietta e profonda di papa Bergoglio. C’è un conflitto di questa Chiesa, e di tutti coloro che questo discorso svolgono, con la maggioranza retriva ed egoista della società italiana e occidentale, ma c’è anche un conflitto che attraversa il mondo cattolico stesso e che forse andrebbe radicalizzato, reso più nitido e intenso, dissacrando, scoperchiando i troppi sepolcri imbiancati.

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