Fare il sindaco in Val di Susa

di Piera Favro e Piera Braida-Bruno

incontro con Enzo Ferrara

bandiera di Andreco

 

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

 

Mompantero è uno degli ultimi comuni della bassa val di Susa. Assieme a Susa e Venaus si allarga al fondo della conca formata dalla Dora Riparia, prima che i percorsi del fondovalle svoltino verso la val Cenischia e il Moncenisio a nord o verso il Colle delle Finestre a sud. Siamo nel cuore del territorio No Tav; il cantiere di Chiomonte è poco più su, subito dopo Gravere sul bordo della piana alluvionale che distingue l’alta valle. Con i suoi 646 abitanti e 30,10 km2 ai piedi del monte Rocciamelone, Mompantero è uno dei comuni più estesi dell’intera Vallata.

Quando si erano da soli pochi giorni spente le fiamme che hanno devastato Atene la scorsa estate, abbiamo incontrato la sindaca Piera Favro e la vice-sindaca Piera Braida-Bruno, anche per fare un bilancio dell’ondata storica di incendi che nell’autunno 2017 avevano bruciato i boschi di Mompantero e di tutta la val di Susa. L’incontro si è svolto negli uffici comunali di piazza Giulio Bolaffi, un angolo di paese dedicato al partigiano che con il soprannome Aldo Laghi comandò la divisione Stellina contro i nazi-fascisti nell’agosto del 1944 proprio a Mompantero nella borgata delle Grange Sevine. (La trascrizione dell’intervista è di Danila Perona)

 

Partiamo dal nome, Mompantero.

Sul nome del paese c’è un annoso dibattito. La versione che a me piace di più, ma sappiamo essere sbagliata, è che derivi da Mons Pantheon, Monte degli dei. Dietro di noi si staglia il Rocciamelone, una montagna di 3.538 metri venerata già dai Celti; ci poteva stare un nome così importante. Mentre Monte delle pantere non significa nulla. È più semplice risalire al significato dialettale: mont pas entier, monte non intero, montagna che si sgretola. Questa versione è plausibile. In zona abbiamo toponimi come Pietracassa, Pietrastretta, Seghino che danno l’idea di pietre rotolate giù da un monte. Non siamo nelle Dolomiti ma anche il nostro territorio è fragile.

 

Una fragilità che non si riflette nell’indole degli abitanti. Lei è sindaca da dodici anni: cosa vuol dire svolgere questo ruolo a Mompantero?

Quotidianamente, vuol dire passare gran parte del tempo a disposizione dei cittadini. Anche se siamo un piccolo comune, i problemi sono tanti. Siamo la prima istituzione che il cittadino può incontrare, la più vicina alla sua realtà e alle sue esigenze e il sindaco in un comune piccolo è il primo riferimento per ogni problema. Un punto di riferimento oltretutto in contatto diretto. Quando incontriamo gli altri mompanteresi ci diamo del tu e proprio grazie a questa confidenza i nostri cittadini arrivano con le richieste più disparate e senza orario. C’è anche chi viene solo per dire che la notte è arrivato il cinghiale a devastargli il campo di patate; anche se non possiamo farci niente, offriamo tutta la nostra comprensione. Da quando si aprono gli uffici e fino a che si è qua, la gente va e viene, chiede del sindaco e trova sempre qualcuno che ascolta. I cittadini ci portano il problema che ritengono più importante per loro. Il nostro ruolo è comunque quello di ascoltare e poi se possiamo di risolvere i problemi. Vorrei avere una bacchetta magica, ma anche il momento dell’ascolto è importante.

 

Qual è il bilancio annuale del comune?

L’ultimo bilancio è stato di quasi 1 milione e 400mila euro. Ogni accantonamento, anche di piccole cifre, è significativo. I nostri investimenti, quelli del cosiddetto “Titolo II” degli enti locali, sono quasi interamente dedicati alla manutenzione delle strade, all’assetto idrogeologico, e alla cura del territorio che, come dicevamo, ha bisogno di manutenzione continua.

Abbiamo poi una scuola materna con costi per noi importanti, le spese ordinarie per lo sgombero neve e la raccolta rifiuti. Tolte queste, quel poco che rimane, un avanzo che nel 2017 è stato di circa 170mila euro, in gran parte deriva dai fondi Ato (Ambito territoriale ottimale , Ndr) girati dall’Unione Montana. Se a questi riusciamo ad aggiungere anche solo 20mila o 30mila euro, questi soldi sono di aiuto per le emergenze.

Abbiamo tutte le leggi e i vincoli di bilancio da rispettare, come gli altri comuni, ma con personale ridottissimo per il quale abbiamo già raggiunto il tetto di spesa. Il comune ha cinque dipendenti. Se si fa la proporzione, ogni addetto ha in media 120 abitanti da seguire per tutte le problematiche del territorio e le pratiche legali. Sono riferimenti statistici, ma l’impegno è più evidente se si rapporta all’estensione del comune, tenendo conto che siamo in montagna. Penso agli interventi che dobbiamo fare a causa dei tanti torrenti che scendono dai nevai. Dobbiamo essere capaci di fare un po’ di tutto, non possiamo contare sempre sugli uffici, sulla ragioneria, sui servizi tecnici, che hanno scadenze da rispettare.

 

Come è costituita l’economia del territorio?

È di tipo agricolo. Le maggiori ricchezze sono il pascolo e il bosco. Il territorio qui è tutto. L’incendio che lo scorso anno ha devastato gran parte della superficie boschiva, ha compromesso anche il pascolo. Non abbiamo un’economia commerciale, se non residuale. Non ci sono quasi esercizi di rivendita tranne un bar ristorante, un agriturismo e una farmacia. Non abbiamo negozi di alimentari. Del resto Susa è molto vicina e proprio i suoi grandi magazzini hanno contributo a cancellare le piccole imprese di Mompantero. Abbiamo un falegname, idraulici, piccole aziende edili, un’economia di questo tipo.

Non c’è turismo lungo il sentiero del Rocciamelone?

Quando parlavo della nostra ricchezza, della montagna con i suoi pascoli, intendevo anche gli agriturismi, gli alpeggi e i rifugi. Di questi ultimi, ne sono presenti tre. Abbiamo più di un sentiero che porta al Rocciamelone. Di sentieri siamo ricchissimi, il più importante è quello su cui si svolge una corsa in montagna unica al mondo. Arrivano centinaia di atleti, campioni internazionali che impiegano meno di due ore su un dislivello di tremila metri, sembrano camosci. Il Gran Tour delle Alpi incrocia il sentiero che va in vetta, si può arrivare fino al colle della Croce di ferro, che poi scende verso le Valli di Lanzo. Abbiamo un altro cammino importante, il Sentiero dei partigiani; anche su quello si svolge una gara di corsa in montagna: il Trofeo internazionale Stellina, molto sentito perché ricorda la battaglia partigiana delle Grange Sevine.

C’è una vasta rete di sentieri legati a vicende storiche, cominciando da quello che porta alla vetta del Rocciamelone, una montagna particolare, bellissima. È l’unica al mondo dove si possono percorrere 3mila metri di dislivello tutti in verticale. Ci sono montagne simili, come il Kilimangiaro ma hanno dei tratti che si percorrono in piano. Questo monte ha un culto che si tramanda dal tempo dei Celti. Nel 1358 fu portato in vetta un trittico dedicato alla Madonna, un capolavoro in bronzo fatto a Bruxelles. Rimase in cima per trecento anni ed è tuttora conservato al Museo diocesano di Susa. È un oggetto di culto ancora importante; nel 1899 grazie a una sottoscrizione di tutti i bambini d’Italia – ogni bambino donava due centesimi, c’è ancora l’elenco – è stata fatta costruire la statua in bronzo che c’è attualmente sulla cima del Rocciamelone. Ogni anno sono tantissimi i pellegrini che raggiungono la vetta. Nel 2008, per la ricorrenza dei 650 anni, ci sono state 12mila presenze. Per molti della val di Susa bisogna salirci almeno una volta nella vita. Poi c’è chi batte i record di velocità, chi c’è andato cento volte, chi due o più volte nello stesso giorno.

 

Come è composta la popolazione?

Al contrario di quello che si può credere, non è formata solo di anziani, ci sono parecchi giovani ritornati ad aggiustare le case di famiglia. Abbiamo un buon numero di bambini e ragazzi: al primo gennaio 2016, su 659 abitanti suddivisi in 307 nuclei familiari, ne avevamo 32 in età prescolare sotto i sei anni, 33 in età scolare da sette a quattordici anni, 33 in prima occupazione da 15 a 29 anni, 77 in età adulta da 30 a 65 anni e 164 in età senile, sopra i 65 anni.

La distribuzione abitativa è particolare, siamo ai piedi della montagna, molto vicini a Susa. Una frazione importante è separata dal resto di Mompantero perché si trova sull’altro lato rispetto a Susa. È una situazione strana. Ci sono anche due parrocchie diverse, in totale ne abbiamo addirittura tre di parrocchie, perché anche la vetta del Rocciamelone fa parte della diocesi di Susa. Per l’assistenza agli anziani c’è una rete familiare importante. A Mompantero chi non può muoversi ed è senza auto ha comunque i figli vicino. Susa è poi a due passi. Quando c’è il mercato, il martedì, un autobus fa una corsa per il paese, dal Santuario fino a Susa e viceversa. Per contro, la farmacia di Mompantero è molto frequentata; pare che i proprietari siano molto bravi così accade il contrario: dai paesi vicini vengono ad acquistare le medicine nella nostra farmacia.

 

La controtendenza della farmacia svela i meccanismi della convivenza e porta il discorso sul tema della fiducia. Invece di spostarsi a Susa, dove c’è più passaggio, la farmacia ha preferito restare a Mompantero. Forse così si sente al proprio posto e quando ci si trova bene sul posto di lavoro o dove si abita si ispira fiducia si è più propensi ad accogliere.

L’accoglienza è importante. Siamo un piccolo paese, ma nemmeno noi sfuggiamo al grande tema dei migranti. Abbiamo accolto prima quattro ragazzi provenienti dall’Etiopia e dall’Eritrea molto giovani; l’anno scorso abbiamo accolto una famiglia di rifugiati dalla Libia, quattro persone con due bimbe piccole. Mompantero è accogliente, come può. Come istituzione abbiamo fatto la nostra parte, poi ci sono stati gesti di solidarietà, soprattutto nei confronti della famiglia.

 

Parlando di solidarietà, l’anno scorso quando sono iniziati gli incendi in valle era più facile trovare notizie sui giornali portoghesi, ancora scossi per gli incendi che li avevano colpiti nei mesi precedenti, che su quelli torinesi. Quest’anno in valle c’è stata meno siccità e ha piovuto. Gli incendi ora colpiscono la Grecia e il Nord Europa.

Le notizie dalla Grecia ci rattristano. È come riattraversare la nostra brutta esperienza con in più un senso di angoscia perché hanno sofferto di più. In fondo noi abbiamo avuto molti danni, ma non vittime. Sono stati bravi i vigili del fuoco, i volontari anti incendi boschivi (Aib) e tutta la popolazione. Quella settimana terribile abbiamo dimostrato l’importanza della partecipazione e della solidarietà. È successo di tutto ma abbiamo avuto molta collaborazione. C’era paura, ognuno però ha cominciato a fare ciò che poteva. Con una guardia parco siamo andate a chiudere le strade. Coldiretti ha fatto arrivare le cisterne, autobotti piene d’acqua vicino ai luoghi dell’incendio a disposizione dei vigili del fuoco. Gli Aib si sono impegnati per salvare le borgate più in alto, andando a tagliare gli alberi. Soprattutto la domenica, hanno tagliato tutto quello che potevano prima che il fuoco arrivasse vicino alle case. Sono arrivati da tutte le parti ad aiutare, a togliere i rami, gli arbusti, le piante che potevano permettere al fuoco di raggiungere gli abitati e fare anche qui quel disastro che è successo in Grecia.

C’è stata solidarietà grandissima anche da parte di chi non poteva aiutare nei boschi. Avevamo il comune pieno di gente che portava panini, l’acqua, di tutto. Anche gente che semplicemente ha portato il proprio affetto. Una signora ha aperto la porta, mi ha chiamato poi è entrata e mi ha abbracciato. Un abbraccio forte e se n’è andata. Voleva dire: “siamo con te, siamo con voi”. Abbiamo sentito la gente partecipe della nostra preoccupazione che era grande. Tutto quello che potevamo inventarci ce lo siamo inventato anche se era un incubo. Per questo c’è tutta la nostra vicinanza alla popolazione greca.

 

Il presidente della Protezione civile, Angelo Borrelli, ha detto che contro gli incendi ci aiuteranno i satelliti che li monitoreranno, ma se poi non c’è partecipazione diffusa, chi li spegne i fuochi?

C’è scollegamento fra chi vive il territorio e le istituzioni centrali. Si vede soprattutto per la questione del Tav Torino-Lione. Ne ho avuto un riscontro ancora la scorsa settimana in un incontro dal prefetto di Torino: ha detto di avermi citata in un discorso sui piccoli comuni, che ha fatto a Viverone. Non ero presente, ha parlato di me spiegando quanto siano importanti i sindaci dei piccoli comuni, perché – ha detto – nessuno meglio di loro conosce la realtà del territorio e riesce a capire le esigenze dei suoi abitanti. Mi ha fatto piacere, anche se mi sono sentita un po’ come per la scuola: c’è gente che ne parla senza mai essere stata un’ora in classe. Comunque ho potuto discutere degli incendi e ho spiegato che è facile parlarne dopo: come per una partita di pallone sono tutti bravi a fare gli allenatori, soprattutto alla fine.

Per chi amministra un piccolo comune come Mompantero, oltre a conoscerlo, c’è un radicamento nel territorio che è importante. Non vale solo per chi amministra, chi vive qui deve sapere cosa fare nei casi di emergenza, deve sapere dove andare se, per esempio, si interrompe un acquedotto in una borgata molto alta. Infatti, durante gli incendi i volontari sono partiti, sono andati su oltre le borgate per ripristinare gli acquedotti perché avere quell’acqua lì voleva dire salvare delle case, anche se non siamo riusciti a salvarle tutte. Questo radicamento è un valore aggiunto.

Non stupisce che Mompantero sia stato uno dei comuni fin da subito contrari al Tav. Siamo contrari da sempre, da prima ancora che diventassi sindaca. Abbiamo motivi aggiuntivi legati alla difesa del territorio: un tunnel del Tav passerebbe proprio all’interno del Rocciamelone. Noi vediamo almeno tre grandi rischi. Il primo, legato al nostro nome, è il rischio che la montagna si sfaldi, che ci siano frane e gli abitati del comune sono tutti ai piedi della montagna. Il secondo rischio riguarda la falda acquifera, la nostra ricchezza: se buchi profondamente una montagna rischi che l’acqua si disperda. Il terzo rischio è legato a quello che succederebbe nello stravolgimento della valle. L’uscita del Tav dovrebbe essere in frazione San Giuliano di Susa che è – continuo a dirlo – molto più vicino a Mompantero che al centro di Susa. Ci sarà uno stravolgimento della viabilità e del traffico, inquinamento, polveri. Adesso il cantiere è a Chiomonte, ma quando è iniziato tutto pensavano di farlo qui vicino. Inoltre sull’altro versante delle nostre montagne c’era l’amiantifera di Balangero, la più grande miniera di amianto d’Europa. Per queste ragioni Mompantero si è mobilitata fin da subito.

Il 31 ottobre 2005 nel nostro comune ci fu la cosiddetta battaglia del Seghino. La ricordo bene, perché in quella frazione ci abito. Non ero sindaca, ero una tranquilla insegnante. Fin dalla sera prima c’era tantissima gente che saliva per presidiare i luoghi dove avrebbero dovuto mettere le trivelle di sondaggio. Al mattino siamo salite anche io e mia sorella. Mentre procedevamo la gente aumentava. Ho incontrato amici che non vedevo da anni. Eravamo quasi arrivate quando abbiamo sentito la notizia che c’era un mare di poliziotti e finanzieri, che non si poteva più salire e anzi che sarebbero saliti su loro. Siamo tornate indietro allora perché avevo lasciato mia figlia da sola e in più con il cane che è di taglia grossa. Quando sono giunta sopra casa mia ho trovato tre posti di blocco nel raggio di 300 metri. Mi sono chiesta cosa stesse succedendo. Era assurdo: dovevo passare per i posti di blocco per andare da casa mia alla chiesetta. Sono anche andata giù al ponte dove i sindaci fronteggiavano i gendarmi. Quella situazione è andata avanti tutto il giorno, poi c’è stato un accordo: era ormai buio, le forze dell’ordine si sarebbero ritirate e lo stesso avrebbero fatto i No Tav. Mai visto così tanta gente scendere da un pendio di montagna, erano nascosti dappertutto. Sembrava che tutto fosse finito. Quella sera, invece, dopo cena abbiamo cominciato a vedere bagliori e luci blu: non una, due o tre, ma decine, non le ho contate, erano tantissime. Risalivano e andavano sui posti che avevano detto che non avrebbero occupato. Le vedevo passare sotto casa e poi andando all’altra finestra le vedevo risalire la montagna. Avevo paura che ci fossero ancora dei ragazzi lassù. Per fortuna erano già tutti via. Dall’indomani c’erano posti di blocco ovunque: perfino al cimitero, erano i Santi. Per tornare a casa c’è stato un periodo in cui dovevo passare quattro posti di blocco e ogni volta dovevo presentare la carta d’identità. Me ne sono fatta una fotocopia gigante. È andata avanti così fino al 21 dicembre.

 

Gli amministratori dei piccoli comuni sono un presidio di partecipazione democratica, e poi di informazione e condivisione. Non possono permettersi di tradire la fiducia dei loro concittadini e di non essere trasparenti: errori che continuano a commettere i fautori del Tav.

Non ci sono analogie tra l’incendio e il Tav ma in entrambi i casi emerge il nostro modo di essere, la nostra tempra. È l’orgoglio dell’appartenenza a un luogo, l’orgoglio delle radici e, per noi, delle nostre montagne. La difesa dall’incendio qui non è diversa dalla difesa del territorio nel caso del Tav. Non è così dappertutto, soprattutto nelle grandi città il contrasto al Tav ha un significato diverso ma qui si intreccia con il valore dell’appartenenza, che non vuol dire avere gli occhi al passato, è la capacità di muoversi avendo una propria prospettiva. È la capacità di allontanarsi e poi ritornare nel proprio posto, però osservando, cercando di capire anche gli altri.

Per esempio per fronteggiare gli incendi, noi sappiamo che occorre prevenire agendo in profondità sul territorio e sulla popolazione. Alcuni anni fa abbiamo partecipato a un progetto europeo per il recupero delle zone abbandonate, che comprendeva la salvaguardia delle orchidee selvatiche – quando ero bambina andavamo a vederne la fioritura ogni primavera. Abbiamo ricevuto un finanziamento sostanzioso. A qualcuno sembreranno soldi sprecati, in realtà questo progetto a Mompantero era di necessità incalzante per contrastare l’intensa boscaglia cresciuta negli anni di abbandono ma anche per favorire lo sviluppo di giovani imprese e sostenere le aziende agricolo-pastorizie con la valorizzazione della biodiversità e del paesaggio. Il progetto ha permesso il recupero di una parte del territorio verso Bussoleno, meno frequentata perché arida. È un’oasi zootecnica ma dal punto di vista agricolo è abbandonata. Molti di Mompantero non sapevano neanche che fosse nostra. Assieme a giovani ricercatori abbiamo riscoperto una zona dimenticata grazie a uno studio sulle orchidee, sperimentando soluzioni d’uso alternative. Un’opzione era quella del pascolo leggero, sono terreni poveri perfino per gli animali, solo le pecore avrebbero potuto sopravvivere, così abbiamo acquistato un gregge.

Sempre per la prevenzione degli incendi, abbiamo osservato che dove era pulito intorno alle case si sono avuti meno danni. Così abbiamo creato un’associazione fondiaria che conta finora quasi 300 soci. Uniamo tutti i nostri terreni per poterli dare in gestione collettiva come pascolo. Stiamo sperimentando insieme la possibilità di tenere pulita la nostra media montagna, quella che ci hanno accusato di tenere sporca e la cui incuria ha facilitato la diffusione dei fuochi. Sicuramente non è stato solo quello, vedo molte similitudini con la Grecia: il vento forte, la siccità. Ancora una volta, però, stiamo provando a riprenderci il territorio. Quei terreni non saranno mai più coltivati come quando ero bambina ma gli si può dare ancora una prospettiva, magari solo come pascolo. Mompantero è un comune in continua sperimentazione. Ora siamo tra le prime associazioni fondiarie del Piemonte. Ce n’erano già nel cuneese ma non in val di Susa dove siamo stati i primi ad avere quest’idea. Ecco cos’è Mompantero.

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