Cos’era Palermo e che cos’è

di Franco Maresco

incontro con Andrea Inzerillo

Franco Scaldati

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 58-59 de “Gli asini”: acquistaloabbonati o fai una donazione per sostenere la rivista.

In un’intervista per Palermo Atlas, una ricerca urbanistica condotta dallo studio Oma per la biennale d’arte contemporanea Manifesta12, commenti la nuova riscoperta di Palermo, una città oggi per certi versi molto di moda. Racconti la perdita d’identità della città, parli del fatto che la presunta differenza tra centro e periferie non esiste più, che anche le periferie sono omologate. Dici loro: andate in giro a Ballarò e pensate di vedere degli esseri umani senza rendervi conto di essere in un reality show.

Mi veniva in mente uno sketch degli anni Settanta: Enrico Montesano travestito da vecchia zitellona inglese veniva in Italia e commentando quello che vedeva ripeteva in continuazione “molto pittoresco”. Capisco che chi viene da Rotterdam o da Berlino – città che hanno organizzazioni urbanisticamente all’avanguardia – e vede Palermo crede di trovare residui di umanità, rimane colpito dai mercati o da altre cose. È anche giustificabile, per chi ha dimenticato da decenni una dimensione di città fatta di umanità diverse che convivono in un certo modo. Ma le cose, viste dal di dentro, non stanno affatto così, il loro è un abbaglio.

Un primo mutamento è avvenuto all’inizio degli anni Settanta: ho vivo il ricordo delle macerie, di certi fabbricati tenuti dalle assi di legno, ricordo le casupole di Resuttana che oggi non esistono più, il vecchio quartiere di San Pietro che fu bombardato durante la Seconda Guerra mondiale ma che rimase in piedi ancora a lungo, ricordo il muro che separava piazza Lolli da via Marconi e proseguiva per via Malaspina, che era una zona di campagna. Nel giro di pochissimi anni in quella zona si è esteso il cosiddetto “sacco di Palermo”, ma ricordo i vaccari che la mattina arrivavano con il latte appena munto o addirittura con la vacca legata al carretto. Qui l’omologazione di pasoliniana memoria l’abbiamo avvertita più lentamente: per quanto la città fosse devastata dalla politica democristiano-socialista – corruzione, licenze edilizie e misfatti che proseguivano sul versante del sacco di cianciminiana memoria – percepivi ancora la presenza di un’umanità. In certi quartieri, nelle periferie, avvertivi ancora alla fine degli anni Settanta il sopravvivere di quelle cose di cui tanto parlavo con Franco Scaldati: l’arriffatore, le feste, certi rituali o luoghi come le taverne. Io mi armai di magnetofono per andare a raccogliere suoni, intervistavo Tirone molto prima di farlo in video, avvertivo il bisogno – patetico, se vuoi – di fermare alcune cose, di sentirne ancora l’afrore e il sapore. Da ritardato e ritardatario quale sono, provavo a salvare la sospensione temporale che era ancora percepibile in alcune zone. Di qui la dimensione malinconica e nostalgica che ha sempre caratterizzato il nostro cinema.

Il vecchio Salvo Licata era allora il cantore di una Palermo che andava scomparendo, anche se al ralenti, per poi accelerarsi in maniera esponenziale. Collocherei tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta lo strappo più evidente, mentre gli anni Novanta sono stati il de profundis di un certo mondo.

 

Salvo Licata faceva parte della borghesia di questa città: una borghesia in lotta contro se stessa, che andava nella città nera, verso quello che lui definiva il basso popolo.

Non so se Salvo Licata fosse borghese. Esiste un piccolo documento incompiuto, La ballata di Salvo, che io e Ciprì abbiamo realizzato e presentato a Villa Filippina nel 2000. Era una lunga intervista che gli avevamo fatto nel 1998, due anni prima che morisse, lui era molto incattivito e pessimista. Ci aveva cercato, affascinato da Cinico tv, e proposto di mettere in scena il suo lavoro. Diventammo amici e gli chiedevo spesso cose sulle sue origini, e adesso che ci penso sono sicuro che non fosse borghese: credo che la sua fosse una famiglia umile, originaria di Resuttana, e però lui ebbe modo di studiare, era brillante, molto sveglio, e fece strada abbastanza rapidamente all’interno dell’ “Ora” con le sue inchieste, ma anche militando nel Pci. Divenne amico di Carlo Levi e di altri intellettuali che venivano qui perché ospiti del giornale (Pasolini, Sciascia) o per l’esperienza di Danilo Dolci. Come Scaldati aveva un occhio molto critico nei confronti della città borghese, però al tempo stesso ne era affascinato e in qualche modo – forse per una sorta di strano riscatto – era come se volesse un riconoscimento da quella parte.

Salvo era del 1937, e sin da quando comincia a scrivere di Palermo c’è una mitologia, un’idealizzazione, una memoria inzuppata in una struggente nostalgia nei confronti di una città che era già finita quando lui era ventenne. Mischiava l’analisi politica comunista e sociale con questa sorta di sentimento – chi lo criticava diceva che era una visione un po’ macchiettistica. Ha scritto cose molto interessanti e a lui si deve una delle prime esperienze cabarettistiche come quella dei Travaglini, dove poi si formarono grandi personaggi come Giorgio Li Bassi o come il grande Burruano, in via xx Settembre, a due passi dal Politeama. Ninni Truden, Melino Imparato, Franco Scaldati si alternavano in questo scantinato che era un luogo di idee che circolavano, c’era anche Ignazio Garsia che suonava il piano. Chi c’era mi racconta che non mancavano gli equivoci: quando Scaldati presentò lì il suo Attore con la O chiusa (una presa per il culo del teatro ufficiale e borghese) il pubblico non sapeva se incazzarsi o meno. C’era una borghesia incuriosita che non capiva nulla, mi diceva Licata: erano anni di caos vitale in cui convivevano idee comuniste e rivoluzionarie insieme a forme che poi sarebbero degenerate in cabaret come quello degli anni Ottanta, che pure aveva delle cose interessanti. Licata aveva questo sguardo politico, in sintonia con la natura del giornale per cui scriveva, ma le sue cose più interessanti sono quelle brevi: aveva la capacità, anche poetica, di cogliere l’essenza e il dramma di una città che era sparita. In Salvo Licata c’è il racconto e la cronaca di un mondo che sta scomparendo. Anche se lui non aveva, se vogliamo dirlo, il respiro di Scaldati, che infatti ammirava molto.

 

Quali erano i rapporti tra i due?

Scaldati doveva molto a Licata, Franco mi raccontava sempre che Licata se lo portava nelle periferie, nelle taverne, provava molto affetto per Licata. Salvo era un po’ geloso di Scaldati perché capiva che aveva trovato la chiave per rappresentare la città in modo potentissimo, che non aveva precedenti – e riconosceva a Scaldati di avere un dono poetico che altri non avevano. Ciò detto: avercene, di Licata. Il Licata che ho conosciuto negli ultimi anni era questo Licata inferocito nei confronti di una città che non riconosceva già allora, alla fine degli anni Novanta, ce l’aveva a morte con tutti e vedeva la fine definitiva di una Palermo che aveva in parte mitizzato. Il mondo è degli sconosciuti raccoglie un’antologia di pezzi veramente preziosi perché svelavano una città che di lì a poco sarebbe stata immortalata da Scaldati. Se dovessimo fare una genealogia minima, io e Daniele veniamo da Scaldati e da Licata, da quell’umorismo fulminante dei suoi strepitosi pezzi giornalistici.

 

C’è una colpa della borghesia palermitana rispetto a questa trasformazione della città?

Oggi abbiamo una borghesia cialtrona e di parassiti, diversa dalla grande stagione di fine Ottocento. Leonardo Sciascia diceva che non abbiamo mai avuto una borghesia illuminata, ma soltanto eccezioni che hanno confermato la regola. La nostra borghesia è sempre stata chiusa, reazionaria, così come c’era stata un’aristocrazia reazionaria: la Sicilia come terra che non ha mai creduto che il mondo si cambi con le idee. Tranne la parentesi dei Florio, dal fascismo in poi abbiamo una borghesia imbastardita, molto ignorante, attenta ai privilegi e a creare rapporti di forza e di potere, e soprattutto a essere fortemente collusa con Cosa nostra e con la mafia.

Ad ogni modo c’è una differenza tra la borghesia che ho conosciuto da bambino e quella che abbiamo avuto successivamente: la prima aveva contezza della città, ne conosceva le tradizioni, la lingua. Dopo la guerra c’è stata una rottura, e quando sono critico nei confronti della borghesia mi riferisco a una borghesia che non ha più conoscenza né un vero rapporto con la città. Ci sono scrittori che godono immeritatamente di una certa fama (per quanto effimera) anche nel resto d’Italia, ed è un’appropriazione indebita che mi fa incazzare. È sufficiente che un palermitano apra un loro libro per rendersi conto innanzitutto che non c’è la lingua, che non c’è l’esperienza diretta. Noi ridevamo quando sentivamo parlare i borghesi in palermitano: come ti spercia, pititto… ti veniva schifo. Di fatto c’è sempre stata una borghesia affascinata dal pittoresco.

Si potrebbe quasi fare un parallelo con l’involuzione riscontrabile in una sinistra cialtrona come quella con cui facciamo i conti oggi, che ha abbandonato qualsiasi critica al consumismo e al capitalismo, abdicato a ogni forma di rigore morale e che si è conformata al cazzeggio imperante. Non bisogna dimenticare che un politico come Pio La Torre era diventato un’eccezione nel Pci degli anni Ottanta: aveva fatto le lotte dei braccianti, veniva dalla fame più nera, ci aveva messo la vita ed era stato emarginato e isolato (io questo me lo ricordo, testimonianza diretta di un ragazzino che andava nella sede del Pci in Corso Calatafimi a vedere cosa avveniva, dietro il più anziano Paolo Greco, ai tempi del Nuovo Brancaccio). C’era già una sinistra borghese e salottiera, comunista, che aveva isolato gente come La Torre. Ricordo anche che, negli anni in cui io e Ciprì cominciavamo a essere conosciuti, mi chiamavano avvocati, rampolli vari che ci invitavano a degli incontri che tenevano settimanalmente e che chiamavano “incontri d’osservazione”: osservavano la città, analizzavano la città. Mi veniva da vomitare. Sai quanta gente impettita s’annacava e ti diceva che bisognava “osservare”? Questa gente è rimasta, oggi la trovi nelle enoteche della città oltre che nei salotti, allitrati come beoni.

Quando parli di borghesi che non conoscono la città e di militanti che abbandonano le campagne e le lotte mi vengono in mente, per contrasto rispetto a quello che la sinistra è diventata, Marcello Cimino e Giuliana Saladino, spediti dal Pci nell’agrigentino alla fine degli anni Quaranta. In Vita e morte di un comunista soave Michele Perriera rievoca il rigore estremo di un Marcello Cimino assente persino alla nascita della prima figlia perché impegnato a Roma alle Frattocchie. Esistono secondo te una letteratura o un giornalismo che andrebbero ripresi per comprendere la Palermo di oggi?

È fin troppo banale dire che il passato è sempre necessario per capire quello che stai vivendo. Anche le analisi di Saladino e Cimino hanno dato un contributo (tutta la generazione che gravitava attorno al giornale “L’Ora” era composta da borghesi che oggi definiremmo illuminati, coraggiosi), e mi sembra che questo non avvenga più da un sacco di tempo, almeno dal 1992, quando quel giornale chiude poco meno di un mese prima della strage di Capaci. Devo dire però che si tratta di persone che io vedevo col cannocchiale: non li sentivo parte della mia vita di ragazzo che veniva da piazza Lolli. Credo che la stessa Saladino abbia avuto una passione forte, anche se attorno a questa realtà di persone, di politici e di intellettuali è proliferata un’umanità discutibile.

Ho visto recentemente un documentario molto brutto dedicato a Saladino, pregno di quella borghesia fastidiosissima che a un certo punto è diventata interprete, a livello nazionale, di una lettura di questa città. Nel film si parla del comitato dei lenzuoli, del tentativo di reazione della città dopo le stragi. Quando si parla di questi argomenti il rischio è quello di restare schiacciati dalla retorica o dall’emozione (sincera, o un po’ enfatica). Se però uno guarda le cose come stanno, sostanzialmente la mia analisi rimane sempre la stessa: chi fece i comitati dei lenzuoli non aveva di fatto nessuna capacità di incidere per mancanza di un rapporto vero con la città. Quell’esperienza è rimasta lettera morta, la proiezione di uno stato emotivo.

 

C’è chi legge anche in quella esperienza l’inizio della primavera di Palermo, l’avvento di una sindacatura Orlando esaltante rispetto al passato.

È difficile dipanare e dare una lettura chiara. La primavera di Orlando comincia forse nel 1986, e la figura stessa di Orlando non può essere giudicata dall’86 in poi nella sua totalità. Orlando è un personaggio estremamente contraddittorio, per me è una figura tragica. Ho molto chiara la Palermo della fine degli anni Ottanta: ricordo che quando giravamo ci imbattemmo nell’omicidio di Giuseppe Insalaco, e Orlando nel periodo prima delle stragi fu sorprendente, con la sua presa di distanza dalla Dc di Salvo Lima, di Ciancimino & co.

Non so quanto quella generazione di intellettuali abbia influito sulla primavera di Palermo. Io capivo che si trattava di gente illuminata, ma percepivo in loro la città del Mario Rapisardi del turno di mattina (quello borghese e non quello proletario), sentivo che rimanevano sempre dall’altra parte. Non erano miei simili e non riuscivano a dare voce a quell’altra città, una voce che potevi sentire ad esempio in Franco Franchi: lo incontrai per la prima volta nel 1968 e sentii che c’era una figura popolare che era dei nostri. Una persona affettuosa, quando mi strinse la mano era come me, e me ne stupii: Franco Franchi, visto pochi giorni prima al cinema in Don Chisciotte e Sancio Panza – allora vedere uno del cinema era un’esperienza incredibile –, era ricco e però nello stesso tempo c’era una comunanza. La stessa cosa provai qualche anno dopo con Franco Scaldati: c’era una Palermo che lui rappresentava (e che mi includeva) che era una forza poetica e critica nei confronti di quell’altra città. Non dimenticherò mai il pubblico borghese e del Pci finto illuminato che andava a vedere gli spettacoli di Scaldati. Ricordo reazioni del tipo “molto pittoresco”, solo pochi capivano.

 

Il pubblico di Scaldati era soltanto quello?

Soprattutto.

 

E questo gli provocava frustrazione o c’era una voglia di riconoscimento?

Scaldati capiva che era quello il mondo che poteva capire le sue opere. Sentiva il bisogno, come lo sentivamo tutti, che fossero gli intellettuali a comprendere quello che stava sperimentando: non era uno sprovveduto, aveva una capacità intellettuale e una conoscenza abbastanza estesa, e capiva che quello che stava facendo era la rappresentazione di qualcosa che lui si portava dentro e che era il mondo degli ultimi, la vera città del sottosuolo. Il teatro, soprattutto in quegli anni, era un fatto borghese. Scaldati viveva un conflitto enorme, lo stesso conflitto che vivevo io nel mio piccolo: sentirsi parte di un mondo e avere la consapevolezza che quel mondo, in quel momento, possa essere interpretato e in qualche modo letto da un altro mondo, da un’altra parte della società.

 

La dimensione testimoniale ha sempre attraversato il tuo cinema, come dimostrano anche i tuoi ultimi film e quelli attualmente in lavorazione. Lavori sempre a più cose contemporaneamente: in pausa ci sono per il momento un progetto su Joe Lovano – che per te è uno degli ultimi jazzisti viventi – e Vicè, un film di finzione sul tragicomico ritorno di Liza Minnelli a Palermo. Nel tuo dialogo con il presente c’è sempre uno sguardo rivolto al passato. In che modo pensi che il tuo cinema possa raccontare l’Italia di oggi, tu che ti sei sempre opposto alle narrazioni dominanti?

È il problema dei problemi. Se vedi cosa proiettano al cinema in queste settimane ci sono storie ispirate a biografie dell’Ottocento di grandi scrittrici, film che guardano agli anni Settanta e parlano dei servizi segreti americani. I grandi documentaristi, i ragazzi giovani con qualche talento, la stragrande maggioranza della produzione letteraria: guardano tutti al passato. C’è una difficoltà quasi insormontabile nel guardare al presente e tanto più al futuro. Credo che sia dovuto (in maniera consapevole o meno) al fatto che si avverte una ricaduta grandiosa dello sviluppo scientifico, e che ci sentiamo spossessati della nostra umanità. Abbiamo una paura fottuta di quello che diventeremo, perché in qualche modo sentiamo che viene meno la nostra natura di uomini. Questo è un problema di fondamentale importanza, del quale bisogna tenere conto anche quando si prova a leggere quello che sta succedendo nella politica e nella società italiana, e quindi anche nel cinema.

Come si fa, con Rimbaud, a essere moderni, a parlare dell’oggi? Chi si poneva questa domanda ancora negli anni Cinquanta e Sessanta si muoveva all’interno di un orizzonte di senso. Monicelli, Risi, Pietrangeli, Germi avvertivano la forza del cinema e sentivano che c’era molto da dire in un’Italia che aveva tenuto nascoste molte cose. Il cinema era uno strumento potente che aveva qualcosa da dire al popolo, e registi, sceneggiatori e produttori tutti insieme avvertivano questa necessità. Il mio dramma personale consiste nel fatto che non sono più convinto che quello che faccio abbia una sua necessità. La forza e il senso che aveva Cinico tv, col passare degli anni, si è sempre più attenuato.

E il dramma è legato anche al fatto che viviamo in un mondo che non sente più l’esigenza di fare i conti con il concetto di moderno, con il quale intere generazioni di artisti e intellettuali si sono confrontate. Nel momento in cui questa esigenza non è più dominante, hai voglia di farti la domanda e di chiederti che cosa significa… La modernità della quale potevano parlare Rimbaud, i futuristi, gli sperimentalisti sovietici, era calata in un mondo che aveva dei margini di sperimentazione: in fondo persino la téchne, persino la macchina poteva essere oggetto di creazione artistica. Noi siamo al di fuori di tutto questo, in uno scenario post-umanistico, e ci ritroviamo per la prima volta di fronte a un futuro più che prossimo che ci vedrà cancellati proprio come specie e che mette radicalmente in discussione il nostro stesso essere, il concetto stesso di coscienza, di intelligenza, di limite. Siamo dentro uno sradicamento del nostro essere che non è più teorico ma che è già avvenuto, e ci ritroviamo in una sorta di enorme apoteosi della scienza e della cultura scientifica che però non è in grado di dare risposte alle domande che ancora ci tormentano. Il concetto di moderno viene oggi ritenuto novecentesco. Io non ho ancora capito da che cosa questa terminologia sia stata sostituita, e forse in questa mancata comprensione risiede lo smarrimento che mi porta a non essere convinto delle cose che faccio – né mi convincono quelle che fanno gli altri.

 

In questi giorni stai montando La mafia non è più quella di una volta, che sarà dunque il tuo prossimo film. Ne sono protagonisti Letizia Battaglia e Ciccio Mira, l’impresario di cantanti neomelodici che avevamo conosciuto in Belluscone.

Il film è una sorta di diario che va dal 23 maggio 2017 al 23 maggio 2018, e Letizia Battaglia è una specie di Virgilia a cui chiedo lumi rispetto a certe cose strane che non mi tornano. Ne nasce una tenzone un po’ scherzosa, a volte anche drammatica. Quando la porto all’albero Falcone per le commemorazioni del venticinquennale della strage di Capaci lei rimane inorridita, s’intristisce e mi chiede se ho un’alternativa a questa sagra della porchetta. Io non ho risposte, ma le racconto la storia di Ciccio Mira che – passati i suoi guai giudiziari – sta facendo una cosa per Falcone e Borsellino, e qui parte il film, dietro a personaggi ancora più improbabili della scorsa volta. È un racconto più nichilista di Belluscone, ma che si muove su un filo di coerenza che viene da lontano, una domanda costante sulla condizione dell’uomo: verso dove andiamo?

Se in Belluscone il gioco della satira attestava una mia partecipazione morale e una vaga speranza, in questo film Letizia e Ciccio, figli di un’altra epoca, guardano a un mondo che non comprendono e verso il quale non c’è adesione. Qui il discorso è più evidentemente puntato sull’azzeramento del discorso mafia-antimafia, sulla perdita di senso di un orizzonte politico e morale. È un piccolo viaggio dentro le fiction nelle quali non c’è una partecipazione profonda e analitica, dove la mafia diventa semplicemente la strada di un successo (produttivo) nel quale ogni distinzione si perde all’orizzonte. Sostanzialmente è un film che non ha speranza e non dà speranza, non riesce a comprendere chi o che cosa possa frenare una realtà tecnologica sempre più potente, invasiva e pervasiva dalla quale non si può uscire.

Le foto di Letizia Battaglia assumono allora un valore nostalgico anche rispetto all’immagine in movimento: quella fissità diventa una specie di appiglio rivelatore, illuminante, molto più delle decine di milioni di immagini che puoi trovare in un documentario sulla mafia. Le immagini dell’assassinio di Boris Giuliano, di Piersanti Mattarella, ma anche altri momenti diventano una reminiscenza etica, uno sguardo che è quello di Letizia, calato dentro la sua storia personale. Letizia e Ciccio Mira percorrono queste due rette parallele e praticamente non si incontrano quasi mai. C’è un gioco di ribaltamento rispetto a La mia Battaglia, il ritratto di Letizia che avevo realizzato per il MAXXI di Roma: tutto quello che lì era pathos, nostalgia di una passione, voglia di un rinnovamento che si trasmetta alle nuove generazioni diventa un gioco più devastante e nichilista. Letizia ha saputo riconoscere in questo gioco un sentimento antico, un nichilismo della disperazione di fronte a qualcosa che non ti lascia indifferente. Il grande tema, quello che mi atterrisce, è vedere come sia cresciuta in maniera esponenziale l’indifferenza delle persone.

 

Perché è importante oggi continuare a parlare di mafia, e come bisogna parlarne?

Continuare a parlare di mafia significa mantenere viva una parte di società che è assolutamente necessaria, perduta la quale c’è peggio dell’apocalisse. Lo chiede e lo richiede la nostra storia, le nostre radici, diventa quasi retorico dire che lo richiede il sacrificio di tante persone… non è soltanto questo. Attorno alla mafia e nella storia della mafia c’è tutto quello che noi siamo, tutti i misteri che continuano a sopravvivere, tutto quello che oggi succede in questo paese. Avere gettato la spugna rispetto a questo tema significa dichiarare fallimento rispetto alla nostra storia, in quanto siciliani e in quanto italiani. Abbandonare la lotta alla mafia significa mollare definitivamente sul piano della tenuta etica, della tenuta morale, della tenuta di un’idea di politica: sarebbe la disfatta completa.

Quello che sta succedendo, ahinoi, va purtroppo nella direzione della cancellazione totale della nostra storia di ieri. Non parlarne più significa lasciare spazio soltanto alle serie televisive di Squadra antimafia e de La mafia uccide solo d’estate. L’abbuffata di un’antimafia mediatica sciacalla e mistificatoria, lungi dal liberare l’Italia, la Sicilia e Palermo dal fenomeno mafioso ha prodotto una narcosi, desensibilizzando le masse rispetto a questo argomento. Ha persino creato fenomeni di seduzione, di fascinazione e di mitizzazione che cancellano completamente la distinzione etica tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra.

Quest’estate all’Orto botanico di Palermo ho solidarizzato pubblicamente con Antonio Ingroia al quale è stata revocata la scorta: non mi è sembrato di percepire su questo punto una vibrazione da parte del pubblico. Pur sapendo che la mafia non uccide solo d’estate, ma anche a distanza di decenni, nessuno si mobilita per un giudice che ha proseguito il lavoro del suo maestro Paolo Borsellino e che ha cominciato l’iter per la trattativa Stato-mafia: lo trovo un fatto decisamente significativo. Dieci anni fa questo abbassamento dell’attenzione sarebbe stato meno scontato. Siamo immersi in una realtà virtuale che ormai cancella tutto, la mafia ridotta a fenomeno mediatico diventa soltanto spettacolo.

 

Quando Leoluca Orlando oggi dice che Palermo non è più governata dalla mafia, tu cosa pensi?

Certi fatti recenti non gli danno ragione: credo che questa sua affermazione rischi di trarre in inganno. Anche alcuni giudici non sono così trionfalisti nelle conclusioni. Apparentemente Cosa nostra sembra aver subìto una serie di colpi che possono legittimare l’idea che Palermo non sia più dominata dalla mafia. Io non credo che le cose stiano così, perché la mafia ha sempre dimostrato di sapersi mimetizzare e di sapersi ricostituire, credo che la mafia abbia incarnato e messo in pratica per decenni il detto siciliano “calati juncu ca passa la china” (piegati giunco finché non è passata la piena). Gente come Matteo Messina Denaro continua a esercitare un potere, e c’è da chiedersi come mai il latitante numero uno sia stato avvistato ripetutamente senza mai essere afferrato, anche se sappiamo che è iperattivo, che ha rapporti con altre mafie, con poteri finanziari ecc. ecc. Che Palermo non sia dominata dalla mafia mi sembra un azzardo: non ho elementi per poter confutare Orlando o per essere d’accordo con lui, ma a pelle non mi sembra che la mafia abbia perduto così tanto potere. Di sicuro si muove in maniera molto più complessa e in sintonia con i tempi rispetto a quella che abbiamo conosciuto. Poi penso che questo faccia parte del ruolo di Orlando: un sindaco spera, anche in buona fede, che una città non sia più dominata dalla mafia. Credo però che rimanga forte la mentalità mafiosa in questa città e in questo paese, credo che in questa terra dove si continua a “mafiare”, per dirla con il vecchio Greco, siano ancora molto forti la dimensione e la forma mentis mafiosa.

 

Il sindaco sottolinea il cambiamento che si ha nella percezione di Palermo, passata dall’essere considerata capitale della mafia al titolo di capitale italiana della cultura, di cui si fregia in questo 2018. Cosa pensi di questo riconoscimento?

Non credo che in questa città si respiri un’atmosfera da capitale di cultura. Mi sembra che in passato ci siano state tensioni più interessanti: la città degli anni Novanta era infinitamente più vivace, anche in termini di percezione nazionale. Quello che non vedo è soprattutto una classe di intellettuali o di artisti che smuovano la realtà, che mettano in moto idee e passioni, mentre mi pare che si intenda spesso la cultura in senso turistico-consumistico. In una città che è diventata una specie di supervetrina, in cui la dimensione dell’esperienza è mortificata, a rappresentare Palermo sono spesso le immagini di Mimmo Cuticchio con i suoi pupi – il cuntista patrimonio dell’umanità – e di Emma Dante, nel cui teatro molti rotocalchi e settimanali ravvisano il simbolo di questa città rinnovata. Mi chiedo però ad esempio se il teatro di Emma Dante – che ha un suo talento, e un’indubbia capacità di messa in scena – rappresenti veramente questa città, o se non sia piuttosto un teatro di maniera, che non ha nessuna anima, nessuna potenza trasgressiva.

Trovo significativo che un’artista ritenuta di fama internazionale dai giornali di mezzo mondo non rappresenti per niente la città che io ho conosciuto, quella di Franco Scaldati e di Salvo Licata, ma rappresenta – se mi posso permettere – il nulla (a livello di identità) di questa città. Se all’inizio è stata capace di inventare qualcosa che lasciava ben sperare chi ama il teatro, alla fine ha realizzato lavori che non prendono rischi, che seducono o divertono, e che soddisfano una critica che di Palermo non sa nulla e che non capisce nemmeno che il suo è un teatro manierato. Emma è stata intelligente, ha capito qual era la formula e utilizzato alcuni elementi che funzionano perché sono fasulli da tempo: la condizione della donna nel sud, un certo simbolismo ormai trito e ritrito, condito con elementi presi dal teatro danza, da certe cose orecchiate in Europa… Ottenendo un consenso praticamente unanime: il dissenso nei suoi confronti è ridotto ai minimi termini. Ha rinunciato a una strada che forse non l’avrebbe portata al massimo della popolarità, e non esiste oggi una critica teatrale o un giornalismo che le dica che lei non è Visconti o Carmelo Bene. Sarebbe necessario invece (riscoprendo la passione novecentesca delle critiche che ci si deve fare) che qualcuno le dicesse che è finita come lei stessa non avrebbe voluto tanti anni fa, quando criticava quelli che sono come lei oggi. Il teatro di Emma Dante non farebbe male a una mosca, non mette a disagio nessuno e mette tutti quanti d’accordo, e questa è una cosa che dovrebbe preoccuparla.

La tradizione del grande teatro è quella che rompe e crea dissenso, isolamenti, tragedie, rotture laceranti, e che nel farlo rinnova la lingua e il teatro stesso. Andavi a vedere Scaldati: era un pugno in faccia. Andavi a vedere Carmelo Bene: era un pugno nello stomaco. Il teatro di Emma Dante è un teatro innocuo e racconta una Palermo che è assolutamente vuota. Questo lei lo sa, e io le auguro di entrare un giorno profondamente in crisi e di sparire per quattro o cinque anni: temo che non lo farà mai, perché il narcisismo è troppo forte.

 

Questa critica vale anche per Cuticchio, o il lavoro sulla tradizione dei pupi lo mette ai tuoi occhi al riparo da questo rischio?

Mimmo è un caso a parte. Erede di una generazione di pupari di strada, poveri, si è sentito depauperato da parte di una borghesia che a un certo punto si è impossessata delle tradizioni popolari: borghesi che facevano musei delle marionette e così via. Mimmo ha vissuto molto male tutto questo, devo dire in parte con le sue ragioni. Ma credo che Mimmo abbia sempre sentito dentro di sé una rabbia nei confronti del potere, dei ricchi, del potere borghese. Quando abbiamo fatto uno spettacolo a Milano lui disse in conferenza stampa: “Io, Ciprì e Maresco abbiamo steso le mutande cacate di Palermo”. L’augurio che gli ho fatto per i suoi settant’anni è di continuare a esporre i panni cacati.

So perfettamente che il rischio che Mimmo corre – glielo dico con grande affetto – è che tenda a monumentalizzarsi: lo monumentalizzano e tende a monumentalizzarsi. È anche logico che avvenga: Mimmo ha tra le mani la tradizione del cunto e quella dell’artigianato degli oggetti. Ha vissuto come un fortissimo conflitto personale il non essere in qualche modo eversivo. Sempre visto come il simbolo del sogno, della speranza, il simbolo del bambino che è in ognuno di noi: alla fine anche questo rischia di diventare, a lungo andare, una maniera, e credo che questa cosa gli abbia pesato. Anche lui deve essere scosso e avvisato che sta su un monumento (visto che somiglia anche fisicamente a Garibaldi e a Giuseppe Verdi). Penso che sarebbe bene che anche Mimmo si svegliasse e tornasse a immergersi in un salutare bagno di merda.

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